ACQUEDOTTO ANIO NOVUS





L'acquedotto ANIUS NOVUS, come l'Aqua Claudia, fu iniziato da Caligola nel 38 d.c.. (Suet. Cal. 20) e completato nel 52 da Claudio, che dedicò entrambi il I di agosto.

Sia le opere eseguite che lo scopo di questo acquedotto può definirsi il più ambizioso e innovativo degli acquedotti romani. Certamente è visivamente molto impressionante.

La costante crescita della Roma imperiale nei primi anni del sec. aumentò la domanda dell'acqua, ormai non solo per bere e lavarsi, ma anche per scopi di lusso e decorativi.

Frontino (2.14) indica che la sua sorgente fangosa era situata vicino a quella della Marcia e Claudia:

AD SPES VETEREM
"L'Anio Novus ha la sua assunzione alla 42 ima pietra miliare sulla via Sublacensis nel territorio Simbruibe, dal fiume Aniene, che scorre fangoso e torbido anche senza il cattivo effetto della pioggia, dal momento che sono stati coltivati i terreni intorno ad esso, e di conseguenza, il terreno è abbastanza sciolto. Per questo motivo una vasca di decantazione è stato installata dalla presa del condotto, dove l'acqua possa depositarsi ed essere filtrata tra il fiume e il canale dell'acquedotto. Ma anche così, giunge torbida in città quando ci sono forti piogge."

Traiano rispose alle carenze della fonte citata da Frontino spostando l'acquedotto a monte del lago formato quando Nerone arginò l'Anio per la sua villa.


Il costo dei due fu di 350.000.000 sesterzi, equivalente a 3.500.000 sterline (Plin. NH XXXVI.122; Frontinus, de aquis, I.4, 13, 15, 18‑21; II.68, 72, 73, 86, 90, 91, 93, 104, 105; Suet. Claud. 20; CIL VI.1256; IX.40511).

L'Anius novus accoglieva le acque nell’alta valle dell’Aniene, da cui derivò appunto il nome, al quale venne aggiunto l’aggettivo “novus” per distinguerlo dall’altro acquedotto Anio, il più antico, che da allora si chiamò “vetus”.

ANIUS NEL CANALE PIU' ALTO
L’acqua veniva presa direttamente dal fiume, circa 6 km più su delle sorgenti dell’aqua Claudia, presso Subiaco, al XLII miglio della via Sublacensis. Presso le sorgenti della Claudia, sull’altro lato del fiume, l'Anio riceveva le acque dal “Rivus Herculaneus”, che, provvisto di acqua più pura, lo migliorava non poco.

Le sponde dell’Aniene che spesso franavano intorbidavano spesso le acque si da rendere inefficace pure la “piscina limaria” ovvero l'apposito bacino di decantazione per la “pulizia” dell’acqua, si da giungere a Roma ancora torbida.

Nerone aveva fatto costruire, nella sua villa presso Subiaco, tre laghetti artificiali con dighe sul fiume e un sistema di chiuse, che funzionarono come grande piscina limaria.

I tre laghetti costituivano una notevole opera di ingegneria; il mediano era sostenuto da una diga colossale alta ben 40 metri, crollata assieme agli altri sbarramenti a causa di un'alluvione nel 1300.

La vicinanza dei due acquedotti con l'acquedotto Marcio permise agli architetti imperiali di costruire imponenti opere per l'interscambio delle acque, in modo che, in caso di manutenzione di un acquedotto, fosse possibile dirottare l'acqua sugli altri.


Come il Marcio, anche l'acquedotto di Claudio e l'Anio Novus erano dotati, nei pressi di Capannelle, di piscine limarie per la depurazione dell'acqua; da lì cominciava il tratto sopraelevato con le arcate in opera quadrata di peperino, che raggiungevano la massima altezza di 28 metri dalle parti di via del Quadraro.

Infatti  l'acqua derivava dal fiume Anio al 42° miglio della via Sublacense, ma quando cominciò a intorbidirsi, Traiano nel 98 usò due dei tre laghi formati da Nerone per la sua villa di Subiaco, la Simbruina stagna di Tacito (Annali XIV.22 (NS 1883, 19; 1884, 425; Giovannoni, Monasteri di Subiaco I.273).

In questo modo spostò l’origine dell’acquedotto, facendolo partire dal secondo dei laghi, dove oggi si trova il monastero di San Benedetto, allungandolo fino a quasi 59 miglia. 

La lunghezza 62 miglia data all'acquedotto originale nell'iscrizione di Claudio a Porta Maggiore  può essere un errore di 52 al posto di 62.

PARCO DEGLI ACQUEDOTTI


IL PERCORSO

L’Anio novus aveva il percorso maggiore di tutti gli altri acquedotti dell’epoca: 58,700 miglia romane, pari a 86,876 km, di cui circa 73 km sotterranei e circa 14 in superficie; la metà del percorso superficiale era condiviso con l’Aqua Claudia, al cui canale l’Anio novus si sovrapponeva dal VII miglio della via Latina per giungere a Roma sulle arcuazioni in buona parte ancora visibili nel Parco degli Acquedotti.

L'Anio Novus seguiva la valle dell’Aniene sulla sinistra del fiume, a circa metà strada tra Subiaco e Mandela si affiancava, ad un livello più elevato, prima al condotto dell’Aqua Claudia, poi a quello dell’Acqua Marcia e più avanti, dopo Mandela, a quello dell’Anio vetus.
Dopo Castel Madama si allontanava dal fiume per riavvicinarsi dopo aver aggirato un paio di alture. 

Lasciato un ramo secondario, proseguiva verso Tivoli su viadotti e ponti di cui rimangono importanti e imponenti resti, piegava a sud e quindi aggirava da ovest i monti Tiburtini.
Qui traversava un’ampia cisterna dell’epoca dei Severi, entro cui si univa di nuovo col ramo secondario lasciato prima di Tivoli. 

La cisterna era costituita da tre ambienti comunicanti e, oltre a fungere da piscina limaria, poteva integrare, l’Anio vetus, l’Acqua Marcia e l’Aqua Claudia che correvano più in basso.

Superato Gallicano in condotto sotterraneo, usciva di nuovo in superficie e, di nuovo su ponti e viadotti ancora visibili, accostava la via Prenestina, quindi raggiungeva la via Latina e poi la località Capannelle, dov'era un’altra piscina limaria dopo la quale il condotto si appoggiava a quello dell’Aqua Claudia.

Insieme a questo correva insieme fino ad entrare in Roma nella località "ad spem veterem", presso Porta Maggiore.





LE CARATTERISTICHE

La portata giornaliera dell'acquedotto, la maggiore di tutte, era di 4.738 quinarie, pari a 196.627 m3 e 2.274 l. al secondo, cioè 196,627 mq in 24 ore. 

Poco prima di Porta Maggiore 163 quinarie venivano cedute, con apposito condotto, all’acquedotto dell’Aqua Tepula.

Un'iscrizione del 381 d.c. testimonia un record di riparazioni, anche se non sappiamo con certezza quali parti siano state riparate (CIL VI.3865 = 31945).


Dalla sua piscina vicino al VII miglio della Via Latina, l'acqua era trasporata sugli archi dell'Aqua Claudia, in un canale immediatamente sovrapposto e fu il più alto livello di tutti gli acquedotti che entravano in città.

Questi archi finivano dietro gli Horti Pallantiani, ex Vigna Belardi, dove era situata la piscina terminale dei due acquedotti (LF 24; cf BC 1912, 163, 228-235; NS 1912, 195,. Anno 1913, 6 - 8).
Come la Claudia, la Anio Novus forniva le parti più alte della città.

Il terminale dell'acquedotto era un grande 'castellum' sul colle Esquilino, vicino al tempio di Minerva Medici che i Novus condivisi con il Claudia (cfr. D.27).

Prima delle riforme introdotte da Frontino, venne liberamente utilizzata per alimentare le carenze (in gran parte dovuto alla disonestà dei curatori come l'integerrimo Frontino ebbe spesso a constatare) di altri acquedotti, ma, essendo torbido, li rendeva impuri.

La rimozione dei suoi difetti, tuttavia, si dice che abbia reso la sua acqua uguale a quella Marcia, cioè piuttosto di qualità. (ib. II.93).

Il rapporto tra la Anio Novus e la Claudia è parallelo a quello tra la Tepula e la Julia. Le acque dei due acquedotti sono stati mescolati e poi separati da ogni canale entra in città.

Testimonianze archeologiche supporta questa connessione di vari 'Castella' e il posizionamento effettivo dei rispettivi specus. I due sistemi sono entrati Roma distinti tra loro, e vale la pena notare che la Arcus Caelimontani era una branca cruciale della Claudia.

Questa diramazione potrebbe essere stato costruito per alimentare la Domus Aurea, in particolare la sua vasta rete idrica, compreso lo 'stagnum' situato nella valle del Colosseo, e il ninfeo sul Celio. Potrebbe essere stato utilizzato per aumentare la fornitura di acqua sul Palatino e nel centro di Roma, dopo l'incendio del 64 dc.

A causa di questa manutenzione richiesta da questi due acquedotti, amministratori di acqua ed equipaggio di manutenzione vennero raddoppiati in numero. Altri uomini vennero impiegati per pattugliare i corsi delle linee onde smantellare i numerosi allacci illegali.

Qui a fianco una bella vista in uno dei canali dei doppi ponti per far attraversare all'acquedotto Anio Novus un affluente del Fosso di Gregorio nella Valle Barberini. Da notare il particolare del tetto e la cassaforma, che sono perfeti a tutt'oggi, dopo duemila anni circa.
Grande risalto è stato dato alla scoperta del caput aquae dell'Acquedotto Traiano, fra Bracciano e Manziana, in corrispondenza della chiesa rupestre di S.Fiora.

Uno per tutti, l'articolo pubblicato dall'Agenzia ANSA

CAMERA DI MANOVRA DEL CAPUT ACQUAE
Le fotografie allegate agli articoli, la posizione geografica, la descrizione dei luogi hanno subito riportato alla mente dei nostri soci Michele Concas e Marco Gradozzi un'esplorazione fatta nello stesso luogo insieme alla Dr.ssa Rita Santolini ed al Dr. Hubertus Manderscheid ad ottobre del 2005.

Acquedotto Traiano - l'accesso alla Camera di manovra

Come riporta Curatolo, il sito fu visitato fra il 1914 ed il 1927 da Thomas Ashby, il quale nel suo libro "Gli Acquedotti Imperiali di Roma" scrive:

"Gli unici resti scoperti dall'autore sono circa 125 metri ad est della cappella in rovina di S.Fiore...." ;

negli anni ’40 del '900 fu poi visitato da una commissione dell’Ufficio Tevere ed Agro Romano.

Che si trattasse dell'acquedotto Traiano non vi era dubbio.

E' l'unico acquedotto imperiale proveniente dalla zona di Bracciano (l'Alsietino proveniva dal lago di Martignano) e tutte le fonti riportano che una delle sorgenti si trovava lungo il fosso del Fiora.

A conferma di ciò il Cassio ricorda due tratti dello speco in opera reticolata e laterizia viste dall'Ashby non lontano dalla cappella di S.Fiora.

Che la chiesa rupestre sia un ninfeo poi modificato nel tempo, può essere.
Che questa sia la prima sorgente non si sa, mentre è certo che erano numerosi i punti dai quali l'acquedotto attingeva l'acqua prima di iniziare il suo tragitto verso Roma.

 Comunque una cosa è certa: queste notizie riescono ogni tanto, per fortuna, a riaccendere l'attenzione sul patrimonio archeologico sotterraneo troppe volte dimenticato.

Qui a lato: un tratto dell'acquedotto Traiano.

Da notare la perfezione dell'opera, con le pietre perfettamente allineate e connesse.




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Il Caput Aquae, acquedotto di Traiano

Scoperta la prima sorgente, risale al 109 d.C., vicino a Bracciano.

Rimasto sconosciuto fino ai nostri giorni, è stato incredibilmente ritrovato nella provincia di Roma, in una zona sul Fosso della Fiora al confine tra il comune di Manziana e di Bracciano, il Caput Aquae dell'acquedotto di Traiano, ovvero la prima sorgente del percorso attorno al lago di Bracciano dell'acquedotto inaugurato nel 109 d.C. per servire la zona urbana di Trastevere. 

CHIESA CAMPESTRE EX NINFEO
A fare la scoperta, due documentaristi inglesi, Michael e Ted O'Neill, impegnati in una ricerca sugli acquedotti romani, che si sono imbattuti nei resti di un ninfeo con straordinarie volte colorate in blu egizio. 

E l'importanza del ritrovamento è confermata dall'archeologo Lorenzo Quilici, professore di topografia antica all'università di Bologna, che definisce il ninfeo "stupefacente". 

Coperto da una grotta artificiale che accoglieva una cappella della Madonna, risistemata agli inizi del Settecento dai principi Odescalchi - anticipa Quilici che il 28 gennaio illustrerà la scoperta insieme con Michael e Ted O'Neill in una conferenza stampa a Roma - è venuto fuori un monumento "che si è rivelato un ninfeo, costruito all'origine delle prime sorgenti dell'acquedotto", un monumento straordinario, dice il professore, "che possiamo paragonare al Canopo di Villa Adriana o al Ninfeo di Egeria nel Triopo di Erode Attico sull'Appia Antica".

Si tratta, racconta Quilici, "di una cappella centrale dedicata al dio della sorgente o alle ninfe, che si approfondisce ai lati in due bacini coperti da straordinarie volte ancora colorate in blu egizio che, alla base, con un ardito sistema di blocchi messi a filtro, accoglievano l'acqua in due laghetti, dai quali partiva il canale dell'acquedotto". 

IL NINFEO
Le strutture, alte fino a 8-9 metri, sono realizzate, spiega il professore, "in opera laterizia e in opera reticolata assai raffinata e gli ambienti, con le volte a botte e a crociera, i pozzi, i cunicoli di captazione che vi si convergono, il canale che principia l'acquedotto sotterraneo sono oggi tutti percorribili perché privati dell'acqua". 

Entrarvi al momento é un'avventura, raccontano Michael e Ted O'Neill, padre e figlio, documentaristi per la Meon Htdtv Productions Ltd, perché il luogo, che si trova all'interno di una piccola proprietà dove si allevano maiali, è incolto e soprattutto coperto da un gigantesco albero di fico che con le sue radici scende fino al più profondo del ninfeo, minandone tra l'altro la struttura. 

Fatica ricompensata però, secondo Quilici, "dall'emozione di accedere a un monumento rimasto segreto per secoli e straordinario nella sua architettura". 
L'acquedotto di Traiano è stato il penultimo in ordine di tempo degli undici grandi acquedotti che rifornivano Roma antica.

Inaugurato nel 109 d.C, è rimasto praticamente sempre in funzione. All'inizio del Seicento Paolo V lo fece restaurare. L'acquedotto papale prendeva però l'acqua dal lago di Bracciano, come fa ancora all'incirca il condotto attuale, mentre l'acquedotto romano captava lungo il suo percorso le acque delle sorgenti che alimentavano il bacino. 

Per celebrare la sua opera, Traiano fece coniare anche delle monete sulle quali è raffigurata l'immagine semisdraiata di un dio fluviale sotto un grande arco affiancato da colonne. 

Per secoli si è creduto che l'immagine rimandasse alla mostra d'acqua che l'imperatore avrebbe costruito sul Gianicolo, anticipando di 1500 anni il fontanone di Paolo V. 

Ma forse - è l'ipotesi suggestiva degli O'Neill - quello raffigurato sulla moneta è proprio il ninfeo grotta di Bracciano, che ora, è la speranza di Ted e Michael che per questo si sono rivolti alla soprintendenza, dovrebbe essere studiato e restaurato.



IL FUTURO

Come annunciato nella conferenza stampa ufficiale del 28 gennaio 2010 presso l'Hotel Quirinale, partirà in futuro una Fondazione per restaurare e valorizzare il complesso, che attualmente versa in condizioni critiche: la fitta vegetazione che lo circonda a causa dello stato di abbandono (nella grotta anche due pompe che aspirano l'acqua dalle camere sottostanti per innaffiare i campi coltivati) ed un albero di fico con i suoi grossi rami stanno lesionando gravemente le strutture fino al più profondo del ninfeo.

Sarà necessario espropriare il sito con relativa servitù di passaggio e procedere quanto prima al restauro ed alla sistemazione di tutta l'area: in conferenza si è parlato di un ammontare di ca. 3 miliardi di euro per completare l'opera, ma come ricorda il prof. Quilici non è necessario fare tutto e subito, ma predisporre il lavoro affinché un domani il sito torni ad essere fruibile non soltanto per gli specialisti. 

Lodevole l'impegno dei due cittadini britannici, i quali dopo la scoperta si sono attivati per coinvolgere nell'iniziativa le autorità locali, le Soprintendenze, enti di ricerca italiani e stranieri, studiosi, appassionati e tutti coloro che a vario titolo possono finanziare ed interessarsi del monumento una volta passato il clamore mediatico della scoperta.



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