MICA AUREA




LA SABBIA DORATA

L'antichissima chiesa di Trastevere più comunemente nota col nome di s. Cosimato a piè del Gianicolo, dall'arena fulva e giallastra  prese la denominazione di Mica Aurea, nome che ritiene anche oggi la collina detta Mons Aureus, Montorio. L'area sulla quale sorge la chiesa corrisponde all'antico Campus Brutianus dei legionari.

S. COSIMATO NEL XVIII SECOLO (stampa del Pinelli)
In Trastevere dunque, nel luogo che anticamente veniva chiamato 'Mica Aurea' c'era l'ampio deposito delle sabbie del biondo Tevere che qui avevano un colore giallo dorato. In questo luogo fu edificato il monastero dei Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea che, trasformatosi in San Cosimato, dette il nome alla piazza su cui si affaccia. Tuttavia se il Tevere era biondo la sua sabbia non è mai stata dorata, neppure nei tempi antichi, anche perchè è mista alla terra se va bene.

Secondo altri però il nome della contrada Mica Aurea risalirebbe all'alto medio evo, o ad epoca più antica: nell' Itinerario di Einsiedeln viene ricordata fra le molinae presso Porta S. Pancrazio e S. Maria in Trastevere. La chiesa di S. Giovanni in mica aurea è annoverata fra le filiali di S. Maria in Trastevere nella bolla di Celestino II del 1123, infatti una bolla di Bonifazio IX del 1399  presso Marini, Papiri diplomatici 371, contiene la nomina di tale Antonius Peretii come rector ecclesiae S. Iohannis de mica aurea.

S. COSIMATO OGGI
Del resto si dice pure ss. Cosmae et Damiani in vico aureo.
"Le notizie più diffuse e precise della chiesa e del monastero le abbiamo in una storia manoscritta: Cronaca di suor Orsola Formicini, della quale uno degli esemplari si conserva oggi nella biblioteca del Collegio romano, ed un secondo nella Vaticana; compilata nel 1607 dalla Formicini, che fu abadessa di detto monastero nel 1598, narra che per lungo tempo dimorarono nell'abazia i monaci Benedettini e vi rimasero sino all'anno 1234, ma nel mese di settembre dell'anno detto passò alle monache chiamate le recluse di s. Damiano che ne sono ancora in possesso. Il monastero, oltre l'abazia, possedeva anche l'ospedale ove dimorò s. Francesco d'Assisi; avea soggette le abazie di s. Maria de Capranica, s. Maria de Farneto, s. Paolo, s. Andrea, s. Pietro, s. Filipppo, s. Iacobo in Turri, s. Cornelio, s. Crispolto, tutte situate fuori di Roma".

Insomma ricchissimo era questo monastero che possedeva vigne, oliveti, saline e castelli. Nel sec. XVI la vigna annessa al monastero dicevasi della botte, in un documento dell'epoca è scritto: si chiamava la vigna della botte per starvi ivi una botte de marmore piena de acqua, sicchè ora l'acqua ci è tolta


Nel 1475 Sisto IV riedificò dai fondamenti la chiesa, come appare dalla iscrizione sull'architrave della porta; posteriormente più volte restaurata. Era preceduta da un atrio, sostituito con un cortile ornato di una fonte costruita l'anno 1731.
Per i lavori del collettore delle acque urbane sulla sponda destra del Tevere, vicino a s. Cosimato si scoprì un lastrone colla seguente scritta:

FELES ET VICTORINAE IVE SE BIBI FECERVNT MICAVREA DEPOSITA IN PACE MESE AVGVSTO

Il ch. prof. Gatti dice che un luogo collocato presso il Gianicolo nelle adiacenze di s. Crisogono e due chiese del medio evo, cioè s. Giovanni della Malva e s. Cosimato, ne mantennero il nome. Anche la Graphia urbis Romae compiuta nel secolo XIII registra nel cap. VIII - Palatium Domitiani in Transtiberim ad Micam auream.

In una bolla di Bonifacio IX del 1395 troviamo s. Giovanni de Mica aurea; e l'odierno nome della Malva è corruttela di mica aurea. Conclude il Gatti che quest'appellazione fu propria non di un edificio, ma delle zone sottoornate al Gianicolo ad oriente; e dall'epigrafe scoperta risulta che vi era un cimitero cristiano detto Mica aurea presso la chiesa dei ss. Cosma e Damiano; il che non toglie che anche il gruppo di edifici dei ss. Cosma e Damiano fosse detto Mica aurea. l'epigrafe è del sec. VI.

A riguardare però l'immegine del Pinelli ci accorgiamo che la chiesa di S. Cosimato si poggiava su un precedente edificio romano, sicuramente un tempio, che poteva essere un'edicola o un tempietto dedicato a Cerere, che talvolta veniva adorata con una spiga in mano dagli aurei chicchi di grano. La mica per i romani significava i grani di frumento ma pure il pane di frumento, e ancora oggi a Milano la mica è il piccolo pane con la croce sopra.



I GRANI D'ORO

"Mica aurea appartenevasi in Roma una sala da pranzo (coenobio) fatta da Domiziano nella regione celimontana, ma anche un luogo nel Trastevere".
Nell'Anonimo d'Einsiedeln che ai tempi Carlo Magno descrisse da una carta topografica di Roma i suoi monumenti, si nomina in questa regione la Mica Aurea.

SALA OTTAGONALE DELLA DOMUS FLAVIA
Per entrare all’interno della Domus Flavia bisognava percorrere un'aula ottagonale che, nella parete posta ad ovest, conduceva nella parte centrale dell’intera costruzione costituita da un vasto peristilio. Ne sono ancora visibili le basi del colonnato e frammenti dei capitelli e delle colonne in marmo numidico.
A sud del peristilio si apriva una grande sala quadrangolare con abside poco profonda verso sud, con due sull’area retrostante; qui era il triclinio, la sala da pranzo estiva dell’imperatore. 
La sala estiva doveva godere di un ninfeo, o rocce o piante, magari misto a pomici e sabbie dorate, il che avrebbe giustificato il nome di Mica Aurea, anche se la sabbia per i romani non era "mica" ma "harena". 
Mica invece significava grani, granelli. briciole, soprattutto riferito ai cereali che potevano avere la qualità aurea molto più della sabbia, specialmente quella del Tevere piuttosto scura.

Per questo secondo alcuni studiosi il nome MICA AUREA significherebbe " Briciola d' oro " riferito alle briciole del cibo lasciate intenzionalmente dai Romani per ingraziarsi le divinità infere, cioè agli Dei Mani. Ma per i romani la mica erano i grani e il mucchietto di semi di frumento, e prima ancora di spelta, che si offrivano alla Madre Terra, o Mater Larvarum quando ci si rivolgeva al suo lato infero.
L'offerta poteva essere sotto forma di spighe o di chicchi contenuti nella patera, la ciotola sacrificale che spesso veniva spaccata spargendo i chicchi in terra in occasione di una morte, o di un passaggio particolare, tipo un trasferimento in altre terre, o un matrimonio, o un passaggio esclusivamente interiore e psichico. Resta quindi probabile che la Mica Aurea fosse legata a un luogo di culto legato alla Dea Cerere nel suo lato misterico e infero. La sabbia con la mica non ha mai avuto a che vedere.





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