II GUERRA PUNICA (218 - 202 a.c.)



ANNIBALE


«Si verum est, quod nemo dubitat, ut populus Romanus omnes gentes virtute superarit, non est infitiandum Hannibalem tanto praestitisse ceteros imperatores prudentia, quanto populus Romanus antecedat fortitudine cunctas nationes»

«Se è vero, cosa che nessuno mette in dubbio, che il popolo romano superò in valore tutte le genti, non si può negare che Annibale di tanto fu superiore in accortezza a tutti gli altri condottieri, di quanto il popolo romano supera in potenza tutte le nazioni.»

(Cornelio Nepote, Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium, XXIII. Hannibal. 1-2)

Annibale fu uno dei più grandi condottieri della storia capace di previsioni sul comportamento altrui e di invenzioni nuovissime per situazioni intricate, paragonabile ad Alessandro Magno e a Giulio Cesare. essendo stato un nemico e un vero incubo per i romani, questi faticarono a riconoscergli queste grandi abilità, cosa che riconobbero a Giulio Cesare in quanto romano e ad Alessandro in quanto mai avuto come nemico e in quanto greco, pertanto molto affine ai romani.



LE CAUSE DELLA GUERRA

Secondo Polibio le cause principali della II guerra punica furono:
- lo spirito di rivalsa del padre di Annibale, Amilcare Barca, che ad Annibale bambino gli aveva fatto giurare di fronte agli Dei odio eterno a Roma,
- l'onta subita dai cartaginesi per la perdita della Sardegna e della Corsica
- l'esaltazione per i numerosi successi in Iberia delle armate cartaginesi.

Secondo Fabio Pittore invece deriverebbero:
- dall'assedio di Sagunto
- e dal passaggio delle armate cartaginesi del fiume Ebro.

Poichè Sagunto si trovava nei territori di competenza dei Cartaginesi e non dei Romani, Annibale dichiarò guerra alla città che chiese aiuto a Roma. Questa si limitò a inviare degli ambasciatori ma Annibale non li ricevette. Sagunto venne assediata nel 219 a.c. per otto mesi senza che Roma intervenisse.

«Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur» «Mentre a Roma si discute, Sagunto cade» commenta amaramente Livio. Infine Sagunto si arrese e venne rasa al suolo. Ora Roma da un lato teme la guerra coi cartaginesi, ma sa pure che se non interviene perde la faccia con le sue colonie. Non sa ancora se l'iniziativa sia cartaginese o solo di Annibale, e chiede che le venga consegnato il generale, oppure è guerra.

Ora sebbene Annone temesse molto la guerra con Roma, i cartaginesi rivogliono la Spagna e le sue ricchezze, così respingono le richieste romane, siamo nel 219 a.c., inizia la II guerra punica, detta anche guerra annibalica, che durerà dal 218 a.c. al 202 a.c., che si svolge per sedici anni in Europa e successivamente in Africa.

E' il conflitto armato più importante dell'antichità per le popolazioni coinvolte, per i costi economici e umani, ma soprattutto per le conseguenze storiche, politiche e sociali del mondo mediterraneo. Contrariamente alla I guerra punica, che fu combattuta e vinta soprattutto per mare, la II è una guerra via terra, con scontri in Spagna, Sicilia, Sardegna, Gallia cisalpina, Italia, Illiria, Grecia, Africa.

Il grande condottiero Annibale Barca è il grande protagonista della guerra, rimanendo nella penisola per oltre quindici anni senza essere sconfitto: «Di tutto quello che capitò ai due stati, Roma e Cartagine, il responsabile fu un solo uomo e una sola mente: Annibale»
(Polibio, IX, 22.1.)

ANNIBALE

CARTAGINE IN POVERTA'

Dopo la I guerra punica Cartagine era in una situazione finanziaria disastrosa. Enormi somme (3.200 talenti euboici in dieci anni) dovevano essere versate ai vincitori quale risarcimento, con la restituzione totale di tutti i prigionieri di guerra senza riscatto. La ricca Sicilia era passata sotto il controllo di Roma e Cartagine, non potendo pagare i i mercenari libici e numidi del suo esercito, dovette subire una sanguinosa rivolta che venne domata a stento da Amilcare Barca

Approfittando di questa rivolta Roma aveva occupato la Sardegna e la Corsica, obbligando Cartagine a un ulteriore indennizzo di altri 1.200 talenti. I ricchi commerci cartaginesi erano stati dirottati sui romani e a Cartagine l'aristocrazia che gestiva vaste proprietà fondiarie con un'agricoltura specializzata, entrò in conflitto con la "borghesia" commerciale e artigianale che mirava all'espansionismo sulle coste europee.



ROMA

Dopo la I guerra punica i Romani decisero la penetrazione nella Pianura Padana, per sbarrare la strada ai Liguri che cercavano la via del sud e per fermare definitivamente il pericolo dei Gallli, tanto più che dovevano consegnare le terre ai veterani che andavano in pensione.

Poichè la regina Teuta coi suoi pirati dell'Illiria, disturbava la navigazione nell'Adriatico, Roma si inserì nella politica delle città-stato della Grecia, della Macedonia, della lega etolica, sottoposte agli attacchi dei pirati. Approfittando poi della debolezza di Cartagine logorata dalla rivolta dei mercenari, occupò Sardegna e Corsica, sottraendole al dominio punico.



CARTAGINE 

Risolta la rivolta dei mercenari, Cartagine era divisa fra il partito dell'aristocrazia terriera, capeggiato dalla famiglia degli Annone che voleva l'accordo con Roma e l'allargamento del potere cartaginese verso l'interno dell'Africa, e il ceto imprenditoriale e commerciale che faceva riferimento ad Amilcare Barca e che vedeva nella Spagna la ripresa delle finanze puniche.

Vinse Amilcare, che, col figlio Annibale e il genero Asdrubale, non avendo navi per passare in Spagna, a capo dei reparti mercenari rimasti traversò nel 247 a.c. il Nordafrica fino a Gibilterra, attraversò lo stretto e seguendo la costa spagnola si diresse a oriente. Amilcare non solo rese autosufficiente la spedizione ma inviò a Cartagine molte merci e metalli requisiti alle tribù ispaniche. Morto Amilcare nel 229 a.c., gli subentrò Asdrubale per otto anni consolidando le conquiste e fondando Carthago Nova, oggi Cartagena.

I Romani fecero un trattato con Asdrubale nel 226 a.c., che poneva l'Ebro come limite all'espansione di Cartagine, ovvero al suo esercito di circa 50.000 fanti, 6.000 cavalieri numidi e oltre duecento elefanti da guerra. Nel 221 a.c.: Asdrubale venne ucciso da un mercenario gallo, l'esercito cartaginese scelse Annibale, il figlio maggiore di Amilcare di soli 26 anni, e Cartagine lo ratificò.

Pertanto Annibale assunse il comando supremo in Spagna; uno dei più grandi generali della storia; come scrisse lo storico tedesco Theodor Mommsen, perchè "nessuno come lui seppe accoppiare il senno con l'entusiasmo, la prudenza con la forza".
ANNIBALE PASSA IL RODANO

ANNIBALE

«[Magalo] consigliò [Annibale] di assalire l'Italia senza scontrarsi in battaglia [con Scipione], con le forze non ancora logorate da altre imprese. Il soldati [cartaginesi] erano spaventati dal nemico [romano], non essendo ancor cancellata la memoria della precedente guerra, ma lo era ancor di più della traversata delle Alpi, impresa spaventosa per fama, sprattutto per chi non l'aveva mai sperimentata
(Livio, XXI, 29.6.)

Nella primavera del 218 a.c., Annibale fece arrivare da Cartagine 15.000 uomini di cui 2.000 cavalieri numidi, facendo passare i soldati della Libia in Iberia e viceversa, per i vincoli di reciproca fedeltà tra le due province.

Lasciò, quindi, in Spagna, sotto il comando del fratello Asdrubale: 
- una forza navale di cinquanta quinqueremi, due quadriremi e cinque triremi; 
- 450 cavalieri tra Libi-Fenici e Libici, 
- 300 Ilergeti, 
- 1.800 tra Numidi, Massili, Mesesuli, Maccei e Marusi; 
- 11.850 fanti libici, 
- 300 Liguri, 
- 500 Balearici 
- e 21 elefanti.

A Cartagine vennero mandati di rinforzo: 
- 13.800 fanti,
- 1.200 cavalieri iberici, 
- 870 balearici, 
- 4.000 nobili spagnoli, ostaggi per assicurarsi la lealtà della Spagna. 

Intanto aspettava i messaggeri inviati ai Celti della Gallia Cisalpina, contando sul loro odio nei confronti dei Romani. Alle forze lasciate in Iberia e inviate a Cartagine, andavano sommate quelle della spedizione in Italia, vale a dire:
- 90.000 fanti, 
- 10.000-12.000 cavalieri, 
- 37 elefanti.



ROMA

Roma allestì:
- una flotta di oltre duecento quinqueremi;
- 24.000 fanti,
- 1.800 cavalieri (6 legioni) scelti tra i cittadini romani, 
- 45.000 fanti,
- 4.000 cavalieri scelti tra gli auxilia (9-10 legioni).

I due consoli si suddivisero i compiti: 
- Publio Cornelio a capo di 60 navi venne inviato in Iberia; 
- Tiberio Sempronio Longo venne mandato in Sicilia a Lilibeo con due legioni e alleati, in tutto 24.000 fanti e 2.000/2.400 cavalieri, con l'incarico di sbarcare in Africa, a bordo di 160 quinqueremi e di naviglio leggero, per attaccare direttamente Cartagine.

Negli anni successivi dovettero aumentare l'esercito Nel 216 a.c. schierarono:
- 80.000 fanti
- 9.600 cavalieri, pari a 16 legioni romane.

Nel 211 a.c. schierarono:
- 23 o 25 legioni, pari a 115.000 fanti e 13.000 cavalieri circa, 
- e 4 flotte di 150 navi.

SCIPIONE

SCIPIONE

A Publio Cornelio Scipione, padre dell'Africano, e al fratello Gneo Cornelio Scipione venne assegnata la Spagna con due legioni e le forze degli alleati: 22.000 fanti, 2.000 cavalieri e una sessantina di navi per attaccare Annibale in Spagna cercando l'aiuto delle popolazioni locali.

Si cercò in Spagna l'alleanza delle tribù Celtibere, da anni in lotta contro i Cartaginesi. Ma ricordando il mancato aiuto a Sagunto, rifiutarono di aiutare Roma innescando reazioni negative in Gallia. Roma poté contare solo sulle proprie forze e quelle dell'Italia appena conquistata, e non del tutto domata.
Fortificarono allora le città della Gallia Cisalpina e ordinarono ai coloni, 6.000 per ciascuna nuova città da fondare, di trovarsi nel luogo stabilito entro trenta giorni. La prima delle colonie venne fondata sul fiume Po e venne chiamata Placentia, l'altra a nord del fiume si chiamò Cremona
In Sicilia i Romani vennero a sapere dall'alleato Gerone II di Siracusa che i cartaginesi volevano occupare Lilibeo che venne pertanto fornita di valide difese. Lo scontro navale che ne seguì vide i Romani prevalere e respingere il nemico e occupando Melita (Malta).



ANNIBALE

Nel maggio del 218 a.c. Annibale lasciò la penisola iberica, con 90.000 fanti, 12.000 cavalieri, e 37 elefanti.onde evitare l'attacco a Cartagine. Passato l'Ebro, in due mesi sconfisse, perdendo però ben 22.000 uomini fra decessi e defezioni, le popolazioni che si frapponevano fra il territorio cartaginese e i Pirenei, dove lasciò a protezione 10.000 fanti e 1.000 cavalieri sotto il comando di Annone. Varcata la catena montuosa tra Iberia e Gallia in direzione del Rodano, gli erano rimasti 50.000 fanti e 9.000 cavalieri (da 90.000 fanti e 10.000-12.000 cavalieri).

Intanto Annibale spinse Galli Boi e Insubri alla rivolta, scacciando i coloni da Piacenza (Placentia)spingendoli fino a Modena (Mutina) che venne assediata ma non occupata. Allora Publio Cornelio Scipione dové tornare a Roma per arruolare una settima legione. Raggiunse Massalia (Marsiglia) per fronteggiare Annibale, che dovette farsi strada con le armi perdendo ancora 13.000 uomini di cui 1.000 cavalieri. Dopo la diserzione di 3.000 Carpetani permise ad altri 7.000 uomini, poco desiderosi di seguirlo, di ritornare a casa. Verso la metà di agosto arrivarono al Rodano 38.000 fanti e 8.000 cavalieri, truppe fedeli e sperimentate.

L'ATTRAVERSAMENTO DELLE ALPI

L'ATTRAVERSAMENTO DELLE ALPI

Annibale doveva fare passare il suo esercito sulla riva sinistra del Rodano, sconfitti i Volci, si rese conto di non potere passare in Italia per la strada costiera e si inoltrò fra le montagne nelle vallate del Rodano e dell'Isère. Per Polibio Annibale avrebbe seguito il corso dell'Isère, passando dal Moncenisio. Secondo altri avrebbe valicato il Piccolo S. Bernardo (Cremonis iugum), per altri il valico Monginevro, per Brizzi  il valico della Traversette.

In ogni caso l'attraversamento delle Alpi avvenne verso la fine del 218 a.c.; il freddo e la fatica penalizzarono fortemente uomini e animali ma raggiunsero la Pianura Padana prima che le nevi bloccassero i passi. Annibale arrivò in Italia dopo una ventina di giorni di aspri combattimenti con le popolazioni montanare finchè gli rimasero solo 20.000 fanti e 6.000 cavalieri.

Intanto Publio Scipione, inviato il fratello Gneo in Spagna con la flotta e parte delle truppe, era tornato in Italia, fermandosi a Piacenza. Tiberio Sempronio Longo dovette rinunciare allo sbarco in Africa. Annibale aveva traversato le Alpi e Roma aveva di che preoccuparsi.



SCIPIONE

A Piacenza, Scipione aggiunse i pochi rinforzi alle sue truppe e andò incontro ad Annibale. La battaglia del Ticino  diede la misura delle capacità belliche di Annibale che con la cavalleria numidica attaccò i fianchi del nemico, Scipione venne sconfitto e rischiò la morte in battaglia, eroicamente salvato dal figlio diciassettenne Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano.

Scipione dovette ripiegare su Piacenza, mentre i suoi contingenti Galli passarono ad Annibale. Il console allora, all'avvicinarsi di Annibale si spostò sulla riva destra della Trebbia, ai piedi dell'Appennino. L'esercito cartaginese occupò anche Clastidium grazie al tradimento del comandante, acquisendo le grandi riserve di viveri ammassate nel villaggio.

L'esercito romano inviato a sud per attaccare Cartagine aveva intanto combattuto le navi puniche e conquistato Malta. Quando il Senato, allarmato dall'avanzata di Annibale, aveva ordinato a Sempronio Longo di portare aiuto al collega, questi era partito da Lilibeo, aveva risalito l'Adriatico ed era sbarcato a Rimini.

L'avvicinarsi di questo esercito spinse Annibale ad accelerare le operazioni e traversò il Po, mentre Scipione, in attesa dell'arrivo dei rinforzi di Sempronio Longo, era schierato dietro il fiume Trebbia, con le due ali coperte dagli Appennini e dalla fortezza di Piacenza.



SEMPRONIO LONGO

Ai primi di dicembre Sempronio Longo raggiunse Scipione; l'esercito romano contava 16.000 legionari e 20.000 alleati, mentre Annibale aveva 40.000 uomini. Sempronio Longo, che deteneva da solo il comando per le ferite di Scipione, volle rischiare la battaglia campale contro Annibale.

Contro il parere di Scipione, mandò all'attacco la cavalleria, poi fece attraversare il fiume a tutte le sue forze ancora prima che i legionari avessero avuto il tempo di mangiare. I Romani quindi entrarono in campo digiuni dopo avere attraversato le fredde acque del fiume mentre Annibale era pronto con il suo esercito ben nutrito e riposato.

L'esercito di Sempronio Longo, attaccato da tre lati, venne in gran parte distrutto sul campo; piccoli gruppi fuggirono attraverso il fiume, mentre circa 10.000 legionari riuscirono ad aprirsi un varco e ripararono a Piacenza.

Dopo la sconfitta sulla Trebbia Sempronio Longo tornò a Roma minimizzando la sconfitta, mentre Publio Scipione si trasferì in Spagna come proconsole per collaborare con il fratello Gneo. A Roma si procedette all'elezione dei consoli per il 217 a.c. e all'arruolamento di nuove legioni per un totale di undici legioni:: una venne inviata in Sardegna, due in Sicilia, due a difesa di Roma, due in Spagna. Rinforzi arrivarono alle quattro legioni nella Gallia Cisalpina.

In Spagna Gneo Cornelio Scipione aveva riconquistato Emporion, colonia greca di Massalia (Marsiglia), e si era diretto con i suoi 24.000 uomini verso l'Ebro, battendosi vittoriosamente contro alcune tribù locali e contro Annone che era rimasto a presidiare i Pirenei con 11.000 uomini e che venne catturato. Asdrubale, tornò a Nova Carthago (Cartagena) per svernare, mentre Gneo Scipione tornò a Tarraco (Tarragona), dove distribuì ai soldati il bottino e iniziò la costruzione delle mura ciclopiche.

Nel 217 a.c. i nuovi consoli, Gneo Servilio Gemino e Gaio Flaminio con le quattro legioni consolari e gli alleati, in tutto circa 50.000 uomini, si spostarono nella via ritenuta più logica per marciare verso Roma. Roma abbandonava la Gallia Cisalpina dove resteranno fedeli i Galli Cenomani e i Veneti. Annibale svernò fra i Galli Boi che, secondo Polibio, per nulla contenti di fornire mezzi e provviste all'esercito punico.

BATTAGLIA DEL TRASIMENO

BATTAGLIA DEL TRASIMENO

Nella primavera del 217 a.c. Annibale decise di scendere verso Roma con un esercito di 50.000 uomini, in massima parte Galli che si erano aggiunti ai superstiti della marcia dell'anno precedente. Per il freddo era rimasto vivo, ma per poco, un solo elefante da guerra.

Annibale decise di attraversare l'Appennino e scendere verso Pistoia in un terreno paludoso. Molti morirono e Annibale perse un occhio per un'infezione. Annibale non attese il ricongiungimento degli eserciti di Flaminio e Servilio e a sera si accampò sulle colline sopra il lago nascondendo in una gola la micidiale cavalleria; sulle rive del lago si accamparono gli ignari romani. Il giorno dopo iniziò la battaglia del Lago Trasimeno


In una mattinata nebbiosa i 25.000 uomini di Flaminio, non essendo a conoscenza della posizione del nemico, procedevano senza particolari accorgimenti difensivi; Annibale tese l'agguato e nella nebbia le legioni di Flaminio in marcia lungo il lago, furono bloccate frontalmente dalla fanteria pesante di Annibale quindi dalle colline a nord del lago discesero di sorpresa le truppe leggere, infine la cavalleria cartaginese chiuse la strada alle spalle dei romani. 

Le legioni furono distrutte dopo una mischia confusa nella nebbia; persero la vita lo stesso console Flaminio e 15.000 Romani; 6.000 furono i prigionieri. Il giorno dopo vennero sconfitti anche alcuni reparti di cavalleria di Servilio, appena arrivati, che si scontrarono con la cavalleria numida di Maarbale. Qualche migliaio di superstiti delle legioni si disperse in Etruria o riuscì a raggiungere Roma.



PRESSO LE MURA DI ROMA

Ora il pericolo era enorme: Annibale poteva attaccare Roma. Servilio assunse il comando delle forze navali, Regolo sostituì il defunto Flaminio al consolato e Roma nominò un dittatore: Quinto Fabio Massimo Verrucoso che passerà alla storia come Cunctator ("Temporeggiatore"). Annibale fece trucidare i prigionieri romani, ma inviò liberi e senza riscatto i prigionieri italici.

Ma gli italici alleati di Roma non tradirono per cui Annibale, non attaccò Roma ma traversò l'Umbria per raggiungere il Piceno devastandolo e saccheggiandolo dalle sue truppe. Verso l'Adriatico riorganizzò il suo esercito con le armi armi sottratte ai caduti romani quindi arrivò in Apulia sempre incontrando città ostili.

Intanto Roma aveva posto un blocco navale sulle coste del Tirreno. Al comando di Annone, una flotta cartaginese di circa 70 navi vicino alla Sardegna cercò di portare rinforzi sbarcando sulle coste dell'Etruria ma venne ricacciata dalla flotta romana, di 55 quinqueremi, che pattugliava il Tirreno comandata da Servilio.


Alla ripresa delle ostilità dopo l'inverno, Gneo Scipione riuscì a riconquistare il territorio fra l'Ebro e i Pirenei che l'anno precedente era stato occupato dai Cartaginesi. La flotta cartaginese di stanza in Spagna fu catturata da Scipione e i Romani arrivarono a saccheggiare il territorio vicino a Carthago Nova riuscendo anche a sottomettere le isole Baleari: Roma deteneva ora il controllo totale del Mediterraneo Occidentale.

Verso la fine dell'anno in Spagna arrivò anche il fratello di Gneo Scipione, Publio, con 30 navi e una legione. Roma schierava così due legioni, 10.000 alleati, 80 quinqueremi, 25.000 marinai. Le forze cartaginesi erano bloccate, non potevano passare per via terra senza aprirsi la strada con la forza e non potevano usare le navi.

FABIO MASSIMO

QUINTO FABIO MASSIMO

Quinto Fabio Massimo evitò tutti gli scontri diretti con Annibale che si diresse verso il Sannio e la Campania, per raggiungere Roma da sud. Ma, diretto verso Cassino, giunse per errore delle sue guide a Casilino, e rischiò di essere isolato da Fabio Massimo nell'area del fiume Volturno. 

Annibale fece appendere alle corna di una mandria buoi delle torce facendole apparire di notte come un esercito in marcia. Fabio seguì le luci lasciando aperta la strada di uscita ai cartaginesi; e Annibale marciò verso nord-est, devastò il territorio e giunse nella zona di Lucera. I cartaginesi si attestarono, alla fine, nel territorio di Geronio dove elevarono un campo con trincee.

Ora noi abbiamo riportato l'episodio come lo narra Cornelio Nepote nel suo "Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium - XXIII - Hannibal", ma è poco credibile. Annibale ha sicuramente razziato dei buoi ma al massimo una decina, perchè gli rallentano la marcia. I buoi stanno sempre a mangiare durante il giorno e non camminano. Inoltre svegliarli di notte ed appendergli torce accese li atterrirebbe e muggirebbero senza sosta cercando continuamente di scappare. 

Per giunta era molto improbabile che un esercito marciasse di notte proprio perchè avrebbe dovuto usare le torce a meno che non ci fosse una luna piena. Con le torce un esercito è visibile a distanza e chiunque avrebbe potuto attaccarlo, soprattutto con la guerriglia, cioè attacca e fuggi.



I DETRATTORI DI FABIO

La tattica di Fabio Massimo non era approvata da molti Romani abituati alle notizie di vittoria, ma soprattutto era criticata da Marco Minucio Rufo, magister equitum, che giudicava la tattica ritenendolo troppo codarda. In assenza di Fabio Massimo, Rufo prese l'iniziativa e attaccò un reparto di Annibale ottenendo qualche limitato successo. A Roma giunse la notizia giunse ingigantita e Minucio Rufo venne innalzato a secondo dittatore.

Ora anziché comandare l'esercito a giorni alterni, come facevano i consoli, Fabio Massimo, che aveva ben compreso chi fosse Rufo, preferì dividere l'esercito. Annibale, profondo conoscitore di uomini, comprese la limitatezza di Rufo e lo attirò in una trappola. L'esercito di Rufo stava per essere distrutto ma Fabio intervenne a salvarlo ottenendo la riconoscenza dei soldati e di Rufo che riconobbe i suoi errori e rinunciò alla carica di dittatore.

Il racconto, basato su Polibio e Tito Livio, non è sembrato attendibile agli storici moderni che hanno pensato a un tentativo di esaltare la tattica poco brillante di Fabio, ma potrebbe invece rispondere a realtà. Quinto Fabio Massimo, alla scadenza del suo mandato semestrale, restituì le insegne e il comando tornò ai consoli Gneo Servilio Gemino e Marco Atilio Regolo che continuarono la tattica di Fabio Massimo, ma i romani si aspettavano vittorie e non tattiche.



I NUOVI CONSOLI

Nel 216 a.c., vennero eletti consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Emilio Paolo, sostenuto dall'aristocrazia e vincitore della guerra in Illiria, sosteneva, secondo Polibio, la tattica prudente di Quinto Fabio Massimo.
« Ordinò in modo esplicito a Gneo [Servilio] di evitare la battaglia, al contrario di esercitare le nuove leve con decise e frequenti scaramucce, per prepararli a un possibile scontro decisivo » (Polibio, III, 106, 4.)

Terenzio Varrone, di fazione popolare, venne denigrato, soprattutto da Polibio come per addossargli la disfatta del 216 a.c. per evitare responsabilità a Emilio Paolo, che era un avo di Publio Cornelio Scipione Emiliano, suo protettore.

Le legioni di Roma erano passate da 4 a 8 legioni, che, con gli alleati, diventarono 80.000 fanti e 6.000 cavalieri. Emilio Paolo osservò: « mai prima d'ora i due consoli hanno combattuto con tutte le legioni riunite» (Polibio, III, 108, 6)

I consoli, a luglio, mossero verso Annibale che si spostò in Apulia in cerca di viveri inseguito dall'esercito romano. A detta di Polibio, il 2 agosto 216 a.c. il comando toccava a Terenzio Varrone, le truppe romane erano circa il doppio delle cartaginesi.

BATTAGLIA DI CANNE

CANNE

Le legioni vennero disposte in schieramento chiuso, insolitamente profondo, in modo, secondo Varrone, da schiacciare le linee cartaginesi con il loro stesso peso. Annibale dispose al centro i Galli e gli Iberi; in una formazione a mezzaluna, con la convessità rivolta all'avversario, prevedendo che la fanteria degli ibero-galli non avrebbe resistito a lungo alla pressione dello schieramento romano ma sulle due ali aveva posto la fanteria pesante africana costituita da guerrieri esperti e veterani, con le armature sottratte ai romani.

Infatti i Galli e gli Iberi lentamente cedettero terreno e le forze romane avanzarono sempre più verso il centro dello schieramento nemico. Allora Annibale fece avanzare le ali scatenando la temibile cavalleria pesante. La cavalleria romana dovette ritirarsi e la cavalleria cartaginese attaccò alle spalle la cavalleria alleata che cedette a sua volta lasciando attaccare da dietro le legioni romane.

Le due formazioni di fanteria pesante africana attaccarono i fianchi del compatto schieramento delle legioni in combattimento contro gli Ibero-galli, che si ritrovò accerchiato e venne così annientato senza possibilità di fuga. Perì anche il console Emilio Paolo, che forse era contrario allo scontro frontale, insieme ai due consolari Servilio e Minucio che combattevano al centro dello schieramento, e a novanta ufficiali tra consolari, pretori e senatori.

I morti romani furono 70.000 e 10.000 furono presi prigionieri. Il console superstite, Varrone, ritenuto da Polibio il responsabile della sconfitta, con 10.000 sbandati si rifugiò a Venusia. Si salvò anche il giovane Publio Cornelio Scipione, tribuno militare, che seppur giovanissimo guidò gli scampati alla salvezza. Annibale perse tra 3.000 e 6.000 uomini, e alcuni centri cominciarono a passare dalla sua parte.



LE DEFEZIONI

Annibale inviò a sud nel Bruzio il fratello Magone con una parte delle sue forze, mentre lui con il grosso dell'esercito si diresse in Campania dove ottenne l'alleanza di Capua, promettendole di diventare capitale al posto di Roma, avendo già ottenuto l'alleanza della Daunia, esclusa Lucera, e dei Sanniti.

Il condottiero cartaginese inoltre decise che Magone, dopo essere giunto nel Bruzio, partisse per Cartagine dove avrebbe dovuto informare il senato dei brillanti successi raggiunti e chiedere rinforzi e sostegno. Magone arrivò in Africa e cercò di impressionare i politici cartaginesi mostrando gli innumerevoli anelli d'oro sottratti ai cavalieri romani uccisi in battaglia; la fazione di Annone tentò di sminuire i successi di Annibale ma alla fine venne deciso di inviare, nel 215 a.c., importanti rinforzi in Italia.

Roma venne sconvolta dalla notizia della catastrofe a Canne, sembrava che nulla potesse fermare l'avanzata di Annibale e la città si preparò all'inevitabile attacco. A Roma vennero eletti due dittatori in contemporanea: Fabio Buteone e l'ex censore Marco Giunio Pera. Appena eletto Buteone nominò 177 nuovi Senatori, a sostituzione dei senatori morti in guerra.

Venne abbreviato il lutto, limitati i lussi e sfruttato l'erario cittadino; si cercò di calmare la popolazione con cerimonie di espiazione e propiziazione per placare gli Dei, fino a giungere ai sacrifici umani rituali con il seppellimento nel Foro di una coppia di galli e una di greci, rappresentanti i nemici di Roma.

Si ricorse al tumultus, il richiamo in massa di tutti i riservisti, si arruolarono giovanissimi e uomini in età avanzata; si giunse al punto di immettere nell'esercito anche due legioni costituite da 8.000 schiavi a cui fu promesso l'affrancamento, e perfino criminali comuni furono annessi nell'esercito. In poche settimane Roma ricostruì sette legioni a difesa della Repubblica.

Per dimostrare ferrea risolutezza si decise invece di non riscattare i prigionieri come proposto dagli inviati di Annibale; inoltre il senato non mosse accuse al console Varrone che al contrario fu accolto da una delegazione alle porte di Roma e venne ringraziato ufficialmente "per non avere disperato della patria". Evidentemente non si era mosso così male come gli storici insinuano.

Ma Annibale non assediò Roma, probabilmente attese il collasso della federazione italica, che in parte avvenne: da Capua, a Siracusa, Taranto, Turi, Metaponto, Atella, Calatia, gran parte degli Apuli, tutti i Sanniti a eccezione dei Pentri, i Bruzi a esclusione degli Uzentini e l'intera Italia meridionale. Malgrado ciò, Roma non si arrese.

L'Italia tirrenica, tranne Capua, restò invece fedele a roma. Annibale, poiché tutti i generali di Roma si erano ormai allineati alla dottrina di Quinto Fabio Massimo Verrucoso, che evitava lo scontro diretto, vide il tempo scorrere lento senza una fine della guerra.

CAPUA

GLI OZI DI CAPUA

Le residue truppe romane al comando del pretore Marco Claudio Marcello si attestarono sulla linea del fiume Volturno in attesa dei rinforzi reclutati da Marco Giunio Pera, per organizzare la difesa di Roma. Annibale conquistò Nocera, incendiò e distrusse Acerra ma non gli riuscì di prendere Nola, allora occupò Casilinum, poi giunto ormai l'inverno del 216-215 a.c. stanziò il suo esercito a Capua dove rimase fino alla primavera.

Per giunta in Gallia Cisalpina due legioni romane vennero distrutte in un'imboscata nella Selva Litana e i Romani dovettero ritirarsi dalle colonie di Piacenza e Cremona. Ma i guai non erano finiti, nell'estate del 215 a.c. Cartagine ottenne l'alleanza con Filippo V di Macedonia. I Romani lo appresero grazie alla cattura degli inviati di Filippo V di ritorno con i documenti dell'accordo; iniziò così la Prima guerra macedonica. 

Roma, ordinò a Marco Valerio Levino di appoggiare la flotta di 55 navi del praefectus classis, Publio Valerio Flacco, con alcuni armati per difendere i possedimenti illirici: «.. per condurre la guerra macedonica, fu destinato il denaro che era stato inviato in Sicilia a Appio Claudio, perché fosse restituito a Gerone. Questo denaro venne invece portato a Taranto, al legato Lucio Antistio. Contemporaneamente il re Gerone inviò 200.000 moggi di frumento e 100.000 di orzo.» 
(Livio, XXIII, 38.12-13.)

- inverno 216/215 a.c. - morì a Siracusa l'anziano Basileus di Sicilia Gerone II e il nipote appena quindicenne, Geronimo prese contatti con Annibale, pretendendo che i cartaginesi acconsentissero al dominio assoluto di Siracusa su tutta la Sicilia in cambio della partecipazione diretta alla guerra contro Roma. La flotta di Siracusa si unì così alle navi cartaginesi contro la flotta romana con base a Lilibeo.
In Spagna dopo i successi del 217 a.c. gli Scipioni ritornarono a nord dell'Ebro, Asdrubale partì per l'Italia e una flotta al comando di Imilcone venne inviata in Spagna per sedare le continue rivolte antipuniche. La rivolta di Siface, re dei Numidi Massesili (215 a.c.), costrinse Cartagine a richiamare Asdrubale in Africa, indebolendo così l'esercito cartaginese in Iberia. Gneo e Publio poterono così concludere un'alleanza con i Celtiberi, arruolandone dei mercenari.

- primavera 215 a.c. - alcuni locali avvertirono Cartagine che Ampsicora, il capo indipendentista della Sardegna, stava organizzando una vasta sollevazione contro i romani, con la collaborazione del senatore Annone. I cartaginesi inviarono una spedizione sull'isola per appoggiare i rivoltosi.

214 a.c. - Filippo V attaccò le basi romane in Illiria e pose l'assedio ad Apollonia, ma Valerio Levino riconquistò Orico e liberò Apollonia costringendo Filippo a una disastrosa ritirata in Macedonia dopo averne incendiato le navi.



IL TEMPOREGGIAMENTO

- 215 a.c. - Quinto Fabio Massimo venne eletto console insieme a Tiberio Sempronio Gracco e tornò alle «tattiche di logoramento» che, di fronte all'impressionante abilità militare di Annibale, erano ormai ritenute l'unico modo per evitare la sconfitta di Roma. 

Nonostante la povertà dell'erario; e con in parte l'apporto di alcuni ricchi romani, vennero mantenute in mare circa 200 navi da guerra con 50.000 uomini di equipaggio, mentre numerosi eserciti legionari furono messi in campo al comando dei due consoli, Fabio Massimo e Sempronio Gracco, e del pretore Claudio Marcello, schierati a difesa a Cales, Nola e Cuma, rimaste fedeli a Roma. 

ANNIBALE

IL BRUZIO

Annibale aveva inviato nel Bruzio il luogotenente Annone e i Bruzi si sollevarono a favore dei cartaginesi ma le città della Magna Grecia, rivali di Cartagine, si opposero. Annone nel 215 a.c. riuscì a conquistare Locri e Crotone dove furono concentrati i Bruzi, e al porto di Locri avrebbero dovuto affluire i rinforzi che Annibale attendeva dalla madrepatria, poichè per l'accordo con Capua non poteva arruolare in Campania, e pure i rifornimenti attraverso i saccheggi gli stavano inimicando le popolazioni italiche prima favorevoli.

Tiberio Sempronio Gracco sconfisse Capua e Annibale venne respinto alle porte di Cuma fedele a Roma. Allora Annibale ripartì verso Nola per contrastare i romani contro le popolazioni alleate campane, sannitiche e irpine, ma venne respinto da Claudio Marcello. Annibale allora, seguito dall'esercito di Sempronio Gracco, andò a svernare ad Arpi; Sempronio pose il campo a Lucera mentre Fabio Massimo saccheggiava il territorio di Capua.



IN CAMPANIA

-  214 a.c. -  i nuovi consoli Quinto Fabio Massimo e Claudio Marcello, con quattro legioni, iniziarono a riconquistare la Campania; Roma, nonostante le grandi difficoltà finanziarie, aveva arruolato circa 200/250.000 soldati. Annibale ritornò sul monte Tifata nel territorio di Capua, mentre Annone, schierato nel Bruzio; sferrò senza successo un terzo attacco a Nola e a Puteoli.
I Romani riconquistarono Compulteria, Telesia, Compsa nel Sannio, Aecae in Apulia, Claudio Marcello conquistò Casilinum. Annone, in Lucania, venne sconfitto a Grumento (215 a.c.) e poi a Benevento a opera delle legioni di schiavi volontari di Sempronio Gracco (214 a.c.). Annibale fallì nella conquista di Taranto ed Eraclea per l'intervento della flotta romana di Brindisi. 



A ROMA

- 214 a.c. - A Roma a causa della povertà delle finanze, si stabilì che quelli che avevano provveduto alla manutenzione dei templi e la fornitura dei cavalli curuli, venissero pagati a guerra terminata, insieme a tutti coloro che erano stati padroni degli schiavi liberati dal proconsole Tiberio Gracco dopo la vittoria di Benevento. Molti romani prestarono denaro alla Res publica, finanziando le sostanze per gli orfani minorenni e per le vedove. Negli accampamenti militari, nessun eques o centurione accettò di riscuotere lo stipendium, rimproverando coloro che lo facevano chiamandoli "mercenari"




IN SARDEGNA

In Sardegna giunse un esercito punico di 15.000 uomini appena arruolati, ma Tito Manlio Torquato, con oltre 20.000 uomini, aveva già sconfitto Ampsicora e il figlio Josto. Nella battaglia fra sardi alleati dei Punici e romani, i Nuragici furono sbaragliati con 4.000 uomini fra caduti e prigionieri. I Cartaginesi si reimbarcarono verso l'Africa, ma la flotta venne sbaragliata dalla flotta romana di Tito Otacilio Crasso. Sconfitti Punici e Nuragici, seguì una dura repressione da parte romana. 

- autunno 216 a.c. - Asdrubale si mosse in direzione dell'Ebro con 25.000 uomini ma i fratelli Scipioni gli sbarrarono il passo vincendolo poi a Dertosa. Era previsto l'invio ad Annibale attraverso il porto di Locri di un esercito al comando del fratello Magone di 12.000 fanti, 1.500 cavalieri, venti elefanti e sessanta navi, ma la grave sconfitta di Asdrubale costrinse il senato cartaginese a dirottare queste forze nella penisola iberica per fermare l'avanzata di Gneo e Publio Scipione. 

- estate 215 a.c. - I fratelli Scipioni accorsero in aiuto della città alleata di Iliturgi, assediata da Asdrubale e Magone, e seppure in netta inferiorità numerica, vinsero brillantemente. Gli Scipioni ripresero l'offensiva nel 212 a.c. riuscendo a riconquistare Sagunto nonostante la presenza di tre eserciti cartaginesi in Spagna comandati da Asdrubale, Magone e Asdrubale Giscone.

MORTE DI ARCHIMEDE

IN SICILIA

In Sicilia il pretore del 216 a.c. imbarcato per l'Africa, gravemente ferito in un'operazione bellica, fu costretto a tornare a Lilibeo (Marsala); ai soldati e alla flotta non erano stati ancora pagati gli stipendia ma intervenne l'aiuto finanziario di Gerone II. Due legioni romane formate dai superstiti di Canne respinsero l'esercito siracusano appoggiato dai cartaginesi mentre la flotta di cento quinqueremi, sotto il comando di Appio Claudio Pulcro controllava i mari. Il nuovo re Geronimo venne assassinato e la guerra contro Roma venne sospesa. 


- 213 a.c. - a Siracusa i due inviati di Annibale Ippocrate e Epicide assunsero il potere e ben presto la guerra esplose in tutta la Sicilia soprattutto dopo il brutale saccheggio di Claudio Marcello giunto sull'isola con una legione per rinforzare i presidi romani. Siracusa venne assediata per terra e per mare dalle forze di Claudio Marcello e di Appio Claudio Pulcro ma vennero respinti grazie alle macchine da guerra progettate da Archimede; intanto i cartaginesi conquistarono Agrigento. I Romani persero il controllo di gran parte della Sicilia centrale dopo avere schiacciato brutalmente la rivolta di Enna. 

- 212 a.c. - sei legioni romane, al comando dei consoli Appio Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco, assediarono Capua con ben 250.000 soldati e Annibale marciò in soccorso di Capua. Le truppe di Sempronio Gracco schierate a Benevento vennero sconfitte e Gracco venne ucciso in un'imboscata.

Annibale entrò a Capua nel maggio del 212 a.c. mentre le legioni di Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco ripiegarono a Cuma. Una sconfitta bruciante per i romani. Per giunta Annibale sconfisse sul Silaro le milizie di Marco Centenio Penula che fu vinto e ucciso, e sconfisse a Erdonia il pretore Gneo Fulvio Flacco.

Annibale, preoccupato per la situazione a Taranto, ritornò in Apulia; nella primavera del 211 a.c. Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco ripresero l'assedio di Capua, cingendola con una doppia circonvallazione come farà un giorno Cesare con Alesia, la situazione era drammatica.

Annibale per distogliere l'assedio romano di Capua decise di marciare con il suo esercito contro Roma e arrivò a poca distanza dalla città (4 miglia il grosso dell'esercito, mentre i suoi cavalieri fin sotto le mura), si accampò in vista della città (nella località ancora oggi detta Campi d'Annibale), ma non assaltò le mura.

Il Senato di Roma, secondo Tito Livio, in segno di sfida, avrebbe messo in vendita i terreni intorno alla città su cui si era accampato l'esercito cartaginese, ma forse lo fece realmente per le finanze dell'erario. In realtà Annibale, ritenendo che il piano per distrazione fosse fallito, decise, dopo aver depredato il territorio intorno a Roma, di tornare in Campania. 

Annibale sconfisse le truppe romane che lo avevano seguito, ma non poté più impedire la caduta di Capua che si arrese ai romani. I nobili campani vennero in buona parte giustiziati e tutti gli abitanti furono venduti come schiavi; Capua, ridotta in rovina, venne trasformata in borgo agricolo. Annibale era ridisceso nel Bruzio, per congiungersi con le forze di Magone il Sannita.

« Non vi fu un altro momento della guerra nel quale Cartaginesi e Romani si trovarono maggiormente in dubbio tra speranza e timore. Infatti, da parte dei Romani, nelle province, da un lato in seguito alle sconfitte in Spagna, dall'altro per l'esito delle operazioni in Sicilia (212-211 a.C.), vi fu un alternarsi di gioie e dolori. In Italia, la perdita di Taranto generò danno e paura, ma l'avere conservato il presidio nella fortezza contro ogni speranza, generò grande soddisfazione (212 a.C.). 

L'improvviso sgomento e il terrore che Roma fosse assediata e assalita, dopo pochi giorni svanì per fare posto alla gioia per la resa di Capua (211 a.C.). Anche la guerra d'oltremare era come in pari tra le parti... Filippo divenne nemico di Roma in un momento tutt'altro che favorevole (215 a.C.), nuovi alleati erano accolti, come gli Etoli e Attalo, re dell'Asia, quasi che la fortuna già promettesse ai Romani l'impero d'oriente.

Anche da parte dei Cartaginesi si contrapponeva alla perdita di Capua, la presa di Taranto e, se era motivo per loro di gloria l'essere giunti fin sotto le mura di Roma senza che nessuno li fermasse, sentivano d'altro canto il rammarico dell'impresa vana e la vergogna che, mentre si trovavano sotto le mura di Roma, da un'altra porta un esercito romano si incamminava per la Spagna. 

La stessa Spagna, quando i Cartaginesi avevano sperato di portarvi a termine la guerra e cacciare i Romani dopo avere distrutto due grandi generali (Publio e Gneo Scipione) e i loro eserciti, la loro vittoria era stata resa inutile da un generale improvvisato, Lucio Marcio. E così, grazie all'azione equilibratrice della fortuna, da entrambe le parti restavano intatte le speranze e il timore, come se da quel preciso momento dovesse incominciare per la prima volta l'intera guerra

(Livio, XXVI, 37.)

- 210 a.c. - Annibale nella II battaglia di Erdonia, aveva sconfitto il proconsole Gneo Fulvio Centumalo Massimo, forte di ventimila uomini, ma Roma, nel 210 a.c. rioccupò la Daunia.

Ma in Africa il re numida Siface richiese l'alleanza con Roma (nel 210 a.c.); Filippo V di Macedonia fu ridotto sulla difensiva, con Elei, Spartani, Messeni, Attalo re d'Asia, Pleurato di Tracia e Scerdiledo d'Illiria. 

In Sicilia i Romani espugnarono ventisei città, tra cui Siracusa e Archimede venne ucciso durante i combattimenti. Siracusa, non più alleata, venne inglobata nella provincia di Sicilia. Poco prima della presa della città Tito Otacilio Crasso con ottanta quinqueremi si era impadronito di numerose navi piene di grano.

Quindi sbarcò e saccheggiò gran parte del territorio circostante tornando a Lilibeo con 130 navi da carico piene di grano e di bottino. 

Il grano fu subito inviato ai romani e siracusani perchè non morissero di fame. Marcello ottenne una nuova vittoria presso il fiume Imera contro le forze greco-puniche di Epicide, Annone e Muttine, e Valerio Levino occupò Agrigento (210 a.c.): la Sicilia era ormai romana.



IN SPAGNA

Mentre continuava la logorante guerra in Italia la campagna in Spagna era diventata per Cartagine la base economica e militare di tutta la guerra. Prelevava dalla Spagna le truppe mercenarie e l'argento e il rame, che sostenevano i costi crescenti della guerra, estesa ormai a tutto il Mediterraneo, ed era sulla Spagna che Cartagine doveva appoggiarsi per mandare aiuti ad Annibale. 

Intanto i due Scipioni, Publio e Gneo, dopo una serie di vittorie, erano riusciti ad assicurarsi l'amicizia del re di Numidia, Siface, che fu però sconfitto in Africa da Massinissa, re dei Massili nel 213 a.c.. Allora Cartagine rimandò in Spagna Asdrubale.

- 212 - 211 a.c. - I due eserciti degli Scipioni furono abbandonati dai mercenari celtiberi e separatamente distrutti in Andalusia.

Gli eserciti cartaginesi al comando di Asdrubale, Magone e Asdrubale Giscone erano ora in netta superiorità numerica ma gli Scipioni decisero di affrontare ugualmente la battaglia, inoltre molte truppe spagnole defezionarono; sia Publio Scipione che Gneo Scipione vennero attaccati e distrutti, insieme ai due generali. Solo piccoli reparti romani riuscirono a scampare a nord dell'Ebro al comando del coraggioso legato Lucio Marcio. Anche Sagunto era perduta.

SCIPIONE L'AFRICANO

L'ASTRO NASCENTE

Lucio Marcio riuscì a riorganizzare i reparti sopravvissuti alla disfatta e a fermare l'avanzata cartaginese, ottenendo un'insperata vittoria poco a nord del fiume Ebro. Dopo la resa di Capua (211 a.c.), Gaio Claudio Nerone venne inviato a difendere in Spagna la linea dell'Ebro con nuovi rinforzi, dove rimase fino al autunno del 210 a.c.. quando il giovane astro nascente, il venticinquenne Publio Scipione, dotato di un imperium proconsolare straordinario, lo sostituì con l'aggiunta di altri 11.000 uomini, e con una serie di brillanti operazioni belliche e diplomatiche restrinse sempre più il controllo cartaginese nella penisola iberica.

- 213-212 a.c. - Annibale, con l'aiuto di un traditore, prese la città di Taranto ma non la rocca che bloccava il porto, che, ancora in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine.

- 209 a.c. - Quinto Fabio Massimo, grazie anche all'aiuto dell'esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, riconquistò Taranto. La rappresaglia fu dura, i Romani vendettero come schiavi 30.000 tarantini.

La perdita di Taranto fu un grave colpo per i rifornimenti di Annibale che venne confinato nell'estremo meridione della penisola. Intanto a Roma si inviarono ambasciatori a Tolomeo IV d'Egitto per i rifornimenti di grano. Sempre nel 209 a.c. dodici delle trenta colonie latine rifiutarono di fornire soldati agli eserciti di Roma, lamentando mancanza di uomini. Le altre diciotto li fornirono.

208 a.c. - in un agguato di cavalleria presso Venosa venne ucciso Claudio Marcello, in esplorazione con le sue avanguardie, e poco dopo cadde anche l'altro console per le ferite riportate. Annibale inflisse una pesante sconfitta alle truppe romane che stavano assediando Locri, ma poi rimase confinato nel Bruzio in attesa dei rinforzi del fratello Asdrubale. 

Asdrubale attraverso i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.c. con 20.000 armati, oltre a 10.000 mercenari galli. Il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l'altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma venne sconfitto nella battaglia di Grumento. Annibale raggiunse Venosa e Canosa, dove si fermò attendendo i piani del fratello Asdrubale.

Questi piani vennero però intercettati dai romani e appresero che il secondo esercito nemico era in marcia verso Fano. Il console Nerone a marce forzate raggiunse, con 6.000 fanti e 1.000 cavalieri Livio Salinatore a Sena Gallica (Senigallia), dove riuniti affrontarono Asdrubale vincendo la battaglia del Metauro; l'esercito cartaginese fu distrutto e Asdrubale, morì, venne decapitato e la testa venne gettata dai Romani nell'accampamento di Annibale che tornò nel Bruzio.

BATTAGLIA DEL METAURO

BATTAGLIA DEL METAURO

Lo scontro del Metauro vide Roma, per la prima volta, vincere una battaglia campale in Italia dall'inizio della guerra. Il tentativo di inviare rinforzi ad Annibale era fallito e Roma ne poteva solo beneficiare anche agli occhi degli alleati italici. Le forze cartaginesi erano guidate da Asdrubale Barca, fratello di Annibale, che portava rinforzi per l'assedio di Roma. L'esercito repubblicano era comandato dai due consoli Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone.

Asdrubale schierò al centro, davanti ai 10 elefanti che era riuscito a portare, i Liguri Apuani, per ultimi, sulla sinistra, i disordinati Galli, coperti dal terreno dissestato davanti a loro. I romani avanzarono ordinatamente verso Asdrubale. Nerone ebbe il comando del fianco destro, per affrontare i Galli. Asdrubale concentrò il suo centro e l'ala destra contro le truppe di Livio, alla sinistra dello schieramento romano. 

All'inizio il combattimento fu favorevole ad Asdrubale, gli elefanti ruppero le linee romane confondendo le truppe di Salinatore. L'ala destra di Asdrubale resse all'assalto e anche i Liguri riuscirono a tenere la posizione.
Nerone raggiunse faticosamente i Galli sul fianco sinistro di Asdrubale, ma poi prese parte dei suoi uomini e li guidò via dai Galli, dietro a Salinatore e a Porcio, marciando all'estrema sinistra dello schieramento romano e scontrandosi con gli Spagnoli con una tale violenza, che questi furono presi dal panico e sopraffatti
Le uniche forze rimaste ad Asdrubale, i Galli, incapaci a combattere a causa dei bagordi della notte precedente, vennero decimati dai romani. Asdrubale, con un impeto di eroica disperazione caricò nel mezzo della battaglia, incontrando una fine gloriosa.
Intanto Annibale nel Bruzio schierò il suo esercito nel territorio tra Catanzaro, Cosenza e Crotone; sperando nell'aiuto da parte di Filippo V di Macedonia. Perse invece Locri ad opera di Scipione.

Vedi anche: BATTAGLIA DEL METAURO



SCIPIONE

Dopo avere trascorso l'intero inverno del 210/209 a.c. a preparare l'offensiva in Iberia, Scipione seppe che:
- Cartagena era l'unica città dell'Iberia a possedere un porto adatto a contenere un'intera flotta;
- che si trovava in una posizione strategica chiave per i Cartaginesi, i quali dalla Libia potevano fare una traversata diretta per mare;
- che i Cartaginesi avevano in questa città la maggior parte delle loro ricchezze e tutti i bagagli dei loro soldati, oltre agli ostaggi di tutta l'Iberia sottomessa;
- che i soldati a sua difesa erano soltanto un migliaio circa:
-  che la città era circondata da una palude, in buona parte poco profonda e traversabile in molti punti, e che ogni giorno, verso sera, le sue acque in parte si ritiravano.
Scipione arringò i soldati:
«Nessuno prima di me, subito dopo essere stato nominato generale, ebbe la possibilità di ringraziare i suoi soldati per i meriti conseguiti, prima di averli potuti utilizzare [in battaglia]. La fortuna invece ha fatto in modo che io, ancor prima di vedere la provincia o gli accampamenti, debba a voi esservi grato: prima di tutto, perché siete stati fedeli a mio padre e a mio zio, da vivi e poi da morti, in secondo luogo, perché grazie al vostro valore, sia per il popolo romano sia per me che succedo a dei generali caduti in combattimento, avete mantenuto intatto il possesso di questa provincia, che sembrava ormai perduto in seguito a una così grande disfatta
(Livio, XXVI, 41.3-5.)

Promise quindi una corona d'oro a coloro che fossero saliti per primi sulle mura di Cartagena, oltre ai soliti doni militari a coloro che si fossero distinti pubblicamente per valore. Aggiunse infine che questa idea gli era stata suggerita da Poseidone, in sogno. A queste ultime parole i soldati furono colti da un grande entusiasmo e ardore, pronti a combattere per il loro comandante.

Con cinquecento soldati che Scipione aveva condotto dalla parte dello stagno, riuscì in modo rapido a scardinare il portone ed a scalare le mura, poiché questa zona non era fortificata, in quanto i Cartaginesi la credevano protetta dallo stagno. Così, con una delle più audaci azioni della storia militare romana, Scipione, un genio delle tattiche di guerra, conquistò Cartagena. 

Grande diplomatico rovesciò molte delle alleanze fra Iberici e Cartaginesi, e riconquistò diverse colonie tra cui Sagunto. Il senato prorogò a Scipione il comando in Spagna e «finalmente giunse la notizia della brillante impresa del giovane Scipione a Carthago Nova. Tutto il quadro della guerra cambiò. Nuovo coraggio e nuove speranze animarono Roma e i suoi alleati. Era sorto il vincitore di Annibale».



ASDRUBALE

Nonostante le vittorie Scipione non riuscì a impedire che Asdrubale Barca organizzasse un nuovo corpo di spedizione con il quale sfuggì al controllo dei Romani e intraprese, verso la fine del 208 a.c., una seconda invasione dell'Italia attraverso i Pirenei e le Alpi per aiutare Annibale.
ASDRUBALE
- 206 a.c. - Scipione occupò Ilipa, Carmo (Carmona) e l'intera Andalusia. Le forze cartaginesi comandante da Asdrubale Giscone e Magone Barca, dovettero allora evacuare tutti i territori iberici e rifugiarsi a Cadice. Poi anche Cadice chiese la pace e Roma le concesse un'alleanza con condizioni favorevoli. Intanto la flotta romana si spingeva sotto il comando di Gaio Lelio fino a Carteias (Algeciras).
Giovanni Brizzi: «Scipione completò la sua opera. Tre anni appena gli erano bastati per abbattere l'impero punico in Spagna». Il genio di Annibale aveva incontrato il genio di Scipione che per una volta non disprezzò il generale nemico. Nel 206 Scipione lasciò la Spagna come provincia romana di Hispania».

- 209 - 206 a.c. - Ora Roma era regina incontrastata di tutti i mari a ovest di Malta.
- Sconfitti i pirati Illirici, controllava l'Adriatico;
- sconfitti i cartaginesi nella I guerra punica controllava il Tirreno a est e ovest della Sardegna;
- dalla Provincia di Sicilia controllava il canale di Sicilia e lo Ionio.
L'Egeo era greco ma Rodi e Pergamo erano buoni alleati di Roma mentre a Cartagine restava solo il Mediterraneo della costa africana e della costa spagnola. Con l'arrivo dei romani in Spagna, in pochi anni Cartagine perse anche quella costa.

- 208 a.c. - Marco Valerio Levino, venne attaccato da una flotta cartaginese di ottantasette navi che nello scontro ne perse ventuno (diciotto delle quali furono catturate) e si dovette ritirare.
Intanto Cartagine compiva scorrerie in Sicilia e mandava truppe in Calabria e Puglia, mentre Roma, per rappresaglia, devastava le coste della Libia e della Tunisia.

- 205 a.c. - Annibale aveva fatto incidere, secondo la tradizione dei condottieri ellenistici, un'iscrizione in bronzo al tempio di Era Lacinia a Capo Lacinio, non molto distante da Crotone, con le sue imprese in Italia.



MAGONE

- 205 - 203 a.c. - Cartagine inviò Magone in Liguria. Sbarcò a Savona 12.000 fanti, 800 cavalieri e sette elefanti., distrusse Genua (Genova), alleata di Roma, poi arruolò Liguri e Galli, con l'ordine di raggiungere Annibale, asserragliato fra Crotone e Locri. Ma a Rimini stazionavano la legione di Marco Livio e in Etruria due legioni con Lucrezio mentre i Galli non risposero al richiamo cartaginese. 

- 203 a.c. - Magone, con 30.000 armati, combattè presso Mediolanum (Milano) contro i Romani guidati dal proconsole Marco Cornelio Cetego e dal pretore Publio Quintilio Varo, provenienti da Ariminum. Ferito e sconfitto Magone ripiegò a Savona, dove aveva posto la base, ma venne richiamato in Africa per rinforzare le difese e morì per le ferite durante la traversata. Ancora una volta Annibale non riceveva aiuti.



FILIPPO V DI MACEDONIA

-212 - 211 a.c. - Filippo fu costretto a difendersi dall'alleanza che Marco Valerio Levino aveva scatenato contro di lui.
- 205 - 204 a.c. - Filippo V non poté mai recare aiuti ad Annibale perchè le legioni di Roma chiudevano il re e i suoi alleati in un cerchio composto da forze romane a ovest, dalla Lega Etolica a sud e da Attalo I di Pergamo a est. Alla fine Filippo fu costretto a firmare la pace di Fenice (205 a.c.), dove Roma si assicurava la tranquillità sul fronte orientale, ma soprattutto presentando Roma come garante nei confronti di coloro che ne avevano a suo tempo chiesto l'intervento.
- 205 a.c. - Scipione venne eletto console nel 205 a.c. e gli fu affidata la Sicilia con le "legioni Cannensi" e poche navi, ma con il diritto di reclutare volontari. Annunciò allora il suo programma di chiudere la partita con Cartagine, portando la guerra in Africa. Fu avversato dalla fazione temporeggiatrice di Quinto Fabio Massimo e del figlio. 

(INGRANDIBILE)
204 a.c. - per contrastare Filippo V di Macedonia, il re di Pergamo, Attalo I, consegnò agli inviati della repubblica la Magna Mater, la pietra iconica venerata a Pessinunte, secondo i Libri Sibillini, condizione indispensabile per cacciare il nemico cartaginese dall'Italia. La pietra nera di Pessinunte giunse a Ostia e venne consegnata a Publio Cornelio Scipione Nasica, cugino di Publio Scipione e figlio di Gneo Scipione morto in Spagna nel 211 a.c., scelto dal Senato per il prestigioso incarico in quanto considerato il "miglior cittadino" di Roma.

Il Senato di Roma, pressato dai Fabii, voleva prima sconfiggere Annibale in Italia e rifiutava di supportare Scipione, che in Sicilia aveva a sua disposizione solo le legioni "cannensi" e poche navi. Le legioni erano i sopravvissuti di canne Canne, ma mentre Varrone tornato a Roma era stato perdonato, i militari, come punizione era stati inviati in Sicilia con divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia. 

Le devastazioni del territorio da ambedue le parti avevano distrutto l'economia agricola della regione. Gli uomini rifiutavano di arruolarsi. Alla fine prevalse la posizione di Scipione: la guerra passava in Africa.

Scipione si rivolse agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e vettovaglie, e grazie alla sua fama la risposta, fu entusiastica. Le città dell'Etruria e del Lazio fornirono ciurme per le trenta navi, tela per le vele, grano e farro e vivande di tutti i tipi, punte di frecce, scudi, spade, lance e uomini. In meno di due mesi Scipione aggiunse alle sue legioni "cannensi" circa 7.000 volontari italici e cominciò a preparare lo sbarco in Africa.
Convinto da alcuni locresi a riconquistare la città, Scipione accettò e dopo la sua caduta lasciò un luogotenente, Quinto Pleminio, a governare Locri, ma le malversazioni di questi vennero portate davanti a Scipione che però non credette ai locresi. Costoro allora si appellarono al Senato che inviò una commissione che appurò che il console non aveva avuto parte nel comportamento di Pleminio e poi, a Siracusa vide che l'esercito approntato da Scipione era perfettamente addestrato e rifornito. La commissione tornò a Roma lodando Scipione e le sue capacità di organizzazione e di comando. Però Scipione aveva perduto un anno. 
- 204 a.c. - Scipione ottenne la carica di proconsole in Africa, ma già nel 205 a.c. aveva inviato il fedele Gaio Lelio con la flotta sulle coste africane per ottenere un incontro con il giovane Massinissa, figlio del defunto Gaia (re della Numidia orientale).
Massinissa aveva combattuto contro Roma in Spagna sconfiggendo Siface che in un primo momento rimase alleato di Scipione ma poi si alleò con Cartagine, prendendo in moglie la figlia di Asdrubale, Sofonisba, e mettendo a disposizione del cartaginese altri 50.000 uomini e 10.000 cavalieri. Intanto Massinissa, che aveva conosciuto e apprezzato Scipione in Spagna,  si alleò con Roma, privando Annibale della terribile cavalleria numidica.



SCIPIONE AFRICANO

primavera 204 a.c. - Scipione lasciò la Sicilia per traghettare le proprie forze di 20 - 30000 uomini in Africa. Disponeva di 400 navi da carico, 40 navi da guerra, comandate da Gaio Lelio e da Marco Porcio Catone, per sbarcare nella parte occidentale del golfo delle Sirti a Emporia, grosso centro commerciale punico, ma il mare agitato e la nebbia lo obbligarono ad approdare presso Utica (a Porto Farina). 

Le forze cartaginesi erano appostate quasi tutte a Emporia, mentre 4.000 cavalieri, sotto il comando di Annone (figlio di Asdrubale) cercò di contrastare lo sbarco romano. Annone si scontrò con la cavalleria romana, ma venne battuto e ucciso. Caddero 1.000 uomini e 2.000 vennero presi prigionieri. Scipione conquistò Selica e si dedicò al saccheggio del territorio, inviando il bottino di guerra, tra cui 8.000 schiavi, a Roma che esultava. Scipione non riuscì a conquistare Utica, allora svernò nel suo territorio, mentre poneva l'assedio alla città e il proprio accampamento (i Castra Cornelia). 

- estate 204 a.c. - il console Publio Sempronio Tuditano attaccò Annibale a Crotone ma gli costò oltre 1.000 uomini. Venne inviato l'altro esercito consolare sotto il proconsole Crasso che aveva occupato la zona di Cosenza. In realtà Annibale manteneva il controllo della situazione e il Senato si convinse che la tattica di Fabio Massimo non doveva essere abbandonata.

- inverno 204-203 a.c. - Siface tentò di mediare la pace proponendo il ritiro dei Romani dall'Africa e dei Cartaginesi dall'Italia. Ma Scipione pretendeva il pagamento di tutti i danni subiti in quasi vent'anni di guerra, però prolungò i negoziati per poter visitare più volte gli accampamenti nemici, raccogliendone informazioni topografiche per la campagna dell'anno successivo. I due accampamenti in cui erano alloggiate, in modo disordinato, le truppe di Siface e Asdrubale stavano su due alture adiacenti, a circa 10 km dai Castra Cornelia di Scipione.

- primavera del 203 a.c. - La campagna riprese l'anno dopo, finite le trattative di pace. Siface e Asdrubale Giscone avevano un esercito di 100.000 uomini, Scipione meno della metà, ma con un attacco notturno improvviso, dividendo in due parti il suo esercito, mandò Gaio Lelio e Massinissa ad attaccare il campo di Siface, mentre egli si occupò di quello di Asdrubale. I due accampamenti nemici vennero incendiati, e al termine della battaglia solo poco più di 20.000 uomini erano i superstiti cartaginesi. Asdrubale si ritirò a Cartagine, mentre Siface tornò in Numidia dove trovò 4.000 mercenari celtiberii.

Quindi Scipione partì con 12.000 soldati, lasciando le restanti truppe ad assediare Utica, raggiunse l'esercito numidico-cartaginese (di 20.000 armati) e presso i Campi Magni, lungo il corso superiore del fiume Bagradas, a 120 km da Utica, lo distrussero completamente. Le truppe cartaginesi e numidiche poste alle ali cedettero completamente e solo l'eroica resistenza dei celtiberi, posti al centro, permise ad Asdrubale e a Siface di salvarsi con pochi uomini al seguito.

Asdrubale fu condannato a morte, ma riuscì a fuggire e a reclutare altri 10.000 uomini. Siface cercò rifugio nella sua terra, inseguito da Massinissa che cercava la rivincita, e fu catturato a Cirta. Intanto Scipione rinunciò a conquistare Utica e, dopo avere dato alle fiamme le sue macchine d'assedio, riuscì a espugnare Tunisi, che si trovava a soli 24 km dalla capitale punica. Cartagine non aveva scampo. 
Cartagine però volle la pace, ma intanto ordinò a Magone in Liguria di tornare immediatamente in patria, e così ad Annibale nel Bruzio. Scipione fissò le sue condizioni:
- Cartagine doveva rinunciare all'Italia e alla Spagna;
- consegnare la sua intera flotta, a eccezione di venti navi;
- pagare un'indennità di 5.000 talenti;
- riconoscere il regno di Massinissa (a ovest) e l'autonomia delle tribù di Libia e Cirenaica (a est).

- Inverno 203 - 202 - Cartagine accettò e fu conclusa una tregua, in attesa che il senato romano ratificasse il trattato. Le famiglie romane rivali di Scipione fecero ritardare la trattativa al punto che, Annibale sbarcò in Africa, riaccendendo le speranze dei Cartaginesi.

- autunno 203 a.c. - il senato cartaginese per l'invasione di Scipione, ordinò ad Annibale di tornare in Africa. Per la prima volta dopo ben trentaquattro anni, Annibale tornava nella patria che aveva lasciato da ragazzo per seguire il padre. Egli fece costruire una flotta con il legname della Sila. Prima di abbandonare l'Italia, procedette a distruzioni e saccheggi sul territorio per non lasciare bottino nelle mani dei Romani; massacrò i soldati italici che rifiutavano di seguirlo in Africa.

Partì dall'Italia insieme a circa 15.000-20.000 veterani delle campagne in Italia, senza alcun'opposizione da parte delle forze romane del console Gneo Servilio Cepione. Cartagine, al suo arrivo, interruppe le trattative e ruppe i trattati di pace. Scipione dovette annullare la tregua, Annibale raccolse gli uomini del fratello Magone e gli uomini di Asdrubale, e si diresse in Numidia per arruolare 3.000 cavalieri.

Scipione iniziò a devastare la vallata del fiume Bagradas e chiese a Massinissa, che stava combattendo nella Numidia occidentale di unirsi a lui. Intanto Annibale marciò da Zama, sperando di intercettare l'armata di Scipione prima che si congiungesse con la cavalleria numida. A Naraggara Scipione fu raggiunto da Massinissa e insieme marciarono fino a Seba Biar. Annibale cercò di evitare lo scontro trovandosi in uno stato di inferiorità.

I due più grandi condottieri del periodo si incontrarono di persona, ma la trattativa fallì, poiché Scipione pose condizioni tali da non lasciare alternative al suo avversario. Il Cartaginese avrebbe accettato l'evacuazione della Spagna, ma domandava a Roma di rinunciare all'indennità di guerra; Scipione rifiutò. Annibale sapeva anche che, un'ultima vittoria avrebbe dato voce a Roma al partito che chiedeva la pace.

BATTAGLIA DI ZAMA

- 202 a.c. - BATTAGLIA DI ZAMA

I due eserciti avevano più o meno la stessa consistenza numerica. Circa trentacinquemila Romani fronteggiavano quaranta/cinquantamila cartaginesi, quest'ultimi però con una cavalleria inferiore. Ma la differenza qualitativa era importante.
  - Annibale guidava: 12.000 fanti celti e liguri, 15.000 reduci dalle campagne italiche, 18.000 mercenari di varia provenienza, numidi, macedoni, iberici e qualche cartaginese. La cavalleria punica era composta da 4.000 uomini. Aveva a disposizione, inoltre, ottanta elefanti da guerra su cui contava molto.

- Scipione guidava due legioni addestrate, compatte e disciplinate (circa 23.000 fanti e 2.000 cavalieri). 7.000 fanti e 4.500 cavalieri forniti da Massinissa e dal suo alleato Damakas.
Entrambi gli schieramenti vennero disposti su tre file.

Annibale compì un capolavoro di tattica, ponendo gli elefanti davanti alla fanteria per lanciarli in una carica di sfondamento che avrebbe permesso alle altre forze di attaccare le linee romane scompaginate.
Dietro agli elefanti, le linee cartaginesi vedevano in prima fila i mercenari galli, mauritani, liguri e iberici (di cui si fidava poco), in seconda linea le forze terrestri libiche e cartaginesi, poi a circa 200 metri dietro, i veterani delle campagne d'Italia che dovevano attaccare le truppe nemiche quando fossero state stanche.
Le ali di cavalleria cartaginese erano poste a destra e quella numidica a sinistra.

Scipione dispose prima gli hastati, poi i princeps e dietro i triarii, ma con un'innovazione rispetto alla classica disposizione delle legioni. Evitò di offrire un fronte compatto lasciando spazio di manovra fra un manipolo e l'altro.
Le ali di cavalleria vedevano, a destra Massinissa e a sinistra la cavalleria italica comandata da Gaio Lelio.
Sembra volesse applicare la manovra a tenaglia per cui tanto aveva addestrato i suoi uomini che aveva eseguito con crescente abilità, nei successi a Baecula, a Ilipa e ai Campi Magni, grazie alla superiorità della sua cavalleria.

Annibale lanciò la carica degli elefanti, che in parte venne respinta dai Romani e in parte finì nei corridoi che il comandante romano aveva predisposto dietro la linea dei suoi velites. Fu quindi la volta delle cavallerie di Massinissa e Lelio a sospingere fuori dallo schieramento quelle nemiche, che fuggirono e si allontanarono dal teatro dello scontro principale tra le fanterie.
Subito dopo si scontrarono le fanterie. Scipione, visto che la terza linea di Annibale rimaneva ferma, non potè praticare la manovra a tenaglia. Gli hastati caricarono la prima linea dei mercenari di Cartagine, che ripiegarono verso le ali della seconda linea, che non si era aperta per accoglierli. Appoggiati dalla seconda fila romana dei principes, riuscirono a rompere anche il secondo schieramento cartaginese. A questo punto Scipione interruppe la battaglia, per riordinare il suo schieramento e per aspettare la cavalleria romana.
La situazione stava diventando critica per Scipione, ma le legioni di Canne, uomini sconfitti ed esecrati dai loro stessi concittadini tra speranza e rabbia, trassero la forza di resistere alle forze puniche che li sovrastavano. Dispersa la cavalleria avversaria Lelio e Massinissa tornarono con i loro cavalieri, e si avventarono alle spalle delle forze cartaginesi e le annientarono. Lo Scullard: «la cavalleria giunse in tempo per decidere, non solo il corso della battaglia, ma anche quello della storia del mondo».

- 29 ottobre 202 - Dalla distruzione dell'esercito cartaginese Annibale riuscì a scampare tornando ad Hadrumetum. Scipione accolse una delegazione di pace a Tunisi. La II guerra punica era terminata.

Vedi anche: LA BATTAGLIA DI ZAMA



IL TRATTATO DI PACE

Anche Scipione voleva la pace e l'Italia doveva ricostruire le sue città dopo quindici anni di distruzione. Venne conclusa una tregua di tre mesi, a condizione che Cartagine consegnasse degli ostaggi e fornisse frumento e salario alle truppe romane per tutta la durata della tregua.

Le condizioni della pace:
-  Cartagine  diventava cliente di Roma, che le vietava di prendere le armi senza il suo permesso; - conservava il territorio a oriente dell'attuale Tunisia,
- doveva evacuare i territori che separavano il territorio cartaginese da quello numida, favorendo Massinissa che se ne annesse larghe parti;
- Cartagine perdeva per sempre l'Iberia
- doveva versare un'indennità di guerra di 10.000 talenti, da pagare in cinquant'anni;
- doveva consegnare tutti gli elefanti e tutti i prigionieri di guerra;
- la flotta si riduceva a dieci sole triremi, appena sufficienti per frenare i pirati;
-  non poteva più arruolare truppe mercenarie in Gallia e Liguria.
- In cambio i Romani avrebbero abbandonato l'Africa entro cinque mesi.
 Le condizioni di Scipione furono ratificate dal senato che gli riconobbe il cognomen ex virtute di Africanus.

BATTAGLIA DI ZAMA

IL BILANCIO DI GUERRA

Annibale viene senza dubbio considerato uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi per la sua capacità di comando e la grande abilità strategica e tattica in ogni situazione bellica. Egli non ebbe sufficiente supporto dalla madrepatria, e forse sottovalutò la struttura politica ed economica dell'alleanza romano-italica.

La II guerra punica fu il primo conflitto mondiale della storia, seppur nell'area del Mediterraneo. Oltre a Roma e Cartagine, furono coinvolti Celti, Italici, Iberi, Liguri, Numidi, il Regno Macedone e la simmachia greca, la Lega Achea, la Lega Etolica e così via, con più fronti attivi anche molto distanti fra loro, mentre molti italici si ribellarono a Roma: dalle popolazioni galliche della Cisalpina a quelle Osco-Sabelliche e i Greci della Magna Grecia.

Seppure vincitrice Roma pagò a caro prezzo il lungo conflitto contro Annibale, obbligando i Romani a ricorrere a tutte le risorse di uomini e di denaro, a partire dal 215 a.c. l'imposta sul patrimonio (tributum) fu raddoppiata. Per anni intere regioni italiche furono saccheggiate e devastate dalle continue operazioni militari, con danni enormi per l'agricoltura e per i commerci, che a lungo restarono bloccati, per la pressione dei Galli a nord e la presenza di Annibale a sud.

Appiano di Alessandria riferisce che ben quattrocento città furono conquistate da Annibale; alcune incendiate e rase al suolo, molte furono conquistate da entrambi gli schieramenti con le varie rappresaglie perchè molto poteva incidere la paura di tradire un popolo che effettuava pesanti ritorsioni e deportazioni di massa.

Nei 17 anni di guerra morirono tra i 200.000 e i 300.000 italici, su una popolazione di soli 4 milioni di abitanti, e i combattenti mobilitati da Roma raggiungeranno in alcuni anni il 10% della popolazione, senza scendere mai sotto al 6-7%,  «la confederazione italica perdette in questa guerra quasi un terzo dei maschi in età di portare le armi».

Il senato della Repubblica romana, al contrario di quello cartaginese, mostrò grande cura in ogni dettaglio organizzativo, come quello di stabilire l'entità dei contingenti da inviare nei diversi settori strategici e con essi i loro comandanti; ordinare le leve e richiedere ai socii le necessarie forniture militari.

Durante l'intero conflitto si ricorse al principio della proroga del comando per più anni consecutivi per coloro che si erano dimostrati particolarmente esperti in ambito militare, autorizzando l'accesso al consolato senza che in precedenza fosse stata ricoperta la pretura, e addirittura conferendo l'imperium proconsolare a chi mai prima di allora aveva ricoperto pretura o consolato, come nel caso di Publio Cornelio Scipione.

La grande capacità tattica di Annibale aveva messo in crisi l'esercito romano. Le sue manovre imprevedibili, repentine, affidate alle ali di cavalleria cartaginese e numidica, avevano distrutto numerosi eserciti romani, anche se superiori nel numero dei loro componenti, fino al disastro di Canne.

Fu Scipione l'Africano, il degno oppositore di Annibale, inviato nel 209-208 a.c. in Spagna Tarraconense ad apportare delle modifiche tattiche per una maggiore flessibilità in ogni battaglia. Introdusse per primo la coorte, elemento intermedio tra l'intera legione e il manipolo, riunendo i tre manipoli di hastati, principes e triarii per dare loro maggiore profondità, attribuendo a loro lo stesso ordine. Gli uomini della prima fila tornarono a dotarsi di lunghe lance da urto, ma addestrò l'esercito in modo da poter passare all'occorrenza da una disposizione di tipo manipolare a una coortale e viceversa.
Il genio di Annibale trovò nel genio di Scipione un fatale avversario.

Vedi anche: TERZA GUERRA PUNICA >


 BIBLIO

- Santo Mazzarino - Introduzione alle guerre puniche - Rizzoli - 2003 -
- Gaetano De Sanctis - III.1 - L'età delle guerre puniche - Milano-Torino - 1916 -
- Gaetano De Sanctis - III.2 - L'età delle guerre puniche - Milano-Torino - 1917 -
- Gaetano De Sanctis - IV.1 - La fondazione dell'Impero: dalla battaglia di Naraggara alla battaglia di Pidna - Milano-Torino - 1923 -
- Roberto Bartoloni - Le guerre puniche: Roma contro Cartagine - Firenze - Giunti - 2006 -
- Giovanni Brizzi - Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
- Ettore Pais - Storia di Roma durante le guerre puniche - 2 voll. - Roma - Optima - 1927 -
- Giovanni Brizzi - Canne. La sconfitta che fece vincere Roma - Bologna - Il mulino - 2016 -



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