TITO FLAVIO SABINO - FLAVIUS SABINUS




Nome: Titus Flavius Sabinus
Nascita: Cittareale, 8 d.c.
Morte: Roma, 20 dicembre 69 d.c.
Gens: Flavia
Padre: Tito Flavio Sabino
Madre: Vespasia Polla
Figli: Tito Flavio Sabino
Fratello: Vespasiano
Nipoti: Tito Flavio Clemente, Tito Flavio Sabino
Consolato: 47


Tito Flavio Sabino, ovvero Titus Flavius Sabinus (ante 9 Cittareale – Roma 69) è stato un politico romano, fratello dell'imperatore Vespasiano.

Secondo alcune ardite congetture si è pensato che Sabino potrebbe essere stato il Teofilo accennato nella Bibbia sia nel Vangelo di Luca sia negli Atti degli apostoli.

Il nome Teofilo in effetti è presente nel Nuovo Testamento, là dove l'evangelista Luca indirizza il suo vangelo e il libro degli "Atti ad un uomo" così chiamato, ritenuto da alcuni un ufficiale romano, ma senza prova alcuna, sembra più logico dedurre, in virtù del suo significato. (Teofilo = che ama Dio) che sia un nome generico riferito a tutti i cristiani.

Del resto il nome Teofilo è un nome greco più che un nome romano, e comunque, non solo il greco era piuttosto diffuso a Roma, ma questo nome, non avendo un significato cristiano, era riferito a tutti gli uomini di una qualsiasi religione che fossero piuttosto pii, rispettosi degli Dei, o aspiranti a cariche sacerdotali.



LE ORIGINI

Tito Flavio Sabino nacque come figlio primogenito da Tito Flavio Sabino e Vespasia Polla, ed ebbe un figlio, anch'egli chiamato Tito Flavio Sabino. Dal nome si evince comunque una lontana discendenza sabina.

TEMPIO DI GIOVE CAPITOLINO
I sabini a Roma del resto dettero origine a diverse gentes: Clauda, Ostilia, Camilla, Valeria, Publicola, Messala, Gotta, Vtia, Cornelia, Lucrezia, Silla, Scipione, Lentula, Petronia, Manlia, Marcella, Plinia, Calpurnia, Emilia, Aurelia, Pomponia, Sertoria, Fulvia e Flavia.

I soli Claudi Regillesi diedero a Roma sette censori, cinque dittatori, ventotto consoli e tre imperatori (Tiberio, Claudio, Nerone).

Il padre era figlio di Tito Flavio Petrone (nonno di Vespasiano), che apparteneva a una nobile e ricca famiglia equestre di Reate (Rieti), e che aveva molti possedimenti terrieri nell'alta Sabina, ed è considerato il figlio del capostipite della dinastia Flavia.



TITO FLAVIO PETRONE

Fu il nonno di Vespasiano e di Tiro Flavio Sabino e visse nel I sec. a.c. Tito Flavio Petrone. Figlio di un locatore di braccianti (manceps operarum) proveniente dalla Gallia Cisalpina (Transpadana) che erano soliti emigrare ogni anno dall'Umbria alla Sabina per coltivare i campi. Evidentemente erano dei sabini emigrati in Transpadania che avevano conservato le loro terre nella Sabina.

SABINO PADRE
In seguito tornò  a Reate (Rieti), nella Sabina, dove si era sposato con Tertulla, da cui ebbe un figlio di nome Tito Flavio Sabino, futuro padre dell'imperatore romano Vespasiano e del Tito Flavio Sabino di cui sopra. 

Combatté per Gneo Pompeo Magno durante la guerra civile contro Cesare come centurione ma, fuggito dopo la battaglia di Farsalo, venne perdonato dal magnanimo Cesare che gli concedette il congedo con onore e si mise a recuperare i crediti per vendite all'asta (argentarius).

Gli argentari erano banchieri privati, non sottoposti al controllo dello stato,che esercitavano il loro mestiere nelle tabernae del foro, in negozi o in banchi di proprietà statale dove si occupavano del cambio della moneta, di operazioni bancarie e creditizie nonchè di speculazioni finanziarie.



CURSUM HONORUM


- Tito Flavio Sabino, con il suo fratello minore Vespasiano, il futuro imperatore, partecipò alla conquista romana della parte sud-occidentale dell'isola britannica nel 43, durante il regno dell'imperatore Claudio. dimostrandosi ottimo ufficiale prima e poi ottimo comandante.
- Diventò console suffetto nel 47, in sostituzione di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico IV, che ricoprì il consolato in qualità di princeps, ma solo per sei mesi.
- Fu governatore della Mesia dal 50 al 56
VESPASIANO
- Venne nominato praefectus urbi dal 56 al 69; poiché Lucio Pedanio Secondo è attestato per questa carica nel 61, è possibile che Sabino abbia servito per due volte come praefectus.

Sabino fu un grande sostenitore di suo fratello Vespasiano, il che conferma lo spirito generoso della famiglia, che degenerò solo con Domiziano.

Infatti quando Vespasiano si trovò in difficoltà finanziarie mentre era governatore dell'Africa, Sabino gli prestò molto denaro, e mentre Vespasiano era governatore della Giudea, Sabino fu la sua fonte di informazioni e di relazioni sugli eventi che accadevano a Roma e sulla gente che contava in quegli eventi. Sabino istituì in quell'occasione una rete di informatori segreti e di corrieri postali ultraveloci e organizzati come pochi avrebbero saputo fare.

Egli da lontano raccoglieva consensi ed amicizie per il fratello con cui svolgeva una fitta corrispondenza. Sembra che in famiglia vi fosse un grande accordo tra parenti, lo dimostra la moneta qui a fianco, fatta emettere da Vespasiano in onore di suo padre, che nella moneta viene appunto citato come Padre dell'Imperatore.


LA DISTRUZIONE DEL CAMPIDOGLIO

Nel 69, l'anno dei quattro imperatori, quando Vespasiano tornò a Roma, la guerra si scatenò per le strade, con le varie fazioni che si combatterono lungo le vie della città.

VERULANA GRATILLA
Il prefetto del pretorio Flavio Sabino, sapendo che Vitellio voleva abdicare, scrisse ai tribuni delle coorti di tenere a freno i soldati, ed i senatori più autorevoli, gran parte dei cavalieri e tutti i vigili e le milizie urbane riempirono la sua casa.

Gli comunicarono il malcontento della folla e delle coorti germaniche, esortandolo ad affrontare con le armi gli avversari del partito flaviano.

Scontratosi poi con una folla di rivoltosi Sabino dovette fuggire e arroccarsi sul Campidoglio, con le sue milizie, alcuni senatori, dei cavalieri, e alcune donne, fra cui Arria, Fannia (di cui nulla sappiamo) e Verulana Gratilla.  

Tacito, nel Libro III delle sue «Historie», ci fa sapere che tra i difensori c'erano delle donne, e, tra queste, una verolana, Gracilia, la bella moglie di Giulio Aruleno Rustico, la quale si distinse per il suo grande valore: 

« Subierunt obsidium eticam foeminae inter quas maxime insignis Verulana Gratilla, neque liberos neque pro.pinquos, sed bellum secuta » 

(«subirono l'assedio anche alcune donne, fra le quali la nobilissima verulana Gratilla, dei Pomponi, che non segui né figli, nè parenti, ma la sua fazione») "

(Giuseppe Trulli, Tutta Veroli Vol. I - VEROLI, pagine di storia, eventi, personaggi)

TITO FIGLIO DI VESPASIANO
Sabino riuscì a fare giungere al Campidoglio i figli ed il nipote Domiziano, ed a fare uscire messaggeri per gli eserciti Flaviani, chiedendo aiuto, poi inviò il primipilo Cornelio Marziale da Vitellio chiedendo di non assalire il Campidoglio. 

Vitellio diede la colpa ai soldati e fece fuggire Marziale da un passaggio segreto per farlo tornare alla rocca capitolina. I Vitelliani, decisi a uccidere gli oppositori, procedettero attraverso il Clivo Capitolino. 

A destra di questo Clivo c'era un antico porticato, dal cui tetto i Flaviani colpivano con sassi e tegole i Vitelliani che risposero lanciando fiaccole sul portico per incendiare la porta di accesso, che Sabino aveva fatto però barricare barricata con le statue che aveva fatto abbattere.

Altri Vitelliani attaccarono però il Campidoglio da sud per i cento gradini della rupe Tarpea e da nord, dalla parte dell'Asylum (Piazza del Campidoglio), dove due edifici contigui erano tanto alti da raggiungere il livello del terreno sul quale sorgeva la rocca. 

Un incendio si propagò raggiungendo il tempio di Giove, si estese ai portici del tempio, e presero fuoco le aquile di legno vecchissimo del frontone; così bruciò il Campidoglio. Tacito lo descrive come l'avvenimento "più luttuoso e deplorevole per lo stato e il popolo umano" dalla fondazione della città.

I Flaviani erano sbigottiti e pure Flavio Sabino era inerte ed inebetito, incapace di prendere una decisione, si che tutti cercarono la fuga I Vitelliani ebbero la meglio e massacrarono chiunque si oppose.
DOMIZIANO
Flavio Sabino, senza armi e non intenzionato a fuggire, fu circondato con il console aggiunto di novembre e di dicembre Quinzio Attico.

Domiziano riuscì a fuggire nascondendosi presso il custode del tempio e, grazie all'aiuto di un liberto, poté nascondersi, in veste di lino, nella turba dei sacrificatori e raggiungere la casa di un cliente del padre, vicino al Velabro, dove rimase nascosto. 

Gli altri sfuggirono al massacro con vari espedienti, chi travestito da servo, chi aiutato dalla lealtà di clienti, chi nascosto fra bagagli, e chi, venuto a conoscenza della parola d'ordine nemica ne fece uso.

Flavio Sabino e Quinzio Attico vennero poi condotti in catene da Vitellio che tentò inutilmente di intercedere in suo favore. Sabino fu trafitto ed il suo corpo straziato e decapitato venne fatto rotolare nelle Scale Gemonie. Ad ogni modo Vitellio di oppose al supplizio dell'altro console, Attico, grato che si fosse addossato la colpa dell'incendio del Campidoglio. A Vitellio verrà poi fatta fare una fine molto simile a quella di Sabino, straziato e decapitato.

Sabino aveva servito onorevolmente l'impero per 35 anni, era stato per 7 anni governatore della Mesia e per 8 anni, a intervalli, prefetto dell'Urbe. Purtroppo Vespasiano non aveva fatto in tempo a soccorrere il fratello. messo a morte dai seguaci di Vitellio stesso, (imperatore dal 16 aprile al 22 dicembre del 69), per cui Flavio sabino non potè assistere, come avrebbe desiderato, all'incoronazione di suo fratello come Imperatore di Roma.



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