ERCOLANO ( Campania )





LE ORIGINI


Situata su un promontorio alle pendici del Vesuvio, la cittadina di Ercolano (Herculaneum) all'epoca della grande eruzione del 79 d.c. era un sobborgo della vicina Napoli, a carattere residenziale e non commerciale come Pompei.

Fondata dagli Osci nel VII secolo a.c. come informa Strabone, anche se la tradizione la voleva fondata da Ercole, che così da lui prese il nome, passò in seguito sotto il dominio degli Etruschi e quindi dei Sanniti. Seguì la stessa sorte di Pompei e, dopo aspre battaglie, divenne infine Municipium sotto il dominio di Roma.

Al momento dell'eruzione del Vesuvio, diversamente da Pompei, che fu seppellita da una pioggia di cenere e lapilli, Ercolano venne travolta da una marea di fango e detriti vulcanici, che diedero luogo, solidificandosi, ad una sorta di banco tufaceo durissimo, alto tra gli 8 e i 15 m., all'interno del quale si conservarono, molto meglio che a Pompei, i piani e i soffitti delle costruzioni e anche tutti i materiali organici, come il legno, tessuti, carta, cibi, ecc., per cui offre una visione unica al mondo della vita privata antica romana.

Infatti alcune fra le più celebri abitazioni devono il loro nome convenzionale proprio alla conservazione di eccezionali manufatti: è questo ad esempio il caso della Casa della Stoffa, della Casa del Sacello di Legno, della Casa del Tramezzo di Legno, della Casa del Telaio, della Casa del Mobilio carbonizzato.

A differenza di Pompei dove rimasero soltanto calchi della carne e della vesti degli abitanti, qui le modalità dell’eruzione hanno consentito la conservazione dello scheletro che consente uno studio migliore persino rispetto al riconoscimento del DNA. Lo studio di questi resti ha consentito di individuare, fra gli altri, una donna incinta, un soldato con cinturone e gladio, diversi pescatori. Tra gli oggetti rinvenuti vi sono moltissime lucerne, chiavi, argenterie, gioielli d’argento e d’oro (tra cui orecchini a semisfera ed una catena d’oro massiccio lunga 180 cm), monete, amuleti ed una scatola con strumenti chirurgici.



LA LEGGENDA

La leggenda narra che Ercole, dopo aver ucciso il mostro Gerione, la decima fatica, si fermò a Roma, dove chiese alla Dea Fauna di dissetarlo, ma questa rifiutò, poiché la sua acqua sacra era riservata solo alle donne. Ercole adirato allora si costruì un tempio in suo onore, vietandone il culto alle donne. Un figlio di Vulcano, il demone Caco, rubò alcuni buoi che Ercole aveva preso a Gerione per portarli ad Argo.

Caco aveva agito con astuzia, trascinando i buoi nella sua grotta per la coda, in modo cosicchè le orme indicassero la direzione opposta. Ma uno dei bovini rispose al richiamo di Ercole, che scoprì la grotta bloccata da un masso. Ercole con una rupe appuntita tolse il masso, entrò nella spelonca e uccise Caco. Prima di tornare ad Argo l'eroe fondò una città nel luogo del recuperato bestiame, chiamandola Herculaneum.

La leggenda sembra percorrere le incursioni straniere ad Ercolano. Ercole è un eroe argivo, dunque una tribù greca e patriarcale, che tenta il dominio delle acque o sui fiumi dove regnava la divinità latina Fauna, una corrispondente della sabina Feronia, una Dea signora delle acque, delle selve e degli animali, i cui riti erano amministrati da sacerdotesse. Il rifiuto di assoggettarsi agli argivi e ai nuovi Dei, fa si che Ercole fondi un suo culto riservato ai maschi. Gli argivi si scontrano poi con l' assembramento osco, un popolo di pastori, per cui si lotta per la conquista degli armenti, e forse vi è un'allusione agli Etruschi che invasero la Campania, visto che Vulcano, qui nell'immagine del figlio sputa-fuoco Caco, era particolarmente venerato dagli Etruschi valentissimi metallurgici. La conquista argiva fu però alla fine debellata, così come avvenne a Roma, che conservò in ricordo la festa dell'annegamento degli argivi nel Tevere.



LA STORIA

Dionigi d'Alicarnasso riteneva Ercolano d'origine greca, mentre Strabone la riteneva osca, conquistata dagli Etruschi, dai Pelasgi, dai Sanniti, prima di diventare cittadina romana.

Indubbiamente Ercolano ebbe tutti questi insediamenti che portarono l'incontro di vareie culture, sviluppandone poi una propria. Si dice che questa civiltà si formasse nel IV secolo a.c.

Sembra che Ercolano non partecipasse alla seconda guerra sannitica, mentre partecipò alla guerra sociale, ma che fu vinta ed espugnata nell'89 a.c. da un legato di Silla, Tito Didio, divenendo Municipio sotto il potere di Roma. Ercolano rimase un piccolo centro di provincia, con clima e paesaggio incantevoli, si che romani colti e ricchi vi fecero la casa di villeggiatura o addirittura vi abitarono stabilmente, come a Pompei. Ebbe particolare protezione da Marco Nonio Balbo, proconsole di Vespasiano per la provincia romana che comprendeva Creta e la Cirenaica.




GLI SCAVI

Re Carlo di Borbone, appassionato di cultura e archeologia, fece riprendere nel 1738, con larghi mezzi, gli scavi già abbandonati dal principe d'Elboeuf che nel 1709 che aveva già rinvenuto diverse sculture. Fra il 1738 e il 1765 si svolse dunque la prima regolare campagna di scavo sotto la direzione dell'Alcubierre, assistito da Carlo Weber prima, e da Francesco La Vega poi.
Gli scavi si svolsero tramite cunicoli sotterranei che, una volta asportate le opere d'arte, venivano richiusi; furono anche raggiunti alcuni templi, la cosiddetta Basilica e la Villa dei Papiri.

Dal 1828 al 1835 e dal 1869 al 1875 gli scavi ripresero, condotti finalmente a cielo aperto, ma con modesti risultati. Ripresi nel 1927 da Amedeo Maiuri, gli scavi hanno portato in luce meno di un terzo della città.

Gli scavi eseguiti dal 1980 da Giuseppe Maggi hanno dimostrato che la popolazione di Ercolano non era fuggita verso Napoli, come si era ritenuto fino allora, ma si trovava in gran parte ammassata presso la spiaggia, con laspernza di salvarsi imbarcandosi.
Fu rinvenuta una barca intatta, col nocchiero affogato, coi resti di altre persone. Le vittime erano perfettamente conservate: uomini, donne, bambini, colti dal fiume di fango mentre tentavano di fuggire, alcuni carichi di preziosi gioielli, monete ed altri oggetti. Il fango si era subito solidificato, conservando scheletri, indumenti e copricapi.
Dal 1982 ci si avvalse del supporto scientifico della National Geographic Society di Washigton, particolarmente per lo studio degli scheletri, affidato alla paleopatologa Sara Bisel dello Smithsonian Institution. Ma fu sulla planimetria di Carlo Weber, stilata in base alle scoperte effettuate, e completata da Francesco La Vega, che ci si basò finalmente negli scavi del 1986.



I RITROVAMENTI

Solo sette insulae tra le molte che ancora giacciono sepolte, sono attualmente aperte al pubblico. Tra gli edifici pubblici portati alla luce in buono stato di conservazione sono: la Palestra, il cui accesso è delimitato da un vestibolo con volta decorata, due Terme, una delle quali di grandi dimensioni e ricca di affreschi, il Collegio degli Augustali e il Teatro, in gran parte interrato e visitabile solo attraverso cunicoli.

Le abitazioni hanno ampi spazi e accurate decorazioni (in particolare la Casa del Bicentenario e la Casa dei Cervi). Numerose sculture, mosaici e oggetti d’uso quotidiano, come i recipienti di vino, conservati quasi intatti.

La monumentale Villa dei Papiri, situata appena fuori città, è ancora in fase di scavo e di studio.
Scoperta con il sistema dei cunicoli, occupa una vasta superficie, ma a cielo aperto ne è visibile solo una piccola parte.

Ercolano appare oggi solo in una parte della sua estensione, quella più vicina al mare, mentre restano ancora sepolti parte del Foro, i templi, numerose case e le necropoli, soprattutto per il fatto che vengono a trovarsi sotto il moderno abitato di Resìna, che dal 1969 ha mutato il nome della città in quello antico di Ercolano.


L'antica zona di Ercolano è formata da cinque strade, tre cardi e due decumani che si incontrano ad angolo retto.
Invece per quanto riguarda l'aspetto stilistico dei dipinti abbiamo quattro varianti:
  • a incrostazione, simile al rivestimento marmoreo;
  • architettonico, gioca sulla profondità tramite la prospettiva;
  • egittizzante, volto alla decorazione;
  • fantastico, con elementi irreali



LE CASE


VILLA DEI PAPIRI

Lo scavo di un pozzo a pochi km ad ovest di Resina condusse a una scoperta importante, una sontuosa villa suburbana, la celebre Villa dei Papiri, edificio tuttora sepolto a una profondità di 20-25 m.

Quando, nel 1996, venne alla luce, la Soprintendenza Archeologica di Ercolano e Pompei tentò di mantenere il segreto, ma la notizia fece il giro del mondo. La dimora dei Pisoni, che fino a quel momento era rimasta sepolta sotto la cenere e il fango di quel lontano agosto del 79 d.c., divenne la scoperta del secolo.

Fino ad oggi lo scavo ha interessato un’area di 14.000 mq, di cui 1500 con opere monumentali. Ma la Villa, da sola, ha una superficie paragonabile a tre campi da calcio uniti, e si estende sotto l’attuale centro abitato, a 25-30 m. di profondità.

Sotto allo strato di lava, dal 1752 gli archeologi hanno recuperato circa 2000 rotoli di papiro che potrebbero rivelare molto sull’antica storia romana.
Dal 1996 gli archeologi del consorzio ERPO ‘90 in collaborazione con i tecnici dell’Infratecna si sono adoperati per quella che fu la residenza “estiva” del suocero di Giulio Cesare, Lucio Calpurnio Pisone. Gli studiosi sperano di ritrovare altri preziosissimi rotoli di papiro, da aggiungere ai 1826 già recuperati, e conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Una biblioteca antica, una rassegna della filosofia greca, da Epicuro a Filodemo di Gadara.
Ricostruzione Villa dei Papiri (USA)
E’ stato possibile recuperare i papiri perché la carbonizzazione dei documenti non avvenne per il calore della lava, ma per un processo di mineralizzazione favorito dal materiale che sommerse Ercolano nel 79 d.c.

I primi papiri ritrovati furono creduti pezzi di carbone e buttati via. I testi, scritti su di essi, sono per lo più di natura filosofica e quasi tutti in greco. La maggior parte di essi sono dell’epicureo Filodemo di Gadara, tranne alcuni testi poetici in latino.

I rotoli di papiri della villa sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
I rotoli erano in buona parte carbonizzati ma una parte di essi è stata srotolata con risultati diversi: Ora vi è anche la possibilità di leggere i rotoli con l’uso dei raggi X.
La stessa tecnica potrebbe essere adottata per leggere i rotoli scoperti nella parte della villa che non è stata ancora scavata evitando il bisogno di srotolarli che è un pericolo per i rotoli stessi ancora avvolti.

Più che per la sua struttura architettonica, la villa diventò immediatamente famosa per i suoi straordinari reperti; nell'atrio, lungo i peristili e in alcuni degli ambienti era infatti disposta la più ricca serie di sculture mai rinvenuta in un'abitazione privata: 58 sculture in bronzo e 21 in marmo, alcune di grandi dimensioni; ricordiamo tra le tante l'Hermes in riposo, il gruppo delle Danzatrici, il Sileno ebbro, il Satiro dormiente, i Lottatori, il gruppo di Pan e l'ariete e il cosiddetto Pseudo-Seneca.

Ricostruzione Villa dei Papiri (USA)
Comunque il complesso di statue rinvenute nella villa si trova al primo piano del Museo Archeologico di Napoli, nell'ala occidentale. Sempre al museo archeologico, sono esposti due esemplari della macchina per svolgere i rotoli di papiro carbonizzati realizzate nel XVIII secolo dal padre Antonio Piaggio.

Il nome della villa le viene dal ritrovamento, in un piccolo ambiente adiacente al peristilio, di più di 1700 rotoli di papiro, un'intera biblioteca, in gran parte imballata e chiusa in casse, forse a causa dei lavori di restauro seguenti al terremoto del 62 d.c.
Gli scavi proseguirono con andamento lento e infruttuoso, resi pericolosi dai crolli e dalle esalazioni di gas, furono abbandonati per quelli di Pompei.
Gli scavi ripresero nel 1985, e dopo anni di lavoro finalmente la Villa dei Papiri rivide la luce.

La villa doveva appartenere ad un nobile romano facoltoso e colto. Collegando il nome di Filodemo di Gadara con il programma scultoreo, si è pensato come proprietario a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, uno dei suoceri di Giulio Cesare e console nel 58 a.c., per i suoi stretti legami col filosofo, ma nell’epigrafia ercolanese non vi è traccia di lui. Altra ipotesi propone Appio Claudio Pulcher, cognato di Lucullo e console nel 38 a.c.al quale è dedicata una statua nel teatro. La villa è stata interamente riprodotta nel J. Paul Getty Museum di Malibù negli Stati Uniti.
Di recente, attraverso uno scavo che dal litorale degli scavi arriva fino alla villa, si è iniziato un nuovo programma di esplorazioni che ha già portato alla luce alcune sculture.


Descrizione

Il complesso della villa si estendeva per oltre 250 m. parallela alla costa. L'atrio, preceduto da portici, conservava la decorazione parietale. La villa, che discendeva verso il mare con quattro piani di terrazze. aveva inoltre un grande peristilio con giardino patrizio e piscina scoperta, dove erano sistemate delle erme-ritratto sia di condottieri e sovrani che di filosofi e letterati greci, più altre di ispirazione ellenica.

L'edificio era sontuoso, su due piani, correndo parallelamente al mare per ben. 250 m., e nel corpo centrale aveva un peristilio, il maggiore dei due che adornavano la struttura, circondato da un magnifico colonnato e da portici, che racchiudeva una piscina di ben 66 m. di lunghezza.

Poco distante sorgeva un piccolo impianto termale con sistema di riscaldamento dell’acqua e piccole “saune” lungo le pareti; il giardino interno alla villa era adorno di bellissime statue in marmo e bronzo e di fontane.

Gli ambienti erano caratterizzati da pavimenti a mosaico, tutti con temi differenti, e da bellissimi affreschi.Gli scavi della villa sono tutt'ora in corso, e proseguono lentamente sia a causa delle oggettive difficoltà negli scavi che per carenza di fondi.

Le difficoltà incontrate nel corso dell’operazione sono state notevoli, ed ancora buona parte della struttura è sepolta e non visitabile. La villa infatti oggi è a circa quattro m. sotto in livello del mare, trenta m. al di sotto dell’abitato moderno di Ercolano, e per giunta nei pressi di una falda acquifera; l’allagamento viene evitato con un sistema di pompe, e c’è ancora molto da lavorare per completare il recupero dell’intera zona, facendo attenzione a non danneggiare il centro abitato. Per il momento sono aperte al pubblico alcune sale del primo piano ed un’area limitata del piano inferiore.


Il trono regale

Recente è il ritrovamento di un prezioso trono regale, in legno e avorio, finemente decorato con vivide scene relative al culto del Dio Attis. Il Trono è riemerso proprio nella zona della falda affiorante a 50 m. dalla villa, sotto 25 m. di deposito vulcanico.

E' un ritrovamento parziale, perché per il momento sono rinvenute le due gambe dritte del trono con l'inizio dello schienale, ma eccezionale, perché si tratta del primo esempio di arredo di questo genere giunto a noi dall'antichità. Mentre le sedie avevano gambi ricurvi, solo i troni li avevano diritti, per cui doveva appartenere a un grande dignitario.

La preziosità e il carattere cultuale delle decorazioni potrebbero però essere pertinenti a un uso religioso nell'ambito del culto di Cibele e di Attis.

Nel frattempo il mondo si interessa sempre di più alla magica Villa: dopo l’appello dello scorso anno sul “Times” , a firma dei più noti studiosi mondiali dell’antichità, e il contributo dell’ Unione Europea che ha reso possibile il completamento dell’attuale intervento di recupero, anche alcune fondazioni estere, come la Fondazione americana Hewlett Packard, si sono dichiarate disponibili a “sponsorizzare” nuovi lavori.


UNA MOSTRA SOLO PER LEI

Da ottobre alla Casa del Lector

A Madrid ci sarà la ricostruzione virtuale della famosa Villa, in cui la lettura e la scrittura nell’antica Roma verrà narrata nella mostra «La Villa dei Papiri» presente a Madrid dal 17 ottobre 2013 al 23 aprile 2014 presso la Casa del Lector, prestigiosa sede della Fondazione spagnola Germán Sánchez Ruipérez che da oltre trent’anni si occupa della promozione della lettura.

La mostra, che si avvale del sostegno scientifico della Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei e nello specifico del Museo Archeologico Nazionale di Napoli dal quale provengono circa 30 delle opere in prestito, è organizzata dalla Fondazione spagnola Germán Sánchez Ruipérez, e conta sul contributo delle seguenti istituzioni: Biblioteca Nazionale di Napoli, Museo Arqueológico Nacional (Madrid), Real Academia de Bellas Artes de San Fernando (Madrid), Patrimonio Nacional (Spagna) e Museo de Ciencias Naturales-CSIC (Madrid) e del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano (MAV).



CASA DEL SALONE NERO

Elegante e vasta dimora di circa 600 mq, che si affaccia sul Decumano Massimo, che deve il nome alla grande sala che s'affaccia sul peristilio, decorata da pilastri e candelabri dipinti su fondo nero., con piccoli putti dipinti che rappresentano Amorini. Il proprietario della casa era l’augustale Lucius Venidius Ennychus come attestato dall'archivio di tavolette cerate rinvenute al piano superiore. La casa ha un quartiere padronale e quartiere di servizio.

Il portale, con cornice di tufo,
conserva uno dei battenti in legno della porta, ed ha una soglia in calcare bianco, con tracce d'intonaco e di decorazione del II stile alle pareti. L'atrio ha l'impluvio rivestito in marmo e un puteale scanalato. Il pavimento è in cocciopesto, con tessere bianche e frammenti di marmi pregiati. Sull’atrio si aprono dei cubicoli e la cucina.

Proseguendo si accede al peristilio sul quale, a destra, è il salone nero che dà il nome alla casa, in tipico IV stile molto raffinato. Affianco è un bel cubicolo decorato, mentre dal lato opposto sono due ambienti che conservano la decorazione del soffitto.

Il tablinio è tra i piu' vasti di Ercolano, con struttura muraria in opus incertum e stipiti a blocchi squadrati di tufo. Il pavimento e' in cocciopesto con all'interno pezzi, geometricamente disposti, di vari marmi.
Le pareti presentano resti di decorazione di IV stile. Essa presenta uno zoccolo e una predella superiore costituita da riquadri rossi. La parete è tripartita da un'edicola centrale con timpano. A ciascun lato di questa edicola vi e' un grande pannello nero. All'estremita' delle pareti vi sono delle fasce con prospettive architettoniche. Del fregio superiore restano tracce di decorazioni vegetali. Grandi soglie in marmo furono asportate dagli scavatori borbonici.

Vi sono state rinvenute 39 tavolette dell'archivio cittadino, in uno scaffale dipinto di rosso.
Il peristilio, anch'esso nero, è molto elegante e distinto da colonne decorate a stucco. Ben conservato è un larario a forma di tempietto, con colonnine lignee sormontate da capitelli marmorei.



CASA DEL GRAN PORTALE

La casa è così chiamata per un elegante ingresso affiancato da due colonne laterizie, tonde, stuccate e dipinte in rosso, sormontate da capitelli in pietra corinzi con figurette di "Vittorie alate".

Sopra i capitelli poggia l'architrave in mattoni, con cornice dentellata. All'interno, la disposizione degli ambienti è inusuale: manca l'atrio, e le varie stanze affacciano su un vestibolo molto allungato, comunicante col cortiletto scoperto, da cui prendono luce gli ambienti e dove avveniva la raccolta delle acque piovane.

Le pareti dei vari ambienti mostrano fini pitture di IV stile. Raffinata la decorazione del triclinio, che ha sulla parete di fondo un quadretto dionisiaco.
Sul fondo del vestibolo eleganti architetture dipinte su fondo nero, con al centro un quadretto con farfalle ed uccelli che beccano ciliegie.

Fa parte dell'edificio anche una bottega aperta sulla strada, completamente indipendente dal resto della casa e forse concessa in affitto.

Questa casa fu ricavata dallo smembramento della Casa Sannitica, come si può desumere dalla pianta atipica. A sinistra dell’ingresso è un cortiletto che fungeva da fonte di luce per la casa: ai lati sono pitture di giardino a creare l’illusione di uno spazio verde. Il resto della casa è affrescato soprattutto in IV stile con splendide pitture, come Sileno che osserva Arianna e Dioniso (nel triclinio) e alcune vedute paesaggistiche (nell’esedra) e di animali (nell’ala e nella diaeta).



CASA DEL MOBILIO CARBONIZZATO

Non molto grande ma elegante e signorile, di epoca preromana, come dimostra la disposizione degli ambienti intorno all'atrio e al piccolo cortile posteriore, completamente ridecorata con pitture di III e IV stile in età claudia.

Un grande portale immette nelle fauces sulla destra il triclinio, con pitture di finte architetture, classiche del IV stile, in cui sono inseriti i bei quadri d'un galletto e d'una natura morta. Sul fondo dell'atrio s'aprono due ambienti: il tablino ed una stanza con un finestrone che dà sul cortiletto.
Dal cortiletto prende luce, mediante tre finestre, una saletta con un letto tricliniare con testiera alta e impiallacciatura, ed un tavolino di legno tondo a tre zampi, carbonizzati ma intatti, nonchè vasellame in terracotta e in vetro.
Il cortiletto-giardino, con un'aiuola centrale ed alcune piante, era usato per la raccolta dell'acqua piovana, conservata poi in una cisterna. Sul fondo è un larario domestico a tempietto decorato da stucchi e pitture, con un bel timpano sorretto da due colonnine.

La casa del mobilio carbonizzato, seppur piccola, ha il pavimento a marmi colorati, alle pareti ci sono figure volanti di donna, Pan che scopre una ninfa che dorme, e poi dei mobili: un letto, una piccola mensa in legno carbonizzato e utensili da cucina in terracotta.



CASA DEL RILIEVO DI TELEFO

E' la seconda per estensione ad Ercolano, ed una delle più nobili abitazioni della parte sud della città, con molte irregolarità della sua pianta, dovute però alla natura del terreno. In essa si è trovata una ricca collezione di sculture di scuola neoattica.

Da un arioso vestibolo si entra nell'atrio, diviso in tre navate da due file di colonne, rosse come le pareti che alla base hanno uno zoccolo giallo, Negli intercolunni sono tuttora appesi "oscilla" marmorei con maschere teatrali e figure di satiri.

L'atrio, concepito con le colonne che sorreggono i quattro spioventi e le stanze del piano superiore, era fornito di compluvio, ora inesistente perchè manca il tetto, e in terra di impluvio con fontanella a colonna scanalata. In una vetrina sono esposte alcune suppellettili domestiche, un'interessante collana di amuleti e delle vivande.

Sul fondo dell'atrio si apre il tablino; sulla sinistra, invece, due piccole porte conducono al quartiere rustico, dotato anche d'una stalla, stabulum, dal soffitto molto basso.

La restante parte della casa si trova ad un livello più basso raggiungibile da un ripido corridoio a fianco del tablino. Un grande peristilio con colonne in laterizio circonda lo spazioso giardino. Tra le colonne sono i calchi di alcuni medaglioni marmorei (oscilla) puramente decorativi, e al centro del giardino una vasca rettangolare e su cui s'affacciano tre sale di rappresentanza con ricca decorazione marmorea. Da notare il tablinio pavimentato a mosaico, il vasto peristilio ed il salone proteso sul mare pavimentato con marmi pregiati.

Tramite un altro corridoio si giunge ad una terrazza panoramica, su cui si aprono altre sale, una delle quali ha una lussuosissima decorazione in marmi pregiati. In una piccola stanza vicino a questa sala fu trovato il rilievo neoattico col "mito di Telefo", o di Oreste, che ha dato il nome alla casa. Oggi all'esterno della parete c'è il calco del rilievo marmoreo che è conservato al Museo di Napoli.



CASA SANNITICA

Tra le più antiche dimore di Ercolano del II secolo a.c., raffinata e severa. Ha bella facciata che conserva l'antico portale. Un accurato marciapiedi conduce all'elegante portale con i piedritti in blocchi di tufo sovrastati da capitelli corinzi, e da qui alla fauce, con un bugnato in stucco policromo ad imitazione del marmo di I stile.

L'atrio, munito di compluvio sul tetto e impluvium rivestito in marmo, ha un pavimento musivo e nella parte alta un elegante loggiato che corre tutto intorno di colonnine ioniche con intercolunni chiusi da una graziosa transenna marmorea rivestita di stucco. Vi sono esposti oggetti d'uso quotidiano. La base del ballatoio sporgeva dal muro del piano terra con un cornicione modanato.

Nel cubicolo a destra dell'atrio è raffigurato il Ratto d'Europa. nella casa sono stati rinvenuti diversi oggetti, come una statuetta frammentaria di Venere e i piedi d'un tavolo in legno, a forma di cani.

Al piano superiore furono ricavati piccoli appartamenti d'affitto, indipendenti grazie ad una ripida scala di legno. La casa originariamente possedeva un giardino, in seguito ceduto all'attigua Casa del Gran Portale.



CASA DI ARISTIDE

Una graziosa casa a due piani, con un giardino circondato da un portico a colonne. Al livello superiore sono una serie di ambienti ed un loggiato panoramico, mentre al livello inferiore, al quale si accede da una rampa nell’atrio, sono stanze di servizio con una vasca ed un forno.



CASA A GRATICCIO

Cosiddetta dall'opus craticium, le pareti, in genere usate come tramezzi o sulla facciata per la lro leggerezza, realizzate con pilastri laterizi ed intelaiature lignee riempite di opus incertum. Il tipo di costruzione è economica e rapida, soprattutto diffusa diffuso tra il ceto popolare.

La facciata della casa ha un piccolo portico sovrastato da un loggiato. Il largo ingresso conduce, invece che nell'atrio, in un cortiletto scoperto da cui prendono luce gli ambienti dei due piani, dove coabitavano più famiglie.

Le stanze del piano superiore conservano ancora la loro povera suppellettile: i telai lignei dei letti, una tavola di marmo, un armadio con le stoviglie e pochi oggetti di corredo, le statuette dei Lari.

Un quartierino annesso, con scala indipendente e scarsamente illuminato, ad eccezione della facciata, conserva resti del letto tricliniare ed un piccolo larario domestico.



CASA DEL SACELLO DI LEGNO

Dal lato opposto del Cardine, superato l'incrocio col Decumano Inferiore, sorge la Casa del Sacello di legno, antica e nobile dimora, ma di modeste dimensioni. Conserva frammenti della decorazione pittorica di I e III stile, e dove la sua denominazione ad un sacello in legno a forma di tempietto fornito di due ante (sportelli) con sotto un armadio, rinvenuto nell'ambiente a destra dell'ingresso. Probabilmente risale al II secolo d.c., perchè i dipinti e le decorazioni sono inquadrabili proprio in quell'epoca.



CASA DI GALBA

E' in gran parte ancora da esplorare, perché si trova al di sotto dell'abitato moderno.

Vi è stata portata alla luce parte di due abitazioni, una delle quali, detta Casa di Galba, aveva un bellissimo peristilio d'epoca preromana, le cui colonne doriche in tufo furono poi ricoperte di stucchi, con gli intercolunni chiusi da un podio.









CASA A DUE ATRI

Con una pianta particolare, onde sfruttare al meglio lo spazio piuttosto limitato.

Il primo atrio, col tetto sorretto da quattro colonne, accede al tablino, poi a un altro atrio ed infine ad una vasta sala; sul lato sinistro si aprono i cubicoli.

La facciata della casa, piuttosto semplice e in reticolato, presenta, sopra l’arco dell’ingresso, una maschera di Gorgone contro la cattiva sorte. Il suo portale ha un architrave di tufo come da retaggio sannita ed una cornice laterizia che fa da marcapiani decorando la facciata.


CASA DELL'ATRIO CORINZIO

La Casa s'affaccia sulla strada con un grazioso portichetto che dà su un un atrio con sei colonne tufacee rivestite di stucco rosso e bianco.

Nella stanza a destra della fauce, pavimentata a mosaico con disegni geometrici, sta una vetrina dove sono esposte una trapeza (tavola da mensa) lignea ed un cesto di fibra vegetale col coperchio, perfettamente conservati, mentre altri oggetti rinvenuti nella casa si trovano in un'altra vetrina, sistemata nel triclinio.

La casa dell’Atrio corinzio deve il su nome all’atrio a sei colonne di tufo e basso pluteo delimitante l’impluvio, appunto in stile corinzio.

Da notare il bel pavimento a mosaico nella stanza a destra dell’ingresso e le eleganti raffigurazioni dei due cubicoli affianco del tablinio.
La casa aveva giardini e terrazzo panoramici con vista mare.



CASA DEL TRAMEZZO DI LEGNO

Casa di era sannitica, ma modificata in epoca augustea, con la facciata ben conservata. Originariamente, verso la metà del I sec. d.c. doveva essere una dimora signorile, poi divisa in quartierini d'affitto per più famiglie, con alcuni servizi in comune.
Fu infatti costruito un secondo piano al di sopra dell'atrio, mentre alcune stanze che s'affacciavano sulla strada vennero adibite a botteghe.

Molto bello il grande atrio tuscanico con al centro l'impluvio, con accesso a un cubicolo con pavimento musivo a disegni geometrici. La casa deve il suo nome al grande tramezzo ligneo che divide l'atrio dal tablino, conservato per due terzi: manca infatti una delle tre porte a due battenti.

Nelle bacheche sistemate nell'atrio si vedono gli oggetti trovati nella casa, tra cui alcuni legumi secchi. Dal tablino si passa in un giardinetto con portico a pilastri, su cui affacciano alcune stanze ed il triclinio.

Vi si è rinvenuta al piano superiore una mensa in marmo, che ha per base una statuetta del Dio Attis.



CASA DEL COLONNATO TUSCANICO

Eretta in epoca sannitica con grandi blocchi di tufo e successivamente restaurata.

Dinanzi alla casa si apre un grande arco quadrifronte di mattoni, originariamente decorato con marmi, che fungeva da accesso all’area porticata retrostante, non ancora scavata e da alcuni identificata come la basilica.

Dopo il terremoto del 62 d. c., in parte decadde, poiché due ambienti furono trasformati in botteghe che stavano appunto ai lati dell'ingresso.


La casa ha infatti uno splendido peristilio con un maestoso colonnato tuscanico, su cui affacciano il triclinio, alcune sale di rappresentanza e gli alloggi signorili. La decorazione degli ambienti rispecchia due epoche differenti, con pitture di III e di IV stile. Nella casa è stata rinvenuta una grossa somma di monete d'oro, circa 1.400 sesterzi, nascosta dal proprietario, forse poco prima di lasciare la casa.



CASA DI ARGO

Che deve il suo nome ad una scena mitologica di Io guardata da Argo, già dipinta su una parete della grande sala del peristilio, oggi completamente scomparsa, che decorava il peristilio.

Sono invece sopravvissute le decorazioni del salone affianco all’esedra, in quarto stile su fondo rosso. Altri quadretti, appena visibili, sono anche nel peristilio minore e nel salone panoramico.

Doveva essere questa una delle più nobili dimore ercolanesi, d'età augustea, con un ampio giardino circondato su tre lati da un portico su colonne e pilastri swtuccati e colorati, sul quale affacciava un grande triclinium. Al giardino seguiva un altro peristilio.



CASA DEL GENIO

La casa è ancora in parte da scavare, si possono infatti vedere i cunicoli scavati nella roccia e ammirare l'ingresso e il peristilio con piscina.

Comunque dalla zona attualmente visitabile, limitata all'ingresso secondario, pochi ambienti ed il peristilio, s'intuisce il suo carattere elegante, con il giardino che costeggia la Via Mare.

Il nome della casa deriva da una statuetta marmorea di amorino o genietto che fu qui rinvenuta e che costituiva la decorazione di un candelabro.

Molto curata doveva essere la sistemazione del giardino, al centro del quale si vede ancora la vasca d'una fontana, di forma rettangolare piuttosto allungata e con due absidi sui lati corti.



CASA DEL BICENTENARIO

Rinvenuta nel 1938, quando ricorreva il secondo centenario degli scavi di Ercolano, da cui il nome. Presenta un ampio e solenne atrio tuscanico con tetto compluviato e pavimento a tessere bianche e nere con impluvio. Le pareti sono decorate con finte architetture ed animali del IV stile.

Sul fondo è l'elegante tablino, fiancheggiato dalle due alae, di cui quella a destra è separata dall'atrio con cancello ligneo a transenna: forse qui erano conservati gli oggetti preziosi. Il pavimento è in opus tessellatum bianco listato di nero con al centro un quadro rettangolare in opus sectile contornato da fascia a treccia.

La fine decorazione del IV stile vede in basso uno zoccolo nero con elementi vegetali, e sulla parete eleganti fasce con tralci, volute, mascherette e vasi in tre pannelli, di cui quello centrale ornato da un quadro figurato, in origine giallo ma, col calore dei materiali eruttivi, è divenuto rosso. I pannelli laterali sono ornati al centro da medaglioni. Sopra corre una fascia con amorini cacciatori su fondo nero.

Al piano superiore modesti alloggi, probabilmente in affitto a qualche famiglia quando la casa perse, almeno in parte, il suo carattere nobile. Sulla parete di fondo d'un piccolo ambiente, si vede un pannello d'intonaco con l'incavo di una grande croce probabilmente lignea, protetta da due pannelli in legno, con al di sotto un piccolo armadio ligneo, simile agli altari dei larari domestici. Sembrerebbe la più antica testimonianza del culto cristiano, diffuso in Campania da S. Paolo, sbarcato a Pozzuoli nel 61 d.c.

Nell’ala destra è presente un elegante cancello ligneo a due transenne pieghevoli a soffietto (a sinistra è quello originale), destinato a proteggere probabilmente le immagini degli antenati. Al piano superiore si è usata la tecnica dell’opus craticium per la separazione delle stanze: qui fu trovata l’impronta di una croce nell’intonaco con sotto un inginocchiatoio.
Sulla sinistra è la Casa anonima, dal bel tablinio con pavimento in opus sectile di marmi colorati entro un bordo a mosaico.
Un tempo questa casa costituiva un tutt’uno con la Casa del Bicentenario e quella del Bel Cortile, ma a seguito della crisi economica-sociale del dopo terremoto del 62 d.c., il complesso fu smembrato.



CASA DELLO SCHELETRO

I primi esploratori del 1831 rinvennero in questa casa dei resti umani, ovvero uno scheletro al piano superiore, per cui viene tuttora denominata Casa dello Scheletro.

Essa probabilmente risulta dall’unione di tre abitazioni di forma allungata. Della costruzione, originariamente a due piani, rimane solo il pianterreno, col suo atrio dal tetto completamente chiuso e senza la vasca sul pavimento.
A sinistra dell'atrio c'è un elegante ninfeo con la parete di fondo a pseudo-grotta, rivestita con frammenti di calcare rosso e con cornici di tessere azzurre che s'affaccia sul vasto triclinio.
In un altro cortile in fondo all'atrio, che dava aria e luce ad una grande sala absidata è un altro ninfeo con un sacello finemente decorato e mosaicato.
Interessanti sono i cubicoli, dipinti in terzo stile, affacciati sul cortiletto posto nel quartiere a destra dell’atrio.



CASA DEI CERVI

Fa parte di quel gruppo di case dette "panoramiche", costruite in modo da sfruttare lo splendido panorama del golfo. Databile all'epoca claudio-neroniana, è divisa in due zone distinte: quella dell'ingresso, con atrio e triclinio, e quella delle terrazze panoramiche, comunicanti attraverso un grande portico chiuso da finestre.

La fauce immette in un piccolo atrio coperto, senza compluvio nè impluvio, con un ballatoio al piano superiore, che aveva solo funzione di rappresentanza, poiché tutta questa parte della casa era destinata ai servi.

Un corridoio a destra conduce alle cucine. A sinistra invece si accede al criptoportico che cinge il giardino, dipinto con quadretti, raffiguranti scene di amorini che giocano, attributi di divinità, nature morte con frutta: in loco rimangono solo 12 dei 60 originali. Subito a destra è una grande sala tricliniare con motivi architettonici alle pareti, con marmi pregiati e decorazione in IV stile a fondo nero. con pavimento in mattonelle di diversi tipi di marmo. Qui si possono ammirare i due celebri gruppi marmorei raffiguranti "Cervi assaliti da cani", rinvenuti nel giardino della casa.

Seguono due salette, di cui una in IV stile su fondo rosso, con soffitto ben conservato, al centro la statuetta in marmo del "satiro con l'otre" e una vasca da bagno bronzea. Un'anticamera conduce alla dispensa, alla cucina e alla latrina.

Il vasto quadriportico non ha colonne, ma è costituito da quattro bracci d'un corridoio coperto finestrato, con al centro un grande triclinio e due saloni di soggiorno. Il quadriportico era decorato con quadretti pregevoli, molti dei quali si trovano al Museo Nazionale di Napoli.

Al giardino si accede attraverso un ingresso con un notevole timpano, decorato con un mosaico di pasta azzurra vitrea rappresentante una testa barbuta di Oceano e amorini che cavalcano ippocampi e animali marini.

Il giardino era ornato da sculture e mense di marmo, due tavoli marmorei e copie di alcune sculture marmoree.
Sul lato panoramico del giardino è un oecus o triclinio estivo con resto del bel pavimento, di fronte al quale è una loggia con pergola su quattro pilastri, ai cui lati sono due stanze da riposo panoramiche. Sul davanti era una grande terrazza scoperta, il solarium, come essiccatoio o, ombreggiato da tende, per prendere il fresco. Nel cubicolo orientale si può vedere la bella statuetta dell' Ercole ebbro.



CASA DELL'ALBERGO

Così chiamata per la sua ampiezza, un'elegante e lussuosa abitazione privata, con magnifico panoramica sul mare, con una superficie di ben 2150 mq.

La casa è in pessimo stato di conservazione, per i danni dell'eruzione ma pure per i cunicoli scavati dai primi esploratori.
Risale all'età augustea e successivamente al terremoto del 62 fu modificata a seguito di una vendita per cui fu adibita, dai nuovi proprietari, ad abitazione mercantile con botteghe ed officine.

La casa comprende numerose stanze che si aprono lateralmente sull'atrio, dotata anche di piccole terme private.

Possedeva un gigantesco peristilio, col giardino ad un livello inferiore a quello del portico, ed un ampio quadriportico-belvedere, sotto al quale erano stati ricavati alcuni ambienti.

Si accede al grosso peristilio con portico su tre lati e pavimento in mosaico. Il giardino risultava leggermente sottoposto. Dal lato del mare erano una serie di sale pavimentate a mosaico ed elegantemente decorate. Passando a destra nell’atrio, si può visitare il piccolo impianto termale costituito da tre stanze decorate con affreschi del II stile e pavimentate a mosaici bianchi e neri. Questa è l’unica, fra le case finora scavate ad Ercolano, a disporre di terme vere e proprie.



CASA DEL BEL CORTILE

Imboccando il Cardine IV, dopo una modesta abitazione con bottega sul Foro, sorge la Casa del Bel Cortile, articolata su due piani e con una originale disposizione degli ambienti.

Presenta un elegante peristilio su cui si affacciano un triclinio ed un salone affrescati.

La stanza d'ingresso, allungata e con un basso soffitto, svolge la doppia funzione di vestibolo e di atrio. Alla sua destra tre piccole stanze rustiche, mentre dal fondo s'accede al suggestivo cortile.

Qui una scala esterna con parapetto e ballatoio, simile a quelle tipiche dell'architettura medioevale, conduce al piano superiore, dove sono gli alloggi, comunicanti tramite un ballatoio ed una balconata in legno sporgente dal prospetto della casa. Nella casa è esposto un calco di alcuni degli scheletri rinvenuti sul litorale.



CASA DELL'ERMA DI BRONZO

La casa ha di forma stretta e allungata, che richiama molto l'abitazione sannitica. La facciata è oggi disadorna, ma conserva la fauce e il limen in travertino.
Ai lati dell'ingresso, sul marciapiedi, ha due panche in muratura per le chiacchiere estive coi vicini.

Il vestibolo con intonaco rosso mattone portava a due celle, di cui una porta nell'atrio. Sulla parete che dà sul Cardo IV resta una grata di finestra in ferro consunto.

L'atrio ha impluvio e compluvio con grondaia in terracotta a bocche di leone alternate a fregi floreali. La decorazione è a riquadri rossi e neri.

Nel tablino, con volta a botte e decorazioni in rosso. nero e azzurro, è conservata un busto di bronzo incassato in un'erma di marmo, di fattura non raffinata, ma che ritrae con fedeltà nei tratti e nel carattere sicuramente il proprietario della casa. In un cubicolo ci sono tracce di riquadri bianchi con decorazioni architettoniche. Ancora visibili un pavone, delle maschere e un'anfora.
L'erma ha determinato il nome della casa, ma quella esposta nella casa non è l'originale conservato al Museo Archeologico di Napoli, bensì il suo calco, onde evitare possibili danneggiamenti.

Tra tablino e triclinio c'è il piccolo giardino, con sulle pareti tracce di intonaco verde. A destra del tablino una scala conduceva alle stanze del piano superiore, stanze purtroppo scomparse. Nel triclinio la pittura sbiadita di una marina con pescatore e una villa sullo sfondo, con zoccolatura in rosso.



CASA DELL'ARA LATERIZIA

La casa ha un prospetto decorato con zoccolo a stucco bianco con fasce oblique nere. La parte superiore presenta un’iscrizione dipinta a lettere rosse. Il nome alla casa è dato da un larario domestico, ubicato in fondo al cortile, e costituito da un’ara in laterizio di notevoli dimensioni.



CASA DEL MOSAICO DI NETTUNO E ANFITRITE

Il suo proprietario doveva essere un ricco e raffinato mercante, con una grande bottega aperta sulla strada e comunicante col resto dell'edificio.


La bottega

Anche la bottega è arredata con raffinatezza, e l'ottimo stato di conservazione ha lasciato le merci sul bancone e le anfore vinarie sistemate in ordine in una scansia.


La casa

Appena entrati, sulla sinistra è la cucina con piccola latrina. Si accede poi all’atrio con vasca marmorea al centro e bel larario in mattoni in un angolo, in cui fu rinvenuta una pregevole statuetta di Giove.
L'atrio ha un accesso sul tablino, con decorazione quasi scomparsa, e da qui al triclinio estivo con una mensa tricliniare in muratura rivestita in marmo con pareti decorate da fini mosaici a tessere di pasta vitrea e cornici in conchiglie rappresentante i due personaggi mitologici che danno il nome alla casa.

Sul fondo c'è il ninfeo con una nicchia centrale absidata e due nicchie rettangolari più piccole, rivestite da un prezioso mosaico a paste vitree, in cui da quattro vasi alla base degli stipiti delle nicchie salgono cespi di vite che s'arrampicano fino agli architravi delle nicchie laterali.

Qui iniziano due scene di caccia con cani e cervi su un fondo azzurro intenso, sovrastate da festoni di foglie e frutta con un'elegante cornice.

Gli orli delle nicchie ed il loro fondo sono ornati da conchiglie e madreperla. Alcune maschere teatrali ed una testa di Sileno spiccano sulla parete di fondo del cortile.

Sulla parete a lato del ninfeo sta lo splendido mosaico che ha dato il nome alla casa, con Nettuno ed Anfitrite inquadrati in una composita e raffinata architettura.

Interpretazioni recenti invece identificano la fgura femminile con Venere il cui culto è accostato a quello di Nettuno nell’area sacra sul litorale.

A lato del mosaico sono affreschi di giardino con fontane e il ninfeo di cui sopra, con nicchie decorate a mosaico.

Le stanze del piano superiore, di cui il il terremoto ha abbattuto le pareti esterne, conservano parte della decorazione pittorica e delle suppellettili, tra cui una piccola erma bronzea di Ercole.



CASA DELLA STOFFA

Percorrendo il Cardine V verso sud, vediamo sulla destra la Casa della Stoffa, dove abitava e lavorava una famiglia di artigiani e mercanti di stoffe, com'è provato dai numerosi tagli di tessuto rinvenuti in uno stanzino del pianterreno.



CASA DELLA GEMMA

La casa, che si estende su due livelli, deve il nome ad un gioiello d'età claudia ivi rinvenuto: una gemma con su inciso un volto di donna.

L'atrio, di tipo tuscanico, con sfarzose decorazioni a bande rosse e nere, è diviso dal tablino mediante colonne; dal tablino s'accede ad un cubicolo e ad un gran terrazzo originariamente chiuso da finestre.

Dal fondo dell'atrio, attraverso un vestibolo ed un corridoio, si raggiungono gli ambienti affacciati sulla terrazza panoramica: l'ampia sala usata come triclinio conserva ancora la fine decorazione musiva del pavimento, con un disegno geometrico a tappeto. Da notare l’ampio peristilio con pavimento a mosaico.

Il piano sottostante, anche a causa dei fumi e vapori provenienti dalle terme, era occupato dai servi, e qui fu trovata una culla con lo scheletro di una bambina. Attraverso uno stretto corridoio alla destra dell'ingresso si raggiungono anche la cucina ed una latrina.



CASA DELL'ALCOVA

La dimora si apre sulla strada con duplice accesso perchè è il risultato dell'aggregazione di due antiche case indipendenti.

Si accede ad un vestibolo a sinistra del quale è un salone nel quale è l’unico quadretto salvatosi dagli scavatori borbonici e raffigurante Arianna abbandonata da Teseo.

Dal vestibolo, attraverso due gradini si accede ad un altro vestibolo più ampio. Da un lato di questo si apre un biclinio elegantemente affrescato in quarto stile. Dall’atro lato un corridoio porta ad un’alcova appartata a forma di sala absidata con semplice decorazione lineare alle pareti.

Curiosamente si sono conservate parte delle grate romane di ferro alle finestrelle.



CASA DELL'ATRIO A MOSAICO

Cosiddetta per la presenza nell’atrio e nell'ingresso di un ricco pavimento a mosaico geometrico a tessere bianche e nere.

Il nucleo originario della casa comprende l’atrio con un ampio giardino porticato, mentre successivamente, sfruttando il terrazzamento artificiale ottenuto con l’inglobamento delle mura urbane, fu creato il quartiere panoramico.

Il tablino, in asse con gli altri due ambienti, e alle spalle dell’atrio, fu trasformato nel cosiddetto oecus aegyptius, ossia in una sala di tipo basicale a tre navate di cui quella centrale più alta, con pilastri rivestiti di stucco e chiuso sul fondo. I restanti ambienti si trovano di fianco a questi e sono orientati verso il mare, per goderne la vista.

Il giardino, cinto da un triportico finestrato e da una veranda con vetrata sostenuta da un telaio di legno, interrotta da un’esedra centrale, aperta sul giardino per godersi il fresco, che mette in comunicazione l'atrio col triclinio e le altre stanze di rappresentanza.

Sul lato orientale del portico si aprono quattro cubicoli, con pitture su fondo rosso, ai lati d'un'esedra finemente decorata con pitture architettoniche di IV stile e con le scene del "Supplizio di Dirce" a sinistra e di "Diana al bagno nuda ed Atteone sbranato dai cani a destra", ambedue su un bel fondo azzurro. Ai lati dell’esedra sono altri ambienti elegantemente affrescati fra cui un cubicolo a fondo rosso.

La casa termina, al di là del triclinio, con un loggiato ed una terrazza. Ai lati del loggiato sono due piccoli padiglioni che avevano anche la funzione di belvedere. L’area panoramica presenta al centro un grosso salone e, sulla sinistra, un ambiente con bella decorazione a sfondo bianco sul cui tramezzo è un paesaggio idillico. Numerose parti lignee della casa sono state rinvenute e ricollocate al loro posto, tra cui una culla ed un tavolino in legno massello in ottimo stato di conservazione.




LE BOTTEGHE


PISTRINUM

L'Insula Orientalis II testimonia il rinnovamento edilizio di Ercolano già dal I secolo d. c.
L'insula è un unico corpo di fabbrica, edificato tutto nello stesso periodo in opus reticulatum, che si apre sul Cardine V, per oltre 80 m., fino al Decumano Massimo, con botteghe e case d'affitto a più piani.

Interessante il Pistrinum, un forno dove avveniva anche la macinazione del grano. In un cortiletto sono tuttora due macine in pietra, che erano azionate da un asinello di cui sono state ritrovate le ossa; alla bottega sono annessi una stalla, due latrine e, ad un livello superiore, un quartiere d'alloggio elegantemente decorato.

Il Pistrinum potrebbe essere appartenuto ad un certo Sex. Patulcius Felix: si notano le due macine in pietra lavica e, a destra, il grande forno sulla cui imboccatura emergono due simboli fallici di buon augurio.

Ad Ercolano c’erano solo due panifici, entrambi forniti di due macine di dimensioni ridotte rispetto a quelli di Pompei; le molteplici macine manuali rinvenute negli scavi attestano inoltre che ad Ercolano il grano si macinava prevalentemente in casa. Sono state anche ritrovate nel retrobottega venticinque teglie circolari in bronzo usate per infornare le focacce.



GEMMARIUS

Interessante bottega, forse appartenente ad un gemmarius, per le gemme e gli attrezzi rinvenuti, nel cui retrobottega fu ritrovato uno scheletro di donna su di un letto di legno con affianco un piccolo telaio a mano ed altri oggetti.



TAVERNA VASARIA

Qui furono trovate numerose anfore da vino, tutte dello stesso tipo e con un'iscrizione in colore nero e caratteri greci.

Si è dunque pensato non ad una 'taverna' per la vendita del vino, ma ad una bottega di vendita di anfore e di altra suppellettile in terracotta, che si produceva in grandi quantità nelle numerose fabbriche del tempo.

Nelle anfore si conservava l'acqua fresca e il vino fresco, nonchè l'olio, la frutta secca, i dolci, il pesce salato, il garum e molti altri cibi.

Le terracotte erano anche usate per cuocere, anche se i più ricchi usavano pentolame di bronzo o di rame, più costoso.



GRANDE TAVERNA

È un'osteria con bancone rivestito di marmi diversi in diversi colori. Sui ripiani a scaletta, anch’essi in marmo, si poggiavano i vasi per servire da bere e da mangiare.

Sul tramezzo dell'ambiente retrostante ci sono il dipinto di una nave e alcuni graffiti.

Le tabernae avevano un bancone di pietra, con cinque o sei contenitori murati, rivolti verso la strada; accanto al banco vi era un fornello con una casseruola piena di acqua calda; nel retro c'erano la cucina e le sale per la consumazione.

 Avevano una finestra in alto che dava luce al soffitto in legno del deposito ed un grande vano di apertura sulla strada.



BOTTEGA DI PRIAPO

La caupona ha due particolarità: il dolium (giara) seminterrato presso il focolare, nel quale furono rinvenute delle noci, e il piccolo ripostiglio per le derrate rivestito di cocciopesto situato davanti al bancone. Il Priapo dipinto insieme all'oste dietro il bancone di mescita allontanava il malocchio. Dalla bottega il proprietario accedeva direttamente all'abitazione, con atrio a quattro colonne e con un piano superiore.
Affianco è un’altra caupona collegata ad una piccola casa ad atrio della quale si intravedono alcune pitture di IV stile.



LA BOTTEGA

La bottega di generi alimentari è completa dell'arredamento in legno e delle suppellettili: fave e ceci riposte nei dolia (giare) del banco di vendita, un fornello sul bancone, scaffali e soppalco transennato per anfore vinarie, un tramezzo ligneo. Al piano inferiore è da notare il bel tramezzo di legno carbonizzato ed il soppalco con anfore per il vino e per la frutta secca. In fondo è la cucina.
Della bottega è visibile anche il livello superiore che costituiva l’abitazione dell’esercente. Al piano superiore è visibile il piede bronzeo di un letto.



BOTTEGA DEL PLUMBARIUS

Questa bottega, apparteneva a un fabbro o saldatore. Vi furono rinvenuti lingotti di piombo, pezzi di tubazioni, un candelabro bronzeo, una statuetta di Bacco con decorazioni d'oro, d'argento e di rame in corso di riparazione. Da notare anche il soppalco di legno ancora in parte conservato.



BOTTEGA DEL LANARIUS

Era la bottega di un pannivendolo (lanarius), all'interno della quale si può osservare l'unico esempio conservato di pressa a vite in legno utilizzato per stirare i vestiti. Una scala conduceva al piccolo alloggio dell'artigiano, costituito da due stanze.



THERMOPOLIUM

E' una bottega dove si vende il vino, nonchè cibi freddi, l'equivalente degli stuzzichini, e talvolta anche cibi caldi, come pizze e focacce.

L'insegna di questo thermopolium, in alto, è una figura di divinità identificabile con Semo Sancus, mentre in basso è il prezzario del vino raffigurato con quattro brocche (ad cucumas, da cui deriva il nome cucuma ancor oggi dato ad alcune brocche) alle quali è dato un prezzo variabile da 2 a 4 assi e mezzo.

Al di sotto vi è l’annuncio di uno spettacolo che si svolse a Nola: da notare, cosa inconsueta, la firma dello scrittore con la sua provenienza, posta fra le lettere L ed A: vi si legge scr(iptor) Aprilis a Capua.

I Thermopolium servivano non solo a bere e a mangiare, ma spesso ospitavano la prostituzione al piano di sopra. In più erano luogo di convegno per le chiacchiere del posto e per i dibattici politici.

Frequentemente infatti vi abbondavano i graffiti, sia degli sfaccendati, o degli innamorati, o per l'altrui diffamazione.

Non mancavano però quelli di propaganda elettorale o di pubblicità per spettacoli di mimi, o di prostituzione, o di feste con giochi circensi, magari dei paesi vicini.





EDIFICI PUBBLICI


IL FORO

Il Foro di Ercolano era attraversato dal Decumano Massimo, con una eccezionale carreggiata di 12-14 m. di larghezza, in pratica la platea del Foro. Dei cippi posti alle sue estremità e dei gradini allo sbocco dei Cardini impedivano il traffico dei veicoli facendone una zona pedonale.

Il Foro era separato dal mercato da un grande arco quadriforme rivestito di marmi e stucchi e adorno di statue. Sul lato settentrionale della parte commerciale del Foro è stato dissepolto un particolare edificio, preceduto da un portico a colonne e pilastri, sotto il quale si apre una lunga serie di botteghe; superiormente c'erano almeno altri due piani, con abitazioni d'affitto.



AREA SACRA

Uscendo dalle mura cittadine per la Porta Marina, nell'area suburbana a sude della città, recenti scavi hanno portato alla luce un'area sacra, con sacelli ed altri ambienti, accanto alla quale è lo spiazzo per la statua onoraria di uno dei più influenti cittadini di Ercolano, Nonio Balbo.

Oggi restano solo un'area marmorea con l'iscrizione onoraria, la testa e la base della statua.






SACELLO DI VENERE

Un piccolo tempio, completamente restaurato dopo il sisma del 62 d.c.. dedicato a Venere.




SACELLO DEI QUATTRO DEI

Il tempio è dedicato a quattro divinità Minerva, Nettuno, Mercurio e Vulcano. E’ stato restaurato dopo il sisma del 62 d.c..

Di recente è stata recuperata parte della struttura lignea del tetto, trascinata sulla spiaggia sottostante dalla violenza dell'eruzione.

Le pareti sono affrescate a riquadri rossi e vi sono stati rinvenuti tre bassorilievi di Minerva, Nettuno e Mercurio, i cui originali sono stati portati al Museo Archeologico di Napoli.



TERRAZZA DI M. NONIO BALBO

Risalendo la rampa addossata alle mura si può accedere a un'ampia piazza rettangolare antistante al complesso delle terme suburbane.

Qui si erge l'ara funeraria dedicata al senatore M. Nonius Balbus, futuro 'Augusto' che regnò dal 27 a.c. al 14 d.c.

Fu benemerito verso la città di Ercolano per aver restaurato e costruito molti edifici pubblici: in suo onore furono erette almeno 10 statue e alla sua morte gli furono tributati grandi onori, ricordati nella lunga iscrizione incisa sulla faccia dell'ara funeraria rivolta verso il mare.



PALESTRA

Tutta la parte orientale dell'insula è costituita da una grandiosa Palestra, con al centro un ampio spazio scoperto, con due piscine, una molto grande ed una più piccola.
L’ingresso era evidenziato da due colonne e l’ampio vestibolo era decorato con stelle di vari colori.

Si accede al vasto cortile cinto su tre lati da un colonnato corinzio, mentre il lato verso il decumano massimo era occupato da un criptoportico.
La palestra, cui s'accedeva da due ingressi monumentali, uno sul Cardine V e l'altro sul Decumano Massimo, aveva tutta una serie d'ambienti accessori, destinati a vari usi.

Al centro di questo lato porticato si apre una vasta aula absidata, pavimentata con formelle di marmi pregiati e decorata in quarto stile. In fondo alla nicchia centrale era una mensa marmorea destinata probabilmente alle premiazioni sportive.

Al centro del cortile è una vasca cruciforme al centro della quale è il calco di una fontana bronzea rappresentante l’Idra di Lerna, il mostro a cinque teste ucciso da Ercole: a questa parte della palestra si accede tramite un vasto cunicolo scavato all’epoca borbonica. Più a monte è un’altra vasca rettangolare, probabilmente abolita dopo il terremoto del 62 d.c. tramite riempimento di terreno.



BASILICA

Non lontano dal teatro fu ritrovata la Basilica, grande edificio rettangolare anch'esso per lo più ancora sepolto dal fango solidificato, di m.16 x 29 circa, esplorato in parte dagli scavatori borbonici.

In una pianta del 1754, invece, la basilica viene ubicata sul decumano massimo, di fronte all’ingresso principale del Collegio degli Augustali. Un’identificazione certa potrà aversi soltanto con il prosieguo degli scavi.

Tra le sue rovine furono rinvenuti degli splendidi affreschi ora custoditi al Museo Archeologico di Napoli. Il loro artista, pur se ignorato, è uno dei più abili, e dipinse nella basilica Ercole e Telefo, splendidamente disegnati e dipinti con giochi di luci ed ombre, uno dei più grandi capolavori di pittura giunti fino a noi.

Nel riconoscimento da parte di Ercole del proprio figlioletto Telefo, che gli aveva dato una sacerdotessa di Atena di nome Auge, v'è una ricca scala di sentimenti, col particolare commovente del bambino allattato da una cerbiatta.

Ma le emozioni sono espresse con classica misura e attraverso una limpida tecnica tridimensionale.

Nell'edificio, inoltre, venne rinvenuto un gran numero di sculture marmoree e bronzee, tra cui due statue equestri di Marco Nonio Balbo, le statue-ritratto del padre, della madre e delle figlie di questi ed alcune statue imperiali.



SACELLO DEGLI AUGUSTALI

Un'edificio che abbinava probabilmente il culto imperiale e il Collegio degli Augustali, secondo altri si tratta della Curia cittadina, in cui avveniva anche il culto dell'imperatore.

L'edificio ha due ingressi: il principale, a cui si accede da un lungo corridoio, sul decumano massimo, e l'altro sul III cardine, con soglie in grossi blocchi di piperno. Un solaio in opus spicatum, copre l'invaso formando un terrazzo ricoperto in cocciopesto.

Ai lati dell'ingresso che dà sul decumano massimo vi e' un ambiente di incerta destinazione delimitato perimetralmente da due pilastri in blocchi di tufo litoide giallastro.

In tale area un muretto in opus incertum forma tre lati di un rettangolo ed e' coperto da una larga lastra di marmo lunense sui cui spigoli poggiano delle esili colonnine in fior di pesco, delle quali solo una e' conservata per intero, mentre l'altra e' di cemento.

All'interno si tratta di una grande sala, pavimentata in opus sectile, simile ad un atrio tetrastilo d'abitazione privata: il tetto, infatti, è sostenuto da quattro colonne al centro della sala e la luce piove dall'alto, tramite un lucernario.

L’aula è quasi quadrata, sul cui fondo fu ricavato, un sacello sopraelevato per mezzo di due gradini, murando le aperture fra le colonne posteriori e la parete di fondo con due tramezzi.

Analoga operazione fu eseguita sul fondo della navata di destra dove per mezzo di un muro divisorio in opus craticium fu ricavato un ambiente di servizio.

La cella aveva il pavimento e lo zoccolo di marmo, perloppiù asportato dagli scavatori borbonici.
Sulla parete di fondo e' posta una base sulla quale doveva essere collocata forse una scultura.

Una corona vegetale, dipinta al di sopra della decorazione, farebbe pensare ad un'immagine di Augusto, cui fu concessa appunto la corona.

Le pareti, a fondo rosso cinabro, sono dipinte in IV stile con quadri raffiguranti nei vari pannelli: al centro Eracle, a sinistra Atena ed Era e a destra Poseidon ed Aminone, oppure Anfitrite.
Gli affreschi sono di grande bellezza, mobili ed espressivi, con vari fregi architettonici che creano vari piani e profondità, bordi e colonne, architravi e finte finestre, come era classico del IV stile.



TEATRO

A circa 370 m. dall’ingresso degli scavi, è l’accesso ai cunicoli che percorrono il Teatro di Herculaneum,, purtroppo saccheggiato dai primi scopritori del Settecento, tuttora accessibile solo in alcuni tratti da cunicoli e scale settecentesche, ancor oggi sepolto sotto uno spesso banco di tufo.

I primi cunicoli furono realizzati dagli scavatori del D’Elboeuf nel 1709 per trarre fuori quanto di prezioso vi s’incontrava: marmi, statue, decorazioni, ecc.. Successivi scavi ne hanno permesso di ricostruire la struttura originaria che è di tipo romano con la cavea ornata di statue equestri e con un portico dietro la scena per accogliere gli spettatori nel passeggio durante gli intervalli.

Sorge sul Corso Ercolano, con strutture poggianti su un doppio ordine d'archi e pilastri, con una capacità di 2.000-3.000 spettatori ed elegantemente decorato, con 10 file di gradini. La struttura è in muratura di tufo e mattoni.

Si scende in una sala dove sono esposti alcuni pezzi marmorei qui recuperati. Un corridoio a sinistra conduce ad un balconcino che affaccia sulla cavea. Attraverso una rampa si giunge invece alla media cavea e, più in alto, alla summa cavea. Si accede poi all’orchestra pavimentata con lastre di marmo e da cui è possibile scorgere la scena. Accedendo alle spalle della scena si nota uno spazio porticato dove due saggi di scavo hanno riportato alla luce l’intera altezza del teatro.

Il muro alla sommità della cavea era ornato da grandi statue bronzee di personalità ercolanesi e membri della famiglia imperiale. Ricchissima la decorazione della scena, ricoperta da lastre di marmi pregiati, con colonne di marmo africano e di giallo antico. Il teatro appare oggi completamente spoglio.
L'Elboeuf prima e Carlo di Borbone poi si sono accaniti con tenace vandalismo su questo monumento, asportando ogni opera d'arte ed ogni lastra marmorea, smembrando così irrimediabilmente quello che altrimenti sarebbe stato il teatro meglio conservato di tutta l'antichità.



TERME CENTRALI

Al contrario di quelle suburbane era costituita da due parti, una riservata agli uomini e l'altra alle donne, risalgono all'età augustea, ma in seguito furono rimaneggiate.

Le due terme non sono uguali, perchè più grandi e sontuose quelle maschli.

Nella sezione maschile un lungo corridoio immette nella palestra porticata su tre lati, usata non solo per gli esercizi ginnici, ma anche come luogo d'attesa o di ritrovo tra le persone.

Di qui si passa nello spogliatoio (apodyterium), con volta a botte, sedili su tre lati e mensole per le vesti.

Nell'abside della parete di fondo si è conservata una grande vasca a forma di labrum in marmo cipollino, mentre poco resta della piccola vasca rettangolare accanto.

Dallo spogliatoio si passa nel frigidarium, piuttosto piccolo e con volta a cupola, dipinto con animali marini sul fondo d'un mare grigio-celestino che dà l'illusione di trovarsi in un fondo marino.

Attraverso un'altra porta si passa nel tepidarium, col pavimento riscaldato a ipocausto, e finemente guarnito a mosaico con un tritone e quattro delfini che lo circondano.

Nel grande calidarium, c'è la vasca per i bagni d'acqua molto calda ed il labrum per le abluzioni con acqua fredda.

Più piccole e sobrie, ma meglio conservate, le terme femminili, con una vasta aula che fungeva da vestibolo e da sala d'attesa.

Di qui un piccolo vestibolo conduce all'apodyterium, simile nella decorazione a quello della sezione maschile e con pavimento musivo di tritone che si trascina una pala di timone sulla spalla, con un amorino, quattro delfini che lo circondano, un polpo ed una seppia.

Il pavimento musivo del tepidarium ha disegni geometrici e pannelli con emblemi decorativi; colpisce invece il grande il calidarium, illuminato da un occhio aperto sulla volta, tipo il Pantheon romano.

C'erano poi gli ambienti delle caldaie, oltre a quelli di servizio ed uno sferisterio, la sala adibita all'usatissimo gioco della palla.




TERME SUBURBANE

Un portale le cui colonne sostengono un timpano triangolare conducono a una breve gradinata che conduce in un vestibolo illuminato da un lucernario a pozzo, sorretto da quattro colonne su con piccoli archi a tutto sesto. Qui si trova l'erma marmorea di Apollo, su un pilastro da cui sgorgava l'acqua che scorreva nel bacino di fronte.

Da qui si accede alle varie parti delle terme che non avevano, come di consueto, una sezione maschile ed una femminile, a mano che non venissero usate alternativamente. Un'unica sala, con una grande piscina, fungeva sia da apodyterium (spogliatoio) che da frigidarium.

Fra tepidarium e frigidarium c'era una sala d'aspetto elegantemente decorata da stucchi e marmi con sedili marmorei lungo le pareti ornate da un zoccolo ed un podio rivestiti di marmi policromi, sopra cui troneggiavano figure di guerrieri in stucco, incorniciati e separati da pilastrini. In alto, un largo fregio su fondo rosso, mentre il pavimento è a quadrelli di marmo nero.

Ampia la vasca del tepidarium, collegato col laconicum, piccola stanza a pianta circolare, una specie di sauna bagni di sudore. Il calidarium ha ovviamente una piccola vasca d'acqua calda con accanto un'altra d'acqua fredda. Dietro il calidarium è l'ambiente con le caldaie per il riscaldamento delle terme: il praefurnuim.
Nel calidarium, dove si conserva il calco della porta con l’impronta della vasca circolare nel banco di fango pietrificato: la vasca è stata ricollocata al suo posto da dove fu trascinata via dalla furia dell’alluvione.




FONTANE


FONTANA DI VENERE

Tra il decumano massimo ed il cardo IV c'è una fontana con vasca in pietra calcarea bianca: le due testate rappresentano rispettivamente una Venere nuda che si strizza i capelli ed una testa di Medusa.

Sul pilastro alle spalle della fontana è dipinto a lettere nere un avviso nel quale si invita a non effettuare i propri bisogni in quel luogo, pena una multa di una moneta d’argento per gli uomini liberi e di frustate per gli schiavi.

All’incrocio con il Decumano inferiore si incontra una fontana pubblica decorata con una testa di Nettuno fra due delfini.





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