GLI ELVEZI





I Tigurini sono Elvezi, e le prime notizie su questo popolo risalgono al II sec. a.c. quando il condottiero Divicone (Divicus) a capo dei Tigurini, assieme ai Cimbri, agli Ambroni e ai Teutoni, penetrò nella Gallia Narbonense ove sconfisse un corpo di spedizione romano condotto dal console Lucio Cassio Longino nel 107 a.c. nella battaglia di Agen (Guerre cimbriche).

Andò così:
Lucio Cassio Longino venne eletto console nel 107 a.c. con Gaio Mario. Nello stesso anno, durante la guerre cimbriche, i Tigurini, tribù degli Elvezi, guidati da Divicone, penetrarono nella Gallia narbonese, provincia romana. Cassio Longino, a quel punto, si diresse con sei legioni e seimila cavalieri verso Tolosa, percorrendo la strada fatta costruire da Gneo Domizio Enobarbo, e ingaggiò battaglia, a poca distanza dalla città celtica, contro il popolo dei Volci Tectosagi, a cui si erano uniti parte dei Cimbri, Teutoni e Tigurini, riuscendoli a battere.

Dopodiché il console continuò l'avanzata in territorio nemico, portando con sé i bagagli, come se fosse una normale marcia di trasferimento, risalendo la valle del fiume Garonna, fino a Burdigala.

L'esercito romano, ormai distante dalla provincia romana, fu massacrato nella zona di Agen, nei territori dei Nitiobrogi, e i superstiti fatti passare sotto il giogo; lo stesso Cassio Longino perse la vita.

Praticamente come le Forche Caudine, Roma certe cose non se le dimenticava e se le legava al dito.
Nessun popolo doveva potersi vantare di aver sconfitto i omani e per giunta avergli fatto le forche.
I Romani non lo dimenticavano, e neppure Cesare, che era agli inizi della sua carriera di generale.

Finora era stato in politica pagando e indebitandosi per farsi conoscere ed eleggere, ma il suo maggior pregio, e Cesare lo sapeva, era come condottiero,

Cesare sapeva di essere un uomo straordinario, ma voleva l'occasione per dimostrarlo. Doveva vincere le guerre stupendo la gente, doveva farlo in modo eccezionale. Gli Elvezi furono un'occasione ghiotta. Anche se il senato temeva gli uomini troppo ambiziosi, non poteva che essere grato a chi avesse lavato l'onta del disonore a un esercito romano.

LE FORCHE

CESARE

(la sintesi)

Cesare nel 58 a.c., memore del massacro degli uomini di Longino, impedì il passaggio agli Elvezi che premevano per entrare nella Narbonense, sconfiggendo anche i Tigurini di li a poco, vendicando l'onta romana come afferma nel De Bello Gallico.

Giulio Cesare nei Commentarii de bello Gallico indicava che gli Elvezi vivevano nei luoghi compresi fra il Giura (a ovest), il Reno (a est e a nord) e il Lago Lemano e il Rodano (a sud). La tribù era divisa in quattro pagi (tra questi quello dei Tigurini). Cesare spiega che allo stato di endemica guerra con i confinanti e bellicosi Germani, deriva un valore degli Elvezi superiore a quello degli altri Galli.

Più i suoi nemici erano forti e valorosi più Cesare avrebbe avuto onore a sconfiggerli, questa era la tattica, ma che gli Elvezi erano coraggiosi era vero.


(i precedenti)

Nel 105 a.c. questa federazione di popoli sconfisse nuovamente i romani a Orange, ma la loro avanzata verso la penisola italica venne fermata nel 102 a.c. dal generale romano Gaio Mario presso Aix-en-Provence. L'anno seguente anche i Cimbri vennero sconfitti presso Vercelli nella battaglia dei Campi Raudii. I Tigurini, che erano rimasti nelle retrovie, ripiegarono verso nord, insediandosi, probabilmente, nel territorio descritto da Cesare. Ora Gaio Mario era lo zio di Cesare, ed era anche il suo mentore, il suo idolo e l'uomo da emulare.



GAIO MARIO

La battaglia dei Campi Raudii, detta anche battaglia di Vercelli, fu combattuta nel 101 a.c. fra l'esercito comandato dal console Gaio Mario ed un potente corpo di spedizione composto da tribù germaniche di Cimbri, vicino all'insediamento di Vercellae, nel territorio della ex Gallia Cisalpina.

I Cimbri vennero distrutti, con più di 140.000 morti e 60.000 prigionieri, compresi moltissimi fra donne e bambini. Una gran parte del merito di questa vittoria fu attribuito a Lucio Cornelio Silla, legato del proconsole Quinto Lutazio Catulo, che comandava la cavalleria romana e degli alleati italici.

CESARE INTERLOQUISCE CON DIVICONE CAPO DEGLI ELVEZI


CESARE


Delle vicende degli Elvezi non si sa più nulla fino al 61 a.c. quando decisero, forse sotto la pressione delle tribù germaniche, di migrare dall'Altipiano svizzero alla Saintonge e, per questo, si prepararono ad attraversare il territorio dei Sequani.

Cesare racconta che le tribù galliche chiamarono lui, che era governatore della provincia romana della Gallia Narbonense, per difenderle da questa migrazione.

Orgetorige fu il capo della tribù celtica degli elvezi (stanziata in Svizzera e nella Germania del sud). Nel 61 a.c. guidò la migrazione del suo popolo nella Gallia. Cospirò con il gallo Dumnorige degli edui, a cui diede in sposa la figlia, e con Castico dei sequani per prendere ognuno il potere assoluto nelle rispettive tribù e per regnare insieme sulla Gallia. Scoperto il complotto, gli elvezi tentarono di processarlo, ma lui si mosse in armi con circa 10.000 uomini. Alla fine morì, forse per sua stessa mano.

Nonostante la morte del capo Orgetorige, che più di ogni altro aveva voluta la migrazione, gli Elvezi decisero di intraprendere il lungo viaggio, distruggendo prima tutti i loro villaggi e i loro beni, così da non avere alcun motivo per ritornare sui loro passi.

Così Cesare, lasciato il suo luogotenente (Tito Labieno) a presidiare Ginevra (avamposto degli Allobrogi), reclutò cinque nuove legioni in Italia e si preparò ad affrontare gli Elvezi con 29.000 uomini. Sempre secondo Cesare, gli Elvezi ammontavano invece a 368.000 unità di cui 92.000 abili alle armi.

Scontratisi con l'esercito romano quando erano ormai nel territorio degli Edui, gli Elvezi vennero sconfitti nella Battaglia di Bibracte e i superstiti (circa 110.000) furono costretti a tornare sull'Altopiano.



BATTAGLIA DI BRIBACTE

La battaglia di Bibracte (combattuta 25 km a sud di Bribacte edua) costituisce il primo importante scontro tra Gaio Giulio Cesare e le popolazioni celtiche degli Elvezi.

Cesare riuscì, come in altre occasioni, a battere un esercito nettamente superiore al suo, e questo gli diede anche il pretesto per cominciare la conquista della Gallia. Ma andiamo per ordine.

Il sud della Gallia era già da circa 70 anni sotto il dominio romano (Gallia Narbonense), quando Cesare ne divenne il suo governatore.

Egli doveva divulgare a tutta la repubblica romana il suo prestigio di generale, così approfittò della migrazione degli Elvezi, abitatori dell'attuale Svizzera, che nel 58 a.c. decisero di migrare in massa, perché pressati dai vicini Germani (al di là di Danubio e Reno, e dalla recente invasione delle popolazioni suebe guidate da Ariovisto).

Bruciarono tutti i loro villaggi e si misero in marcia verso le terre dei Santoni, nella parte sud-occidentale della Gallia. Nel percorso avrebbero dovuto passare in territorio romano, nelle terre degli Allobrogi. Gli Elvezi chiesero il permesso di attraversare il territorio romano, ma ottennero un netto rifiuto dopo aver atteso una risposta dal proconsole, Cesare, per due settimane sulle rive del fiume Rodano di fronte a Ginevra.

 "Il capo degli amabasciatori era Divicone. Questi così trattò con Cesare: se il popolo romano avesse stipulato la pace con gli Elvezi. gli Elvezi si sarebbero diretti e stanziati ove egli avesse deciso e ordinato che stessero: se invece avesse voluto insistere a fare la guerra, si ricordasse sia del vecchio insuccesso del popolo romano, sia dell'antico valore degli Elvezi. Poichè aveva attaccato all'improvviso un solo villaggio, mentre quelli che avevano attraversato il fiume non potevano portare aiuto ai loro compagni, non per tale motivo si doveva attribuire grandissimo merito, nè disprezzare loro, essi questo avevano imparato dai loro padri e dai loro antenati, a combattere con il coraggio più che ad affidarsi all'inganno e ai tranelli. Per questo motivo non doveva permettere che quel luogo dove gli Elvezi si erano fermati, prendesse il nome e tramandasse il ricordo da una disfatta dal popolo romano e dal massacro dell'esercito." (De bello gallico)

Cesare temeva che, una volta attraversato il territorio romano, potessero lasciarsi andare ad azioni di saccheggio. Gli Elvezi furono, così costretti a chiedere il permesso di passaggio ai vicini Sequani che, grazie all'intercessione dell'eduo Dumnorige, accettarono.

Perchè Cesare fece attendere Divicone per due settimane sull'altra sponda del fiume prima di dargli una risposta? Semplice, voleva che Divicone su arrabbiasse tanto, ma tanto da insultare lui e quindi Roma tutta. Cesare voleva la guerra.



DUMNORIGE

Insieme a Orgetorige degli Elvezi e a Castico dei Sequani, avrebbero cospirato, come narra Cesare nel De bello Gallico per impossessarsi del potere.

RICOSTRUZIONE DUMNORIGE A BRIBACTE
Per rinsaldare questa triplice alleanza, Orgetorige gli diede in sposa sua figlia.

La cospirazione di Orgetorige fu però scoperta dagli Elvezi che fermarono il loro capo ma non desistettero dal proposito di migrare.
Nel 58 a.c., Dumnorige convinse i Sequani a concedere il passaggio nel loro territorio agli Elvezi, che avevano deciso di migrare dai loro territori in altre zone.

Ma Cesare, appena eletto governatore della Gallia Narbonense, si oppose con la forza delle armi a questa migrazione, chiedendo tra l'altro agli edui, alleati di Roma, di pensare ai rifornimenti per i suoi legionari.

L'ordine-richiesta non fu accettato di buon grado dalla tribù gallica.

Intanto Lisco, vergobretus degli edui, rivelò a Cesare che era stato l'influente e popolare Dumnorige a provocare il ritardo dei rifornimenti.
Nonostante altri problemi da lui
creati, Cesare non prese provvedimenti, ma si limitò a far controllare l'eduo, grazie all'intercessione del fratello Diviziaco, che aveva buone relazioni con Cesare e i romani.

Diviziaco era un druido gallico, vergobreto (capo politico o magistrato supremo) del popolo gallico degli edui, fedele alleato di Roma e di Gaio Giulio Cesare al tempo della conquista della Gallia. Nel 63 a.c. chiese aiuto militare al Senato contro la minaccia dei germani, che stavano invadendo la Gallia.

Dumnorige continuò a brigare alle spalle di Cesare e nel 54 a.c. fu tra i nobili gallici che Cesare propose di portare con lui come ostaggi durante la sua seconda spedizione militare in Britannia per evitare che in sua assenza scoppiassero rivolte in Gallia. Dumnorige disse che l'intenzione del romano era di uccidere lui e gli altri leader, dopodiché scappò dal campo romano con la cavalleria edua. Cesare lo fece allora inseguire dal resto della sua cavalleria. Dumnorige fu ucciso e i suoi uomini tornarono al servizio del romano.

A quel punto Cesare che disponeva solo di una legione, ma non poteva ritirarsi, non solo cercava un pretesto per intervenire in Gallia, ma poteva vendicare l'onta romana delle Forche Elvezie, un'occasione da non perdere. Tornò nella Gallia cisalpina, recuperò le tre legioni di stanza ad Aquileia, ed arruolate altre due nuove legioni (la XI e XII), tornò in Gallia a marce forzate.



I TIGURINI

Finalmente ricevette una richiesta d'aiuto, gli Edui, alleati del popolo romano, chiesero l'intervento armato per i continui saccheggi degli Elvezi che traversavano i loro territori.

Cesare aveva ora, il giusto pretesto per attaccare, nemmeno il Senato avrebbe potuto negarglielo.

Andò al fiume Saona, dove i tre quarti dell'esercito nemico avevano già guadato il fiume (erano lì già da tre settimane a compiere l'operazione), eccezion fatta per i Tigurini. Colti totalmente alla sprovvista non ebbero alcuna possibilità di difesa e il tutto si risolse in una carneficina (almeno 90.000 uccisi tra soldati e civili).

Cesare, una volta costruito un ponte sul fiume, ricevette un'ambasciata da parte degli Elvezi. Nessun accordo fu però raggiunto, tanto che Cesare fu costretto ad inseguire gli Elvezi nelle terre degli Edui. E dopo un paio di nuovi piccoli scontri, anche tra le rispettive cavallerie, arrivò il giorno dello scontro campale.



BRIBACTE


Cesare distava circa 18 miglia da Bibracte, la città più grande e ricca degli alleati Edui, mollò l'inseguimento degli Elvezi, per approvvigionarsi dagli Edui. Gli schiavi fuggiti a Lucio Emilio, decurione dei cavalieri galli, avvertirono i nemici. Gli Elvezi pensarono allora di impedire il vettovagliamento dell'armata romana, invertirono la marcia e inseguirono la retroguardia dei Romani.

Accortosi dell'inseguimento, Cesare ritira le sue truppe sopra un colle lì vicino, inviando contro gli Elvezi alcuni reparti di cavalleria ausiliaria e di alleati Edui per distrarre il nemico, al fine di poter schierare le truppe al meglio in vista della battaglia.

 "Cesare schierò a metà del colle le quattro legioni di veterani [la VII, VIII, IX e X)] in tre file mentre ordinò di collocare sulla cima le due legioni appena arruolate [la XI e XII]  insieme alle truppe ausiliarie oltre a radunare i bagagli in un sol luogo, e che questo luogo fosse fortificato dai soldati schierati nella parte più alta della collina. Gli Elvezi, che avevano seguito i romani con tutti i loro carri, radunarono in un sol luogo i bagagli, poi in file serrate, rigettata la cavalleria romana, si fecero sotto alla prima schiera dopo aver formato una falange."



CESARE 

Qui accade un imprevisto, le legioni non conoscono Cesare, o lo conoscono appena. Lui intanto ha raddoppiato a tutti i militari lo stipendio e questo glielo ha reso molto caro, ma non conoscono le sue abilità in battaglia, per ora non si fidano. Li ha portati a combattere un nemico con un esercito molto più grande del loro e gli uomini si ribellano, la cavalleria e gli ufficiali a cavallo se la battaglia va male possono scappare, loro invece restano lì a morire.

CESARE
Ed ecco la grandezza di Cesare, un gesto, come tanti suoi gesti, che fa la storia. Nessuno prima di lui e nessuno dopo di lui seppe conquistare così i suoi soldati. Avrebbe potuto farne uccidere alcuni come rivoltosi, tanto per dare l'esempio, oppure farli bastonare, ma non è lo stile di Cesare. I suoi uomini devono aver fiducia in lui, così, anzichè rispondere, scese da cavallo. I soldati lo guardano, e lui ordina agli ufficiali di scendere anch'essi da cavallo, eseguono. I soldati sembrano non capire poi esultano, il loro generale è appiedato come loro, sfida la sorte come loro, è uno di loro.
Nessuno si tira più indietro, la battaglia ha inizio.

« Cesare fece allontanare il suo cavallo e quello di tutti gli ufficiali, perché tutti si trovassero in egual pericolo e non potessero fuggire, poi attaccò battaglia. I legionari scagliando i pilum da posizione più elevata, facilmente scompigliarono la falange degli Elvezi. E dopo averla scompaginata mossero all'attacco sguainando la spada. »
(Cesare, De bello Gallico)

Gli Elvezi in grande difficoltà, feriti e con gli scudi perforati gli scudi, per giunta non potendo utilizzare i giavellotti nemici che appositamente piegavano le punte al primo colpo, preferirono abbandonare lo scudo e lanciarsi nella mischia, ma molti furono costretti ad indietreggiare ed a ritirarsi su una collina vicina.

« operare una conversione costituendo ora due fronti: la prima e la seconda schiera per far fronte a quelli che erano già stati battuti [gli Elvezi] la terza schiera [i triarii] per resistere all'assalto dei nuovi arrivati [Boi e Tulingi]. »
(Cesare, De bello Gallico)

Gli Elvezi, incoraggiati e pieni di speranze, tornarono a combattere su due fronti, tanto più che sono in netta superiorità numerica. Ma non riuscendo a sostenere gli assalti dei Romani, cominciarono ad indietreggiare. Una parte di loro tornò a rifugiarsi sulla collina vicina, altri si raccolsero presso i carri ed i bagagli lottando disperatamente fino a tarda notte. Dalla barricata di carri si scagliavano dardi sui Romani che tentavano di avvicinarsi. Finalmente i Romani si impadronirono del campo dei nemici con grande strage di uomini.

La battaglia, cominciata a mezzogiorno, giunta la notte, permise ad una parte degli Elvezi di fuggire nell'oscurità verso il paese dei Lingoni, senza che i Romani se ne avvedessero. Ne sopravvissero in tutto "solo" 130.000 dei 368.000 della campagna iniziale.

Cesare, una volta seppelliti i morti e curati i feriti, inviò ai Lingoni degli ambasciatori affinché non fornissero agli Elvezi alcun aiuto, in caso contrario sarebbero stati considerati nemici del popolo romano. Riprese poi l'inseguimento, fino a quando gli Elvezi, spinti dalla mancanza di ogni cosa, mandarono a Cesare degli ambasciatori per trattare la resa.

Cesare accettò la resa degli Elvezi a condizione che gli lasciassero ostaggi, armi, gli schiavi che erano fuggiti da loro e che tornassero nei loro luoghi d'origine insieme agli alleati Tulingi e Latovici, ordinando agli Allobrogi di fornire loro frumento sufficiente per il viaggio.

« Cesare diede ordine di far ritorno nei loro luoghi d'origine, affinché non restasse disabitato il paese dal quale gli Elvezi erano partiti, ed i Germani, che abitavano oltre il Reno, non si trasferissero dal loro paese in quello degli elvezi, attratti dalla fertilità dei campi, e potessero diventare popoli confinanti con la Gallia Narbonense e gli Allobrogi. Su richiesta degli Edui concesse loro di accogliere nelle loro terre i Boi, valenti guerrieri. Gli Edui diedero loro campi da coltivare e più tardi riconobbero loro le stesse condizioni di diritto e libertà pari alle proprie. »
(Cesare, De bello Gallico)

La battaglia, del 58 a.c., segnò l'inizio vittorioso della conquista della Gallia e provocò fortissime perdite (più di 100.000 uomini) nel campo elvetico. Le sei legioni romane che si scontrarono a 25 km a sud di Bibracte con i 60.000 armati elvetici ed i 15.000 tra Boi e Tulingi erano la VII, VIII, IX, X, XI, XII che assommavano, secondo alcuni calcoli, circa 25.000 legionari e 4-5.000 cavalieri ausiliari tra provinciali ed edui.



ANCORA GLI ELVEZI

Narra Cesare che nel 52 a.c. circa 8.000 Elvezi partirono in soccorso di Vercingetorige assediato dai Romani ad Alesia, per cui Battaglia di Alesia e vittoria di Cesare

Nelle Storie di Tacito suicidatosi Nerone nel 68, scoppiò il conflitto fra i pretendenti al principato: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano. Ignorando la morte di Galba, gli Elvezi combatterono contro Vitellio, comandante delle legioni del Reno.

La XXI legione, di stanza a Vindonissa e fedele a Vitellio, attaccò un convoglio di rifornimento ad un castellum mantenuto e presidiato dagli Elvezi. Costoro, per contro, intercettarono e fermarono un centurione diretto dalla Germania alla Pannonia con una missiva di Vitellio.

A questo punto Aulo Cecina, per compiacere Vitellio, devastò le campagne degli Elvezi, uccidendo migliaia di uomini e prendendone altre migliaia come schiavi. Con la resa dell'oppidum di Aventicum e l'esecuzione di Iulius Alpinus (forse il capo della rivolta), Vitellio schiacciò definitivamente la ribellione degli Elvezi.

« Gli Elvezi, popolo gallico famoso un tempo per le sue armi e per i suoi guerrieri ed ora solo per il ricordo delle gesta passate. »
(Tacito, Hitoriae)

Il territorio degli Elvezi venne definitivamente inglobato nell'Impero, confluendo nella provincia della Germania superiore. Lucio Cassio Longino e il suo esercito, passati sotto le forche elvezie nel 107 a.c., ora, dopo 49 anni, riposavano in pace, erano stati vendicati da Giulio Cesare nel 58 a.c..




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