ATTIUS CLAUSUS INREGILLENSE



MONETA DELLA GENS CLAUDIA

Nome originale: Attius Clausus Inregillense
Romanizzazione del nome: Appius Claudius
Personaggio: Fondatore della Gens Claudia
Consolato: 495 a.c.


Attius Clausus Sabino Inregillense, latinizzato in Appius Claudius Sabinus Inregillensis, di cui ignoriamo nascita e morte, è stato un politico romano, fondatore della gens Claudia.
Sappiamo che Attius Clausus nacque nel territorio dei Sabini in località Inregillum, forse nel territorio della città sabina di Regillum o accanto al lago Regillo, e divenne console nel 495 a.c. con Publio Servilio Prisco Strutto.

Questi viene chiamato "Inregillum" in alcuni manoscritti di Livio, ma "Regillum" nelle opere di Dionigi di Alicarnasso e Svetonio. Il nome suggerisce una connessione con il Lago Regillo. Forse il cognome Claudio deriva dal lago, o perché era stato un partecipante alla battaglia del lago Regillo.



I SABINI CONTRO ROMA

La Sabina era l'area compresa all'incirca tra l'alto Tevere, il Nera e l'Appennino marchigiano, in corrispondenza cioè dell'odierna provincia di Rieti e della confinante regione dell'alto Aterno in provincia dell'Aquila.

Nel 505 o 504 a.c. i Romani vinsero la guerra contro i Sabini e, l'anno successivo, questi si divisero tra quanti volevano prendersi una rivincita sui Romani e quanti invece volessero rappacificarsi definitivamente con Roma.



LA DEFEZIONE

Attius Clausus, ricco mercante sabino, era tra questi ultimi. Visto però che la fazione che voleva battersi di nuovo con Roma stava diventando preponderante, si trasferì a Roma con parenti, amici e circa 5.000 dei suoi clientes.

L'Urbe fu molto grata della defezione che evidentemente seguì ad alcune trattative, anche perchè privava la sabina di circa 5000 uomini abilitati alle armi, cifra notevole per quei tempi. accreditandoli all'esercito romano.

In riconoscimento della sua ricchezza e influenza, Appio Claudio venne ammesso al patriziato e dato la carica di senatore, dove divenne rapidamente uno degli uomini più importanti dell'epoca. I suoi seguaci ottennero delle terre sul lato opposto dell'Anio, cioè del fiume Aniene, e insieme ad altri Sabini che si unirono poco dopo, costituirono la base della "Antica Tribù Claudia".

La gens Claudia che ne scaturì fu fra le gentes più prestigiose e influenti della capitale. A ognuno dei sabini furono assegnati due iugeri di terra, equivalenti a circa a mezzo ettaro, mentre ad Attius Clausus ne furono assegnati venticinque.
Attius Clausus, il cui nome fu romanizzato in quello di Appius Claudius, come capo di quella nuova gens, fu elevato al rango di senatore e la sua influenza divenne notevole a Roma. Alcuni ritengono che Tito Livio ne descrisse il temperamento come impulsivo e arrogante.
« ...Appio, che aveva un carattere impulsivo.... Appio, parte per la naturale arroganza del suo carattere... » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II)

Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. Quell’anno si combatté con successo contro i Sabini e i due consoli ottennero il trionfo. Poi i Sabini si prepararono a una guerra di ben altre proporzioni. Per fronteggiare questo pericolo e per evitare altre imprevedibili minacce da parte degli abitanti di Tuscolo, i quali, pur senza aver dichiarato guerra sembrava avessero tutte le intenzioni di farlo, furono eletti consoli Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito Lucrezio, alla sua seconda esperienza. In campo sabino, tra gli interventisti e i fautori della pace, esplose un contrasto e una buona parte di loro passò ai Romani. Infatti, Azio Clauso, in séguito conosciuto a Roma come Appio Claudio, capo del partito della pace, piegato dalle turbolenze degli interventisti e incapace di opporvi una qualche resistenza, abbandonò Inregillo e con un gruppo consistente di clienti si venne a stabilire a Roma. A loro fu concessa la cittadinanza e un appezzamento di terreno al di là dell’Aniene. In questa sede formarono quella che in seguito, grazie all’immissione di nuovi membri, venne chiamata la “vecchia tribù claudia”. Appio, accolto in senato, in breve tempo ne divenne uno dei membri più autorevoli. I consoli guidarono una campagna militare in territorio sabino, e tanto le devastazioni prima, quanto poi le disfatte inflitte in campo aperto al nemico furono così clamorose da rassicurare del tutto circa possibili future ribellioni in quella zona. A fine campagna i consoli tornarono a Roma in trionfo. L’anno successivo, durante il consolato di Menenio Agrippa e Publio Postumio, morì Publio Valerio, universalmente considerato il migliore degli strateghi e degli statisti. Pur avendo raggiunto il massimo degli onori, era così povero da non potersi pagare nemmeno il funerale che fu celebrato a spese dello Stato. Le donne lo piansero come avevano pianto Bruto. Quello stesso anno, due colonie latine, Pomezia e Cora, defezionano passando dalla parte degli Aurunci. Fu subito guerra. Dopo la disfatta di un ingente esercito aurunco andato ad affrontare con determinazione le truppe consolari che ne avevano invaso il territorio, l’intero conflitto si concentrò su Pomezia. Non ci fu un attimo di requie né prima né durante la battaglia. Il numero dei caduti superò di gran lunga quello dei prigionieri. E questi ultimi vennero passati per le armi senza troppe sottigliezze. Nessuna pietà nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati consegnati. Anche quell’anno Roma vide un trionfo.

(Tito Livio - Ab Urbe Condita)



IL CONSOLATO

Però Appio sapeva farsi buona pubblicità, o soprattutto aveva tutti i suoi clientes dalla sua parte, perchè fu eletto console nel 495 venne eletto console con Publio Servilio Prisco Structus. Durante questo accaddero cose importanti. Il 15 maggio fu consacrato il tempio di Mercurio (anche se l'onore della dedica non venne attribuito a uno dei due consoli ma a Marco Letorio, un centurione primipilo, e la colonia di Signa, voluta da Tarquinio, venne rifondata con l'invio di un nuovo contingente di coloni.

Giunse la notizia della morte di Tarquinio a Cuma, dove era fuggito dopo la sconfitta del lago Regillo. Questo rassicurò la nobiltà patrizia che cercò di profittare della sua posizione, prefigurando l'avvicinarsi di un conflitto coi plebei. La tribus Claudia venne formalmente incorporata nello stato romano.

E il conflitto, tra patrizi e plebei, venne a galla. Nei primi anni della repubblica tutte le cariche pubbliche erano in mano ai patrizi, come autori della cacciata della monarchia, mentre i plebei non erano rappresentati. Inoltre le leggi sul debito, e l'uso del Nexum, che consentivano di ridurre i debitori alla schiavitù, favorivano sfacciatamente i patrizi, che prevaricavano i plebei.



I DEBITORI

La riduzione dei debitori in schiavitù si era aggravata  anche a causa delle guerre che non consentivano ai cittadini-soldati plebei di operare i lavori nei campi nè di difenderli dai malintenzionati..

LEX AGRARIA
« ... Un uomo già piuttosto attempato e segnato dalle molte sofferenze irruppe nel foro. Era vestito di stracci lerci. Fisicamente stava ancora peggio: pallido e smunto come un cadavere e con barba e capelli incolti che gli davano un'aria selvaggia. Benché sfigurato, la gente lo riconosceva: correva voce che fosse stato un ufficiale superiore e quelli che lo commiseravano gli attribuivano anche altri onori militari; lui stesso, a riprova della sua onesta militanza in varie battaglie, mostrava le ferite riportate in pieno petto. 
Quando gli chiesero come mai fosse così mal ridotto e sfigurato - nel frattempo l'assembramento di gente aveva assunto le proporzioni di un'assemblea - egli rispose che, durante la sua militanza nella guerra sabina, i nemici non si eran limitati a razziargli il raccolto, ma gli avevano anche incendiato la fattoria e portato via il bestiame; poi, nel pieno del suo rovescio, erano arrivate le tasse e si era così coperto di debiti.
 Il resto lo avevano fatto gli interessi da pagare sui debiti contratti: aveva prima perso il podere appartenuto a suo padre e a suo nonno, quindi il resto dei beni e infine, espandendosi al corpo come un'infezione, il suo creditore lo aveva costretto non alla schiavitù, ma alla prigione e alla camera di tortura.... »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, § 23)

Mentre in senato si stava discutendo sui debitori ridotti in schiavitù, venne la notizia dei Volsci in guerra contro Roma, che però non erano riusciti a convincere le città Latine, appena sconfitte nella battaglia del Lago Regillo, ad unirsi a loro contro i romani. Anzi, i Latini denunciarono al Senato romano i preparativi di guerra dei Volsci, ottenendo per questo la liberazione di oltre 6.000 soldati fatti prigionieri e ridotti in schiavitù a seguito della sconfitta dell'anno prima.

Ma la minaccia dei Volsci venne tacitata dalla comparsa in giudizio di uomini incatenati, che erano stati consegnati ai loro creditori dopo essere caduti in debito, tra i quali un vecchio soldato che aveva perso la sua casa e proprietà, mentre combattere per il suo paese nella guerre Sabine.
Claudio chiese l'arresto dei presunti facinorosi, mentre il senatore Servilio esortò il Senato a negoziare con i plebei per risolvere la crisi.



LA PROMESSA

La plebe rifiutò di rispondere alla chiamata alle armi, se non fossero state accolte le proprie richieste. Il senato incaricò quindi il console Servilio, considerato più adatto di Appio per trattare con la plebe, di convincere il popolo ad arruolarsi. Nel frattempo, il Volsci avevano iniziato i preparativi per la guerra, arruolando degli Ernici.
Servilio da parte sua, riuscì nel suo incarico di far sì che la plebe rispondesse alla chiamata alle armi, facendo promesse ed emanando un editto in favore dei debitori, secondo il quale:
 « ...ne quis civem Romanum vinctum aut clausum teneret, quo minus ei nominis edendi apud consules potestas fieret, neu quis militis, donec in castris esset, bona possideret aut venderet, liberos nepotesve eius moraretur. » cioè
« ....più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o imprigionato, in modo da impedirgli di iscrivere il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli, nessuno poteva impossessarsi o vendere i beni di un soldato impegnato in guerra, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti. »
(Tito Livio, Ab Urbe Condita, II, 24.)

Nel 486 a.c. Appio Claudio fu tra i più strenui oppositori alla Lex Cassia agraria, che contrastò, anche ricorrendo alla proposta dilatoria, di nominare un collegio di 10 senatori cui demandare il compito di definire quali terre fossero del demanio pubblico, quante se ne dovessero vendere e quante dare in locazione

Ma plebe, galvanizzata dalle promesse del console, e dalla prospettiva di poter migliorare la propria situazione economica con il bottino di guerra, sotto la guida di Publio Servilio, ebbe facilmente ragione dei Volsci e conquistò, saccheggiandola, la città di Suessa Pometia. Non solo. Di lì a poco uscì vittorioso da scontri contro Sabini presso l'Aniene e gli Aurunci nei pressi di Aricia.

Al termine di questi combattimenti il popolo si attendeva che fosse rispettato quanto promesso dal senato, ma così non fu, soprattutto per l'aperta e determinata opposizione di Appio Claudio, strenuo difensore dei privilegi dei patrizi; allo stesso Publio il Senato negò il trionfo su istigazione di Appio.

LA SECESSIONE

LA SECESSIONE

Dopo un attacco a sorpresa dei Volsci, il console Servilio Strutto, che aveva posto in prima linea molti dei debitori liberati, attaccò Volsci a sua volta, facendoli fuggire. Servilio catturò il campo dei Volsci, e poi conquistò la città volsca di Suessa Pometia.  Un gruppo di militari Sabini. profittarono dell'assenza del console per entrare in territorio romano, ma vennero perseguiti da Aulo Postumio Albus Regillensis, l'ex dittatore, fin quando Servilio fu in grado di unirsi a lui, e cacciare i sabini. Partirono allora le minacce di guerra dagli Aurunci, ma mentre Roma prepara le sue difese, Servilio marciò contro di loro, sconfiggendoli ad Aricia.

A Roma, Claudio aveva fatto trarre trecento ostaggi volschi, ottenuti da un conflitto precedente, per farli fustigare e decapitare nel Foro. Quando il console Servilio tornato in patria chiese il trionfo per le sue vittorie, Claudio si oppose, sostenendo che Servilio aveva incoraggiato la sedizione della plebe contro lo stato, deplorando anche che Servilio avesse donato ai suoi soldati  il bottino della  vittoria di Suessa Pometia, anzichè depositarlo nel tesoro. Il Senato respinse la richiesta di Servilio, ma per volere del popolo, il console ebbe processione trionfale, nonostante il decreto del Senato.

Il console Claudio ignorò le promesse fatte dal suo collega e per screditare Servilio, e fece condannare coloro che in precedenza erano stati liberati dalla servitù. Servilio non potè fare nulla contro Claudio e i suoi sostenitori in Senato, per cui venne odiato come il suo collega. Infatti quando i consoli non si accordarono su quale di loro dovesse dedicare il Tempio di Mercurio, il Senato ha girato la decisione alla plebe, che non scelse Servilio ma un centurione, Marcus Laetorius, con grande scorno di Senato e Claudio.

Cominciarono così le prime rivolte della plebe contro i creditori, finchè giunse notizia di un'invasione sabina e la gente rifiutò di arruolarsi. Claudio accusò il suo collega di tradimento per non aver condannato i debitori o aumentato le truppe come richiesto, a dispetto degli ordini del Senato. 

"Tuttavia, Roma non è assolutamente deserta, l'autorità dei consoli non è ancora del tutto gettata via io stesso starò in piedi, da solo, per la maestosità del mio ufficio e del Senato." disse Claudio e poi ordinò l'arresto di uno dei capi plebei, che si appellava al giudizio del console mentre i littori lo portavano via. 

Claudio cercò di ignorare il ricorso, in violazione della lex Valeria , che concedeva il diritto di appello a tutti i cittadini romani; ma ci fu una rivolta così forte che fu costretto a far rilasciare l'uomo. Prima della fine dell'anno, gruppi di plebei cominciarono a riunirsi in segreto sull'Aventino, così il senato ordinò ai consoli di far sedare la rivolta dalle truppe, tanto più che Equi, Volsci, e Sabini minacciavano Roma.

Il popolo rifiutò se non veniva accolta la sua richiesta. Il Senato discusse tre proposte:
- il console Aulo Virginio Tricostus Caeliomontanus non concesse la riduzione del debito generale, tranne per gli uomini che avevano combattuto contro i Volsci, Aurunci, e Sabini l'anno precedente . - Tito Larcio sostenne che una riduzione per alcuni debitori e non di altri, avrebbe solo aumentato i disordini, per cui la riduzione doveva riguardare tutti.
- Claudio sostenne che la vera causa dei disordini era il disprezzo del popolo per la legge, e il diritto di ricorso, che aveva privato i consoli della loro autorità:
"Vi esorto, pertanto, a nominare un dittatore, a cui non vi è diritto di ricorso. Vorrei vedere qualcuno usare la forza contro un littore, quando sa che il potere di flagellare o uccidere è nelle mani di un uomo che ha avuto il coraggio di offendere! "
Claudio vinse ma non riuscì a farsi eleggere dittatore. Il Senato nominò invece Manio Valerio Massimo, fratello di Publio, che ribadì le riduzioni del debito che il console Servilio aveva fatto l'anno precedente, e fu in grado di raccogliere dieci legioni, con i quali lui e i due consoli sconfissero Equi, Volsci e Sabini. Al suo ritorno trionfale, Valerio chiese al Senato di mantenere le promesse fatte al popolo. Ma il Senato respinse la richiesta e Valerio si dimise.

Poco dopo, il Senato ancora una volta cercò l'esercito per combattere gli Equi, ma i soldati ammutinarono, e si ritirarono in massa al Monte Sacro. Fu Agrippa Menenio Lanato a esortare il Senato a tentare una riconciliazione con la plebe, e Valerio definì Claudio come "un nemico del popolo, e un campione di un'oligarchia", che porta lo stato romano alla sua distruzione. Claudio rimproverò Valerio e Menenio per la loro debolezza e critiche, e si oppose alla negoziazione il popolo, descritto come un branco di animali.

CORIOLANO
Il Senato inviò dieci rappresentanti per negoziare con i plebei, tra cui Menenio, Valerio, Servilio, Larzio, e altri ex consoli che avevano guadagnato la fiducia della gente. Il Senato, nonostante l'opposizione caparbia di Appio Claudio, dovette accettare la riduzione dei debiti, e l'istituzione dei tribuni della plebe , che aveva il potere di veto sulle azioni del Senato e dei consoli, e che erano stessi sacrosanta, l'intero corpo della plebe obbligati a difendere da qualsiasi aggressione. Una volta che i nuovi funzionari erano stati nominati, ebbe termine la secessione

Roma l'anno successivo ebbe una terribile penuria di grano, che portò a nuove lotte tra patrizi e plebei dove i patrizi vennero accusati di accumulare cibo. Ancora una volta, Claudio esortò il Senato ad adottare una linea dura, ma alla fine venne acquistato il grano da Aristodemo di Cuma che rifornì Roma con i beni sequestrati a re Tarquinio che si era rifugiato.presso di lui.

Nel 491 a.c., Roma ebbe una nuova crisi e i prezzi del grano erano alle stelle. Gaio Marcio Coriolano, un giovane senatore aristocratico, che aveva vinto i Volsci, elogiò Appio Claudio per la sua posizione contro i plebei, e suggerì al Senato di rifornire il grano alla plebe solo se avesse rinunciato ai tribuni. Furono allora i tribuni a ordinare il suo arresto.

Appio Claudio intervenne a suo favore. Manio Valerio invece disse che la gente aveva il diritto di portare Coriolano a giudizio. Coriolano sottoposto a giudizio, fu riconosciuto colpevole; ma per il suo servizio militare allo stato, venne condannato solo all'esilio. Nel 486, il console Spurio Cassio Vecellino concluso un trattato con gli Ernici, propose la prima legge agraria, per distribuire una parte trascurata di suolo pubblico tra i plebei e gli alleati. 

Ancora una volta, Claudio si oppose, sostenendo che la gente non sarebbe stata in grado di coltivare la terra, e accusando Cassio di incoraggiare la sedizione. In realtà il territorio statale veniva illegalmente coltivato dai patrizi. La legge fu respinta, e l'anno successivo Cassio venne portato in giudizio dai patrizi, che lo accusarono di aspirare a diventare re. Fu condannato, flagellato e messo a morte, la sua casa venne distrutta, la sua proprietà sequestrata dallo Stato, e i suoi tre giovani figli a malapena sfuggirono all'esecuzione.
Ancora, nel 480 a.c, quando il tribuno Tito Pontificius esortò la plebe a rifiutare l'iscrizione per il servizio militare come mezzo per incoraggiare la riforma agraria, Appio convinse il Senato ad opporsi a Pontificius ottenendo l'appoggio di altre tribune, e il senato ebbe la meglio.



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