LA BATTAGLIA DEL MONTE VESUVIO 340 a.c.



LA DEVOTIO DI DECIO MURE (RUBENS)

La battaglia del Vesuvio venne combattuta nel 340 a.c. tra la Repubblica Romana e i Latini, ebbe luogo presso il Vesuvio, non lontano da Neapolis, e vide la vittoria dell'esercito romano, comandato dai consoli Publio Decio Mure e Tito Manlio Imperioso Torquato. Protagonista fu il grande Publio, che vestita la toga pretesta, montò a cavallo tutto bardato per la battaglia e si lanciò furioso tra i nemici, bene in vista di fronte ad entrambi gli schieramenti combattenti. 

Dopo aver ucciso molti nemici, cadde a terra, abbattuto dai dardi e dalle schiere latine e per i Romani significava che gli Dei avevano accolto il suo sacrificio e avrebbero pertanto assicurato la vittoria. Infatti, rinfrancati da questo eroico gesto si gettarono tutti assieme nella battaglia fino ad ottenere la vittoria. 



ANTEFATTO: PRIVERNATI E VOLSCI

Erano consoli Gaio Plauzio e Lucio Emilio Mamerco, quando gli abitanti di Sezia e  Norba vennero a Roma per riferire che i Privernati si erano ribellati, lamentandosi delle devastazioni subite. Anche che un esercito di Volsci, alla cui testa erano gli Anziati, si era accampato nei pressi di Satrico. 

Entrambe le guerre toccarono a Plauzio che marciò contro Priverno. Sconfitti i nemici catturò la città e la restituì agli abitanti, privandola però di due terzi della terra. Andò poi a Satrico per affrontare gli Anziati. La battaglia costò a entrambe le parti ingenti perdite finchè un temporale la interruppe. 

Ma i Volsci, calcolato il numero dei caduti, la notte abbandonarono i feriti e parte dei bagagli, e marciarono impauriti alla volta di Anzio. Una grande quantità di armi venne allora rinvenuta, anche nell'accampamento nemico. 


PUBLIO DECIO MURE

Publio Decio Mure (latino: Publius Decius Mus; ... - 340 a.c.) fu un politico e un condottiero romano che visse nel IV secolo a.c.. Fece ben presto conoscere la sua intelligenza e il suo valore quando era ancora tribuno militare nel 343 a.c. perchè, grazie ad un audace stratagemma, salvò dai Sanniti l'esercito di Aulo Cornelio Cosso Arvina, durante la I guerra sannitica evitando l'aggiramento dell'esercito consolare spintosi nelle gole presso Saticula (S. Agata dei Goti);

Quando l’esercito romano venne bloccato in un luogo angusto, Publio Decio scorse un alto colle al disopra degli accampamenti dei nemici e presa una guarnigione, occupò la vetta. I nemici pensarono che volessero attaccarli dall'alto e  si volsero a lui per affrontarlo, di modo che il console Valerio poté condurre via l’esercito in marcia verso un luogo meno pericoloso.

Decio stesso riuscì ad evadere tra le sentinelle dei nemici oppresse dal sonno. Per cui gli fu donata dall’esercito la corona civica che era solita essere data a colui che avesse liberato i cittadini dall’assedio. Per questo suo atto di eroismo, gli fu permesso di partecipare al trionfo dei consoli.
« A entrambi i consoli venne accordato il trionfo sui Sanniti e dietro di loro nella sfilata veniva Decio, coperto di decorazioni e onusto di gloria: i soldati, nei loro rozzi cori, ne citarono il nome un numero non inferiore di volte rispetto a quello del console. »
(Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 38.)

LA MEMORABILE DEVOTIO DI MARCUS CURTIUS

ANTEFATTO: I SANNITI

L'altro console, Emilio, entrò nel territorio sabellico, ma non trovo né l'accampamento dei Sanniti né tracce del nemico. Mentre devastava le campagne, fu raggiunto da inviati dei Sanniti che recavano richieste di pace. Inviati al senato,  pregarono i Romani di concedere loro la pace e il diritto di portare guerra ai Sidicini.

Il pretore rispose che non c'erano ostacoli a una ripresa delle relazioni amichevoli, quanto ai Sidicini, i Romani non intendevano interferire nell'autonomia che il popolo sannita aveva in fatto di pace e di guerra. 

I Sanniti marciarono contro i Sidicini ma questi li anticiparono arrendendosi ai Romani. Quando però i senatori rifiutarono la loro resa, si rivolsero ai Latini già pronti alla guerra a cui si unirono anche i Campani. Un grande esercito formato da quei popoli e agli ordini di un comandante latino invase il territorio dei Sanniti, causando più danni con le sue razzie che in campo di battaglia. 

I Sanniti in senato si lamentarono di ricevere, in qualità di alleati, lo stesso trattamento di quando erano nemici. Se Latini e Campani erano sottomessi ai Romani, che li costringessero a non invadere il territorio sannita; se invece rifiutavano li convincessero con la forza. I Romani erano imbarazzati a dover ammettere che i Latini non erano più sotto il loro controllo. 

Nel trattato stretto con i Latini non c'era clausola che impedisse a quel popolo di combattere contro chi avesse voluto. La risposta allontanò da Roma i Campani, in preda alla paura, ma rese più baldanzosi i Latini.  Vennero nominati consoli Tito Manlio Torquato e Publio Decio Mure. Ma i Romani, preoccupati per i Sanniti convocarono a Roma dieci comandanti latini. Il Lazio aveva due pretori, Lucio Annio di Sezia e Lucio Numisio di Circei, che avevano spinto a prendere le armi, oltre a Signia e a Velitra, anche i Volsci. 

Prima di partire per Roma, Annio disse: "Se anche adesso riusciamo a sopportare la schiavitù che ci lega sotto la parvenza di pari condizioni, cos'altro ci resta, una volta abbandonati i Sidicini al loro destino, se non obbedire non solo agli ordini dei Romani, ma anche a quelli dei Sanniti, dichiararci pronti a deporre le armi a un cenno dei Romani? Se invece i Romani sono davvero nostri consanguinei,  perché non siamo uguali in tutto? Perché uno dei due consoli non tocca ai Latini? Negando loro l'invio di truppe ne avete messo alla prova la pazienza: eppure hanno incassato il colpo. Da dove viene tutta questa loro moderazione, se non dalla consapevolezza della nostra e della loro forza? Se vogliono che osserviamo il trattato di alleanza, accettino che il nostro popolo fornisca uno dei consoli e parte del senato". 

Il console Tito Manlio intimò loro di non portare guerra ai Sanniti che erano legati ai Romani da un trattato di alleanza, ma Annio parlò non come un ambasciatore, ma come un generale che avesse appena conquistato il Campidoglio con il suo esercito.
 "Tito Manlio", disse "e voi, senatori. Ecco le condizioni: i consoli devono essere eletti uno dai Romani, l'altro dai Latini; i membri del senato nominati secondo un'equa proporzione tra le due genti, in modo che ci siano un unico popolo e un unico stato. E la capitale sia la nostra città e il nome di tutti sia quello di Romani!". 

Tito Manlio dichiarò che, se i senatori fossero stati così irragionevoli da lasciarsi dettare legge da un uomo di Sezia, avrebbe ucciso con le sue mani qualunque latino gli si fosse parato innanzi. Voltatosi poi verso la statua di Giove, disse: "Ascolta, Giove, queste parole scellerate! Ascoltate, leggi umane e divine! Sono questi, o Latini, i patti che il re romano Tullo ha stretto con i vostri antenati albani, questi i patti che Lucio Tarquinio ha poi stipulato con voi? Non ricordate la battaglia del lago Regillo? A tal punto avete dimenticato i disastri patiti in passato e i benefici che vi abbiamo fatto?". 

Si udì una frase sprezzante di Annio contro la maestà di Giove romano, ma mentre si precipitava fuori dal vestibolo del tempio, scivolò sui gradini e batté la testa sull'ultimo gradino con tale violenza da perdere i sensi.  Torquato vedendo Annio steso a terra, esclamò: 
"Sta bene così: gli Dei hanno scatenato una guerra santa. Esiste la potenza celeste! Ed esisti tu, Giove! In questa sede non ti abbiamo consacrato invano padre degli dei e degli uomini. Perché esitate, o Quiriti, e voi padri coscritti, a prendere le armi sotto la guida degli dei? Schianterà al suolo le legioni latine, così come ora vedete stramazzato a terra il loro rappresentante."



LA GUERRA LATINA

Decio divenne console nel 340 a.c., insieme al collega Tito Manlio Imperioso Torquato, anno in cui ebbe inizio la guerra latina. Il senato accordò la guerra e i consoli, arruolati due eserciti, attraversarono i territori dei Marsi e dei Peligni, poi uniti ai Sanniti, si accamparono presso Capua, dove si erano già concentrati i Latini e i loro alleati. 

Là entrambi i consoli ebbero nella notte la stessa visione: un uomo di statura e imponenza superiori al normale il quale diceva che la vittoria sarebbe andata a quel popolo e a quello schieramento il cui comandante avesse offerto in sacrificio di espiazione le legioni nemiche oltre a se stesso. 

I consoli fecero sacrificare delle vittime, quando il verdetto degli aruspici fu in pieno accordo, i due alti comandanti decisero di comune accordo che, dovunque l'esercito romano avesse cominciato a perdere terreno, il console che aveva il comando dei reparti in difficoltà avrebbe dovuto sacrificarsi. 

RITUALE DELLA DEVOTIO


LA DEVOTIO

Decio morì facendo un atto di devotio, ovvero si immolò agli Dei Mani in cambio della vittoria, promessa dagli aruspici a condizione che uno dei due consoli si immolasse. Era una forma speciale di voto agli Dei. La battaglia volgeva al peggio, gli animi erano disorientati e impauriti.

« In questo momento di smarrimento, il console Decio chiamò Marco Valerio a gran voce e gli gridò: «Abbiamo bisogno dell'aiuto degli Dei, Marco Valerio. Avanti, pubblico pontefice del popolo romano, dettami le parole di rito con le quali devo offrire la mia vita in sacrificio per salvare le legioni» »

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 9). 

Publio Decio Mure vestita la toga pretesta, montò a cavallo bardato per la battaglia e si lanciò tra i nemici, bene in vista di fronte ad entrambi gli schieramenti. Dopo aver ucciso molti nemici, cadde abbattuto dai dardi e dalle schiere latine. Ma questo gesto diede ai suoi una tale fiducia e vigore che si gettarono tutti assieme nella battaglia ottenendo la vittoria. 


L'ASSETTO DI GUERRA

La prima linea dello schieramento era formata dal fiore della gioventù. Alle loro spalle c'erano uomini più maturi chiamati principes, con grandi scudi rettangolari e dotati delle armi migliori. A questa formazione di trenta manipoli veniva dato il nome di antepilani, ogni manipolo aveva tre insegne. Dalla prima insegna dipendevano i triarii, soldati di provato valore; dalla seconda i rorarii, meno validi, mentre dalla terza gli accensi, soldati di scarso affidamento relegati nelle retrovie. 

I primi a entrare nello scontro erano gli hastati, se non riuscivano a piegare la resistenza nemica, si ritiravano tra i manipoli dei principes, cui toccava allora il compito di sfondare, avendo alle spalle gli hastati. I triarii stavano fermi presso le insegne con la gamba sinistra in avanti, gli scudi appoggiati alle spalle, le aste piantate in terra con la punta in alto, dando l'impressione che la loro linea fosse protetta dalle punte di una palizzata. 

Se anche i principes non combattevano in maniera efficace, retrocedevano ai triarii che, alzandosi a combattere dopo aver raccolto i principes e gli hastati, serravano le fila chiudendo ogni passaggio; poi, senza più alcuna protezione alle spalle, caricavano il nemico a ranghi compatti. 

La battaglia venne combattuta non lontano dal Vesuvio, nel punto in cui la strada portava al Veseri. I consoli romani offrirono sacrifici prima di guidare le truppe all'assalto. L'aruspice avrebbe fatto notare a Decio che il fegato era inciso nella parte familiare, ma che la vittima era ugualmente gradita agli dei e che Manlio aveva ottenuto auspici quanto mai favorevoli.

I Romani avanzarono sul campo di battaglia. Manlio guidava l'ala destra, Decio la sinistra. Dopo qualche tempo gli hastati romani dovettero riparare tra i principes. Allora il console Decio chiamò Marco Valerio a gran voce e gli gridò: 
"Abbiamo bisogno dell'aiuto degli dei, Marco Valerio. Avanti, pubblico pontefice del popolo romano, dettami le parole di rito con le quali devo offrire la mia vita in sacrificio per salvare le legioni". 

Il pontefice gli ordinò di indossare la toga pretesta, di coprirsi il capo e, toccandosi il mento con una mano, di pronunciare le seguenti parole, ritto, con i piedi su un giavellotto: 
"Giano, Giove, padre Marte, Quirino, Bellona, Lari, dei Novensili, dei Indigeti, dei nelle cui mani ci troviamo noi e i nostri nemici, dei Mani, io vi invoco, vi imploro e vi chiedo umilmente la grazia: concedete benigni ai Romani la vittoria e la forza necessaria e gettate paura, terrore e morte tra i nemici del popolo romano e dei Quiriti. Come ho dichiarato con le mie parole, così io agli dei Mani e alla Terra, per la repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l'esercito, per le legioni e per le truppe ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, offro in voto le legioni e le truppe ausiliarie del nemico insieme con me stesso". 

Ordinò ai littori di di annunciare al suo collega che egli si era offerto in sacrificio per il bene dell'esercito. Cintasi poi la toga con il cinto gabino, saltò a cavallo con le armi in pugno e si gettò in mezzo ai nemici, apparendo a entrambi gli eserciti con un aspetto più maestoso di quello umano, come fosse inviato dal cielo per placare ogni ira degli dei e allontanare dai compagni la disfatta, respingendola sui nemici. 

Fu per questo che il suo assalto seminò panico e terrore nelle prime file dei Latini, contagiando l'intero esercito.  Ma quando poi cadde sommerso da una pioggia di frecce, le coorti latine che si diedero ovunque alla fuga, lasciando dietro di sé il deserto. Nello stesso istante i Romani si lanciarono all'assalto, riaccendendo la mischia. 

LA MORTE DI DECIO MURE

I TRIARII

Mentre in alcuni punti i Latini stavano avendo la meglio grazie alla superiorità numerica, il console Manlio venne a conoscenza della fine del collega e, dopo aver onorato con il pianto e le giuste lodi una morte così gloriosa,  ordinò agli accensi di portarsi dalle retrovie al di là delle insegne. Non appena essi presero posizione, i Latini mandarono avanti i loro triarii, i quali, pur sfiniti, riuscirono a respingere il nemico; ma il console disse ai triarii: 
"Ora alzatevi e affrontate freschi come siete il nemico sfinito, ricordandovi della patria, dei genitori, di mogli e figli, e del console caduto per la vostra vittoria". 

Quando i triarii si alzarono, pieni di energie, con le loro armi luccicanti, levando il grido di guerra seminarono lo scompiglio tra le prime file dei Latini.  Anche i Sanniti, schierati a distanza ai piedi delle montagne, terrorizzarono i Latini che in fuga ripararono a Minturno. Il loro accampamento venne preso dopo la battaglia e là molti uomini - in buona parte Campani - furono catturati e passati per le armi. 



LE CONCLUSIONI

Il corpo di Decio fu rinvenuto il giorno dopo sotto un mucchio di frecce in mezzo all'enorme massa di nemici caduti. Il collega gli tributò onoranze funebri adeguate. I romani vennero a battaglia e le truppe nemiche subirono una tale decimazione che, quando il console guidò il suo esercito vincitore a devastare il territorio dei Latini, questi ultimi si consegnarono dal primo all'ultimo, e i Campani seguirono il loro esempio. 

Il Lazio e Capua vennero privati del territorio. Il territorio dei Latini, invece, in aggiunta a quello dei Privernati e a quello di Falerno fino al fiume Volturno, venne diviso tra la plebe romana. Tra i Latini non incorsero in punizioni i Laurenti, tra i Campani i cavalieri, in quanto non avevano preso parte all'ammutinamento. 


BIBLIO

- Cicerone - Tuscolanae Disputationes - I.37.89 -
- Marcel Mauss, Henri Hubert - Essai sur la nature et la fonction du sacrifice - 1899 -
- Gerardus van der Leeuw - Phanomenologie der Religion - 1933 -
- René Girard - La violence et le sacré - 1972 -
- Aurelio Vittore - De Viris Illustribus Romae - XXVI -
- Paolo Orosio - Historiae adversus paganos - III -

1 comment:

Anonimo ha detto...

L'immagine in apertura del testo non è il bassorilievo conservato nel Tabularium di Marco Curzio che si getta nel Lacus Curtius?

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Tabularium_(Rome)_-_Lacus_Curtius?uselang=it

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