CULTO DI FURRINA



ECATE FURRINA
Nell'antichità, ma pure in epoca imperiale, a questa Dea misteriosa lo stato romano aveva preposto uno dei quindici flamini di Roma (sommi sacerdoti del culto ufficiale), il flamine furrinale, (Flamen Furinalis). Sembra che Augusto, che amava molto la tradizione religiosa, fece recuperare anche questa divinità col suo tempio e il suo sacerdote. Stando a un lettera di Cicerone al fratello Quinto, Furrina aveva un santuario anche presso Arpino.

Inoltre le era dedicato un boschetto sacro, il Lucus Furrinae, posto ai piedi del Gianicolo, presso il Pons Suplicius, dove si dovevano tenere i culti. Oggi vi sorge sull'area il giardino di Villa Sciarra, dove si trovava anche una fonte a lei dedicata. In questo bosco si era rifugiato Gaio Gracco perchè nella sacralità del luogo ogni essere vivente, uomo o animale, era inviolabile, ma si fece uccidere dal suo schiavo nel 121 a.c., quando capì che neppure il luogo sacro l'avrebbe protetto.

Dal momento che Furrina era associata con l'acqua e che i Furrinalia seguivano i Lucaria (festa dei boschi), ed i Neptunalia, gli studiosi hanno ipotizzato che le festività servissero a scongiurare la siccità. Ma non ha senso, perchè Furrina (o Furina) non era Dea della pioggia nè dei fiumi nè dei torrenti, ma bensì delle acque sotterranee e dei pozzi, ma pure delle sorgenti perchè erano acque sotterranee che uscivano alla luce.

Cicerone nel suo De Natura Deorum (Libro III, XLVI) scrive:
« Se consideri Latona una Dea come puoi non fare altrettanto per Ecate che è figlia di Asteria, una sorella di Latona? È dunque una Dea anche costei? Si direbbe di sì, dal momento che in Grecia abbiamo visto altari e templi a lei consacrati. E se costei è una Dea, perché non dovrebbero esserlo anche le Eumenidi? E se lo sono le Eumenidi, che in Atene hanno un tempio ad esse consacrato e qui da noi - per quanto io penso di poter ritenere - il bosco di Furina, sono Dee anche le Furie, osservatrici e punitrici dei delitti e delle scelleratezze.  »

Virgilio Varrone, che visse nella prima metà del I sec. a.c., riferisce che al suo tempo pochi ne conoscessero anche solo il nome. L'esatta natura della Dea si era già persa in epoca imperiale, tanto che cominciò a essere associata alle Furie sulla base della semplice assonanza del nome. Ma nello stesso periodo, documenti epigrafici attestano che la Dea cominciò ad essere nominata al plurale come Furrinae o nymphae Forrinae. Il che la attesta come Dea delle acque perchè le ninfe erano da sempre collegate soprattutto alle acque e alla vegetazione.

Furrina infine, per assonanza del nome, venne assimilata ad Aleto, una delle Erinni, o Furie che dir si voglia. Comunque il suo triangolo sacro la svela come Dea Ctonia, cioè delle profondità dell'Ade, l'antica Dea Trina che dà la vita, il nutrimento e la morte.



FURRINA COME FURIA

In qualità di Dea distruttrice, colei che dà la morte, venne fatta corrispondere, per semplice assonanza alle Furie greche, o Erinni, e precisamente ad Aletto, la persecutrice dei crimini, protettrice dell’ordine sociale e della giustizia.

LA DEA DELLA MORTE
Chi però aveva più confidenza col sacro e soprattutto che non temeva l'occulto, andò a cercare in questa Dea il significato dei Sacri Misteri a lei collegati: misteri della vita e della morte.
I romani avevano un sacro timore dei culti ctonii, tanto è vero che quando si apriva il tempio del Mundus, scoprendo il suo altare dedicato agli Dei inferi, Roma cadeva nel lutto: niente feste, niente matrimoni, niente cause in tribunale, niente mercati.

Il fatto poi che le venne conservato il flamine, onore concesso a pochi Dei del pantheon romano, dà la misura della sua importanza. Non a caso venne assimilata a Ecate Dea della Magia e degli Inferi.

I romani non erano ostili ai Sacri Misteri, che non cercavano proseliti e non divulgavano nulla. Erano un popolo multirazziale e multi cultuale, accettavano tutte le razze e tutti culti, purchè non minassero l'ordine sociale.

Ora si dice che Furrina venisse dal suono dell'acqua che scorre, altri dalle Furie, ma Furrina è Dea italica, e sicuramente collegata al verbo "furere" che alludeva alla furia. 

Ma si trattava di quella sacra, inebriante, come quella delle Baccanti, significava entrare nell'ardore della battaglia o nell'ardore sessuale, insomma fuori dagli schemi mentali. Era un lasciare inebriarsi della Dea per farsi possedere
dal suo folle ardore.

La Dea, come Ecate, venne associata:
  • Ai crocevia, essendo le sacerdotesse deputate alle direzioni e ai punti cardinali da loro creati e scoperti onde favorire i viaggi ma soprattutto la navigazione. 
  • Ai portali di ingresso, alle case, alle strade agli edifici, perchè la Dea presiedeva ai passaggi, soprattutto quelli della vita e della morte.
  • Al fuoco, per il focolare familiare, per le torce che illuminano la notte e per il fuoco sacro trasformatore. Ma soprattutto fu la Dea delle due torce, quella in alto accesa che annuncia la vita, e quella in basso spenta che annuncia la morte.
  • Alla magia, consumata nell'ombre dei boschi o nella notte rischiarata dalla luna. 
  • Alle pozioni curative, estratte dalle erbe e dai minerali, poichè nelle campagne erano le donne a conoscere e utilizzare le erbe medicinali.
  • All'interrogazione dei morti per ottenere responsi.
La Dea veniva festeggiata nelle Furrinalia del 25 luglio, quando il sole era alto nel cielo e stavano per finire i lavori dei campi. E infatti era nei campi che la Dea veniva festeggiata, con una processione che entrava nel suo bosco sacro dove il flamine tagliava eccezionalmente i suoi rami per donarli ai fedeli che seguivano la processione onde ornarne il tempio e le mense che si imbandivano per l'occasione.

Le venivano sacrificati dei capretti neri e si mangiava e beveva fino al tramonto, dopodichè tutto finiva e ci si rinchiudeva dentro casa compiendo riti e scongiuri domestici atti ad allontanare il mondo dei morti. Viceversa era in questa notte che le maghe, o streghe che fossero, compivano i loro riti magici per mettersi in contatto coi morti ed avere responsi.



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