TIBERIO






Nome completo: Tiberius Iulius Caesar Augustus
Nascita: Roma 16 novembre 42 a.c.
Morte: Miseno 16 marzo 37
Sepoltura: mausoleo di Augusto
Predecessore: Augusto
Successore: Caligola
Coniuge: Vipsania Agrippina (20 a.c.-12 a.c.) Giulia maggiore (12 a.c.–2 a.c.)
Figli: Giulio Cesare Druso, un figlio morto infante,
Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico per adozione.
Dinastia: giulio-claudia
Padre: Tiberio Claudio Nerone
Madre: Livia Drusilla
Regno: 14-37 d.c.




L’ADOLESCENZA

Tiberio nacque nel 42 a.c. a Roma, da Tiberio Claudio Nerone, cesariano, e Livia Drusilla, di trent'anni più giovane del marito. Ambedue i genitori erano della gens Claudia. Il padre aveva sempre sostenuto Cesare e, alla sua morte, si era schierato con Antonio, in contrasto con Ottaviano, erede designato di Cesare.

Dopo la vittoria di Ottaviano fu costretto a fuggire, portando assieme a sé la moglie e il figlio. Rientrarono però agli Accordi di Brindisi, che concedevano clemenza ai nemici di Ottaviano, finchè il futuro Augusto non sposò la madre del piccolo Tiberio, Livia Drusilla, amata teneramente, che tre mesi dopo partorì Druso, figlio di Tiberio senior.
Tiberio non aveva, quindi, ancora quattro anni quando dovette abbandonare il padre e trasferirsi con la madre nella casa di Ottaviano. Il padre morì quando lui aveva nove anni.



LA GIOVINEZZA

Insieme con Druso fu adottato da Ottaviano diventandone il figliastro. I meriti militari ne fecero, per sua esclusiva virtù, il miglior Generale del tempo. Cominciò le campagne militari quando aveva solo sedici anni. A 22 anni andò presso il Re dei Parti per ritirare le insegne delle Legioni di Crasso.

Non sembra ci fosse buon sangue tra madre e figlio. Mentre Druso fu allevato dalla madre nella casa di Ottaviano, Tiberio rimase presso l'anziano padre fino alla sua morte. A nove anni, Tiberio si trasferì nella casa di Ottaviano assieme alla madre e al fratello. Durante il trionfo di Ottaviano per la vittoria di Azio, il posto d'onore accanto al carro spettò a Marcello, nipote di Ottaviano.

Divenne comunque un buon avvocato in numerosi processi giudiziari. Fu uomo colto e fece parte del circolo di Mecenate, ma soprattutto fu ottimo comandante e stratega, diventando uno dei migliori luogotenenti di Ottaviano.

Insieme al fratello Druso, sviluppò l'attività militare più intensa che doveva portare la frontiera romana fino al Danubio. Operò in Macedonia, in Mesia, in l'Illiria. A lui si deve la conquista della Pannonia (odierna Ungheria).
Nel 9 mentre era ancora in Pannonia, seppe della morte del caro fratello. A lui spettava ora proseguire la guerra in Germania e vi ottenne nuove vittorie.

Augusto gli combinò il matrimonio con Vipsania, la figlia di Agrippa e fu un grande amore. Ma nell'11 a.c., per interessi politici, lo costrinse a divorziare da Vipsania, da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. Tiberio amava molto la moglie e obbedì con gran dolore. L'anno successivo sposò Giulia Maggiore, figlia di Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Ma il matrimonio con Giulia si guastò ben presto, e Giulia si circondò di amanti.

Era il terzo uomo cui Augusto dava in sposa la figlia. I primi due, Marcello ed Agrippa, entrambi deceduti, erano stati indicati come successori di Augusto.
Nel 14 Tiberio, appena nominato Pretore, accompagnò Augusto in Gallia e in una campagna oltre il Reno. Data la mancanza di scuole militari, nel 25 Augusto inviò in Iberia i sedicenni Tiberio e Marcello come tribuni militari. Due anni più tardi, Tiberio fu nominato Questore dell'Annona. Tiberio acquistò a sue spese il grano che gli speculatori ammassavano nei loro depositi e lo distribuì gratuitamente, tanto da essere salutato come benefattore di Roma.

Sul suo buon senso circolavano vari aneddoti:

" Un giorno, mentre era in esilio a Rodi, Tiberio, il futuro imperatore, chiese una conferenza particolare al grammatico Diogene che teneva lì le sue lezioni. Il grammatico, però, non lo volle ricevere e gli fece dire da uno schiavo di attendere il settimo giorno. Diventato Tiberio imperatore, un giorno il grammatico Diogene, trovandosi a Roma, si presentò alla sua porta per rendergli omaggio. L’imperatore non lo volle ricevere e gli fece dire semplicemente di ritornare dopo sette anni. "
(Svetonio – Vite dei Cesari)

" In un processo per lesa maestà, l’imperatore Tiberio gridò che in quel processo avrebbe votato a voce alta e sotto giuramento, affinché anche gli altri sarebbero stati costretti a fare altrettanto.
Sentito questo, Cneo Pisone domandò:
- Con quale ordine, o Cesare, darai il tuo voto? Se sarai il primo a votare, avrò una guida da seguire; se voterai dopo, ho paura che, senza volerlo, potrei trovarmi n disaccordo con te! -
A questo parole Tiberio lasciò cadere l’accusa e fece assolvere l’imputato
. "
(Tacito – Annali)

" L’imperatore Tiberio era dotato di un discreto buon senso della gestione dello Stato. Ad alcuni governatori che cercavano di convincerlo ad aumentare le tasse nelle provincie, ironicamente rispose: - Il buon pastore deve tosare le sue pecore, non scorticarle - "
(Da Svetonio - Vite dei Cesari)



GERMANICO

Germanico era nipote di Tiberio in quanto figlio del fratello Druso. Per volere di Augusto fu adottato da Tiberio, infastidito però dalla popolarità sua e di sua moglie Agrippina. Tiberio, non raccogliendo la stima e l'affetto di Cesare, temeva di essere soppiantato nell'eredità dell'impero.
Pertanto quando Germanico fu inviato a combattere sulla frontiera orientale, Tiberio gli affiancò Pisone per sorvegliarlo. Il conflitto fra i due fu inevitabile e quando Pisone partì Germanico cadde malato e morì dopo lunghe sofferenze, riferendo alla moglie il sospetto di essere stato avvelenato da Pisone.

Agrippina tornò con le ceneri del marito a Roma, ma Tiberio non partecipò neppure alla cerimonia funebre nel Mausoleo di Augusto. Questo rafforzò il sospetto del popolo su Tiberio come il mandante del delitto, il che non è da escludere, anche perchè nel processo che ne seguì a Pisone non si schierò nè con lui nè contro. Pisone si suicidò ma la popolarità di Tiberio ne soffrì.
Tacito scrisse che Tiberio si distingueva per freddezza, riservatezza e pragmatismo, Germanico per popolarità, semplicità e fascino. Tutta la vita Tiberio ebbe a temere che sia Augusto, sia il senato, sia il popolo gli preferissero persone più aperte e meno cupe di lui.



LA PRIMA FUGA DA ROMA

Il matrimonio con Giulia non gli procurò però il titolo di erede. Anzi l'interesse dell'Imperatore si orientò verso i due nipoti Caio e Lucio Cesari, figli di Giulia ed Agrippa.
Aveva dovuto rinunziare a sua moglie, aveva perso il fratello, aveva adempiuto a qualunque missione affidata, dimostrandosi valoroso e capace Comandante, ed ora si vedeva messo da parte per uomini più giovani. La condotta immorale della moglie avrebbe meritato il ripudio. Ma Giulia era la figlia di Augusto e Tiberio non poteva farlo. Come la moglie di Cesare, anche la figlia era aldisopra di ogni sospetto.

Nel 6 a.c. Augusto decise di conferire a Tiberio la potestà tribunizia per 5 anni, rendeva sacra e inviolabile la persona e conferiva il diritto di veto. In questo modo Augusto avvicinava a sé il figliastro e poteva frenare i giovani nipoti, Gaio e Lucio Cesare, figli di Agrippa e Giulia, che aveva adottato e che apparivano favoriti nella successione.

Malgrado ciò, Tiberio decise di ritirarsi dalla vita politica e abbandonare la città di Roma a 36 anni, per andarsene sull'isola di Rodi. Augusto e Livia tentarono inutilmente di trattenerlo: Tiberio digiunò per quattro giorni, fino a che non gli fu concesso di partire.
Durante i sette anni di Rodi mantenne un atteggiamento riservato, ma quando chiese il permesso di rivedere i parenti ricevette un rifiuto. Si rivolse alla madre, che tuttavia gli ottenne solo il legato di Augusto a Rodi. Si rassegnò così a vivere come un comune cittadino, misantropo e scontroso, evitando ogni visita altrui. Intanto la moglie Iulia fu esiliata sull'isola di Ventotene e il suo matrimonio fu annullato.

Finalmente gli fu concesso di tornare a Roma, grazie anche all'intercessione della madre, ma i nobili romani lo odiavano in quanto concorrente di Gaio Cesare, e di Lucio Cesare, peraltro molto amati. Proprio quando la loro popolarità aveva raggiunto i massimi livelli, Lucio e Gaio Cesare morirono, non senza che si sospettasse che Livia Drusilla c'entrasse in qualcosa. Tiberio, che al suo ritorno aveva lasciato la casa per trasferirsi nei giardini di Mecenate, fu a questo punto adottato da Augusto, che non aveva più eredi, ma lo costrinse a sua volta ad adottare il nipote Germanico, figlio del fratello Druso Maggiore.

Nell'anno 4 fu inviato in Illirico e in Germania dove, fedele alla linea di Augusto di non espansione, non riprese la guerra con i Germani per vendicare le Legioni di Taro e riportare il confine all'Elba. I Romani assistettero alle lotte fra i Germani che si conclusero fra il 7 ed il 19 con i primi regni clienti alla frontiera settentrionale. La stessa strategia fu adottata alla frontiera orientale. Di fronte all’Impero romano il Regno dei Parti era concorrente di Roma per l’influenza sull’Armenia, ma Tiberio si limitò ad alimentare le discordie nel campo avversario.



IL NUOVO IMPERATORE

Aveva 56 anni quando fu chiamato al potere alla morte di Augusto. Era un Generale cauto ed abile, ma nella vita civile e nei rapporti con il Senato non aveva la simpatia e l'acutezza di Ottaviano.
Inoltre faceva fatica a prendersi responsabilità, così quando il Senato gli offrì l'impero si sottrasse più volte finchè si accorse che rifiutare con tanta insistenza sarebbe stato compromettente, e accettò. Gli furono concessi l'imperium proconsolare e la tribunicia potestas a vita. Era il nuovo Cesare, dichiarato esplicitamente primo Imperatore di Roma. Augusto lo fu di fatto, Tiberio di diritto nel 14 d.c.

Durante tutto il suo regno dimostrò un rigido rispetto per la tradizione augustea e osservò con cura tutte le istruzioni di Augusto, evitando le innovazioni. Le uniche modifiche territoriali avvennero in Oriente, quando alla morte dei re fedeli a Roma, Cappadocia, Cilicia e Commagene furono assorbite dall'impero.

Tutte le rivolte che si susseguirono nelle province, furono soffocate nel sangue dai suoi generali, che, come Tiberio, non erano teneri. Per contro fece costruire strade in Africa, in Spagna, in Dalmazia e Mesia fino alle Porte di ferro.

Rifiutò gli onori alla madre Livia offerte dal Senato, insieme alla concessione di un littore e l'erezione di un altare. Non si sa se per onestà o rancore verso di lei. Più probabile la seconda visto che alla sua morte non andò nemmeno ai funerali.

Fu esageratamente rispettoso del Senato, tanto che trasferì il potere elettivo dal popolo al senato, nonchè alla Corte di giustizia, sotto la presidenza dei Consoli, per giudicare i reati dei Senatori o degli Equites o quale sede d’appello. L'appello supremo era riservato al Principe. Stabilì dunque tre sedi d'appello, ancor oggi vigenti in molti paesi moderni.
Naturalmente il popolo non apprezzò di essere stato esautorato. Viene da pensare che forse Tiberio si tenesse buono il Senato perchè lo temeva, o per timore di essere tacciato di sete di potere.

Ma tanta deferenza verso il senato non gli portò gran simpatia, perchè a sua volta questo non era nè competente nè capace di assumere decisioni e responsabilità. Si aspettavano da Tiberio un nuovo Augusto, accentratore e responsabile, Tiberio in questo li deluse. L'imperatore non amava la vita pubblica, odiava la corte, le adulazioni, i sotterfugi, i giochi e la lotta dei gladiatori tanto cari al popolo. Non amava neppure i circoli di letteratura e poesia.



LA SECONDA FUGA DA ROMA

Nel 23 d.c., dovette sopportare un grande dolore. Morì in circostanze misteriose il figlio Druso, l'unico avuto da Vipsania e perciò doppiamente caro, restando, a sessantaquattro anni, senza figli e senza erede. Per giunta il popolo mormorava che fosse stato lo stesso imperatore a ordinare l'assassinio del figlio.



SEIANO

Non avendo, al contrario di Augusto, buon occhio per valutare le persone, Tiberio lasciò mano libera a un ambizioso di pochi scrupoli: Seiano, Prefetto del Pretorio. Tiberio si fidava di lui anche perché gli aveva salvato la vita coprendolo col suo corpo nel crollo di una grotta. Tiberio ormai sospettoso di tutti, si fidò ciecamente del prefetto che brigò per farsi nominare successore di Cesare.

Venendo meno l'impegno di Tiberio che si isolava sempre più, Seiano accentrò il potere su di sè. Tiberio sospettava che Druso fosse stato eliminato da intrighi di reggia, in realtà il delitto partì da Seiano che, circuita Livilla, moglie di Druso, la convinse ad avvelenare il marito. Anche Vipsania morì e Tiberio, caduto in depressione, sviluppò un eritema che gli sfigurava il volto, rifuggendo gli altri più di prima. Per cui lasciò la reggia e si ritirò nell'isola di Capri nel 27 d.c.



CAPRI

Da Capri governò Roma attraverso Seiano, togliendo potere e autorità al Senato. Il suo comportamento non piacque ai Romani che lo consideravano alla stregua di un disertore, e pure il Senato si sentì abbandonato. Inoltre Seiano dette il via a molti processi per "lesa maiestatis", un vero governo del terrore che sterminò tutti gli oppositori politici, col beneplacito dell'imperatore.

Tiberio si circondò a Capri di uomini di studio, letterati e pure astrologi. Ma vi trasferì anche cortigiani e cortigiane con cui intratteneva rapporti viziosi e poco dignitosi. Vi aveva fatto costruire ben dodici ville per il suo seguito, ma la sua reggia fu Villa Jovis. Tacito e Svetonio scrissero sugli aspetti dell'imperatore che non erano emersi a Roma: le orge sessuali e la gola. L'imperatore non tornò mai a Roma a guardare gli affari di stato, nemmeno per la morte della madre Giulia.



IL POTERE DI SEIANO

Tiberio dunque, privo di erede, perché i gemelli di Druso, erano troppo giovani, ed uno di loro era morto poco dopo il padre, propose come suoi successori i giovani figli di Germanico, adottati da Druso. Ma Seiano che sperava di diventare lui l'erede, perseguitò non solo i figli e la moglie di Germanico, ma anche gli amici dello stesso Germanico; molti di loro furono infatti costretti all'esilio, o scelsero di darsi la morte per evitare una condanna.

ANELLO CON CAMMEO DI TIBERIO
ORO E CORNIOLA
Seiano ormai potentissimo aveva riunito nell'Urbe tutte le nove Coorti Pretorie, mentre Agrippina manovrava contro di lui per imporre un figlio nella linea di successione. Vinse Seiano e fece relegare lei sull'isola di Ventotene fino alla morte, e suo figlio Nerone a Ponza dove si suicidò. L’altro figlio di Agrippina, Druso, fu carcerato e vi restò fino alla morte.
Seiano e Tiberio adoperarono largamente la lex de maiestate, che consentiva di condannare a morte chiunque recato offesa al popolo romano, una legge tanto vaga quanto iniqua che consentiva di sbarazzarsi di chiunque si opponesse.

Ci volle molto perchè Tiberio, nonostante le mille delazioni, prendesse coscienza del comportamento di Seiano, quando se ne convinse ordì la sua vendetta, ma senza tornare a Roma. Nel 31, Seiano fu convocato in Senato per la designazione quale erede, invece gli fu letta una lettera con cui l'Imperatore lo incolpava di tradimento e ne ordinava l'arresto.
Il Senato lo condannò a morte per strangolamento e alla damnatio memoria. (la denigrazione perpetua negli annali). La sentenza fu eseguita nella stessa serata, poi il corpo senza vita venne consegnato al popolo perchè ne facesse scempio.

Qui si rivede tutta la rabbia di Tiberio per il tradimento di Seiano e per la sua stessa cecità. Una condotta così barbara non sarebbe mai stata consentita durante l'epoca dei due precedenti Ceasari. Si scatenò poi la caccia ai familiari ed ai seguaci di Seiano, la cui moglie l'informò che il figlio di Tiberio non era morto di morte naturale; Livilla, la sua consorte, diventata amante di Seiano, fu complice del suo avvelenamento. Tiberio perse la testa e fu preso dalle manie di persecuzione. Furono strangolati sempre nel carcere mamertino i tre giovani figli di Seiano mentre la madre Livilla fu costretta a suicidarsi.



IL TESTAMENTO

Nel 35 fece testamento nominando due possibili eredi: il nipote Tiberio Gemello, figlio di Druso minore, e il nipote Gaio Caligola, figlio di Germanico. Restò escluso il fratello di Germanico, Claudio, di salute fisica e mentale malferme. Il favorito nella successione fu subito Caligola, poiché su Tiberio si sospettava essere figlio di Seiano, e perchè aveva dieci anni di meno.

Tutti riponevano grandi speranze in Caligola, che però non era mai stato coinvolto da Tiberio in incarichi di responsabilità in campo militare o di governo, come faceva Augusto per ogni eventuale successore, forse per paura che diventasse troppo famoso e gli fosse preferito.

Tiberio ebbe un carattere così ossessivo e misantropo che fece dimenticare le sue buone qualità di governatore, che aveva lottato contro l'usura offrendo anche capitali a sue spese, e che aveva sempre limitato le tasse perchè: - Un buon pastore tosa le pecore ma non le uccide. -
Peraltro aveva reso più miti le leggi augustane contro il celibato e limitato la spesa pubblica soprattutto nei circhi e nelle manifestazioni. Lasciò libertà di culto ma proibì i culti giudei e caldei.

C'è un aneddoto a suo favore che ci narra Tacito:

" Il pretore Marcus Plautius Silvanus, nel 24 d.c., venne trascinato davanti all'imperatore dal suocero Lucio Apronio con l'accusa di aver gettato la moglie Apronia dalla finestra. Plauzio volle far credere che era addormentato in un sonno profondo e che la moglie si era suicidata. Ma Tiberio si recò immediatamente a casa di Plauzio ed esaminò la camera da letto, in cui apparivano tracce di resistenza e di violenza. Urgulania allora, nonna di Silvano, mandò al nipote un pugnale, gesto che si pensò suggerito dall'imperatore, per l'amicizia dell'Augusta verso Urgulania.
L'imputato, dopo vani tentativi di colpirsi con l'arma, si fece tagliare le vene. In seguito venne accertata l'innocenza di Numantina, sua prima moglie, accusata di avere sconvolto la mente del marito con incantesimi e filtri magici. In questo caso Tiberio si adoperò personalmente perchè fosse fatta giustizia. "

STATUA ANACRONISTICA DI TACITO

TACITO

"Tacito volle rappresentare la corruzione dell'età di Tiberio: si tratta della vicenda di Libone Druso che si fece convincere ad occuparsi di arti magiche per poi essere denunciato proprio da quanti lo avevano circuito. Era infatti una metodologia praticata da molti delatori (e riferita da varie fonti) quella di "costruire" ad arte i fatti e le situazioni sui quali fondare le proprie accuse.

Libone fu incastrato dai suoi accusatori in un processo molto rapido. Fra l'altro, quando si pose l'opportunità di chiamare i servi di Libone a testimoniare contro il loro padrone, Tiberio ordinò che fossero prima venduti per non infrangere una deliberazione precedente del Senato che vietava l'interrogatorio degli schiavi dell'imputato. 

Vistosi perduto, Libone si uccise ma il processo continuò e Tiberio giurò che avrebbe chiesto il perdono dell'imputato se questi, suicidandosi, non avesse fatto precipitare la situazione. Tacito prosegue citando altri processi e casi scandalistici, sempre con l'intento di documentare l'iniquità e la doppiezza di Tiberio. Fra gli altri il caso di Quinto Ortalo al quale Augusto aveva fatto una donazione per farlo sposare e fargli mettere al mondo dei figli che continuassero l'antica e nobile casata degli Ortensi. 

Ortalo, che versava in misere condizioni finanziarie, si presentò al Senato con i quattro figli che aveva avuto a chiedere una nuova sovvenzione ma Tiberio, freddamente, si oppose.
In quel periodo Clemente, uno schiavo di Agrippa Postumo che, come si ricorderà, era stato eliminato, ebbe l'audacia di spacciarsi per il padrone e di spargere la voce che Agrippa si fosse miracolosamente salvato. Smascherato dagli emissari di Tiberio, Clemente fu portato al cospetto dell'imperatore. A Tiberio che gli chiedeva come fosse divenuto Agrippa, Clemente avrebbe risposto: "Come tu sei diventato Cesare" (lo scambio di battute è riportato anche da Dione Cassio). Clemente venne eliminato con discrezione e quell'episodio che, secondo Tacito, avrebbe potuto provocare una guerra civile finì nel nulla. 

L'anno successivo (17 d.c.) Germanico, rientrato a Roma, celebrò il trionfo. Tiberio si mostrò compiaciuto del successo di Germanico, tuttavia non mancò di cogliere l'occasione per allontanarlo e l'occasione gliela fornì l'Oriente dove si svolgevano disordini in Commagene e in Cilicia. Inoltre il re Archelao di Cappadocia, verso il quale Tiberio serbava rancore perché non lo aveva onorato durante il suo soggiorno a Rodi, era stato convocato a Roma e processato. Il vecchio re non aveva sopportato l'umiliazione ed era morto (o si era ucciso) lasciando il suo paese in mano ai Romani. 

Tiberio, dunque, indicò al Senato Germanico come l'unico uomo in grado di risolvere la situazione orientale ed i senatori decretarono di affidare a Germanico tutte le province orientali conferendogli autorità assoluta. Contemporaneamente Tiberio tolse a Cretico Silano il governo della Siria e lo affidò all'ex pompeiano Gneo Calpurnio Pisone (17 d.c). Druso, figlio di Tiberio, fu inviato nell'Illirico per "far pratica nel servizio militare e per conciliarsi il favore dell'esercito". 

In Germania, dove le legioni romane si erano allontanate, si combatteva una guerra civile: Arminio attaccava il re degli Svevi Maroboduo, al quale si era alleato anche Inguiomero.
Arminio accusava Maroboduo di aver parteggiato per i Romani ma in sostanza si trattava di una contesa di territori fra Cherusci e Svevi. Trovandosi in difficoltà, Maroboduo chiese a Tiberio un aiuto che gli fu negato, mentre Druso veniva inviato a sorvegliare i confini. Quell'anno un grave terremoto devastò Sardi, Magnesia ed altre città che furono soccorse da Tiberio e dal Senato con elargizioni e sgravi fiscali. 

A questo punto Tacito rende giustizia ad alcuni comportamenti onorevoli di Tiberio come, appunto, i generosi interventi per i terremotati o il fatto di aver sempre rifiutato eredità che venissero da sconosciuti i quali - ostili ai parenti - preferivano lasciare al principe le proprie sostanze.
Nello stesso anno scoppiò una guerra in Africa contro un certo Tacfarinas, costui dopo aver militato nell'esercito romano, aveva disertato ed aveva organizzato un esercito di ribelli in Numidia, coinvolgendo poi anche la vicina Mauretania. La questione fu risolta con una battaglia gloriosamente vinta dal proconsole d'Africa Furio Camillo, discendente del famoso omonimo. 

L'anno successivo (18 d.c.) furono consoli Tiberio (per la terza volta e Germanico (per la seconda). Germanico si stava recando in Oriente, aveva viaggiato attraverso l'Illiria, la Dalmazia e fatto sosta in Atene. A Lesbo sua moglie Agrippina partorì Giulia. Continuando il suo viaggio il generale visitò luoghi quasi mitici come la Propontide ed Ilia, ammirò vestigia del passato e consultò misteriosi oracoli. 

A Rodi fu raggiunto da Calpurnio Pisone che proseguì verso la Siria dove instaurò presto un regime di grande corruzione e cominciò a calunniare Germanico presso i legionari. Ma la destinazione di Germanico era l'Armenia che, dopo la cacciata di Vonone, si trovava in stato di anarchia. Germanico affidò il regno a Zenone, figlio del re del Ponto Polemone. Subito dopo si occupò della Cappadocia, di cui divenne legato Quinto Veranio e della Commagene che fu affidata a Quinto Servio. 

Intanto i rapporti di Germanico con Pisone si andavano inasprendo. Nel 19, consoli Marco Silano e Lucio Norbano, Germanico visitò l'Egitto, afflitto da una carestia. Facendolo senza l'autorizzazione imperiale violò una disposizione di Augusto: questi aveva infatti vietato a senatori e cavalieri di recarsi in Egitto senza il suo esplicito permesso perché sapeva che la regione era facile da controllare militarmente e che chi se ne fosse impadronito avrebbe potuto "affamare l'Italia" (dall'Egitto infatti venivano importate a Roma considerevoli quantità di grano). Sfidando, o ignorando l'ira di Tiberio, Germanico continuò il suo viaggio in Africa. 

Nel frattempo continuavano gli scontri fra le popolazioni germaniche, Maroboduo fu cacciato e riparò in Italia (Ravenna) con il consenso di Tiberio. Vi sarebbe rimasto per il resto della sua vita, ormai esule e privato del comando. Ma nuovi problemi nascevano in Tracia: Augusto aveva diviso il regno del defunto re Remetalce fra i due figli Coti e Rescupori, morto Augusto, Rescupori aveva aperto le ostilità contro il fratello per impossarsi interamente dell'eredità paterna. 

Rescupori imprigionò Coti e, quando i Romani cominciarono ad indagare sull'accaduto, lo soppresse impadronendosi del suo regno. Il propretore della Mesia Pomponio Flacco, su ordine di Tiberio, arrestò Rescupori e lo portò a Roma dove, processato dal Senato, venne condannato all'esilio dal suo regno. Il potere passò a Remetalce, figlio di Rescupori ed ai figli di Coti, ma per la minore età di questi ultimi assunse la reggenza il romano Trebelleno Rufo mentre Rescupori veniva ucciso in un tentativo di fuga. 

Analoga fine toccò a Vonone mentre tentava di sfuggire al suo confino in Cilicia. Rientrato in Siria dall'Egitto, Germanico si ammalò gravemente e fu convinto - stando a Tacito - di essere stato avvelenato da Pisone. Pisone, accusato da Germanico in una lettera, si allontanò immediatamente dalla Siria. Germanico morì dopo aver fatto giurare agli amici di vendicarlo e dopo aver pregato la moglie di tornare a Roma e di "piegarsi davanti alla crudeltà della sorte" per il bene dei loro figli.
Agrippina tornò a Roma con la sua prole e con le ceneri di Germanico, Cneo Senzio assunse il governo della Siria e Pisone meditò di tornare a sua volta a Roma piuttosto che contendere la provincia al rivale a rischio di una guerra civile. Infine decise di rientrare in Siria e scrisse a Tiberio accusando Germanico di averlo proditoriamente scacciato. Inevitabilmente si giunse allo scontro e Pisone, che si era arroccato nel castello di Celenderi in Cilicia, fu assediato, costretto ad arrendersi e richiamato a Roma. 

Tacito descrive il grande lutto dei Romani per la morte di Germanico e tutti gli onori tributati alla sua memoria. In chiusura del secondo libro Tacito  ricorda come morì, in quell'anno, Arminio che "cadde alla fine per il tradimento dei suoi". Arminio morì a trentasette anni, dopo aver comandato e combattuto per dodici. "


LA MORTE

Nel 37 abbandonò l'isola per il Circeo, si dice per una partita di caccia. Ma lo colse un malore, fu creduto morto e si avviarono i festeggiamenti per il nuovo Imperatore Caligola. Quando però Tiberio si riprese il Prefetto del Pretorio ordinò di soffocarlo con le coperte.

"Il diciassettesimo giorno prima delle calende di aprile, il suo respiro si fermò e si credeva di aver compiuto il suo destino mortale e già, in un concerto di congratulazioni, Caligola è andato fuori a prendere possesso dell'impero, quando improvvisamente è stato annunciato che Tiberio scopre le coperte e richiede di portare cibo. Grande è la costernazione generale. ci si disperde in fretta, ognuno prende la fuga o cade in afflizione, Caio (Caligola), muto e congelato, caduta la speranza è colto da brividi, mentre Macron, imperturbabile, ordina di soffocare il vecchio, sotto un mucchio di coperte e di lasciarlo lì. Tale fu la fine di Tiberio, nel settantottesimo anno della sua età ". 
( Tacito, Annali, VI, 50 )

Per quanto inviso al popolo e al Senato, Tiberio aveva tenuto una buona amministrazione, tanto da lasciare alla sua morte un forte avanzo nelle casse dello stato. Aveva saputo scegliere gli amministratori premiandoli se efficaci e colpendoli duramente se disonesti o inetti, ma non nel caso di Seiano. Il vecchio Tiberio aveva istituito come eredi sia Caligola che Tiberio Gemello, il suo piccolo figlio dal sangue (figlio di Druso II). Ma il primo rapidamente si sbarazzò del secondo.

I Romani comunque festeggiarono la notizia, distruggendo molti monumenti e statue dell'imperatore. Fu cremato a Campo Marzio e sepolto, tra le ingiurie del popolo, nel Mausoleo di Augusto. Contemporaneamente Caligola fu acclamato princeps dal senato. Morì nel 37 d.c., a 78 anni, avendo regnato per 23 anni. La guida dell’Impero passò dalla famiglia Giulia a quella Claudia.



IL DOPO MORTE

Nel 37 Tiberio morì lasciando due copie del suo testamento, una di proprio pugno, l'altra dettata ad un liberto. Secondo questo scritto, l'Imperatore aveva considerato solo nella parte finale della sua esistenza una possibile successione a favore di Gemello: infatti, Caio Cesare, cioè Caligola, era stato accusato di aver complottato con il nuovo Prefetto del Pretorio Macrone.

MONETA CON CALIGOLA ED IL GEMELLO
Così Tiberio divise in parti uguali la sua eredità, nominando coeredi sia Tiberio Gemello che Caio Cesare. Quest'ultimo, più grande del primo di sette anni, riuscì, con un'abile manovra politica, a far annulare dal Senato il testamento del predecessore, facendosi attribuire pieni poteri.

Gemello era nuovamente escluso dalla scena politica e nessuno appoggiò una possibile ascesa del ragazzo: la sua sorte era già stata segnata tempo prima, quando Giulio Agrippa, nipote di Erode il Grande, cresciuto a Roma in casa di Antonia Minore, si recò nel 36 a far visita all'Imperatore sull'isola di Capri.

Agrippa aveva ricevuto il permesso di portare a passeggio il nipote Gemello in compagnia di Caio, ma, preferendo conquistarsi i favori del maggiore, parlò solo con lui pronunciando le parole che gli costarono la vita, dato che furono riferite all'Imperatore da un liberto che stava con loro:

"Spero che verrà un giorno nel quale questo vecchio (Tiberio) lascerà la scena e ti designerà capo dell'Ecumene. No, non ci darà troppa noia il nipote di Tiberio (Gemello), poichè tu te ne libererai uccidendolo. L'Ecumene avrà, allora, la felicità e io di più."

Quando Gemello assunse la toga virile Caio lo adottò come figlio e lo designò suo successore nominandolo Princeps Iuventutis. Una mossa politica così azzardata era stata dettata dal fatto che Caio Cesare non avesse ancora designato un successore, per adozione o diretto che fosse, e Gemello rappresentava l'unico possibile.

La figura neutra di Gemello divenne ancora più scomoda alla fine del mese di ottobre dell'anno 37. Caio in questo periodo cadde gravemente ammalato e la popolazione, che adorava il suo impegno politico dimostrato fino ad allora, era accorsa intorno al Palatino e preghiere per l'Imperatore si levavano da ogni angolo della città, ma il Prefetto del Pretorio, Macrone, e suo suocero Silano lo diedero per spacciato. Si adoperarono, così, per preparare l'ascesa del suo diretto rivale. Tiberio Gemello fu, così, messo al centro di un nuovo polo politico pronto a prendere le redini del potere non appena Caio fosse morto. Ma ciò non avvenne.

Nel 38 Macrone fu destituito e Silano fu costretto al suicido. Poi Caio inviò presso il gemello un centurione ed un tribuno militare per costringerlo al suicidio. Il ragazzo però non aveva dimestichezza colle armi, così, gli fu insegnato prima l'uso della spada e poi come togliersi la vita. Ricevette, cioè, la sua prima e ultima lezione di militaria.

Per lo storico Svetonio, che non amava Caio, la morte del giovane Gemello si svolse in modo diverso: sembra che un giorno Tiberio Gemello si presentò all'Imperatore con il fiato pesante. Caio pensò che Tiberio stesse assumendo un antidoto contro l'eventualità di un avvelenamento da parte sua. Allora mandò da lui un tribuno che fece irruzione nella sua abitazione e lo uccise. In realtà, sempre secondo Svetonio, Gemello stava solamente bevendo un farmaco a base di uova e miele per curare una forte e persistente tosse che lo tormentava in quei giorni.





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