L'ADDESTRAMENTO MILITARE





L'ADDESTRAMENTO CONTINUO

"Se avessi avuto simili soldati (come i romani) avrei conquistato il mondo" (Pirro)
Nel I secolo d.c. scrive Flavio Giuseppe sui soldati romani ne La guerra giudaica:

"Per essi infatti non è la guerra l'inizio d'esercitarsi alle armi, né soltanto quando c'è bisogno muovono essi le mani tenute inoperose in tempo di pace... bensì, come se fossero nati con le armi addosso, non concedono giammai tregua al tirocinio né stanno ad aspettare le occasioni propizie. Presso di loro le esercitazioni non differiscono in nulla da vere mostre di valore ché anzi, ogni soldato giorno per giorno, si allena con tutto l'ardore come in tempo di guerra... Né errerebbe chi dicesse che le loro esercitazioni sono battaglie incruente e le battaglie sono esercitazioni cruente.”

I romani eseguivano effettivamente una exercitatio esasperata, proverbiale al punto da dare il nome stesso all’exercitus, cioè in quelli che si esercitano. Vegezio, un romano di un IV sec., quando perciò l'impero era già in declino si dichiara preoccupato per il lassismo dell'epoca:
"Le reclute, una volta immatricolate, devono poi essere addestrate con quotidiani esercizi alle armi il cui uso ai nostri giorni è stato trascurato con il pretesto del lungo periodo di pace. Com'è possibile che qualcuno possa insegnare se prima non avrà egli stesso imparato? Bisogna certamente ripristinare l'antica consuetudine apprendendola dagli storici e dai libri, tenendo conto del fatto che essi ci hanno tramandato soltanto gli eventi e le imprese delle guerre, mentre tralasciano argomenti intorno ai quali oggi si svolge la nostra ricerca, come se fossero già noti”.

La superiorità romana nelle imprese belliche era dovuta a vari fattori: la perfetta organizzazione, il continuo addestramento, il cambiamento innovativo dei mezzi e delle armi, o perchè osservati nel nemico in guerra, o perchè inventati exnovo, la diversità dei luoghi o del nemico che portavano ad apprendere o inventare strategie sempre nuove.

Il tutto condotto con estrema consapevolezza, razionalità e creatività, e nessun popolo era lontanamente simile a questo.

Vegezio:“Per la fanteria si costruivano dei capannoni nei quali, quando il clima era turbato da venti e tempeste, l’esercito era addestrato nell’arte delle armi stando al coperto”.

Per cui ai militi venivano caricati pesi sulle spalle mentre combattevano per abituarsi alle armature pesanti, e nei capannoni si creavano cumuli di roccia e terra per abituarli ai terreni dissestati.
In inverno allestivano capannoni per esercitarsi al coperto, ma a volte dovevano uscirne fuori per abituarsi sotto la pioggia o la neve.

Vegezio - Epitoma rei militaris,

"Cavalli di legno erano predisposti in inverno al coperto, d'estate nel castrum. I giovani dovevano montare inizialmente senza nessuna armatura, fino a quando non avevano sufficiente esperienza, in seguito armati. Ed è così grande la cura che ci mettono che questi non solo imparavano a salire e scendere da destra ma anche da sinistra, tenendo in mano persino le spade sguainate e le lance. Si dedicavano a questo esercizio in modo assiduo, poiché nel tumulto della battaglia potevano montare a cavallo senza indugio, visto che si erano esercitati tanto bene nei momenti di tregua."




E ancora Vegezio:

« Gli antichi, come si trova scritto nei libri, addestravano in questo modo le reclute. Preparavano scudi di vimini arrotondati come canestri, così che il graticcio pesasse il doppio rispetto agli scudi normali. Ugualmente consegnavano alle reclute bastoni di legno, che pesassero sempre il doppio del peso normale, al posto delle spade. 

Così si esercitavano non solo al mattino, ma anche nel pomeriggio, con i pali. L'esercitazione con i pali è molto utile non solo ai soldati ma anche ai gladiatori. Né il circo ne i campi di battaglia hanno mai accettato qualcuno come invincibile nelle armi, se non chi si era allenato diligentemente nell'esercizio del palo. 

Ogni palo veniva piantato al suolo dalle singole reclute, in modo tale che non potessero oscillare e che uscissero dal suolo per sei piedi. La recluta si esercitava contro quel palo come fosse il nemico, con il bastone e il graticcio al posto della spada e dello scudo, ora in modo da indirizzare i colpi come contro il capo o il viso del nemico, o da spingerlo ai fianchi, cercando di ferirgli braccia e gambe, retrocedeva, avanzava, spingeva, aggrediva con tutta la forza possibile il palo, utilizzando ogni tecnica di combattimento, come se fosse un vero nemico. In questo tipo di esercitazione si usava prudenza in modo tale che la recluta colpisse senza esporre nessuna parte alle ferite. »

I Romani ebbero l'esercito più forte del mondo, il più organizzato e il meglio addestrato. Si diceva all'epoca che un soldato romano valeva quanto 10 soldati barbari, e non doveva essere troppo lontano dal vero perchè spessissimo i romani batterono con successo eserciti molto più ampi del loro. I romani non avevano un fisico particolarmente prestante, erano piuttosto bassi e nemmeno feroci come i barbari che non solo spesso non facevano prigionieri, ma usavano far morire i nemici catturati attraverso torture e supplizi atroci, il che non poteva che terrorizzare i soldati romani, ma questo terrore l'avevano anche i barbari nei confronti di altri barbari, che pure erano coraggiosissimi e pronti a morire.

L'alimentazione del soldato poi non era eccezionale: pane o polenta, verdura, più raramente formaggi duri o carni salate, sempre a disposizione invece vino agro e tanto aglio. A tal punto ci si abituava che i soldati di Giulio Cesare si lamentavano quando erano costretti a mangiare carne fresca. Cosa
rendeva allora così speciale l'addestramento romano?



LA PALESTRA

I bambini romani sentivano continuamente in famiglia parlare delle gesta del padre, degli zii o dei nonni, se non degli avi, e i giochi preferenziali con gli altri bambini erano di finti combattimenti, finchè iniziavano ad andare in palestra all'età di 12 anni, tassativa per tutti. Qui facevano ginnastica soprattutto correndo e maneggiando armi di legno. Al contrario dei Greci che vedevano nella palestra una cura del corpo per trarne armonia e bellezza, corpo che veniva esibito nudo in palestra, i Romani vi vedevano solo la preparazione alla guerra.

Bisognava allenarsi per sopportare il peso dell'armatura e delle armi, per correre velocemente e rinforzare le varie parti del corpo. In genere era il padre ad accompagnare il figlio in palestra, qui c'erano schiavi che si occupavano dell'addestramento del bambino, ma il primo ad avviarlo e ad assisterlo era il padre, e in mancanza di questo uno zio o un parente. Le palestre più antiche furono i campus, dove giovani e ragazzini andavano ad allenarsi, che restarono comunque palestre anche quando sorsero quelle delle terme, belle e attrezzatissime.

In palestra avveniva già la prolusio, termine tipico della gladiatura per indicare una competizione incruenta, cioè un combattimento reale che adottava armi hebetes, ossia senza filo e senza punta. in genere di legno, con apparati difensori per la testa, per gli stinchi e persino per le braccia, alla maniera gladiatoria.

Ogni giorno il bravo romano andava ad allenarsi in palestra coi suoi compagni, almeno fino all'età di 16 anni, o a 17 o 18 anni. In questa età il giovane, specie se di buona famiglia, si iscriveva finalmente nell'esercito, cominciando la vita degli accampamenti, delle marce e dell'addestramento militare. Se c'era una guerra in corso andava alla guerra, se c'era una provincia scomoda con rischi e rivolte andava lì. Il sogno di ogni bambino era di combattere e coprirsi di gloria.



LA VITA MILITARE

Tutti gli uomini liberi della penisola italica erano chiamati alle armi. Dai 17 ai 45 anni (iuniores) erano destinati alle guarnigioni mobili per il pronto impiego nei luoghi richiesti, e dai 46 ai 60 anni (seniores) erano destinati alle guarnigione territoriali per presidiare le città in tempo di guerra. In pratica si era soldati per tutta la vita.

Il cittadino romano fin dall'infanzia era educato militarmente; studiava arte militare e trascorreva 10 anni di formazione negli accampamenti e sui campi di battaglia. Si diventava valorosi per emulazione, per avere la stima dei compagni e dei civili.

Gli accampamenti avevano una vita molto attiva, con una disciplina e un'organizzazione assoluta, dove nulla era lasciato al caso.

Qui i militari imparavano di tutto e mettevano in luce le proprie capacità di cui i centurioni e soprattutto i generali tenevano debitamente conto, avere uno specialista significava ottenere un risultato migliore e in minor tempo.

I Romani avevano la meritocrazia nell'esercito e la carriera, anche per i patrizi partiva dal basso, semmai dalla cavalleria, ma con una scalata tutta da fare.

Per mettere in evidenza queste capacità si facevano continuamente gare tra reparti. Il singolo soldato, oppure la centuria, la coorte o la legione che arrivava prima al bersaglio, che saliva per prima il vallo, che scalava per prima il muro o che termina per prima un lavoro, era premiata con phalerae, armillae e corone di diverso tipo, secondo una procedura stabilita. Queste competizioni avvenivano non solo negli accampamenti in tempo di pace ma pure in guerra contro il nemico. Tacito ci informa della messa in competizione di quattro legioni in fase bellica, nell’assedio di Cremona (69 d.c).

Vegezio:
“L’esperienza dimostra che gli schermitori combattono meglio di tutti gli altri: nel combattimento (ars bellandi) si può capire quanto un soldato addestrato sia migliore di quello che non lo è, e quando un soldato erudito nella scherma vinca sui suoi contubernali… i militi che progredivano poco nelle ‘prolusioni’ ricevevano orzo al posto del frumento…”



LE PUNIZIONI

Tra le punizioni più pesanti v'era la bastonatura, che Polibio descrive effettuata "con bastoni e con sassi e il più delle volte lo ammazzano proprio lì nell'accampamento" o con la decapitazione se si tradiva o si fuggiva davanti al nemico, per la diserzione c'era il taglio della mano destra che era peggio della morte. In un caso i disertori vennero fatti schiacciare sotto le zampe degli elefanti.
Piuttosto grave era anche la degradazione, che consisteva nella privazione del grado o nel trasferimento in una formazione meno importante per i soldati semplici.

Esistevano poi diversi tipi di punizioni meno gravi ma ignominiose e degradanti: corvées, ritiro delle armi, esposizione davanti alla tenda del comandante in tunica, a piedi nudi o con i ceppi ai piedi. Una delle sanzioni meno gravi era quella che prevedeva la sospensione, per un certo periodo, dal soldo e dall'eventuale bottino spettante, sanzione che poteva essere applicata sia individualmente che all'intera legione, che a reparti di essa.
A volte, il singolo o l'intero reparto erano puniti con la sostituzione della razione di frumento con una di orzo, o venivano obbligati ad accamparsi fuori della palizzata del campo.

Il congedo con ignominia consisteva, invece, nell'espulsione dall'esercito con una nota infamante. Spettava solo al comandante comminare questa punizione, che era tra le più gravi e poteva colpire sia i soldati semplici che gli ufficiali, sia i singoli, che interi reparti, macchiatisi di codardia, diserzione, ribellione e così via.

La pena di morte individuale o per decimazione veniva comminata per i reati di diserzione e di insubordinazione grave, eseguita con la decapitazione dopo fustigazione. Quando un intero reparto si rendeva punibile con la pena di morte, si ricorreva alla decimazione: metodo di punizione «utile e al tempo stesso terribile» lo definisce Polibio, che descrive le particolarità dell'esecuzione ed afferma che «questa pratica viene adottata come la più efficace al fine di incutere spavento e di far riparare le gravi mancanze compiute». I superstiti, dal canto loro, venivano nutriti con orzo invece che frumento e fatti accampare fuori dalla palizzata dell'accampamento (vallum), senza protezione.



LA PRIGIONIA

La prigionia per un romano poteva essere peggiore della morte, se si cadeva in mano ad un popolo barbaro o particolarmente crudele. Ma oltre alla durezza ed ai patimenti fisici e morali connessi allo stato di privazione della libertà, il prigioniero subiva una grave menomazione come cittadino romano: infatti, nello stesso momento in cui si era fatti prigionieri;si diventava schiavi del nemico perdendo la cittadinanza romana e i diritti civili.

Ne conseguiva la nullità del matrimonio eventualmente;contratto e la perdita della patria potestà sui figli: e solo quando, finita la prigionia, rientrava nel territorio sottoposto a Roma, riacquistava il suo stato di civis e i diritti civili. In genere la prigionia aveva breve durata, in quanto spesso era lo stato romano che pagava il riscatto o scambiava i suoi prigionieri con quelli del nemico. Oppure erano i parenti a versare il denaro per la liberazione del congiunto.

Esisteva anche una speculazione basata sul riscatto dei prigionieri di guerra, per cui privati cittadini pagavano tenendo il soldato liberato a lavorare per ripagare con gli interessi la somma anticipata. Ma frequente era pure l'evergetismo, in cui un privato pagava per un prigioniero lasciandolo libero, ma ottenendo una buona fama utile al prestigio o a far carriera.



LE CAPACITA' DEL MILITE

I militari romani imparavano a fare di tutto, anzitutto a elevare rapidamente un accampamento piantando in terra i pali, erigendo torrette di guardia, misurando gli spazi per le tende e il resto con una precisione impressionante, piantando le tende a tempo record, con le corde delle tende che dovevano intersecarsi tra loro in modo che un nemico al buio vi sarebbe inciampato, oppure scavando ruscelli per avere l'acqua dentro il campo, scavando trincee intorno all'accampamento e magari piantando oltre le trincee pali appuntiti.

Imparavano anche a mettere su a tempo di record la cucina da campo, l'ara, e le latrine, a cucinare, a riempire e a svuotare i carri rapidamente, a smontare l'accampamento a tempo record, a marciare in fretta o di corsa coi pesi addosso, a costruire strade, ponti, restaurare costruzioni, costruire mura per il castrum fisso, o valli per difendersi dal nemico, o deviare fiumi, tagliare boschi e lavorare il legno, bonificare terre scavando ruscelli, o costruendo opere pubbliche, dai bagni alle terme, perchè molti castra divennero città.

Questo era il duro addestramento e l'abitudine al sacrificio, che portava il soldato romano a lunghe marce, trasportando il proprio bagaglio e la propria armatura (oltre 30 kg totali) ed alla sera piantava la tenda e innalzava la palizzata per ricominciare il giorno dopo, almeno quando doveva raggiungere terre lontane in territori nemici. Contemporaneamente a tutto ciò dovevano esercitarsi nella guerra.

Vegezio, nelle esercitazioni dei legionari, raccomanda che debbano:
occupare qualche luogo e stringersi assieme con gli scudi per rimanere saldi ai loro posti e respingere l’assalto dei loro commilitoni. Addestrati e istruiti in tal modo, i soldati dei ‘numerii’ siano essi legionari, ausiliari o cavalieri, pur provenendo da luoghi diversi, si riuniranno assieme per una azione. Di necessità desidereranno più il combattimento che l’ozio, gareggiando in coraggio”.



IL LEGIONARIO

« Mentre essi sono ancora sparsi nelle proprie guarnigioni, devono essere costretti dai tribuni, dai vicari e anche dagli ufficiali con enorme rigore a mantenere la disciplina più severa, a non osservare null'altro che ubbidienza e rispetto delle regole, a fare frequentemente la così detta manovra di campo, a sottoporsi all'ispezione delle armi, a non assentarsi mai con nessun permesso, a non smettere di osservare i comandi e di rispettare le insegne. »
(Vegezio, Epitoma rei militaris, III, 4, 3)

L’addestramento iniziava con una serie di marce massacranti: un legionario doveva poter percorrere 30 km in 5 ore al cosiddetto "passo militare" e 36 km nello stesso tempo al "passo veloce", portando con sè 20 kg di equipaggiamento completo (viveri per 15 giorni, indumenti, utensili, attrezzi ed effetti personali) e l’armamento individuale (armi e corazza, altri 15 kg).

L’addestramento al combattimento iniziava non appena la recluta aveva raggiunto un sufficiente stato di forma fisica. Una serie di pali di legno alti quanto un uomo venivano piantati nel campo di addestramento e i soldati si esercitavano a colpirli con un gladio di legno ("rudis") e a proteggersi con uno scudo di vimini che pesavano entrambi il doppio degli originali.
Si imparava a colpire con grande velocità, di punta, tenendo la spada nascosta dietro lo scudo, penetrando di scatto nella guardia dell’avversario che aveva spade lunghe e più lente.

I bersagli principali erano l’addome, le parti basse e le gambe dell’avversario: veniva insegnato a non colpire di taglio o con larghi fendenti, come spesso facevano i barbari, per evitare di scoprire il fianco e il braccio destro. Anche lo scudo veniva usato come arma, per colpire l’avversario al volto.

Altra fase importante dell’addestramento era il lancio del giavellotto pesante (il pilum). Anche qui gli aspiranti legionari si esercitavano a lanciarne uno di legno pesante il doppio di quello d’ordinanza.
Il legionario veniva addestrato duramente al combattimento con qualsiasi tipo di arma e per fronteggiare qualunque evenienza. Doveva essere un abile nuotatore, saper montare a cavallo, tirare con l’arco e con la fionda, lottare a mani nude e con pietre o bastoni. Le reclute venivano addestrate all’arte della scherma (detta "armatura") da istruttori specializzati.
Al termine del periodo di addestramento la recluta pronunciava in un’apposita cerimonia solenne il "sacramentum", il giuramento di fedeltà all’Imperatore, al cospetto dell’aquila della Legione.
Diventava così un legionario (miles) e veniva registrato con un marchio indelebile sul braccio ricevendo la prima assegnazione ad un reparto della legione.

« I nemici non possono coglierli di sorpresa. [I Romani], infatti, quando entrano in territorio nemico non vengono a battaglia prima di aver costruito un accampamento fortificato. L'accampamento non lo costruiscono dove capita, né su terreno non pianeggiante, né tutti vi lavorano, né senza un'organizzazione prestabilita; se il terreno è disuguale viene livellato. L'accampamento viene poi costruito a forma di quadrato. L'esercito ha al seguito una grande quantità di fabbri e arnesi per la sua costruzione. »
(Giuseppe Flavio, guerra giudaica)



Hippica Gymnasia - esercitazione di cavalleria

Riguardava solo la cavalleria ed era un gioco tra due squadre che dovevano colpirsi alternativamente coi giavellotti e con una serie di manovre geometriche di avvicinamento ed allontanamento dal bersaglio, il tutto a cavallo, in un esercizio di alta scuola, un po' come quella che fanno i carabinieri nelle parate, solo che gli equites romani li facevano abitualmente.

Naturalmente armi e armamenti erano adattati per rendere incruenta la competizione. Interessante che l’elmo dei cavalieri era una piastra di metallo con sagoma facciale completamente celata, lasciando lo spazio esclusivamente per gli occhi, un po' come la maschera d'argento del gladiatore nel film omonimo "Il Gladiatore". Questa però era in bronzo e dello stesso metallo erano i parastinchi, i bracciali, corpetto e scudo. Ma c'erano pure le protezioni metalliche per i cavalli, con piastre sagomate e griglie oculari per la protezione del muso.

L'Hippica Gymnasia aveva le regole della cavalleria leggera romana. Non lo scontro frontale ma manovre rapide di aggiramento, avvicinamento e allontanamento, ponendosi fuori portata di armi da getto e altre armi corte di fanteria, finalizzato a un lancio di media gittata di grande precisione, di giavellotti leggeri.

Sembra che i giavellotti impiegati fossero in legno senza punta metallica, per i cavalli oltre che gli equites. Le Hoplomacha Gymnasia erano effettuate di volta in volta da piccoli contingenti, da 20 o al massimo 50 unità contrapposte tra loro.



IL PRESTIGIO

Un romano che volesse essere rispettato dai suoi simili doveva aver assolto il suo debito con la patria battendosi in guerra.

Lo doveva anzitutto a Roma, poi alla sua familia, che doveva non solo non deludere ma glorificare aumentandone il prestigio, non ultima la sua carriera.

Nessun romano poteva sperare in una carriera pubblica se non aveva militato e non si era mostrato brillante in battaglia. Il fatto che il console era sia la massima autorità civile che quella militare la dice lunga.

Se poi le guerre erano lontane ci si imbarcava per andare a combattere, o ci si recava sui posti di frontiera a sedare scaramucce, o a combattere predoni e pirati.

Solo chi aveva combattuto con onore poteva contare sui voti dell'elettorato, sulla stima degli amici, sui prestiti dei creditori, sul favore delle donne e su un'assunzione da parte dello stato o del municipio per intraprendere una carriera politica.

Se giungeva in città uno straniero tutti sapevano già se e come aveva combattuto e il modo in cui veniva accolto dipendeva anzitutto da questo.


Le Forche Gaudine

A Roma, alla notizia del disastro, si abbandonò l'idea di una nuova leva e si ebbero spontanee manifestazioni di lutto: furono chiuse botteghe e sospese le attività del Foro. I senatori tolsero il laticlavio e gli anelli d'oro. Addirittura ci furono proposte di non accogliere gli sconfitti in città. Questo non accadde ma i soldati, gli ufficiali e i consoli si chiusero in casa. A Roma c'era poi il giudizio delle matrone che pesava più di un maglio. Quando i romani, sconfitti dai sanniti, dovettero passare sotto le forche gaudine, una volta tornati a Roma trovarono le loro donne in lutto, perchè si consideravano vedove dei mariti attuali, uomini senza onore che si erano dovuti piegare nudi allo schermo del nemico. I reduci non uscirono più di casa perchè le donne li avrebbero derisi e disprezzati pubblicamente, e le loro mogli portarono il lutto per oltre tre anni.  
Non a caso il padre del capo dei Sanniti aveva dapprima proposto al figlio:
« Conservate ora coloro che avete inaspriti col disonore: il popolo romano non è un popolo che si rassegni ad essere vinto; rimarrà sempre viva in lui l'onta che le condizioni attuali gli hanno fatto subire, e non si darà pace se non dopo averne fatto pagare il fio ad usura  » Roma non dimenticò mai i sanniti, che pagarono duramente:
Ponzio re dei Sanniti, il vincitore delle Forche Gaudine venne decapitato nel 290 a.c.nel Carcere Mamertino, i Sanniti sconfitti vennero fatti schiavi o deportati. Silla in memoria di ciò, due secoli dopo, ne fece venire a Roma ben 4000, li rinchiuse in un cortile e li fece uccidere tutti.



L'ARRUOLAMENTO

L’aspirante legionario doveva presentarsi davanti ad una commissione di ufficiali che ne decidevano l'idoneità.
Doveva essere cittadino romano, saper leggere e scrivere, avere almeno 17 anni, godere di buona salute, avere una costituzione robusta, buona vista e udito, altezza minima per i cavalieri e gli uomini delle prime coorti, di cinque piedi e dieci once (circa 1,72 m), di 5,5 piedi romani (circa 165 cm) per i fanti. Ma sembra che quando si incontravano difficoltà di reclutamento, più che della statura si teneva conto della robustezza fisica.
Poi la recluta, detta "tiro", da cui i termini  "tirocinio" e "tirocinante" passava un periodo di prova di almeno 4 mesi (probatio), in cui riceveva l'addestramento militare e veniva tenuto in osservazione.

Si indagava inoltre sulla moralità delle reclute, per evitare elementi poco raccomandabili, che volessero arruolarsi per sottrarsi a qualche grave condanna, per rientrare nell'esercito dopo esserne stati scacciati con ignominia o per sfuggire a un processo.
Superati gli accertamenti, il coscritto era dichiarato arruolabile, ed immatricolato: a quel punto, divenuto tiro (recluta), gli veniva messa al collo la "piastrina di riconoscimento",  una medaglia di piombo che era ad un tempo segno di fedeltà al servizio militare e indicazione della sua identità. In età imperiale il suo braccio dei miles venivano segnati indelebilmente a fuoco con il nome dell'imperatore regnante.

Terminati questi adempimenti, seguiva la solenne cerimonia del giuramento, poi i coscritti venivano trasferiti nella località dove era di stanza il corpo a cui erano assegnati. Subito dopo essere stato inquadrato nel reparto a cui era stato assegnato, il miles prestava, insieme ai suoi commilitoni, il giuramento di fedeltà (sacramentum militiae) di alto valore religioso, giuridico e civico, che lo legava allo stato, al suo generale ed ai suoi compagni d'arme con un vincolo che doveva essere osservato fino al momento del congedo: in caso contrario, egli avrebbe commesso un'imperdonabile empietà.

Dopo il giuramento, il soldato veniva addestrato per almeno 4 mesi e poi poteva usare le armi – elmo, scudo, corazza, gladio – che in quella stessa occasione gli venivano consegnate e legittimamente uccidere il nemico: nella pratica, il giuramento dei coscritti seguiva quello che gli ufficiali (legati e tribuni militari) ed i sottufficiali (centurioni) prestavano al comandante. Un soldato di ciascuna legione leggeva a voce alta l'impegno, tra l'altro, a restare in servizio fino alla naturale scadenza, e gli altri, chiamati singolarmente per nome, uscivano dai ranghi e pronunciavano la formula di consenso

Un giuramento particolare veniva prestato dal soldato appena arrivato nell'accampamento, e riguardava esclusivamente l'impegno a rispettare alcune norme, come non rubare nulla né entro il campo né fuori e consegnare ai superiori gli eventuali oggetti ritrovati o presi durante il saccheggio di una città nemica conquistata..

Nel periodo post-mariano, quando il servizio militare si protraeva per molti anni, i soldati si impegnavano una volta per tutte ed il giuramento restava valido per la durata del loro servizio. Con Augusto, il capo supremo dell'esercito divenne il princeps, l'imperatore, e quindi esclusivamente a lui veniva prestato il sacramentum militiae, che era ripetuto all'atto della proclamazione di ogni successore ed annualmente il primo gennaio, o talvolta nell'anniversario dell'ascesa al trono dell'imperatore regnante.
Con Costantino, adeguandosi ai nuovi orientamenti socio-politici, i soldati pronunciavano un giuramento, diverso da quello fino allora adottato, che conteneva, forse, un esplicito riferimento alla religione cristiana.



PAGA E PREMI

Lo stato corrispondeva ai propri soldati un'indennità annua (quadrimestrale con Augusto), dalla quale venivano detratte le spese relative alla fornitura del vestiario, delle armi e dei viveri, che incidevano mediamente per circa un terzo dell'intero stipendium.

Dal diritto internazionale romano era previsto il diritto di saccheggio, che aveva il suo fondamento nella concezione che i beni e le persone dei vinti diventassero proprietà del vincitore. Il bottino era tuttavia proprietà dello stato ed i soldati avevano l'obbligo, per giuramento, di consegnare tutto: beni, persone ed animali.
Prima di versarlo all'erario, i generali avevano però il diritto di trattenerne una parte che essi, dopo il combattimento o in occasione del trionfo, distribuivano parzialmente ai propri soldati che comunque non ne avevano alcun diritto.
Il donativo era, invece, un'elargizione straordinaria in denaro, concessa ai soldati per esempio dopo una campagna vittoriosa.
Acquistò un'importanza rilevante dopo la riforma di Mario, con l'arruolamento di uomini privi di beni ma soprattutto nelle guerre civili, durante le quali, sul finire della repubblica, i generali ed i capi delle varie fazioni attiravano i soldati con elargizioni straordinarie, pena la rivolta se non venivano ottemperate.

Numerose e varie erano le ricompense , che potevano consistere in vantaggi materiali, quali la doppia razione di viveri o il doppio stipendio oppure essere puramente onorifiche, ad esempio l'elogio pubblico del generale. Nella maggior parte dei casi si trattava però di una onorificenza, solo raramente accordata ad intere unità ma più frequentemente ai singoli, che per le summenzionate questioni di prestigio, le tenevano in grandissima considerazione, esponendole negli atrii delle proprie case e mettendole ben in vista durante i cortei trionfali o in particolari occasioni celebrative.

L'importanza della decorazione era proporzionata all'atto di valore compiuto: così, a chi in battaglia aveva ucciso un nemico veniva concessa una lancia senza cuspide (hasta pura), mentre una particolare corona, da metà del II secolo a.c. in oro, era data a chi, nell'assedio di una città o di una fortezza nemica, aveva dato per primo la scalata alle mura. Molto ambite erano anche quelle decorazioni che potevano essere messe in mostra come un braccialetto di argento od oro (armilla), una collana di bronzo (torquis), e due piccoli corni di metallo (cornicula) che si appendevano alla parte anteriore dell'elmo.


Da soldati semplici,  per passare a quello di centurione primipilo, occorrevano almeno 14-15 anni: insieme ad una serie di privilegi, con uno stipendio superiore di 60-70 volte a quello ricevuto da tiro. Carriere più rapide si potevano però attuare per particolari atti di valore o notevoli capacità personali.

Vi era un altro modo di ricompensare i buoni soldati: la concessione dell'esonero dai servizi più gravosi, da quello di prendere parte alla costruzione dell'accampamento, a quello di provvedere all'approvigionamento, al servizio di guardia, alla manutenzione ed alla pulizia del campo.





I GRANDI STRATEGHI



ROMOLO

Secondo Livio e Dionigi di Alicarnasso, storiografi di Roma che scrissero in età più tarda, la più antica forma di esercito esisteva a Roma nell'VIII secolo a.c. quando l'urbe era solo un centro collinare fortificato, con un esercito limitato, che lo storico Theodor Mommsen definisce curiato, cioè secondo le suddivisioni delle curiae e le tre originarie tribù della fondazione di Roma: i Ramnes, i Tities, e Luceres.

Secondo la tradizione fu Romolo a creare, sull'esempio della falange greca, la legione romana. Egli iniziò a dividere la popolazione adatta alle armi, in Legioni formate da 3.000 fanti e 300 cavalieri, pertanto 3.000 fanti (pedites) e 300 cavalieri (equites) erano arruolati dalle tre tribù che formavano la prima popolazione di Roma: i Tities, i Ramnes ed i Luceres. In epoca regia era formata da cittadini compresi tra i 17 ed i 46 anni, in grado di potersi permettere il costo dell'armamento.
La legione si disponeva su tre file, a falange, con la cavalleria ai lati. Ogni fila di 1.000 armati era comandata da un tribuni militum, mentre gli squadroni di cavalleria erano alle dipendenze dei tribuni celerum, mentre il Rex assumeva il comando dell'intero esercito che poi scioglieva al termine della campagna dell'anno.

La gran massa dei fanti consisteva probabilmente di pilumni (lanciatori di pilum), con un numero più piccolo a servire forse come arquites (arcieri). La cavalleria era di molto inferiore in numero e consisteva probabilmente unicamente dei cittadini più ricchi della città. L'esercito conteneva anche i primi carri.
Il primo esercito romano, quello di epoca romulea, era costituito da fanti che avevano preso il modo di combattere e l'armamento dalla civiltà villanoviana della vicina Etruria.
I guerrieri combattevano prevalentemente a piedi con lance, giavellotti, spade in bronzo, ed in rari casi in ferro, pugnali ed asce, con una piccola protezione rettangolare sul petto, mentre solo i più ricchi potevano permettersi elmo e corazza e scudi rotondi.

Secondo Tito Livio attorno alla fine del V sec. a.c. Romolo introdusse gli scudi di tipo sabino, modificando le precedenti armature, e lo stesso Romolo, quando la città di Roma si ingrandì e si unirono i Sabini, decise di raddoppiare le sue truppe in: 6000 fanti e 600 cavalieri.
E da ultimo sembra che Romolo costituì una guardia personale di trecento cavalieri chiamata Celeres (eliminata poi da Numa Pompilio) e Romolo sembra fu il primo ad aver distribuito personalmente ai soldati la terra conquistata in guerra.
Approfondimento: ROMOLO



SERVIO TULLIO

Livio narra che Tullio riformò l'esercito in base al censimento da lui ordinato.

A qualsiasi livello, il servizio militare, a quell'epoca, era considerato un dovere civico e un modo per ottenere un avanzamento di status all'interno della società.

Servio Tullio fu ritenuto autore della famosa Riforma Centuriata.

Con questa riforma ricchezza, peso politico e servizio militare erano strettamente collegati; tutti i cittadini, infatti, in base al censo, furono divisi in sei classi ognuna delle quali avrebbe dovuto fornire centurie.
Approfondimento: SERVIO TULLIO



FURIO CAMILLO

Nel corso del 407 a.c., quando l'esercito romano fu diviso in tre parti e mandato a saccheggiare il territorio dei nemici sotto il comando di tre dei quattro Tribuni militari. Così Lucio Valerio Potito si diresse su Anzio, Gneo Cornelio Cosso su Ecetra e Gneo Fabio Ambusto attaccò e conquistò Anxur lasciando la preda ai soldati di tutti e tre gli eserciti. fu istituito lo stipendio per i soldati, su indicazione dello stesso Furio Camillo.

« I patrizi poi aggiunsero un dono quanto mai opportuno per la plebe: il senato, senza che mai prima plebe e tribuni via avessero fatto menzione, decretò che i soldati ricevessero uno stipendio tratto dalle casse dello Stato. Fino a quel momento ciascuno adempiva al servizio militare a proprie spese. A quanto risulta, nessun provvedimento fu accolto con tanta gioia dalla plebe. » (Tito Livio, Ab Urbe condita)

Il vantaggio immediato fu che venne approvata una legge che dichiarava guerra a Veio e i nuovi Tribuni con potestà militare vi condussero un esercito in massima parte formato da volontari.
La leva del 403 a.c. fu la prima a essere richiesta per una campagna che durasse più di una sola stagionee da questo momento in poi tale pratica divenne gradualmente più comune, se non proprio abituale.

In epoca repubblicana le guerre sulla penisola italica si combattevano ancora durante la bella stagione, con l'inverno le ostilità erano sospese e i soldati tornavano a casa. Si riprendeva nella primavera successiva o anche più in là; erano sconosciute le tecniche del lungo assedio, per questo Veio e Roma, distanti tra loro circa 20 km, erano state in guerra senza un risultato conclusivo per quasi cento anni.

Quando nel 406 a.c. iniziò quella che doveva essere l'ultima guerra tra Veio e Roma, era chiaro ad entrambi i contendenti che la posta era la supremazia sul Lazio. Tito Livio narra che la guerra sarebbe finita solo con la distruzione di una delle due rivali, e i Romani capirono che era inutile assediare una città ben fortificata solo per qualche mese e poi lasciare il campo delle operazioni con l'inizio della brutta stagione, consentendo all'avversario di riprendersi. Ovvero lo capì Furio Camillo che conduceva quella guerra e e fece cambiare sistema cingendo d'assedio Veio, senza mollare la faccenda d'inverno.

Era una cosa mai accaduta a Roma, perchè i soldati erano soprattutto contadini che lasciavano le proprie terre, per farvi ritorno a operazioni concluse. I ricchi avevano schiavi e servi per i loro interessi, ma per i coltivatori era una tragedia. Così Marco Furio Camillo nel 405 a.c. introdusse in qualità di Console la paga per il soldato ed il diritto ad una parte di bottino in relazione al grado, e durante la guerra con Veio Roma sperimentò nuove strategie belliche, che erano in uso presso i Greci, ma sconosciute dai popoli italici.

Poichè Furio Camillo istituì per i soldati una paga e parte del bottino, tutti volevano partecipare al saccheggio lasciando sguarnito l'accampamento col rischio che venusse conquistato dall'avversario. Allora Furio Camillo stabilì che molti soldati restassero a guardia dell'accampamento e che il bottino, portato al comandante, fosse distribuito in tre parti: una per l'erario, una per gli Dei e una da dividere tra i soldati.

Tutti, nella misura prestabilita, partecipavano alla divisione, anche i feriti, le truppe di riserve e quelle rimaste di guardia all'accampamento. Così non c'era invidia tra i militari, l'accampamento era sempre difeso e spesso da esso uscivano le truppe fresche per nuove sortite. Erano idee semplici, ma erano solo i romani ad averle e applicarle e questo fece la differenza.

Nel periodo in cui Roma, per la formazione del suo esercito, poté contare sui cives romani appartenenti ai ceti alti di condizione e di reddito, il problema dell'addestramento militare non si pose. I cittadini infatti, fino alla tarda repubblica, ricevevano un'educazione esclusivamente privata, che comprendeva attività atletiche con fini militari.
Per praticare questi esercizi, i giovani romani si recavano al Campo Marzio, sulle rive del Tevere, nelle cui acque si immergevano dopo le fatiche delle prove alle quali usualmente si sottoponevano: corsa, lancio del giavellotto, maneggio delle armi, equitazione, pugilato e scherma.

Ancora nell'ultimo secolo della repubblica, quando il servizio militare aveva cessato di fatto di essere obbligatorio per il cittadino comune, l'allenamento fisico restò un obbligo sociale per i giovani dei ceti superiori i quali, in ogni caso, prima di iniziare la carriera delle magistrature, dovevano aver coperto i gradi dell'esercito.
Approfondimento: FURIO CAMILLO



SCIPIONE L'AFRICANO 

Nel 216 a.c., all'età di 19 anni, fu tra i superstiti della disastrosa battaglia di Canne, dove, come narra Livio ricopriva la carica di tribuno militare. In questo ruolo, dopo la sconfitta, guidò e condusse in salvo i pochi e sbandati superstiti delle legioni romane, con i cartaginesi che perlustravano il territorio per far strage dei sopravvissuti, tanto più che il campo di Annibale distava appena 4 miglia.

Li  fece giungere sani e salvi a Canosa dove i soldati lo ringraziarono commossi, compresi quelli che volevano fuggire e che ritenevano impossibile la salvezza. E qui inizia la stupenda tattica di Scipione, uno stratega militare all'altezza di Giulio Cesare, il quale commiserava l'esercito il cui comandante usasse le armi anzichè il cervello.
Scipione riteneva importante studiare la tattica del nemico per poterlo prevedere e scoprire i suoi punti fragili, così si fece raccontare dai superstiti tutti i particolari della battaglia. Poi, sapendo della grande superiorità numerica degli avversari, studiò un piano: Siface e Asdrubale si erano accampati su due alture vicine, ma i loro accampamenti in legno e giunco erano addossati gli uni agli altri, non studiati al centimetro come quelli romani. Allora Scipione mandò una serie di ambasciatori per trattare la pace, inserendovi soldati esperti nel rilevare tutte le informazioni del luogo.
Poi in primavera interruppe i negoziati e fece partire le sue navi apparentemente in direzione Utica, come dovesse assalire la città dal mare. Di notte invece si recò all'accampamento di Siface e, dopo aver bloccato ogni via di fuga, appiccò un incendiò che, come previsto, si estese in poco tempo a tutto l'accampamento. I cartaginesi dell’accampamento di Asdrubale, credendo accidentale l’incendio, corsero in aiuto e vennero annientati.

Livio racconta che di fronte al pericolo di defezione dopo la sconfitta di Canne, Publio Scipione fu l’unico dei capi militari a mostrare decisione e fermezza, si oppose così alla richiesta di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, perchè non si doveva far altro che riorganizzare l'esercito. Sembra che gli scampati fossero i primi ad affidarsi a lui, che tanto coraggio e bravura aveva dimostrato nel salvarli dalla morte certa. Era audace, responsabile, onesto, geniale e trascinante.

Publio Cornelio trattò le truppe in modo diverso da come usavano i generali, ascoltava i loro bisogni e li trattava benevolmente pur allenandoli pesantemente, lo stesso sistema che sarà usato ma Mario prima e da Cesare poi. Aveva inventato anche una nuova tattica di guerra, un attacco continuo, innovativo rispetto alle lunghe pause dopo la battaglia, un sistema che coglieva di sorpresa ed esasperava il nemico. Lo otteneva mediante un ricambio di uomini studiato a tavolino, in modo che ci fosse sempre un nucleo combattente. Questo metodo mai usato da nessuno aveva un grande impatto psicologico sugli avversari. Publio pianificava tutto, quanti potevano essere i morti o i feriti, quanti da sostituire. Riusciva pure ad avere molti meno soldati morti in battaglia per cui l'esercito lo adorava e lo credeva figlio di un Dio.

Non sono conosciuti i metodi dell'addestramento delle reclute nel periodo precedente la fine del III sec. a.c. La prima notizia che possediamo sull'argomento riguarda le disposizioni impartite ai tribuni militari delle sue legioni da P. Cornelio Scipione Africano, dopo la presa di Cartagena in Spagna (209 a.c.), relative alle esercitazioni quotidiane da far compiere ai soldati.
Il primo giorno dovevano far marciare i soldati in armi a passo di carica per trenta stadi (circa 5,5 km); il secondo giorno dovevano far loro ripulire e riparare le armature e passarle in rassegna alla presenza di tutti; il
giorno successivo dovevano farli riposare senza impegnarli in alcuna attività; il quarto giorno, poi, dovevano farli esercitare, alcuni in duelli con spade di legno ricoperte in cuoio e munite di bottoni d'arresto, altri invece
nel lancio delle armi, usando anche in questo caso giavellotti con bottoni d'arresto in punta; il quinto giorno dovevano far loro ricominciare daccapo la stessa serie di esercizi
Approfondimento: SCIPIONE L'AFRICANO



GAIO MARIO

Mario riformò la struttura della legione, suddividendola in dieci coorti formate da tre manipoli, sempre suddivisi in due centurie ciascuno, ma soprattutto riformò il concetto di esercito. Creò la squadra del genio militare, l'unica al mondo e una delle armi migliori dell'esercito romano, capace di affrontare lavori di alta specializzazione, come costruire ponti, navi per trasporti oceanici, strade. I Romani ebbero fabri lignarii (falegnami), aerarii (fabbri), fossores (zappatori) e, dall'epoca dell'impero, anche reparti di pontieri. In più c'erano spie, mappatori, battitori ed esploratori sempre in azione nei territori nemici.

Il comando supremo della legione era affidato al console, coadiuvato da un legatus, e l'insegna della legione era un'aquila d'argento ad ali spiegate infissa su un'asta, retta da un aquilifer. L'aquila andava difesa ad ogni costo e la sua perdita era il più gran disonore per la legione e per il legionario vessillifero che preferiva la morte alla colpa di questa vergogna. Infatti Roma soffrì molto per la sconfitta di Varo nel 9 d.c. contro i Germani di Arminio che si appropriarono di quattro insegne romane. Non vollero restituirle ma i Romani nel tempo le riconquistarono tutte e finalmente i legionari di quelle insegne poterono di nuovo marciare a testa alta.

Prima della riforma mariana era il senato che decretava la leva (dilectus) ed erano i consoli che emanavano un editto nel quale, tra l'altro, erano fissati il giorno e il luogo dell'adunata di coloro che erano tenuti a rispondere alla chiamata alle armi: i renitenti erano passibili di pene severe. Man mano che i coscritti si presentavano, il magistrato che presiedeva all'arruolamento esaminava i motivi di un eventuale esonero, che peraltro era previsto in pochissimi casi.
Terminati questi preliminari si passava all'accertamento delle qualità necessarie per far parte dell'esercito romano (cittadinanza, età, ecc.) ed all'assegnazione, di coloro che erano risultati idonei, ai reparti: seguiva la solenne cerimonia del giuramento, con il quale tra l'altro il coscritto si impegnava solennemente a presentarsi puntualmente nella località indicata dal magistrato. Chi mancava veniva dichiarato disertore, e come tale punito con la pena di morte, a meno che non fosse in grado di invocare una giustificazione seria e documentata.

Come narra Sallustio, nel 107 a.c. Mario, eletto console e col compito di proseguire la guerra contro Giugurta, cambiò il reclutamento per le nuove leve:  per arruolarsi nelle legioni, non occorreva possedere beni. Viene così superato il rigoroso principio che il soldato (miles) romano doveva possedere un determinato censo: principio fino ad allora ferreo, rafforzato dalla convinzione aristocratica che chi non aveva nulla da difendere, non poteva essere un buon soldato.

Mario fu il primo a introdurre la leva volontaria, e ad entrare nell'esercito furono soprattutto i proletari rurali, perchè la plebe urbana sopravviveva, oltre che di sussidi, di clientelismo cittadino. D'ora in avanti le legioni di Roma saranno composte prevalentemente da cittadini poveri, il cui futuro dipendeva dai successi del proprio generale, che gli assegnava a suo piacimento parte delle terre conquistate. Di conseguenza i soldati appoggiavano il proprio comandante, anche quando si scontrava col Senato patrizio. Mario, persona onesta e fedele alle tradizioni, non si valse mai di questo potere militare, ma lo farà poi Silla, contro il Senato e contro lo stesso Mario. Sarà poi Cesare a stabilire per legge la suddivisione di terre e bottino tra i soldati, non lasciandoli più al capriccio dei generali.

Da quel momento l'esercito romano non fu più mercenario, ma  una struttura permanente di volontari, che, impegnandosi a restare sotto le armi dai 16 ai 20 anni ed oltre,  dovevano ancora possedere i requisiti fondamentali, e tradizionali anche in età imperiale, innanzi tutto la cittadinanza romana, ma non più quello di essere possidenti. La carriera militare era ancora obbligatoria per i giovani dei ceti elevati: perchè per  le cariche delle magistrature era indispensabile avere adempiuto agli obblighi militari ed essersi messi in buona luce.

L'addestramento di Mario fu un dei più duri della storia, tanto che i suoi soldati si auto definirono e furono definiti come "i muli di Mario". I militi dovevano marciare, sopportare pesi, scavare, caricare e scaricare, lavorare a turni di giorno e di notte, un addestramento pesantissimo che però i soldati sopportavano, sia perchè il loro comandante sapeva trattarli, sia perchè grazie a questo i loro reparti subivano molto meno perdite degli altri eserciti romani. Addestrarsi bene significava anzitutto sopravvivere, e poi vincere.
Approfondimento: GAIO MARIO



PUBLIO RUTILIO RUFO

Secondo Valerio Massimo, il console del 105 a.c. P. Rutilio Rufo fu il primo a fare impartire ai suoi soldati lezioni di scherma: egli affidò questo compito a coloro che istruivano i gladiatori. Si distinse nella battaglia del Muthul, nel corso della quale fronteggiò un attacco di Bomilcare e organizzò la cattura o il ferimento della maggior parte degli elefanti da guerra numidici. Nel 105 a.c. venne eletto console come collega più giovane di Gneo Mallio Massimo. Le sue iniziative principali riguardarono la disciplina militare e l'introduzione di un migliore sistema di addestramento delle truppe.

Qualche altra sintetica notizia sull'addestramento militare ci è data anche dallo storico ebreo, naturalizzato romano, Flavio Giuseppe, per il periodo flavio, e da Plinio il Giovane per il periodo traianeo. Il primo parla con grande ammirazione, ma in maniera generica, dei metodi di addestramento praticati nell'esercito romano ai suoi tempi:
"Non è la guerra quella che li inizia alle armi, né soltanto nell'ora del bisogno essi muovono le mani tenute prima inoperose durante la pace, ma invece, come se fossero nati con le armi in pugno, essi non interrompono mai l'addestramento... Le loro manovre si svolgono con un impegno per nulla inferiore a quello di un vero e proprio combattimento, che anzi ogni giorno tutti i soldati si esercitano con tutto l'ardore come se fossero in guerra... Non si sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre battaglie incruente e le loro battaglie esercitazioni cruente"




GAIO GIULIO CESARE

Il più grande stratega di tutti i tempi, sia nell'arte della guerra sia nel trattare coi soldati che come ambasciatore presso regni stranieri.
Di intelligenza e coraggio straordinari, Cesare era dotato di un carisma che affascinava, oltre le folle, anche i rudi soldati. Cesare fu un condottiero abile e amato come pochi, e come nessuno potè chiedere alle truppe di combattere con lui quando la vittoria era improbabile per la differenza di forze militari, sempre di molto inferiori rispetto al nemico. Proprio perchè tanto amato potè inoltre esigere un allenamento e una disciplina uniche, senza mai dover ricorrere alla violenza.

Era onesto nelle richieste per l'esempio che per primo dava ai sottoposti, tipo scendere da cavallo quando i fanti si lamentarono del privilegio dei cavalieri che avevano a loro avviso più probabilità di sopravvivenza per le cavalcature.
Era magnanimo, così appena entrato in servizio raddoppiò lp stipendio ai soldati, ma anche generoso nei bottini, geniale e creativo nella strategia, maestro nell'eloquenza persuasiva, e leggero nel potere gerarchico che esercitò solo per l'obbedienza ai comandi, tanto che i suoi uomini potevano dileggiarlo pubblicamente mentre lo osannavano durante i trionfi, come si fa con un amico. Il che lo mostra anche uomo di spirito, che non temeva le critiche, per nulla esaltato ma sicuro di sè.
Ma era pure un'anima inquieta, sempre tesa ad ottenere il massimo in tutto, e quindi pretendere il massimo da tutti. Il proconsole delle Gallie disse, “Cesare doveva fare tutto nello stesso tempo: innalzare il vessillo, dispiegare le insegne, chiamare alle armi, richiamare dai lavori i legionari, schierare le truppe, arringare i combattenti, dare il segnale di battaglia.
Suo grande maestro fu lo zio Gaio Mario, Generale e Console per sei volte, un eroe dei populares, che lo addestrò nel fisico e nelle armi, e gli inculcò la difesa del popolo e dei deboli contro il potere dei nobili.

Plutarco (Vita di Cesare):
"Pur non avendo combattuto in Gallia nemmeno dieci anni, Cesare conquistò a forza più di ottocento città, assoggettò trecento popoli, si schierò in tempi diversi contro tre milioni di uomini, ne uccise un milione e altrettanti ne fece prigionieri"


Cesare era uomo dalla grande inventiva e prontezza di riflessi. Le sue strategie non si somigliavano mai, rendendo al nemico imprevedibili i suoi movimenti. Riusciva a prendere iniziative in tempi velocissimi e a fare cose mai fatte prima, come combattere per nave, o muovere guerra in inverno mentre l'esercito romano si muoveva nella stagione calda. Si mosse più volte in pieno inverno per traversare il Mediterraneo, le Alpi innevate, il Canale della Manica, e, contrariamente all'uso, fece marciare i soldati anche di notte a lume di fiaccole.

Inventò sempre nuovi metodi per sorprendere il nemico, come quello usato contro i Veneti in Bretagna. Non riuscendo a bloccare le loro navi più snelle e veloci di quelle romane, fece costruire ai suoi uomini enormi falci con cui tagliarono le vele dei Veneti, in modo che non potessero prendere vento e le assalì.
I soldati avevano grande fiducia in lui, sia nelle sue capacità, sia nella cura che aveva di risparmiare la loro vita, sia nella generosità ed equità nella spartizione dei bottini.

Prima di ogni battaglia parlava ai soldati in modo trascinante e nello stesso tempo molto razionale, infatti spiegava loro lo svolgimento della battaglia affinchè fossero preparati alle modifiche. Era così persuasivo da chiedere il loro consenso alle battaglie, anche le più pericolose, per esempio nella guerra civile contro Pompeo, e l'adesione arrivò sempre.

Disse che: “E’ dovere di un Capo vincere non meno col senno che con la spada”. In effetti le vittorie furono in larga parte frutto delle sue strategie oltre che del valore di combattenti. Infatti limitò come pochi le perdite dei soldati in battaglia, tanto più che i suoi uomini erano sempre di molto inferiori di numero a quello avversario.

Cesare chiamava i suoi soldati commilitoni, cioè cum-militantes, cioè quelli che combattevano insieme a lui; un titolo di parità e non di gerarchia. Li riforniva di ottimi equipaggiamenti, dando loro delle armi decorate con oro e argento per aumentare il loro prestigio, in parte perchè così erano rinforzate, ma soprattutto perchè facessero l'impossibile per non perdere in combattimento armi tanto preziose.

Spingeva gli uomini a correre, spesso con lui in testa, con tutto il peso che si trascinavano irrobustendone straordinariamente i muscoli, si che andavano a velocità doppia rispetto agli avversari. Inoltre gli faceva zappare la terra, fortificando straordinariamente i muscoli delle braccia e delle spalle, in modo da avere più forza ed agilità nell'uso delle armi, ma pure per riuscire a montare un campo fortificato a tempo record.

Quando Cesare doveva traversare zone prive di alberi, faceva trasportare i pali da accampamento ai soldati, uno a testa legato sulla schiena, per limitare al massimo l'uso dei carri che rallentavano l'andatura e che potevano rappresentare una tentazione di bottino per i nemici. Anche il cibo per lo stesso motivo era ridotto al minimo, procurandoselo via via con i razziamenti e la caccia. Si spostava grazie a questi accorgimenti così rapidamente che i suoi nemici faticavano ad individuare le sue posizioni.

I suoi accampamenti furono un capolavoro di ingegneria, con palizzate e torri di legno montate in tempo rapidissimo, al punto che in una stessa giornata potevano smontare e rimontare un accampamento molti km più avanti. I soldati non si accampavano mai all'aperto, dopo una giornata di cammino costruivano l'accampamento con le palizzate in legno, le tende, i ripostigli per il cibo e le armi, e se c'era pericolo i soldati dormivano con l'armatura accanto o addirittura addosso. Anche nel vestirsi i soldati erano addestrati ad allacciarsi vicendevolmente fibie ed altro in modo da poterlo fare in velocità.

I suoi uomini erano in grado di costruire tutto, dalle catapulte, ai fossati protetti, alle balestre, alle torri, alle trappole, ai ponti. Costruì per primo nella storia un ponte fisso sul Reno, in soli 10 giorni, lungo oltre mezzo chilometro, cosa che spaventò i Germani perchè Cesare non poteva essere fermato nemmeno da un fiume enorme come il Reno. Ma all'occorrenza fece anche deviare il corso di fiumi o scavare canali per ridurre il livello delle acque e passare a guado.

Cesare allenò i soldati non solo alla velocità, la forza e l'abilità nelle costruzioni, ma pure alla sorpresa. Li svegliava improvvisamente di notte costringendoli armati a correre fuori dell'accampamento con lui in testa. Oppure li faceva correre nei giorni di riposo, per controllare quanto rapidamente sapessero armarsi e correre in territori sconosciuti e imprevedibili. Li abituò così agli ordini improvvisi e alle sorprese.

Svetonio racconta che Cesare non giudicava i soldati dai costumi o dall'aspetto, ma dalle loro forze, e li trattava con pari severità e indulgenza, indipendentemente dal grado. Non li costringeva all'ordine sempre e ovunque, ma solo di fronte al nemico: allora esigeva una disciplina inflessibile, non preannunciando mai il momento di mettersi in marcia né quello di combattere, ma voleva che i suoi uomini fossero sempre vigili e pronti a seguirlo in qualsiasi momento ovunque li avesse condotti.
Si comportava così anche senza un motivo, e specialmente nei giorni piovosi o festivi. Talvolta, dopo aver ordinato ai soldati che non lo perdessero di vista, si metteva in marcia all'improvviso, di giorno come di notte, e forzava il passo per stancare chi avesse tardato a seguirlo.

Cesare era anche un ottimo estimatore di uomini, ne individuava i potenziali e li incoraggiava e premiava, indipendentemente dalla classe sociale. Ad esempio Ventidio Basso, generale di Marco Antonio, era di origini umilissime. Venne fatto prigioniero insieme a sua madre quando era ancora bambino da Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno.

Da adolescente fu addetto alla cura dei muli in dotazione ai magistrati finché non venne notato da Giulio Cesare che apprezzandone la forza e l'intelligenza lo arruolò nel suo esercito in partenza per la Gallia. Durante quella guerra e la successiva guerra civile ottenne il crescente favore di Cesare che lo portò ad un'insperata carriera, finchè lo pose a capo delle Province Orientali sotto Marco Antonio e quando i Parti invasero la Siria li sconfisse in tre battaglie ottenendo il trionfo. Molti si arruolavano da Cesare perchè sapevano che sarebbero stati valutati secondo il merito e non secondo il censo, per cui chi aveva capacità poteva sperare al massimo.

I Galli avevano chiesto a Cesare di aiutarli a ricacciare oltre il Reno i Germani guidati da Ariovisto. Cesare propose ad Ariovisto di stipulare un accordo ma l'altro rifiutò. Occorreva combattere ma le legioni, intimorite dalla fama feroce e guerriera dei Germani stavano per ammutinarsi. Cesare annunciò allora che avrebbe sfidato Ariovisto portando con sé solo la fedelissima X legione, che alla richiesta rispose affermativamente. Per l'amore che i soldati portavano a Cesare, e per non apparire codardi, le altre legioni lo seguirono. Ancora una volta Cesare aveva avuto ragione con un colpo di genio, ma rischiando tutto. Così insegnò ai suoi milites a rischiare, ma supportati da un razionale ragionamento, in cui tutto era previsto e nulla lasciato al caso.
Approfondimento: GIULIO CESARE



L'IMPERO

In epoca imperiale: l'estensione dei confini impose la presenza di un esercito permanente e perciò la leva si basò sulla coscrizione volontaria, costituendo un esercito professionale, necessario perché la sopravvivenza dell'impero non poteva essere salvaguardata da truppe occasionali.
Dopo la riforma di Mario, essendo la maggior parte dei soldati volontari e quindi disponibili ad una lunga permanenza nell'esercito, la ferma fu fissata in sedici anni. Nel 13 a.c. Augusto confermò tale durata: a causa però delle difficoltà che incontrava l'erario per pagare ai veterani il premio di congedo di fine servizio (praemium militiae: vd. infra), la ferma fu portata a venti anni.
Ma poiché neppure questo provvedimento si dimostrò sufficiente a risolvere le difficoltà finanziarie dello stato, invalse l'uso di trattenere sotto le armi anche i congedati (i veterani) che, inquadrati in reparti speciali, vi restavano per periodi molto più lunghi di quello legale, a volte più di trent'anni, con una competenza unica che poteva essere trasmessa alle reclute.

Con Adriano, restaurate le finanze dello stato, fu possibile accordare il congedo allo scadere della ferma stabilita, che restò fissata, sino al V secolo, in vent'anni. Tutti i militari, da soldato semplice a centurione, che, dopo aver ultimato il servizio militare, ottenevano l'honesta missio, venivano designati come veterani. Tale qualifica comportava un praemium militiae, una somma di denaro consegnata all'atto del congedo.

A causa della difficoltà di pagare il premio in denaro, tuttavia, Augusto ed i suoi successori lo sostituirono con assegnazioni di terre, in Italia o anche nelle province, generalmente in località diverse da quelle in cui i veterani avevano servito per molti anni. Ma per alcuni veterani vivere lontani dai territori dove erano vissuti a lungo non era allettante: e molti abbandonavano o vendevano i poderi per ritornare nella zona dove avevano militato.

Plinio accenna genericamente all'addestramento nel Panegirico a Traiano, quando loda l'impegno con cui l'imperatore stesso prendeva personalmente parte alle esercitazioni dei suoi soldati.

Vegezio:
"I soldati romani furono sottoposti in tutti i tempi ad un duro addestramento, non soltanto per renderli vigorosi combattenti ed agili e infaticabili marciatori, ma anche per evitare che restassero in ozio: i comandanti erano consci che l’inazione genera la svogliatezza e l'indisciplina. In età repubblicana, se la legione restava ferma per qualche tempo nello stesso accampamento, il comandante impegnava gli uomini in lavori manuali pesanti, ad esempio facendo scavare più profondamente il fossato di difesa, rinforzare la palizzata ed anche costruire, per poi demolire, delle opere completamente inutili.
Come negli eserciti dei nostri tempi, si preparava la recluta alla marcia a passo ritmico, mentre per fargli acquisire agilità, gli si facevano eseguire esercizi di salto e di velocità: quest'ultima era preliminare alla corsa cadenzata nei ranghi, che serviva per allenare la truppa a seguire le insegne, conservando le distanze e l'ordine dello schieramento.
L'addestramento con le armi aveva luogo due volte al giorno e comprendeva diversi esercizi: innanzitutto la scherma contro un palo, armati di uno scudo e di un bastone di vimini (che pesavano il doppio delle armi vere), seguita, come pratica e necessaria conclusione, dal combattimento simulato, uomo contro uomo.
Completavano la preparazione il tiro con l'arco, il lancio di sassi, sia con le mani che con la fionda, e soprattutto del giavellotto. Tre volte al mese, infine, si facevano eseguire delle marce, con il carico completo (da 20 a 30 kg) e su tutti i tipi di terreno, di ventimila passi (circa 28, 5 km), durante le quali, di tanto in tanto, si ordinava di accelerare il passo. Le esercitazioni, naturalmente, proseguivano anche d'inverno, in grandi locali chiusi."

Nei periodi di pace, i soldati venivano impiegati non solo nella costruzione e nella manutenzione di apprestamenti militari, ma anche in lavori di pubblica utilità. Ogni legione aveva nel suo organico degli specialisti, genieri, capaci non solo di edificare o abbattere mura e fortificazioni, ma anche di eseguire, ad esempio, i rilievi per un canale, di progettare e costruire strade, acquedotti, ponti, ecc. I soldati erano addestrati come operai specializzati e il loro equipaggiamento personale comprendeva anche i fondamentali utensili di costruzione, tra cui un'ascia (piccone multiuso), accuratamente progettata, la dolabra.

I comandanti, per evitare il rilassamento della disciplina dovuta all'inattività, nei periodi di stasi delle attività belliche, erano soliti adoperare i loro uomini anche per realizzare grandi lavori, soprattutto a basso costo, di pubblica utilità, spesso non legati in nessun modo né alle necessità dell'esercito, né alle operazioni belliche in corso.
Notizie sull'impiego di manodopera militare nella costruzione di opere di interesse generale si hanno fin dal 187 a.c., quando il console M. Emilio Lepido fece costruire dai suoi soldati una via lastricata tra Rimini e Piacenza, l’Emilia; Mario, a sua volta fece scavare dai suoi legionari, nel 104-102 a.c. un canale dal delta insabbiato del Rodano al mare, e Silla, durante la guerra contro Mitridate, fece deviare il fiume Cefiso, in Attica.
Altre opere impegnative, degne di essere ricordate, sono la costruzione di un canale tra la Mosa e il Reno e la progettata realizzazione di un altro tra la Mosella e la Saône. Augusto, per rendere più fertile l'Egitto e quindi più abbondante l'approvvigionamento di Roma, che dipendeva dal grano egiziano, fece pulire, impiegando la truppa, tutti i canali, attraverso i quali il Nilo straripava.

Impegnati in molte altre opere civili, acquedotti, ponti, lavori per lo sfruttamento di miniere, i soldati romani risultarono del resto utili anche in varie situazioni d'emergenza: come una volta in Siria, per distruggere le cavallette.
Per quanto riguarda le infrastrutture militari, già Cesare aveva utilizzato gli uomini delle sue legioni per realizzare imponenti opere di ingegneria militare: dalle fortificazioni intorno ad Alesia, ad un ponte sul Reno, alla costruzione di una flotta nella guerra contro i Galli Veneti. Per il periodo imperiale, basti ricordare l'edificazione delle fortificazioni a difesa delle frontiere dell'impero, il limes: in particolare quello della Britannia, per non parlare delle viae, che, nate per scopi militari, coprirono poco a poco, fin dall'età repubblicana, l'intero territorio dello stato.
Infine, in età imperiale i lavori per la costruzione e manutenzione degli accampamenti (castra) permanenti e dei fortini, una fonte inesauribile di occupazione per le guarnigioni che vi alloggiavano. I soldati edificavano le fortificazioni, gli alloggiamenti, i magazzini, le terme, le palestre, le biblioteche e gli anfiteatri extraurbani.





L'ADDESTRAMENTO DEGLI ACCAMPAMENTI

L'accampamento, soprattutto finquando le legioni non erano ancora schierate a difesa delle frontiere
dell'impero, e cioè fino all'età augustea, rappresentò un fattore importante per l'ottimo addestramento e i conseguenti successi dell'esercito di Roma, un esercito che nel mondo antico non ebbe uguali.

Vi furono due tipi di accampamento: quelli delle truppe che si spostavano quasi giornalmente, a volte per la sola notte, un accampamento mobile e provvisorio; quando, invece, le frontiere si stabilizzarono, nei loro pressi furono costruite strutture permanenti, dove le legioni restarono per lunghi periodi, fino al III-IV sec. d.c., trasformandosi talvolta in città.

Per rendersi conto del lavoro e le fatiche dei soldati per costruire un accampamento adatto ad accogliere due legioni, con militari romani, truppe ausiliarie e truppe alleate, eccone un esemplare tipo.

L'accampamento era un quadrato di 650 m circa di lato, vale a dire di ben 42 ettari che, una volta ultimato, diventava una città fortificata, con circa 20 mila abitanti, traversata dalle due arterie principali, perpendicolari tra loro, il cardo ed il decumanus, intersecate da altre strade, parallele ad esse, larghe da 15 a 30 m, lungo le quali si allineavano le tende dei soldati, dei sottufficiali, degli ufficiali e quella del comandante. Come in una città vi erano quattro porte, corrispondenti agli sbocchi delle due strade principali.
La tenda del generale, posta al centro del praetorium, era il centro dell'accampamento, con l'altare dove il generale stesso sacrificava agli Dei, la tribuna da cui arringava i soldati ed il foro dove i soldati ascoltavano le parole del generale.

Nell'accampamento i trombettieri davano la sveglia prima dell'alba e al primo levarsi del sole i soldati incaricati in rigida successione, smontavano le tende e le caricavano sui carri, che intanto erano stati approntati dagli addetti ai carriaggi, insieme alle altre salmerie, costituite dalle macchine belliche, dalle macine per il frumento, dalle armi di riserva, ecc.
Terminate rapidamente queste operazioni, la legione iniziava la marcia di trasferimento e ogni soldato, inquadrato nella sua centuria, portava il proprio bagaglio personale, del peso di circa 20 kg, comprendente anche un paletto per erigere velocemente la palizzata attorno al prossimo accampamento, nonchè la sua razione di frumento per qualche giorno, le sue armi personali, ecc.

Mediamente il soldato romano marciava per 7 ore consecutive, dall'alba alle 13-14, coprendo a passo normale, circa 6 km l'ora e a passo accelerato, se necessario, 7 km. Tenendo conto delle soste per il riposo e  il pasto del mezzogiorno, percorreva in un giorno dai 30 ai 35 km, naturalmente se tutto andava liscio.

Prima di fermarsi, si staccavano dalla legione un tribuno militare ed un centurione che, accompagnati da alcuni soldati, andavano in avanscoperta per scegliere la località più adatta, tenendo conto della difendibilità del luogo, della presenza di acqua, delle alture o boschi vicini, ecc., per impiantarvi il nuovo accampamento. Naturalmente erano militari scelti per l'esperienza, la capacitò e la velocità di valutazione, perchè tutto doveva essere rapido e preciso.

Scelto il posto, i soldati del seguito, sotto il controllo del tribuno e del centurione, eseguivano rapidamente le misurazioni, anch'essi provetti in questa mansione e facilitati dall'assetto dell'accampamento rigidamente prefissato, sia nelle dimensioni che nella disposizione degli spazi per le tende, per le vie, per il foro, spazi che venivano contrassegnati con vessilli di colore diverso, cosicché all'arrivo della legione, ciascun reparto individuava immediatamente la sezione assegnatagli.
Prima di alzare le tende si dovevano approntare le opere di fortificazione dell'accampamento, cioè il fossato, il terrapieno e la palizzata. Il fossato aveva dimensioni variabili e sezione triangolare: con la terra scavata da esso si costruiva un terrapieno, su cui si innalzava la palizzata, costruita con i paletti che facevano parte del bagaglio personale del legionario.

L'apprestamento dell'accampamento e delle fortificazioni impegnavano severamente i soldati, che già avevano marciato stracarichi per sette ore, quando non erano reduci da una battaglia. Suddivisi in squadre, sotto il controllo dei centurioni, provvedevano ai lavori  alla cui perfetta esecuzione sopraintendevano quattro ufficiali, uno per lato. Sistemato il campo in tutti i suoi dettagli, veniva predisposto il servizio di vigilanza, anch'esso faticoso ed impegnativo, diurno e notturno.

Per i turni di notte, a ciascun posto di guardia presiedevano quattro uomini: e poiché la notte era divisa in quattro vigiliae, ciascuno dei soldati aveva un turno di un quarto dell'intera notte, durante il quale gli altri tre
dormivano. Il segnale del cambio era dato da un trombettiere. Ronde ispezionavano ciascun posto per ogni turno con pene severissime per la sentinella addormentata.
Ora i milites erano liberi, e un po' prima del tramonto, consumato il pasto della sera, di giocare a dadi, di chiacchierare o andare a riposare. Dieci uomini dello stesso reparto occupavano una tenda, con uno stretto cameratismo, che facilitava l'intesa durante i combattimenti.

Se il giorno successivo si doveva ripartire si ripetevano le operazioni consuete, che si svolgevano sempre con la stessa successione: al primo segnale si smontavano le tende e si affardellavano, a cominciare da quelle
del comandante e degli ufficiali, al secondo segnale si caricavano i bagagli sui carri e sulle bestie da soma, al terzo le legioni si mettevano in marcia. Se invece non si doveva partire, i soldati venivano impiegati per rinforzare le fortificazioni, per tenere in ordine l'accampamento, per pulire le armi o per le esercitazioni militari.

Con la riforma di Augusto, che assegnò all'esercito compiti prevalentemente difensivi ai confini dell'impero, i castra divennero insediamenti stabili, costruiti in muratura ed in legno, muniti di adeguate fortificazioni, con migliori condizioni di vita del soldato, anzitutto per l'assistenza sanitaria, l'alimentazione più varia ed abbondante, le condizioni igieniche migliorate da terme e bagni pubblici, e maggiori occasioni di svago, poichè intorno a questi insediamenti fissi stazionavano venditori di cibi cotti e bevande, artigiani, mimi, giocolieri e prostitute.

Fu Cesare il primo comandante ad immettere nell'esercito medici, chirurghi e medicine nel corso della guerra gallica, e Augusto naturalmente lo imitò riconoscendone intelligentemente la validità. Così dette ad ogni legione un certo numero di medici, che erano coadiuvati da infermieri. Negli accampamenti stabili instaurò inoltre il valetudinarium, un'infermeria in muratura, con cortile interno, bagni, acqua potabile e attrezzature sanitarie per i malati ed i feriti più gravi, mentre gli altri continuarono ad essere curati nelle loro tende.
Quasi tutti gli accampamenti avevano, inoltre, le terme, luogo di igiene e di svago, che come tutto il resto venivano costruite e mantenute nell'ordine, nella pulizia e nell'efficienza, sempre dai militari.

Contiguo ad ogni accampamento, veniva assegnato alla legione un ampio territorio, che era utilizzato per allevare animali da macello, per la caccia e per chi lo richiedeva, veniva concesso un appezzamento di terra, che veniva coltivato ad orto e frutteto o direttamente dal militare o con la collaborazione della moglie e dei figli, che vivevano nelle zone circostanti. Infine, vi si svolgevano attività di carattere sportivo-ricreativo che permettevano ai soldati di mettere in mostra la loro bravura e di tenersi in esercizio.

Attorno ad ogni accampamento, in particolare, si formò un agglomerato di baracche (canabae), nelle quali si installarono anche le mogli, le conviventi e i figli dei militari dell'accampamento, i quali avevano così anche il conforto dei familiari. Gli stessi veterani, del resto, dopo il congedo, preferivano fissare la loro residenza nella canaba, proprio perché lì si era creato il focolare domestico e nell'accampamento vicino vivevano molto spesso uno o più figli, che militavano nell'esercito.

All'interno degli accampamenti, i soldati seguivano la religione ufficiale, soprattutto di Giove e Marte, il Dio
militare per eccellenza, ma soprattutto delle insegne e dell'imperatore. Le insegne furono sempre oggetto di particolare rispetto da parte dei soldati, i quali in combattimento le difendevano con accanimento.

In età imperiale, i soldati onoravano soprattutto l'imperatore vivente, la cui immagine era riprodotta su medaglioni fissati sulle aste delle insegne. Ma i soldati veneravano anche le divinità del loro paese d'origine, spesso insieme a quelle che imparavano a conoscere nel territorio in cui prestavano il servizio militare. Si che diversi sacelli si ergevano accanto a quelli ufficiali, per l'assoluta tolleranza romana verso tutte le religioni, conosciute e sconosciute.

Tutto ciò cementava l'animo dei soldati, che si sentivano in sintonia con gli Dei, con la Patria, con Roma e con la gloria personale, uniti alla speranza di sopravvivere alle guerre ed accumulare un bel gruzzolo per godersi la vecchiaia. Poi gli Dei entreranno in conflitto perchè entreranno in conflitto gli animi.




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2 comment:

Anonimo ha detto...

Bellissimo articolo. Complimenti per il lavoro svolto. Grazie mille. Saluti da Napoli. P.S. Magari esistesse ancora l' impero Romano.

Anonimo ha detto...

Molto bello e completo o quasi. Mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa sulla formazione militare dei comandanti, soprattutto quelli che, nonostante la perfetta macchina da guerra che comandavano, portarono ai più grandi disastri della storia di Roma, Trebbia, Canne,Carrae, Teutoburgo etc.
Pasquale

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