AVITO




Nome completo: Marcus Maecilius Flavius Eparchius Avitus
(Marco Mecilio Flavio Eparchio Avito)
Nascita: Clermont, 395 circa
Morte: 457
Predecessore: Petronio Massimo
Successore: Maggioriano
Figli: Agricola, Ecdicio, Papianilla
Regno: 455-456 d.c.



LE ORIGINI

Marco Mecilio Flavio Eparchio Avito nacque a Clermont nel 395 da un'aristocratica famiglia gallo-romana, probabilmente figlio di Agricola (console nel 421) e di una nobildonna, da cui ebbe tre figli: Agricola, Ecdicio e Papianilla . Era imparentato con Magno Felice, Teodoro e Prisco Valeriano. Fu uomo colto e studioso di legge.
Il suo primo successo, a 25 anni, fu la richiesta delle riduzione di tasse per la propria gente presso il potente patricius Flavio Costanzo, la sua perorazione fu convincente e Costanzo accettò.
Ancora nel 425 andò a fare visita al suo parente Teodoro, ostaggio presso la corte del re dei Visigoti Teodorico I. Fu ricevuto dal sovrano ed entrò nelle sue grazie. Nel 430 conobbe
anche il figlio del re, il futuro Teodorico II, e lo convinse a studiare i poeti latini. Era uomo di fascino e di grandi capacità persuasive.



LA CARRIERA

Dedicatosi alla carriera militare seguì il magister militum Flavio Ezio nelle campagne contro gli Iutungi, i Norici e i Burgundi. Nel 437, divenuto vir inlustris, tornò in Alvernia, dove fu nominato magister militum per Gallias. Poi sconfisse in battaglia presso Clermont un contingente di predoni unni e obbligò Teodorico a togliere l'assedio a Narbona. Nel 439 divenne prefetto del pretorio per la Gallia e rinnovò il trattato di amicizia con i Visigoti.
Si ritirò quindi a vita privata nelle terre di Avitacum, nei pressi Clermont. Ma quando gli Unni, guidati da Attila, invasero l'Impero, Avito intervenne presso Teodorico per convincerlo ad allearsi ai Romani di Ezio. Teodorico accettò ed insieme ad Ezio sconfisse Attila nella battaglia dei Campi Catalaunici, ma vi perse la vita.



IL TRONO

Nel 455, Avito fu richiamato alle armi dall'imperatore Petronio Massimo, che lo rinominò magister militum, e lo inviò in missione diplomatica da Teodorico II, succeduto al padre, a Tolosa, per convincere il nuovo sovrano e i Visigoti a considerarsi alleati e sostenitori di Petronio Massimo. Ma qui gli giunse gli giunse la notizia della morte di Petronio e del sacco di Roma di Genserico. Teodorico, già favorevole ad Avito, lo proclamò imperator, e altrettanto fecero i capi galli, nonchè il Senato di Roma.

Avito non voleva ridurre l'Impero romano d'Occidente alla sola Italia, e sognando di ricostituire l'antico impero d'occidente, in Gallia raccolse un esercito con cui giunse a Ravenna, dove lasciò un contingente goto al comando del visigoto Remisto, che aveva nominato patricius e magister militum. Poi entrò a Roma. Ora occorreva il riconoscimento dell'imperatore d'Oriente Marciano, ma pure dei potenti generali Maggioriano e Ricimero, nonchè dei Vandali di Genserico.
Nel 456 assunse il titolo di console sine collega, che non piacque però a Marciano, dove erano consoli Flavio Giovanni e Flavio Varane. Il mancato riconoscimento reciproco dei consoli fu l'indizio della prima frattura.

La seconda frattura fu la nomina di galli nell'amministrazione imperiale, perchè intaccava l'aristocrazia senatoriale e perchè la popolazione di Roma, provata dal sacco dei Vandali del 455, non li aveva certo in simpatia.
Avito era in ottimi rapporti con i Visigoti di Teodorico II, ma l'alleanza tra Romani e Visigoti durò poco quando questi ultimi occuparono la Hispania romana e per giunta non lo appoggiarono in occasione della ribellione dei comandanti italici.

Avito si era appellato al trattato stipulato tra Genserico e Valentiniano III ma gli attacchi dei Vandali ripresero nel marzo 456, distruggendo Capua. Allora incaricò Ricimero di difendere la Sicilia e questi li sconfisse per ben due volte.

I Visigoti avevano occupato l' Hispania per conto dei Romani, ma in realtà era di loro proprietà. Prima Avito e poi Teodorico II intimarono ai Suebi di dichiarare lealtà all'Impero, ma quando i Suebi reagirono invadendo la Hispania Tarraconensis romana, i Visigoti li attaccarono e sconfissero nella battaglia del fiume Urbicus nel 456 occupando la regione.

Intanto la popolazione romana rumoreggiava contro Avito per le nomine dell'amministrazione pubblica concesse ai galli, e per la fame crescente. Le casse dello stato erano vuote, e quando i soldati visigoti dell'imperatore furono congedati, dietro pressione del popolo, li pagò fondendo statue di bronzo, i capolavori dell'arte romana, e i Romani lo odiarono per questo.



LA MORTE

Profittando del malcontento popolare Ricimero e il comes domesticorum Maggioriano si ribellarono, e Avito fu costretto a fuggire. Ricimero convinse il Senato romano a deporre Avito e fece assassinare a Ravenna, il magister militum Remisto, nel 456.
Avito nominò Messiano nuovo magister militum al posto di Remisto e raccolto un esercito si battè con Ricimero; dopo un grande massacro di suoi uomini, tra cui Messiano, Avito fuggì di nuovo. Ricimero e Maggioriano non lo uccisero, ma lo deposero, obbligandolo a farsi consacrare vescovo di Piacenza, per mano del vescovo di Milano Eusebio. Qualcuno scrisse che Ricimero restasse commosso dall'innocenza di Avito, per altri che ucciderlo fosse un rischio perchè molti ancora lo volevano imperatore, per altri ancora che fu uno scambio: ti levo la porpora imperiale e ti do la mitra vescovile. Fattostà che Avito accettò.

Vittore Tudonense descrisse Avito uomo di grande semplicità. Però da Fredegario fu chiamato "Imperatore lussurioso", narrando che, fingendosi malato, chiedesse d'essere visitato dalle mogli dei Senatori, usando violenza alla moglie del senatore Lucio.
Avito però temeva fortemente il Senato romano, avendo udito avesse mandato sicari per lui, non perdonandogli i privilegi perduti. Avito tentò di rifugiarsi in Gallia, con la scusa di portare dei doni alla basilica di san Giuliano in Alvernia, sua terra di origine. Secondo Gregorio di Tours, l'ex-imperatore morì di malattia durante il viaggio; per altri, fu eliminato da Maggioriano, il quale lo strangolò o lo fece morire di fame.

Dopo la morte di Avito il trono d'occidente restò vacante per 10 mesi e mezzo, durante i quali Ricimero comandò Roma e Senato come un dittatore.


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