ARCO DI GALLIENO



Schiacciato fra due palazzi in via San Vito, si trova l'antico arco costruito sulla porta Esquilina delle antiche mura Serviane, per volontà di Augusto, in candido travertino. La porta risale al periodo più antico della città, quando i popoli latini sul Palatino si espansero tra l'VIII e il VI secolo a.c. verso il Quirinale a nord, il Viminale e l'Esquilino a nord-est ed il Celio ad est, fondendosi con i sabini che già da un paio di secoli vi risiedevano.

RICOSTRUZIONE DEL ROSSINI
Fa quindi parte della prima cinta muraria della città, risalente, insieme alle porte Collina, Viminale e Querquetulana, all'ampliamento della città operato dal re Servio Tullio. Un tratto di queste mura arcaiche è infatti stato trovato sotto la chiesa dei SS. Vito e Modesto negli scavi fatti nel 1971-72.

Era originariamente a tre fornici, di cui quello centrale, l'unico rimasto, è quasi quadrato e decorato con cornici e piloni ad angolo in stile corinzio. I fornici erano divisi da paraste, che terminavano con capitelli corinzi e poggiavano su basi sagomate. Il fornice centrale era più alto e più ampio dei laterali ed era
sormontato da un attico che terminava con un cornicione.
Nella parte sinistra sono visibili i resti di un ingresso secondario. poggiante su quello centrale, che dava su via Labicana, la via che portava a Labico, oggi Montecompatri; e via Praenestina, da Praeneste, antico nome di Palestrina.



LA DEDICA

L'ARCO DI GALLIENO NEL XIX SECOLO
Fu dedicato a Gallieno, lo sfortunato imperatore morto per mano dei suoi stessi ufficiali nel 262 d.c.
Marco Aurelio Vittore, storico romano e prefetto dell'urbe, vi fece scrivere successivamente, per l’imperatore e per la sua consorte, una frase nella cornice sotto l’attico: “A Gallieno, clementissimo principe, il valore invitto del quale è superato solo dalla religiosità, e a Salonina, virtuosissima Augusta, Aurelio Vittore, vir egregius, devotissimo alla loro maestà“.
La frase si sovrappone ad un'altra precedente, risalente all’età di augusto, come si deduce dai segni di cancellatura. Le due righe rimaste rappresentano la parte finale di un'iscrizione che doveva svilupparsi su lastre marmoree, di cui sono visibili i fori per le grappe di fissaggio, applicate in corrispondenza del fregio, precedentemente scalpellato per eliminare l'iscrizione precedente.
Questa iscrizione doveva probabilmente riferirsi a Valeriano, il cui figlio Gallieno è infatti citato come princeps ed erede, insieme alla moglie Salonina. Dopo la disastrosa conclusione della spedizione partica del 259 la dedica, non più appropriata, fu eliminata e rimase solo la parte incisa sull'architrave



LA LEGGENDA

L'ARCO OGGI
La tradizione antica lega alla Porta Esquilina l’origine della festa dei Quinquatri minori.

Si narra che l’arte greca dei flautisti non fu più gradita e con un decreto ne venne ridimensionato il numero nelle cerimonie. I flautisti si recarono a Tivoli, dove vennero riuniti tutti per una gran festa, alla fine della quale erano talmente ubriachi che il padrone di casa li caricò su un carro e li allontanò.

Il carro, senza guida, si avviò verso Roma ed entrò per la porta Esquilina; al mattino era al Foro, dove la comitiva di ubriachi venne scherzosamente mascherata e poi cacciata. Lo scherzo piacque tanto che ogni 13 giugno venne consentito di ripetere per le strade della città, in onore di Minerva, la riunione di di flautisti e maschere.

In realtà anticamente Atena-Minerva era la detentrice del flauto, ma narra il mito antico greco che l'abbandonò perchè la imbruttiva gonfiandole le guance, figurarsi se una Dea della guerra si preoccupava del suo aspetto composto e compito, in realtà in Grecia le sacerdotesse suonavano i flauti e furono cacciate dai nuovi sacerdoti apollinei suonatori di lira.

Visto che anche Minerva era una divinità guerriera, le sue sacerdotesse, che probabilmente come in Grecia, organizzavano danze di guerra con flauti e maschere per i combattenti, furono esautorate e si imbastì questa storiella. Certamente una festa non si faceva per ricordare una congrega di ubriachi.



LA SUBURRA

In epoca augustea si sviluppò intorno alla Porta Esquilina un popoloso quartiere ottenuto scalzando il cimitero della plebe che qui si trovava, e, interamente bonificato da Mecenate, aveva assunto il nome di Subura, attraversata dal frequentatissimo clivus Suburanus, pieno di botteghe, taverne e prostitute, anzi era “la via delle prostitute” (come ricorda Marziale), che proseguiva, fuori dalla porta, con la via Labicana in direzione di Labicum e la via Prenestina verso Gabii e Praeneste.
Ma poi lo sviluppo urbanistico, portò anche alla costruzione di ville e horti, come quelli splendidi di Mecenate.

La porta della cinta serviana, in blocchi di tufo, ampliamento di quella più antica, era a tre fornici. Fu interamente ricostruita in travertino e monumentalizzata da Augusto, che fece apporre sull’attico, nel fornice centrale, un’iscrizione che però non è più leggibile in quanto riporta tracce di evidenti cancellature di epoca successiva.

I due fornici laterali, più piccoli di quello centrale, furono demoliti nel 1447 per far posto alla chiesa dei Santi Vito e Modesto, tuttora addossata ad un lato dell’unico arco rimasto, adoperandone anche i materiali, come si vede da vecchie incisioni.  La chiesa dei SS. Vito e Modesto era detta "in macello" o meglio come "intrans sub arcum [di Gallieno] ubi dicitur macellum Livianum", dato che sorgeva sopra al macellum, il merceto fatto costruire dall'imperatrice Livia. Sotto la chiesa dovrebbero dunque esserci, oltre alle mura, diversi reperti del macellum.


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