EBURONI (Nemici di Roma)





Gli Eburoni erano una tribù della Gallia Belgica, cioè nel nord-est della Gallia, che oggi corrisponde alla Francia del nord, al Belgio e al sud dei Paesi Bassi fino Reno, quindi un territorio abbastanza esteso. Giulio Cesare narra nel De Bello Gallico che gli Eburoni, (siamo naturalmente nel I sec. a.c.,) erano un popolo di origine germanica, ma uno degli unici che praticava sacrifici umani al Dio Fonohok.

La loro capitale era Atuatuca, in seguito divenuta capitale dei Tungri, che fornirono un gran numero di soldati all'esercito romano dell'Impero come unità ausiliarie In epoca romana, la città assunse il nome latino di Atuatuca Tungorum ed ebbe un notevole sviluppo, per poi essere distrutta dai Franchi Salii nel IV sec.



ARIOVISTO

Risulta che Ariovisto, a capo degli eburoni, avesse varcato il Reno attorno al 72 a.c., insieme alle popolazioni sveve provenienti dalle vallate dei fiumi Neckar e Meno. Nel corso degli anni le popolazioni germaniche che avevano passato il Reno erano cresciute in numero fino a diventare circa 120.000 abitanti.

Gli Edui ed i loro alleati avevano combattuto contro i Germani più volte, ma sconfitti duramente avevano perduto tutti i loro nobili, il senato ed i cavalieri. Era capitato di peggio ai Sequani vincitori, poiché Ariovisto, re dei Germani, si era stabilito nel loro Paese e non solo occupò la terza parte delle terre, ma in seguito, nell'età di Giulio Cesare, ordinò ai Sequani di lasciarne un altro terzo delle loro terre con case e terreni coltivati.

L'EROE NAZIONALE AMBIORIGE
Questo perchè pochi mesi prima erano giunti da lui 24.000 Germani Arudi, un popolo che viveva a sud dei Cimbri, nel sud della Danimarca, ma originari della Norvegia, menzionati da Gaio Giulio Cesare nel De bello Gallico tra i mercenari al servizio del capo germanico Ariovisto. Quest'ultimo voleva procurare al popolo guerriero degli Arudi terre e dimore, con il rischio che in pochi anni tutti i Galli sarebbero stati cacciati dalla Gallia ed i Germani sarebbero passati al di qua del Reno.

Ora molti studiosi sostengono che Cesare avrebbe voluto solo perseguire il suo potere portando la guerra nella Gallia, mentre in realtà germani e galli non erano un problema. Che Cesare abbia voluto celebrarsi con una sequela di vittorie di cui era certissimo, data la sua grande intelligenza strategica, è fuor di questione. 

Che però la Gallia non fosse un problema sembra un'ipotesi molto azzardata, non solo perchè già due volte avevano sconfitto e saccheggiato Roma, ma perchè il pericolo germanico era sempre pronto all'invasione, e più i germani invadevano la Gallia più i galli si davano alla conquista dei territori più a sud, quindi su suolo romano. Se i romani erano affetti dal "Metus gallicus", il terrore dei galli, non era per un'ossessione collettiva del popolo romano, ma perchè il pericolo esisteva, lo sconfinamento continuo con saccheggi ed eccidi esistevano già da molti anni.

- 60 a.c. - I Sequani, in seguito alla richiesta del re germanico Ariovisto di sgomberare un altro terzo delle loro genti, avevano deciso di unire le forze ai vicini Edui e, dimenticando i passati rancori, di combattere insieme il comune nemico. Il 15 marzo 60 a.c., fu infatti combattuta una sanguinosa ed epica battaglia presso Admagetobriga tra Celti e Germani, ma furono i galli a perdere.

« ...gli Edui ed i loro alleati avevano combattuto contro i Germani più volte, ma sconfitti duramente avevano perduto tutti i loro nobili, il senato ed i cavalieri. ... gli Edui, che in passato erano stati potentissimi in Gallia, erano stati costretti a dare in ostaggio ai Sequani i cittadini più nobili... a non implorare il soccorso del popolo romano, a rimanere sotto il dominio dei Sequani in perpetuo…. Era capitato di peggio ai Sequani vincitori, poiché Ariovisto, re dei Germani, si era stabilito nel loro Paese occupandone la terza parte delle terre... ed ora ordinava ai Sequani di lasciarne un altro terzo, poiché pochi mesi prima erano giunti da lui 24.000 germani Arudi, per i quali dovevano essere procurate terre e dimore. (Diviziaco concludeva) In pochi anni tutti i Galli sarebbero stati cacciati dalla Gallia ed i Germani sarebbero passati al di qua del Reno. »
(Cesare, Commentarii de bello Gallico. i, 31, 6-10.)

Gli Edui avevano allora inviato ambasciatori a Roma per chiedere aiuto. Il Senato decise di intervenire e convinse Ariovisto a sospendere le sue conquiste in Gallia; in cambio gli offrì, su proposta dello stesso Cesare (che era console nel 59 a.c.), il titolo di rex atque amicus populi Romani ("re ed amico del popolo romano"). 



CESARE

« tutta la Gallia era divisa in due partiti: a capo di uno erano gli Edui, a capo dell'altro gli Arverni. 
Dopo una lunga guerra per il predominio, Arverni e Sequani avevano chiamato in loro aiuto dei mercenari dalla Germania. 
All'inizio ne erano giunti circa 15.000: poi ne vennero sempre di più e ora ce ne sono in Gallia qualcosa come 120.000. »
(Cesare, De Bello gallico)

Ariovisto, però, continuò a perseguitare i vicini Galli che dovettero chiedere aiuto allo stesso Cesare, l'unico che poteva impedire ad Ariovisto di far traversare il Reno a una vasta massa di Germani, e che poteva difendere la Gallia da essi. Roma temeva, e giustamente, che, una volta occupata tutta la Gallia, i Germani avrebbero invaso la provincia Narbonese e poi l'Italia stessa, come in passato era avvenuto con l'invasione di Cimbri e Teutoni.

Così il senato inviò ambasciatori ad Ariovisto, chiedendogli un colloquio a metà strada tra lui e il console Cesare (riconosciuto come l'unico console che prendesse decisioni), ma il capo germanico rispose che era Cesare a doversi recare da lui, nel caso in cui avesse avuto bisogno di chiedergli qualcosa, visto che lui era stato il vincitore dei Galli.

« Ariovisto rispose che se avesse avuto bisogno di qualcosa da Cesare si sarebbe recato di persona da lui; se Cesare avesse avuto bisogno di qualcosa da lui, egli in persona doveva venire da lui. Inoltre, si meravigliava del fatto che Cesare e Roma avessero degli affari in Gallia, che era invece sua, in quanto l'aveva conquistata con le armi »
(Cesare, De Bello Gallico, I, 34,2-4.)

Cesare allora gli diede un ultimatum, rispondendogli che sarebbe stato considerato il perpetuo amico del popolo Romano, se si fosse attenuto alle seguenti richieste:

- restituire gli ostaggi sottratti agli Edui, dando il permesso di fare ciò anche ai Sequani;
- non provocare a nuova guerra gli Edui ed i loro alleati.
In caso contrario sarebbe diventato perpetuo nemico di Roma e Cesare avrebbe difeso gli Edui. Ariovisto sfidò Cesare a battersi con lui quando lo desiderava, ricordandogli che le sue truppe non erano mai state sconfitte:

« Esiste un diritto di guerra per cui chi vince comanda sui vinti come meglio crede. Del resto, Roma dava ordini ai vinti a suo arbitrio e non secondo prescrizioni date a lei da altri. Se egli non diceva ai romani come avvalersi del loro diritto, Roma non doveva interferire nell'esercizio del suo diritto. Gli Edui, che avevano tentato la sorte in guerra ed erano stati sconfitti, ora erano suoi vassalli. Cesare gli faceva dunque torto, perché col suo arrivo aveva diminuito le tasse che lui riceveva dagli Edui. 

Inoltre, non avrebbe restituito gli ostaggi agli Edui, ma neppure avrebbe fatto guerra a questo popolo e ai suoi alleati se avessero pagato il tributo annuo e avessero rispettato i patti. Diversamente, non avrebbero tratto nessun beneficio dall'essere fratelli del popolo romano. Quanto al fatto che non avrebbe trascurato i torti subiti dagli Edui, Cesare doveva considerare che nessuno lo aveva mai sconfitto in guerra. Venisse pure a battersi quando volesse: avrebbe così conosciuto la forza e il valore dei germani »
(Cesare, De Bello Gallico)

Così, a causa di questa minaccia, tra il 58 e il 52 a.c. Giulio Cesare iniziò e portò a termine la conquista delle Gallie, cioè delle regioni che oggi formano l'attuale Francia, eccetto il suo meridione, la Gallia Narbonense, già sotto il dominio romano dal 121 a.c, conquistando inoltre il Belgio, il Lussemburgo, parte di Svizzera, i Paesi Bassi e parte della Germania, guerra da lui narrata nel De bello Gallico.

I Sequani, in seguito a tali eventi ed alla crescente minaccia di Ariovisto, dimenticando i passati rancori, si erano uniti agli Edui per combattere insieme il comune nemico, Ariovisto. Il 15 marzo 60 a.c., era stata infatti combattuta una sanguinosa ed epica battaglia presso Admagetobriga tra Celti e Germani, ma i germani avevano vinto.

Nel 54 a.c. Gaio Giulio Cesare, per approvvigionare i suoi legionari, e per far capire chi comandava, obbligò la popolazione locale degli Eburoni a consegnare una parte del loro raccolto, che in quell'anno era stato scarso. Gli Eburoni, ridotti quasi alla fame, si risentirono, si che Cesare dovette rafforzare gli accampamenti vicini ai loro villaggi, e ogni centurione controllò che gli approvvigionamenti richiesti venissero consegnati ai soldati, con le buone o con le cattive. Era si una necessità ma anche una provocazione.



L'INGANNO

Il popolo eburone cominciò a ribellarsi, anche se Cesare lo aveva liberato dal dover pagare un tributo alla tribù degli atuatuci, finchè nell'inverno del 54 Ambiorige, unitosi a Catuvolco, si ribellò ai romani guidati da Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta, legati di Cesare.
Catuvolco era un principe gallo che condivideva con Ambiorige il governo del popolo gallico degli Eburoni, stanziato tra la Mosa e il Reno.

I due sovrani, istigati da Induziomaro di Treviri, un principe gallo, capo della tribù germanico-gallica dei Treveri, provocarono un'insurrezione contro i romani, nel 54-53 a.c. e dopo aver attaccato e fatto strage di uno sparuto gruppo di romani che stavano facendo legna, Ambiorige inseguì i pochi superstiti al loro campo fortificato.

Avendo capito però di non poter combattere contro le truppe romane, seppure inferiori rispetto alle sue forze, l'eburone andò a parlamentare con Sabino e Cotta, negando di aver ucciso i romani e addebitando le loro morti ad altre tribù, che si stavano preparando ad attaccarli con l'aiuto di tribù germaniche che avrebbero attraversato il Reno. 

Ambiorige consigliò quindi loro di lasciare il loro campo e di dirigersi a un altro accampamento, così da unirsi ad altre truppe e da rafforzare la loro posizione, promettendogli che li avrebbe lasciati passare indisturbati. Dopo una lunga discussione notturna, in cui Sabino si fidava del nemico e Cotta no, i due decisero di lasciare il campo, ma furono attaccati a tradimento e massacrati dai guerrieri di Ambiorige.

I pochi superstiti si rifugiarono nell'accampamento di partenza e, nella notte, caduta ormai ogni speranza, si diedero la morte reciprocamente fino all'ultimo uomo. In seguito Ambiorige tentò lo stesso colpo con la legione affidata al legato Cicerone, che però non cadde nel tranello e si difese valorosamente dall'assedio fino all'arrivo di Cesare che ribaltò la situazione. Cicerone, che in seguito tanto avversò Cesare, avrebbe dovuto ricordare che doveva a lui la sua vita.

Quando l'anno successivo, nel 52 a.c., Giulio Cesare iniziò a devastare il territorio degli Eburoni, Catuvolco, avanti con gli anni e ormai incapace di reggere le fatiche della guerra e di darsi alla fuga, si avvelenò con i semi del tasso, dopo aver scagliato maledizioni nei confronti di Ambiorige.




LA VENDETTA

Il massacro della legione di Sabino e Cotta fu un'onta per l'esercito di Roma e per le legioni di Cesare, un'onta che Cesare doveva assolutamente vendicare. Nessuno poteva vantarsi di aver massacrato dei romani, tanto più con il tradimento.

Cesare venne a sapere che Ariovisto si era mosso dai suoi territori e puntava su Vesonzio (oggi Besançon), la città più importante dei Sequani, e non poteva concedere un simile vantaggio al nemico, accelerò il passo dei suoi legionari e percorse nel minor tempo possibile il tragitto, il che significa che fece correre all'impazzata i suoi legionari carichi come muli delle armi e delle provviste per uomini e animali.

Era una delle armi più potenti di Cesare l'incredibile velocità delle sue truppe, e quando aveva fretta faceva scaricare i carri che rallentavano la corsa caricando gli uomini del necessario rinunciando al resto. Così raggiunse l'oppidum gallico prima di Ariovisto, occupò velocemente la città e prelevato l'occorrente per il suo esercito, vi collocò una guarnigione a sua difesa.

Cesare, fatti riposare e rifocillare i suoi uomini, riprese l'inseguimento e, dopo sei giorni di marcia continua, fu informato dagli esploratori che l'esercito di Ariovisto si trovava a circa 24 miglia da loro (poco più di 35 km).

Alla notizia dell'arrivo di Cesare, Ariovisto decise di inviare suoi ambasciatori per comunicare al generale romano la sua disponibilità ad un colloquio, da tenersi dopo cinque giorni. Cesare non rifiutò la proposta, pensando che Ariovisto tentasse la pace.

Nel colloquio, nei pressi di Vesontio (odierna Besançon), scortati ciascuno dalle rispettive cavallerie (per Cesare era la X legione montata a cavallo, la famosa X equestris). Cesare esordì ricordando ad Ariovisto i benefici che questi aveva ottenuto dai romani per la loro liberalità e pure l'antica e profonda amicizia che legava Roma agli Edui. Pertanto Roma non poteva permettere che costoro fossero privati di quanto avevano e rinnovò ad Ariovisto le precedenti richieste.

Il re germano rispose che lui si era recato in Gallia su richiesta dei galli, che erano stati i galli a dargli le terre che lui possedeva e che erano stati loro ad attaccarlo e non viceversa. Sottolineò anche che il tributo gli era dovuto e che se continuava a far giungere germani era per proteggersi. Aggiunse poi che se il titolo di amico del popolo romano doveva nuocergli, lui era pronto a ricusarlo. Per ultimo chiese a Cesare perché Roma si intrometteva in un'area che non era sua, ma che invece gli apparteneva. Se dunque il proconsole non se ne fosse andato, Ariovisto l'avrebbe considerato un suo nemico.

Cesare replicò sottolineando di nuovo il legame esistente tra Roma e gli Edui e che le vicende della Gallia erano quindi affare che lo riguardava. Mentre parlavano però la cavalleria germanica attaccò quella romana. Cesare interruppe subito l'incontro, tanto più che la sua cavalleria era la fanteria della X improvvisata a cavalleria. Due giorni dopo, Ariovisto chiese un nuovo incontro a Cesare, che però inviò due suoi rappresentanti. Il suebo si adirò, li accusò di volerlo spiare e li fece gettare in catene.

Era guerra e lo scontro avvenne in una piana ai piedi dei monti Vosgi, oggi compresa tra le città di Mulhouse e Cernay.

Ariovisto spostò il suo campo base, avvicinandosi a quello di Cesare a circa 6.000 passi (circa 9 km), dai 35–36 km a cui si trovava prima dell'incontro. Il giorno dopo, passando attraverso le foreste della zona, si accampò a soli 2.000 passi (circa 3 km) al di là di quello di Cesare, per tagliare ai romani i rifornimenti che gli venivano forniti dagli alleati Edui e Sequani. Da quel giorno, e per cinque giorni, Ariovisto inviò in rapide scaramucce la sua cavalleria contro i romani, ma i romani risposero adeguatamente.

Passarono i giorni e i romani non si muovevano, finchè Ariovisto decise di attaccare, assaltando da mezzogiorno a sera il campo piccolo ma anche qui senza esito. Fu il giorno dopo che Cesare, schierate le sue truppe in modo che le ausiliarie fossero disposte di fronte al campo piccolo e poi, via via, le sei legioni su tre schiere, avanzò verso il campo di Ariovisto e lo costrinse a disporre le sue truppe fuori dal campo.

Ariovisto ordinò l'esercito per tribù:

- prima quella degli Arudi, i germanici che Ariovisto voleva stanziare a spese dei galli,
- poi i Marcomanni, germani che abitavano tra il Reno, il Meno ed il Danubio superiore,
- i Triboci, germanici abitanti sulla sinistra del Reno,
- i Vangioni, germanici di incerta provenienza,
- i Nemeti, germanici stanziati lungo il Reno fino alla zona di Mogontiacum - Magonza,
- i Sedusi, posizionati ad est del fiume Elba, mercenari di Ariovisto,
- gli Svevi, provenienti dalla zona del mar Baltico.

Ogni tribù, poi, fu circondata da carri e carrozze, affinché non ci fosse la possibilità di fuga per nessuno: sopra i carri c'erano le donne, che imploravano i loro uomini di non abbandonarle alla schiavitù dei Romani, anche se la loro condizione nella tribù era di schiavitù totale.

Lo scontro fu assai cruento, i germani furono sconfitti e massacrati dalla cavalleria romana mentre cercavano di attraversare il fiume, e lo stesso Ariovisto scampò a stento alla morte, riuscendo a guadare il Reno insieme a pochi fedeli. Si suppone però che morì in seguito alle ferite. Le sue due mogli e una delle figlie perirono, l'altra fu fatta prigioniera.

Da questo momento Ariovisto scomparve dalla scena storica. Cesare, respingendo gli Svevi al di là del Reno, trasformò questo fiume in quella che sarebbe stata la barriera naturale dell'Impero per i successivi quattro-cinque secoli. Aveva, quindi, non solo fermato i flussi migratori dei Germani, ma salvato la Gallia Celtica dal pericolo germanico, attribuendo così a Roma, che aveva vinto la guerra, il diritto di governare su tutti i popoli presenti sul suo territorio.

Cesare invitò chiunque, tra Galli e Germani, desiderasse fare razzia, nel territorio degli eburoni stessi, massacrando, sottomettendo e devastando il loro territorio. Gli eburoni scomparvero insieme ai loro capi. Scomparvero le loro città, la loro stirpe e il loro nome.

Roma era stata vendicata.



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