ISEO CAMPENSE





"Il Serapeo, il cui splendore è tale che le semplici parole possono solamente sminuirlo, è talmente ornato di grandi sale colonnate, di statue che sembrano vive e tanta moltitudine di altre opere, che niente altro, eccetto il Campidoglio, simbolo dell'eternità della venerabile Roma, può essere considerato più fastoso al mondo."


LA STORIA

- Con l'avvento della dinastia tolemaica (323 a.c.) il culto di Iside si diffuse in tutto il Mediterraneo. Iside divenne il prototipo della Madre e del Figlio.

- Il culto di Iside fu introdotto a Roma nel I sec. a.c. dai viaggiatori, eminentemente mercanti non senza resistenze da parte dell'aristocrazia romana che mal vedeva una nuova Dea così seguita e potente.

- Verso l'88 a.c. c'è notizia a Roma di un collegio di pastophori: una confraternita di sacerdoti che portavano nelle processioni piccole edicole con le immagini di Iside.

- Nel 65 a.c. un altare dedicato ad Iside sul Campidoglio venne distrutto per ordine del Senato.
I seguaci di Iside, appartenenti a tutte le classi sociali, furono coinvolti nelle lotte politiche e sociali degli ultimi tempi della Repubblica.

- Il Senato ordinò la distruzione di templi, altari e statue della Dea nel 58, nel 54, nel 50 e nel 48 a.c. Infatti Cassio Dione ci informa che nel 53 a.c  il senato ordinò la demolizione di tutti i templi privati, all'interno delle mura, dedicati sia ad Iside che a Serapide.

- Nel 50 a.c. il console Emilio Paolo non trovò nessun operaio disposto ad abbattere il santuario di Iside.
I seguaci di Iside, appartenenti a tutte le classi sociali, furono coinvolti nelle lotte politiche e sociali degli ultimi tempi della Repubblica.

- Nel 43 a.c. i triumviri (Antonio, Ottaviano e Lepido) promisero di consacrare un tempio isiaco a spese della Repubblica, promessa mai mantenuta.
Però sul mantenimento della promessa ci sono pareri discordi, per alcuni fu edificato perchè il voto di un tempio era sacro per i Romani e romperlo significava attirarsi le ire della divinità, per altri se fosse stato promesso nel 43 ci sarebbero voluti anni per farlo, il che però non sarebbe stato un problema.

DIVERSA RICOSTRUZIONE DI COME POTEVA APPARIRE
L'ISEO CAMPENSE
- Comunque, dopo la battaglia di Azio (31 a.c.) e la morte di Cleopatra e di Antonio ripresero le persecuzioni contro i culti greco-egiziani.

- Nel 28 a.c. Augusto proibì il culto di Iside entro il pomoerium. Nel 21 a.c. Agrippa, in assenza di Augusto, proibì i culti alessandrini entro 1,5 km dalla città.

- Nel 19 d.c. Tiberio fece demolire il tempio di Iside e gettare nel Tevere la statua della Dea. Inoltre ne fece giustiziarne i sacerdoti.

- Caligola invece (12- 41), pronipote di Augusto e di Antonio, ricostruì il grande tempio dedicato ad Iside in Campo Marzio: l'Iseo Campense.

Dopo la reintroduzione del culto da Caligola, e la completa ricostruzione di Domiziano in seguito all'incendio dell' 80 d.c., l'Iseo Campense ed il culto della Dea Iside continuano la loro vita fino alla fine dell'età imperiale.


- Lo stesso Apuleio dovrà accoratamente difendersi dall'accusa, sicuramente fondata, di aderire ai culti misterici della Dea, tanto amata da alcuni imperatori e tanto odiata da altri.

- Claudio, Nerone e Vespasiano diedero il loro appoggio al culto della dea.

- Vespasiano, prima di festeggiare insieme al figlio Tito la vittoria sugli ebrei ribelli, trascorse una notte di preghiera nell'Iseo per ringraziare la grande dea. Nel 71 venne coniata una medaglia con l'Iseo Campense.

- Domiziano (51-96) si salvò dai partigiani di Vitellio nascondendosi in una processione isiaca.
Quando l'Iseo Campense venne distrutto da un incendio nell'80 d.c. che devastò tutto il campo marzio meridionale, Domiziano lo ricostruì.
Eresse inoltre un Arcus Isis ricordando che suo padre e suo fratello, Vespasiano e Tito, avevano vegliato pregando la Dea.

- Nel II secolo d.c. Roma divenne il centro della religione di Iside: divenne la sacrosancta civitas secondo la denominazione di Apuleio nelle Metamorfosi.

- Adriano (76-138) volle costruire nella sua villa imperiale di Tivoli un Canopo in miniatura culminante in un Serapeo. Nel 126 inaugurò un santuario dedicato ad Iside a Luxor. Nel 127 fece costruire ad Ostia un Iseo.
Alla perdita dell'amato Antinoo, fece istituire in suo onore uno speciale sacerdozio isiaco proprio nell'Iseo Campense.

Ulteriore restauri furono attuati da Alessandro Severo.

- Marco Aurelio (121-180) invocò l'ausilio degli Dei egiziani per salvarsi durante una crisi militare in Bosnia.

- Commodo (161-192) si fece rasare come un pastoforo. Le monete del suo tempo lo mostrano in compagnia di Iside e di Serapide.

- Settimio Severo (146-211) favorì il culto isiaco. Sulle monete di Julia Domna, seconda moglie dell'imperatore, si vede Iside che allatta Horus.

- Caracalla (188-217) riammise il culto isiaco entro i confini sacri della città di Roma. La religione della grande dea raggiunse il suo apogeo.

- Alessandro Severo (208-235) restaurò l'Iseo Campense e gli altri templi della Dea.

- Diocleziano (245-316), che regnò fino al 305 d.c. quando decise di abdicare, costruì probabilmente l'Iseo della III Regio di Roma. Fece coniare molte monete con la Dea Iside.

- Il suo nome era all'inizio Iside Euploia o Pelagia, “protettrice dei naviganti”.
Ma la molteplicità delle divinità romane le permise di assumere svariate forme e denominazioni, e di diventare una delle principali divinità associate ai culti misterici.
Iside è infatti chiamata Panthea, e “Dea dai mille nomi”, come sottolinea Apuleio nei versi successivi del suo inno a Iside.

- In tutto l'Impero Romano si ritrovano simboli della dea su gioielli, spille, fermagli, anelli. Vennero costruiti santuari, statue e monumenti in molte località. 
Due solenni festività legate a Iside venivano celebrate nell'Impero Romano: il Navigium, o vascello di Iside, il 5 marzo e l'Inventio di Osiride, dal 29 ottobre al 1° novembre. 

- Questa felice era ebbe termine nel 312 con l'avvento al trono di Costantino (280-336).


ROBERTO LANCIANI


1368. ISEVM ET SERAPEVM. 
Le spogliazioni dell'Iseum et Serapeum durarono parecchi anni ancora. Nella estate del 1368 un maestro Paolo di Matteo comprò marmo « da Paulo di Converrone da Roma, il quale avita in Cammigliano » per fiorini 4 d'oro: da » Paulo Salvatelli il quale avita in Treio » per 3 fiorini. Non so se costoro si debbano con- derare proprietarii di rovine-petraie del Camilliano e del campo d'Agrippa, ovvero semplici marmorarii. Marmorario fu per certo quel « Donato d'Alberto da Rezzo il quale avita a Roma ... de Santa Maria Rotonna » e scolpisce « LX pezzi di ciercini » (CCXXI).


LA DEA ISIDE

Io sono la genitrice dell'universo,
la sovrana di tutti gli elementi,
l'origine prima dei secoli,
la totalità dei poteri divini,
la regina degli spiriti,
la prima dei celesti...
Perciò i Frigi, i primi abitatori della terra,
mi chiamano madre degli dei,
adorata in Pessinunte;
gli Attici autoctoni, Minerva Cecropia;
i Ciprioti bagnati dal mare,
Venere di Pafo;
i Siciliani trilingui, Proserpina Stigia;
gli abitanti dell'antica Eleusi,
Cerere Attea;
alcuni Giunone; altri Bellona;
Ma le due stirpi degli Etiopi,
e gli Egiziani valenti per l'antico sapere,
mi onorano con riti che appartengono a me sola,
e mi chiamano col mio vero nome:
Iside Regina.

(Apuleio, Metamorfosi XI, 5)



IL DECLINO E LA FINE

Dopo l'editto di Costantino (313 d.c.) i cristiani iniziarono a perseguitare le altre religioni.

- Nel 380, con l'editto di Tessalonica, Teodosio (347-395) dichiarò il cristianesimo religione di stato. Tutti gli altri culti furono proibiti, i templi distrutti, le statue abbattute, i sacerdoti e i fedeli processati dalle autorità o linciati dalle folle guidate da vescovi e monaci fanatici.

- Nel 391 Teofilo, il patriarca cristiano di Alessandria, chiamò i monaci a "purificare" la città del Serapeum.

- Nel 394 vennero celebrati gli ultimi riti ufficiali in onore di Iside a Roma.

- Nel 396 il barbaro Alarico, re dei Goti, al cui seguito erano gli "uomini vestiti di nero" (i monaci cristiani), incendiò il santuario di Eleusi.


- Nel 415 un gruppo di monaci cristiani, seguaci del patriarca di Alessandria, Cirillo, linciò Ipazia (370-415), donna che aveva raggiunto una grande fama nella filosofia e nella matematica, figura rilevante della scuola neoplatonica, esponente del mondo intellettuale pagano. 

Con la sua morte iniziò il declino di Alessandria come centro culturale.

- Nel 536 l'imperatore Giustiniano (483-565) ordinò la chiusura dell'ultimo tempio di Iside, situato nell'isola di File sul Nilo ai confini con la Nubia, e lo fece trasformare in una chiesa cristiana.

- Nel 431 i vescovi cristiani si erano riuniti ad Efeso, la città sacra alla dea Artemide, una delle manifestazioni della Grande Madre.

Il Concilio, stanco di uccidere e crocifiggere i seguaci della Dea (circa 30000) decretò che Maria, madre di Gesù, doveva essere chiamata Theotokos, Mater Dei, Madre di Dio. L'antico titolo della grande Dea Iside. 



LO SPLENDORE

"Io sono la genitrice dell'universo, la sovrana di tutti gli elementi, l'origine prima dei secoli, la totalità dei poteri divini, la regina degli spiriti, la prima dei celesti; l'immagine unica di tutte le divinità maschili e femminili". (Apuleio, Metamorfosi XI, 5)

Il tempio maggiore di Iside a Roma, costruito nel 43 a.c., era un Iseo cioè un Tempio dedicato alla Dea Iside e al suo consorte Serapide nel Campo Marzio, tra il Saepta Iulia e il tempio di Minerva.

L'Iseo, o Serapeo campense, si trovava nella zona tra il Pantheon e la chiesa di Sant'Ignazio, e misurava ben m 240 x 60.

L'obelisco che si trova in piazza della Minerva, su cui è stato posto il celebre elefantino, fu realizzato nel VI secolo a.c. in Egitto e portato a Roma da Domiziano come decorazione per l'Iseo Campense.

Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare non fu con Cesare la diffusione del culto, anche se Cleopatra che ne era devota seguace lo divulgò alquanto.

Prova ne sia che nel 53 a.c. il Senato aveva decretato la demolizione dei sacelli privati costruiti dentro le mura.

L' Iseo nel Campo Marzio fu costruito nel 43 a.c, per ordine di Giulio Cesare, in realtà di Cleopatra, e fu un'opera colossale e meravigliosa.

Venne spesso restaurato e arricchito di opere d'arte dai diversi imperatori, e ora alloggia i suoi resti sotto il Palazzo del Seminario e le chiese di Santa Maria sopra Minerva, di Santo Stefano del Cacco e di S. Ignazio.

Diversi anni fa si sono compiuti dei lavori sotto la piazza della Minerva e i passanti hanno potuto scorgere, a notevole profondità, una scalinata con enormi lastroni in travertino, sicuramente traccia di un tempio di notevoli dimensioni.

FIRENZE
Ma tutto è stato precipitosamente ricoperto, e ci si chiedeva perchè non si potesse scavare più in là, pur sapendo che sotto la chiesa c'era il tempio di Minerva calcidica, e accanto l'Iseo e il Serapeo egizi.

Il Tempio colossale era formato da tre parti: una piazza rettangolare decorata nei lati lunghi da una sequenza di obelischi e sfingi; una area centrale con monumentali archi di ingresso sui due lati corti, (verso Piazza del Collegio Romano e Via di S. Caterina da Siena). e una struttura semicircolare sul fondo con portico e cella, proprio dove oggi c'è la chiesa di S. Stefano del Cacco il cui nome deriverebbe dal ritrovamento di una statuetta del Dio egizio Anubis con la testa di cane.

Il nome popolare di macacco, storpiatura di macaco, poi abbreviato in "cacco", indicava in epoca medievale un personaggio strano e un po' spregevole, visto che il medioevo aveva cancellato ossessivamente ogni residuo antico e romano come epoca diabolica.

Secondo altri la statua apparteneva al Dio Toth, sotto forma di cinocefalo, e sembra si trovasse proprio sulla facciata della chiesa di S. Stefano, evidentemente un lastrone con statua riutilizzato come ampiamente si usava all'epoca.

Nello stesso luogo è stata rinvenuta una dedica a Serapide (IG XIV 1031).

A causa del Dio consorte di Iside il tempio venne anche chiamato Serapeo, ma in realtà la divinità di
gran lunga più onorata fu Iside, spesso raffigurata con bambino in braccio, cioè Horus.

RIONE PIGNA CON SOVRAPPOSIZIONE ISEO


LA COLLOCAZIONE

Giovenale (6.528 e segg.) colloca il tempio nei pressi dei Saepta Iulia, confermato da tre frammenti della Forma Urbis con cui è stato possibile ricostruire le dimensioni in pianta (220x70 mt.) (fig. 3).
Ancora nel 1590 Flaminio Vacca (Memorie, 27) ebbe l’occasione di vedere, durante uno scavo, le colonne in marmo giallo, gli altari per i sacrifici e gli arieti.
Il Tempio segue un asse Nord-Sud, delimitato a Nord da piazza S. Macuto (fig. 4a) e via del Seminario (fig. 4b), a Est da via di Sant'Ignazio (fig. 4c), a Sud da via S. Stefano del Cacco (fig. 5) e ad Ovest, in parte, da via di Santa Caterina da Siena (fig. 4d). 
S. Stefano del Cacco; la chiesa che dà il nome alla via, ribattezzata subito dal popolino con il nome di "Macacco" e poi "Cacco", e qui vanne rinvenuta una dedica a Serapide (IG XIV 1031). 
Via del Piè di Marmo, che collega piazza del Collegio Romano con via di Santa Caterina da Siena, ripercorre il senso della prima piazza rettangolare, porticata, dell’Iseo Campense. 
Essa costituiva l’accesso sui lati brevi del complesso templare, e fungeva anche da passaggio verso gli edifici vicini; due archi monumentali presenti sul lato occidentale e su quello orientale ne fornivano l’accesso.

PIANTA
Uscendo da via S. Stefano del Cacco ci troveremmo esattamente in corrispondenza dell’arco di Camigliano, ora scomparso, che F. Castagnoli (Bcom 1941, 59) ha identificato con l’Arcus ad Isis del rilievo degli Haterii (fig 8).

La sua pianta a tre fornici è riscontrabile sia nella forma urbis sia da cartine di Roma del XVI sec.,  del Tempesta (fig 9) e del Du Perac Lafrery (fig. 10).

L’arco fu mutilato a più riprese, fino alla totale demolizione proprio negli ultimi anni del XVI sec., ma resti di alcuni blocchi in travertino del fornice settentrionale sono stati riscoperti nel 1969 e nel 1980-81 all’altezza del civico 24 di via del Piè di Marmo.
Le vicissitudini della sua sopravvivenza sono rintracciabili grazie all’archivio della Compagnia della Ss. Annunziata, allora proprietaria dello stabile. In una pianta del 1563, conservata nel codice n° 920, si menziona il “massiccio anticho”, cioè il pilastro settentrionale, all’interno dell’ambiente “B” (fig. 11).

L’Arco di Iside esisteva ancora quando via del Piè di Marmo viene chiamata “strada sotto l’arco di Camigliano, strada denanzi che va alla piazza innanzi al Collegio de Giesuiti”

Si prosegue lungo via del Piè di Marmo: fino al centro della piazza, dove la Forma Urbis mostra un elemento quadrato ed uno circolare. 

Nel primo c’è chi vuole riconoscere l’obelisco domizianeo, ora a Piazza Navona; nel secondo è probabile l’identificazione con una fontana, forse adornata dalla pigna bronzea, che ha dato il nome al rione romano, ora nella città del Vaticano.

Via di Santa Caterina da Siena riporta all’altro estremo della prima piazza porticata dell’Iseo, sul fronte sud della chiesa di Santa Maria sopra Minerva.

Via del Seminario  corrisponde al limite settentrionale dell’Iseo, e a piazza della Rotonda è ospitato, su una fontana, un piccolo obelisco, ritrovato nel Trecento in piazza San Macuto.

Antonio da Sangallo il giovane fu il primo a riconoscere l’arco di Camigliano come quello che dava accesso all’Iseo Campense sul fronte occidentale.

Nel XVI secolo, in questa stessa area, furono rinvenute le famose statue delle divinità fluviali del Nilo e del Tevere, ora conservate rispettivamente ai Musei Vaticani ed al Louvre.

Per entrare nella seconda piazza del monumento dobbiamo tornare indietro fino al Collegio Romano, e camminare lungo via di sant’Ignazio. Stiamo percorrendo il lato lungo dell’area aperta, con al centro il tempio di Iside.

ARCUS AD ISIS


DESCRIZIONE

Grazie ad una moneta dell’età di Vespasiano sappiamo che il tempio era tetrastilo, con una
raffigurazione della Dea a cavallo della stella Sirio scolpita sul frontone, mentre alcune sculture egiziane, sorrette da basamenti, inquadravano la scalinata principale.

La statua di culto era raffigurata nell’atto di libare, con un recipiente, sembrerebbe una coppa, nella mano destra. Il monumento era arricchito da sculture di varie dimensioni e da obelischi: sparsi per le vie di Roma e in vari musei.

Roma S.Maria Sopra Minerva
L'ingresso alla parte interna era decorato con degli obelischi in granito rosso o rosa di Siena, importati nel I secolo ed eretti a coppie: un gran numero di essi è stato ritrovato, a pezzi e incompleto, nei pressi della basilica di Santa Maria sopra Minerva. L'ingresso esterno, per altri quello interno sembra fosse introdotto da sfingi di marmo, alcuni dei quali giacciono a piazza del Popolo a Roma.

Attraverso due iscrizioni (CIL VI, 2247, 2248) reperite in Campidoglio, ove sono citati due sacerdotes Isidis Capitolinae, sappiamo che il culto era vivo a Roma fin dal II sec. a.c..

Ebbe così largo seguito che all'edificazione di semplici are, si passò ai templi monumentali, come il tempio corrispondente alla chiesa di San Silvestro al Quirinale, e soprattutto l'Iseo Campense, il più grande iseo di Roma.

Il santuario, di m 240 x 60, quindi immenso, occupava un’area tra i Saepta Iulia e la Porticus Divorum, era preceduto da una sorta di dromos ornato da sfingi e da obelischi, di cui molti finirono nei palazzi dei cardinali o ad ornamento di piazze e monumenti.

Era un complesso formato da tre parti: una lunga piazza scoperta decorata da obelischi e sfingi; una area centrale con monumentali archi di ingresso sui due lati corti (verso le moderne Piazza del Collegio Romano e Via di S. Caterina da Siena).

Era una struttura di forma semicircolare con portico e il tempio vero e proprio sul fondo, proprio dove oggi c'è la chiesa di S. Stefano del Cacco.

Il dromos si apriva su un grande cortile rettangolare a cui si accedeva sui lati corti tramite archi monumentali.
Abbiamo di questi i resti in opera quadrata di travertino conservati nelle cantine di una casa all’angolo di via di Sant’Ignazio, appartenenti all’arco a tre fornici del lato orientale (cd. Arco di Camilliano) e sono tra i pochi resti superstiti del monumento.

Nell' VII-VIII sec. cominciò la progressiva distruzione dell'Iseo e, a poco a poco, gli edifici della Roma medievale e moderna si sono sovrapposti all'antico monumento: i resti del tempio sono tra i 5 e gli 8 m. al di sotto delle strade attuali.



LA DISTRUZIONE

Il tempio cadde in disuso nel corso del V secolo d.c. dopo le prime spoliazioni ad opera di Massenzio e dopo Teodosio. Tutti i preziosi marmi e i travertini vennero in parte riutilizzati e in parte calcinati, onde cancellare una così vistosa testimonianza di una tempio dedicato ad una Dea Madre con Bambino da cui pur tanto attinse la Chiesa Cattolica.

DOGALI
A cominciare dal VII-VIII secolo era cominciata la progressiva distruzione dell'Iseo e, a poco a poco, gli edifici della Roma medievale e moderna si sono sovrapposti all'antico monumento: i resti del tempio sono tra i 5 e gli 8 metri al di sotto delle strade attuali.

La distruzione dell'Arco di Iside avvenne  purtroppo per creare un accesso più ampio per il nuovo palazzo del Collegio Romano, la cui costruzione si concluse nel 1583. 

Le vestigia avrebbero potuto essere inglobate ma all'epoca molti prelati ancora non comprendevano il valore dell'antico.


Nel 1872 i resti dell'arco che ancora sopravvivevano vennero demoliti e Rodolfo Lanciani, presente allo scempio, ne notò la qualità costruttiva e ne trascrisse le dimensioni (26 mt. di larghezza e più di 27 mt. di altezza) anche se lo associò alle strutture delle Terme di Agrippa.



I REPERTI

Le sculture sono numerosissime, ma tra le più importanti sono da ricordare:

- la Statua del Nilo (Museo Chiaramonti in Vaticano)

- la Statua del Tevere (Louvre).

ISIS
- Il rilievo di Nectanebo II di granito grigio e rosa, in cui il faraone fa un'offerta a tre Dei (Museo Nazionale palazzo Altemps).

- I due leoni che decorano la Fontana dell'acqua Felice (angolo via XX settembre)

- i due leoni ai piedi della scalinata che porta a Piazza del Campidoglio (si tratta di copie, gli originali si trovano rispettivamente nel Museo Egizio vaticano e nel Museo Capitolino di Roma).

- Il Torso Ludovisi di granito grigio scuro.

- Frammento di una statua colossale di basalto nero di cui restano un piede e l'iscrizione sullo zoccolo. (Museo Nazionale palazzo Altemps).

- Naoforo, cioè sacerdote egizio che porta tra le mani un bacile rituale, cui manca il busto e un piede, il tutto in breccia verde. (Museo Nazionale palazzo Altemps).

- Testa maschile in granito grigio di età tolemaica, ritrovata sotto il palazzo Poste telegrafi nel 1930. (Museo Nazionale palazzo Altemps).

- Sfinge della regina Hatshepsut, che ha sul capo la parrucca di Hator e il cartiglio di Tutmosis III sul petto. (Museo Barracco)

- La cosiddetta "Madama Lucrezia", una delle statue parlanti a cui il popolino oppresso dal potere dei Papi affidava i fogli scritti delle proprie proteste, in Piazza San Marco, che in realtà rappresenta Iside o una sua sacerdotessa.
E' evidente come non solo la consunzione ma soprattutto i colpi del martello abbiano irrimediabilmente corrotto il suo viso.

Dall'Iseo e Serapeo campense provengono gli obelischi di Piazza Navona, Piazza della Rotonda, Piazza della Minerva, Piazza dei Cinquecento a Roma e quelli portati nel XVIII secolo a Firenze e a Urbino.

- Di fronte alla facciata della Chiesa di Santa Maria sopra Minerva c'è un elefantino sormontato da un altro piccolo obelisco, trovato nei giardini dei domenicani della chiesa, anche questo proveniente dall'Iseo.

- Un altro obelisco è conservato a Firenze nel giardino di Boboli.

- Tra gli obelischi che ornavano il complesso sono ancora visibili quello del Pantheon,  e uno più piccolo, si trova oggi a Urbino. 

- Quello di Dogali fu rinvenuto nel 1883 dall'archeologo Rodolfo Lanciani presso la chiesa di Santa Maria sopra Minerva. 
Venne rialzato nel 1887 dall'architetto Francesco Azzurri davanti la Stazione Termini per commemorare i caduti della battaglia di Dogali in Eritrea.
Nel 1925 fu spostato nei giardini presso le terme di Diocleziano, attualmente viale Luigi Einaudi.

- Una clessidra di basalto, ornata di fregi e geroglifici, prima metà III sec. a.c. (Museo Barracco).

- Due statue con teste di cane seduti su un alto cubo con un'iscrizione al faraone Nactanebo. (Musei Capitolini)

- Un grande piede di marmo che apparteneva ad una statua di culto egizio e che si trova all'angolo di una via che si chiama, appunto, via del Pie' di marmo, che ancora si trova presso l'incrocio con via Santo Stefano del Cacco. Si presuppone parte di una gigantesca statua di Iside (ma altri pensano a Serapide).

- Il "cacco" fu rimosso dalla chiesa ed è attualmente esposto nella sezione egizia dei Musei Vaticani.

- La statuetta di una gatta in marmo murata sul primo cornicione all'angolo di palazzo Grazioli, sull'omonima piazza Grazioli, e che dà il nome a via della gatta.

- Si suppone che un paio delle sfingi di piazza del Popolo provengano dall'Iseo, visto che aveva obelischi e sfingi alternate.

- La parte sud-orientale del Campus Martius, chiamata Isis et Serapis dai due famosi templi dedicati a queste divinità egiziane.

La seconda via prende il nome da una chiesa, Santo Stefano de Pinea (cioè "della pigna"), chiamata dal popolo Santo Stefano del Cacco.

La pigna, ritrovata presso le terme d'Agrippa e firmata da un Publio Cincio Salvio, decorava probabilmente una fontana presso il tempio di Iside e Serapide e gettava acqua dalle punte.

Nel Medioevo dette il nome al rione Pigna e più tardi venne collocata nell'atrio dell'antica basilica di S. Pietro, dove alimentava il «cantharus».

- La fiancheggiano le riproduzioni di due pavoni in bronzo (gli originali si trovano nel Braccio Nuovo) che si ritengono provenienti dal mausoleo di Adriano; sotto, due leoni accovacciati, in basalto, sul cui basamento è il nome del faraone Nectanebo I




GLI SCAVI del '600 e dell'800



S. STEFANO DEL CACCO

Siamo nel XVI sec.

- ISEVM ET SERAPEVM R. IX. n. 1882. Cornicione di buon intaglio « isendo fori della chiessia di s. Stefano del chacho inquela piazeta ». n. 1538.
Altra trabeazione intagliata nel solo dentello « questa chornixe fu trouata di quella chava apresso a san Stefano dell chacho i nella via ».
Gli scavi erano stati intrapresi per conto della fabbrica di s. Pietro. Vedi scheda n. 1541: «questa chornice fu trovata allarcho di chamilgiano, ed io la mixurai a sanpietro, io e giadominicho (Gian Domenico) mentre se faceva la chasa in piaza di sanpietro cholitori».


VIA E CHIESA S.IGNAZIO

Siamo nel 1898 e un certo Pietro Tranquilli, ricostruendo le fondamenta della sua casa in via di s. Ignazio n. 23, scoprì il pavimento del peribolo del tempio d'Iside, cosparso di stupendi avanzi di sculture egizie, o di stile imitante l'egizio, tutte sommerse sott'acqua.
Scorreva nei canaloni di travertino, i quali una volta dovevano raccogliere gli stillicidi del portico.

Successivamente fu data una breve descrizione dello scavo operato dal sig. Tranquilli nella sua casa situata nel vicolo dietro la tribuna di S. Maria sopra Minerva, nel luogo preciso del tempio d'Iside :

- Colonna di granito rosa, di m. 1,50 di diametro, lunga sino alla frattura m. 5.00. Il terzo inferiore del fusto, scolpito a rilievo, rappresenta una cerimonia isiaca.

-  Iside in forma di vacca allattante Horus, in granito rosso. Manca di tutta la parte anteriore. la parte superstite è alta m. 1,50, lunga, dalla coda alla frattura m. 0,75. Nel plinto sono incisi segni geroglifici.

- Una figura molto picccola, inginocchiata per terra viene allattata dalla vacca. La scultura è accompagnata da alcuni geroglifici dipinti in rosso in una forma poco curata. Non si è potuto ben determinare che la formula finale riprodotta alla fine di due righe, il cui inizio è stato distrutto per sempre, come il sole.

- Una statua inginocchiata, naophora, di cui manca la parte superiore. Sul piedistallo dei geroglifici il cui stile nonchè il soggetto della statua sembrano appartenere alla 26 ma dinastia (Saitica).

- Sfinge di granito verde alta 0,54, lunga 0,78 con targa geroglifica nel petto. Manca delle estremità delle zampe anteriori. Nel geroglico il re offre al sole au soleil, dio benefico, signore delle due terre, sole governatore del mondo: Rè-men-to, che è il prenome di Thoutmès IV, lostesso nome effigiato sull'obelisco di S Giovanni in Laterano.

- Sfinge intatta di granito rosso, senza geroglifici, lunga 1,85 alta 0,68.

- Pastoforo di basalte alto m. 1,32 , con geroglifici sul dorso e nel giro del plinto.
- Frammento di panneggio di statua in marmo greco, alto m. 0,78.

- Metà di un capitello a cista, alto m. 1,35, di diametro corrispondeste a quello della colonna.

- Si presuppone provenga dall'Iseo campestre un altro prezioso e particolare elemento: la Tavola di Iside.
La cosa inusuale e curiosa è che nella tavola, sia pure di pregevole fattura, i geroglifici sono privi di senso e le scene di culto sono piuttosto di invenzione. 

Non si comprende nemmeno se le figure siano divinità oppure sovrani, essendo gli attributi piuttosto arbitrari. 

Tuttavia la figura al centro di una cappella è Iside e ciò suggerisce possa provenire dall'Iseo Campense. 

Probabilmente la detta tavola fu realizzata da maestranze romane, poco addentro alla religione egizia, e del tutto estranei alla sua scrittura.

Dovendo però abbellire il tempio con oggetti raffinati, ed essendo questi maestri nella loro arte metallurgica, si permise loro di esprimersi come volevano e potevano.

La tavola rappresenta un’importante testimonianza delle tecniche metallurgiche dell’antica Roma, con la superficie decorata con vari tipi di metalli, sia preziosi che vili.

I metalli preminenti furono argento, oro e oro unito a molto rame, ma pure stagno. 

Questi metalli vennero in parte colorati e forse il colore più interessante della tavola è il nero, spesso erratamente ritenuto niello, in realtà una lega di rame e stagno con piccole quantità di oro o argento. 

Poichè la quantità di oroe argento era minima, circa il 2 per cento, si doveva ottenerla immergendo la stessa in acido organico. 

Sia Plinio (Naturalis historia) che Plutarco (Moralia) citano una pregiata lega di bronzo nero, il «bronzo corinzio», che conteneva oro e argento.



I RESTI

L'arco d'ingresso est del tempio, detto Arco di Camilliano, è stato rinvenuto nel 1969 nella casa d'angolo tra via S. Ignazio e piazza del Collegio Romano, conservato dalle cantine al primo piano, in opera quadrata di travertino.

Nel 1590 Flaminio Vacca ebbe l’occasione di vedere, durante uno scavo, le colonne in marmo giallo, gli altari per i sacrifici e gli arieti dell'iseo.
Un unico frammento è oggi ancora visibile, un piede di marmo, forse pertinente all'acrolito del culto, situato all'incrocio con la via a cui dà il nome.

Uscendo da via S. Stefano del Cacco ci troveremmo in corrispondenza dell’arco di Camigliano, ora scomparso, identificato con l’Arcus ad Isis del rilievo degli Haterii .

L’arco carmilliano fu mutilato a più riprese, fino alla totale demolizione alla fine del XVI sec., ma alcuni blocchi in travertino del fornice settentrionale sono stati riscoperti nel 1969 e nel 1980-81 in via del Piè di Marmo.

Se ne ha testimonianza nell’archivio della Compagnia della Ss. Annunziata, allora proprietaria dello stabile. In una pianta del 1563, si menziona il “massiccio anticho”, cioè il pilastro settentrionale, all’interno dell’ambiente.



LE RICOSTRUZIONI ANTICHE

L’edificio era il cuore dell’Iseo Campense, e proprio per questo è stato al centro di curiose ricostruzioni, ideali, come quelle di Pieter Schenck, che lo raffigura come un “piccolo pantheon”, immerso tra edifici moderni, e del gesuita Athanasius Kircher, che lo rappresenta avulso dal proprio contesto urbano, con l’aspetto di un tempietto egizio. 

RICOSTRUZIONE DI PIETER SCHENCK
La ricostruzione del gesuita tuttavia si avvicina alla realtà nel raffigurare un dromos egiziano, con la presenza alternata di piccoli obelischi e arieti. 

Nella Forma Urbis infatti sono presenti quattro punti, incisi secondo lo stesso andamento della Porticus Meleagri, la cui eccessiva distanza non permette di identificarli come colonne.

In realtà la pianta, conservatasi nella Forma Urbis Romae, consente una discreta ricostruzione.

Per questo si deve rilevare che il complesso occupava in età severiana un’area di circa 14.000 m2, e comprendeva un’esedra absidata a sud, un cortile centrale servito da due ingressi monumentali posti sui lati est ed ovest, ed un tempio a nord.

La struttura presentava una tipologia ellenistico-romana ed una decorazione egiziana. 

RICOSTRUZIONE DI ATHANASIUS KIRCHER
Possiamo distinguere una zona absidata, larga 70 m e profonda 50 m, una sorta di ninfeo a peristilio, il luogo dedicato a Serapide. 

La presenza dell’acqua è riconducibile all’aspetto osiriaco di Serapide, connesso con l’inondazione e la rinascita del Dio. 

L’ampio spazio a nord era dedicato al culto isiaco. 

Si trattava di un tempio di concezione e di stile greco-romano, ma la decorazione era di chiara matrice egiziana e si serviva di materiali egiziani ed egittizzanti.

Parte del clero campense era formato da sacerdoti egiziani, e l’Iseo Campense continuò ed esistere finché il culto isiaco fu attivo in Egitto. 

Per il sacerdozio romano però, come in quello egizio, prevalevano le donne, tanto che su una tomba sull'Appia Antica c'è il bassorilievo della defunta descritta come sacerdotessa di Iside.

Anche quando in alcuni periodi il culto venne proibito si sa che molti romani lo tenevano in segreto.

A Firenze venne trovata uno scritto in cui erano stati annoverati ben cinquecento iscritti ad una diciamo setta isiaca. 

Soprattutto non dimentichiamo che oltre al culto ufficiale esisteva il culto riservato, cioè i Sacri Misteri di Iside, di cui ne conosciamo l'esistenza dalle fonti ma, come per tutti Sacri Misteri, non ne venne mai svelato il contenuto, o almeno non giunse mai fino a noi.







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