PELTUINUM ( Abruzzo )



Lungo le vallate dell'Appennino centrale, traversate dalla via Claudia Nova che congiungeva la salaria con la Valeria, Peltuinum sorge su un pianoro sopra l'altopiano di Navelli, presso Piana d'Ansidonia. Si ritiene abitata all'inizio dal popolo dei Vestini e in seguito occupata dai Romani.

I Vèstini erano un popolo italico di lingua osco-umbra, stanziatasi in una vasta zona che comprendeva l'attuale Altopiano delle Rocche e la valle dell'Aterno fino al Mar Adriatico. Entrati in conflitto con la Repubblica romana alla fine del IV sec. a.c., dovettero soccombere e allearsi con Roma, conservando a lungo un'autonomia interna fino a quando, nel I sec. a.c., l'estensione a tutti gli Italici della cittadinanza romana, decisa in seguito alla Guerra sociale alla quale avevano preso parte anche i Vestini, accelerò il processo di romanizzazione del popolo, che venne inquadrato nelle strutture politico-culturali di Roma.

Dopo il trattato del 302 a.c., le città vestini di Aveia e Peltuinum furono semplicemente annesse alla Repubblica Romana.

I loro territori furono intensamente colonizzati, soprattutto nell'epoca di Silla; a partire da allora la romanizzazione degli Italici procedette velocemente, come attesta la rapida scomparsa delle loro lingue, sostituite dal latino.

Del sito della città di Peltuinum si ha memoria per il toponimo della chiesa medioevale costruita col materiale romano ai bordi del perimetro urbano antico: S.Paolo di Peltuino, costruita tra l'altro su un antico tempio pagano di cui sono evidenti i resti.

La città di Peltuinum è situata tra la valle dell'Aterno e quella del Tirino, naturali vie di attraversamento dell'Appennino Abruzzese. Il sito archeologico, a pochi km da Bominaco, è incluso nei territori di Prata d'Ansidonia e San Pio delle Camere.

Alla fase di abbandono del sito seguì come al solito la spoliazione del materiale edilizio, come confermano i numerosi frammenti rinvenuti di decorazioni architettoniche, capitelli, colonne, grandi blocchi calcarei, sicuramente provenienti dagli edifici della città romana, riutilizzati nelle chiese e nei castelli medievali della vallata.

In particolare se ne scorgono ampi resti nelle chiese di San Paolo a Peltuinum, che conserva al suo interno due colonne romane con capitelli, oltre ai numerosi blocchi calcarei asportati dal sito, nonchè nelle chiese di Prata d'Ansidonia e di Bominaco.

Della città si conservano resti di lunghi tratti delle mura di cinta e della porta occidentale, di cui restano anche alcuni bastioni turriti per la protezione della città. Dalla porta occidentale, ancora visibile, si raggiungeva la piazza del foro situata nella zona sud.
Degli edifici pubblici attestati dalle fonti si conserva solo il teatro di età augustea che, contrariamente all'uso, è esterno alle mura. La cavea, cosi come ad Amiternum, è ricavata sfruttando in parte il pendio naturale.




GLI SCAVI

Gli scavi di Peltuinum romana sono iniziati nel 1983 nel pianoro su cui affioravano alcune rovine. Una prima serie di campagne di scavo della "Cattedra di Topografia dell’Italia antica" dell’Università “La Sapienza” di Roma, unitamente alla Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo e alla Comunità Montana Campo Imperatore-Piana di Navelli, ha riguardato il tempio forense e parte del teatro, oltre a varie domus scavate e ricoperte, tanto per cambiare, per mancanza di fondi e per conservazione del sito evitando il saccheggio.

Gli scavi dell'anno successivo, nel 1984, hanno portato alla luce il perfetto coordinamento tra tempio, portico e teatro, rivelando le funzioni degli edifici pubblici con competenze religiose, amministrative e giudiziarie. La documentazione stratigrafica del sito mostra un continuum di trasformazioni che va dall'età augustea alla metà del IV sec. d.c.
Le campagne di scavo successive hanno eseguito lo scavo ed il restauro dell'area interessata dai resti monumentali del tratto più avanzato delle fortificazioni occidentali e del complesso tempio-portico-teatro.



PELTUINUM ROMANA

Ricostruita dai romani che, secondo l'uso consueto, l'avevano conquistata dopo la rivolta delle città italiche contro Roma, distrutta e poi riedificata con larghi mezzi. La città aveva un piano regolatore unitario e ordinato, con strade che si incrociavano ad angolo retto che delineavano edifici geometrici: pubblici, sacri e abitativi, entro mura fornite di torri. Sebbene le strutture private antiche e le abitazioni siano state parzialmente distrutte da secoli di aratura del terreno, restano ben visibili le strutture pubbliche.


Il tempio di Apollo

Al centro della città stava come di consueto il Foro, dominato da un grande tempio dedicato ad Apollo, come testimoniano i resti epigrafici, nonchè il ritrovamento di una mensa per offerte alla divinità, poi riutilizzata come soglia in una abitazione, che recava incisa la scritta APELLUNE, probabilmente una deformazione del nome nel dialetto locale. Il tempio, con 6 colonne di ordine corinzio sul fronte, è elevato su un alto podio. Ne resta solo in nucleo del podio in calcestruzzo, depredato del rivestimento in blocchi calcarei squadrati, così come in epoca tardo antica fu depredato dall'iconoclastia cattolico ecclesiastica di tutte le pregevoli parti marmoree intarsiate della parte superiore del tempio. Sul posto restarono le schegge inutilizzabili della demolizione del tempio, come foglie dei capitelli, listelli di colonne e pezzi di cornici lavorate. Tutti questi pezzi sono oggi sottoposti a un paziente lavoro di ricostruzione della forma originale dell'edificio.

Intorno al tempio c'era un grande portico, che delineava l'area sacra isolandola dalla terrazza urbana su cui sorgeva l'imponente teatro con la cavea aperta verso la vallata. I resti del portico colonnato che circondava il tempio su tre lati, sono stati restaurati e resi permanentemente visibili con lavori di consolidamento e valorizzazione.


Il teatro

Lo scavo del teatro augusteo, che in parte sfrutta il pendio della collina e in parte è costruito in elevato, sta restituendo interessanti informazioni sulla sua costruzione, ideata come un terrazzamento che colmasse il dislivello naturale tra il tempio e lo spazio sottostante. La cavea infatti è ricavata sfruttando in parte il pendio naturale ed ha un diametro di 58 m.
La sua parziale demolizione avvenuta a partire dal periodo medioevale, avvenne per un sistematico riutilizzo dei blocchi calcarei come materiali da costruzione. I materiali lapidei venivano infatti smontati, tagliati e squadrati sul posto, come si evince dai resti, in modo da renderli pietrame da costruzione per le case del vicino paese ma soprattutto per le chiese, sia di S. Paolo di Peltuinum, ora seriamente danneggiata dal terremoto, che delle chiese di Prata d'Ansidonia e di Bominaco. Insomma una voluta demolizione delle vestigia del passato, perchè anche un teatro, per il suo aspetto ludico, veniva bollato come empio e pagano.

Dagli scavi emerge che il teatro, probabilmente a causa del forte terremoto del 51 d.c., fu rimodellato sia della parte dei gradini della summa cavea, quelli più in alto, sia della porticus ad scaenam, il portico adiacente all’ingresso. Oggi sono stati messi in luce gli edifici connessi al teatro, tra cui il porticato dietro la scena per riparare gli spettatori in caso di pioggia, oltre a varie domus con pavimenti a mosaico e le botteghe che si aprivano sulle vie principali.

Inoltre la cavea del teatro è stata riempita, fino ad una altezza di 2,5 m, da “scarti di lavorazione” medioevali, spesso frammenti di capitelli ionici e corinzi, cornici con decorazioni a palmette, dentelli e volute, eliminati in fase di squadratura dei blocchi. Questi frammenti, oltre ad essere molto belli, sono materiale prezioso per gli archeologi, in quanto consentono di ricostruire la decorazione architettonica dell’epoca.


Il monolite

Nel sito della città è però visibile anche un misterioso monolite calcareo, scavato per una profondità che varia da 25 a 40 cm, con un incavo a forma circolare, quasi una pignatta, unito attraverso un foro posto sulla base ad un altro incavo a forma di H, con la barra centrale molto più larga delle due ‘gambe’. Il foro che unisce i due profondi incavi è inclinato dall’incavo a forma di H verso l’incavo a forma circolare; pertanto un eventuale liquido poteva scorrere, nel manufatto in posizione orizzontale, dal primo verso il secondo incavo e non viceversa. Dell'uso del curioso monolite si stanno occupando gli studiosi.



LA STORIA

Peltuinum, fondata fra il I secolo a.c. ed il I sec. d.c. nel territorio abitato dal popolo dei Vestini, popolo italico di origine sabellica, che estendeva il suo potere sui due fianchi del Gran Sasso, dal mare alla Sabina, non ha una chiara sequenza storica.

Cicerone:
"Gli storici non accennano in quale epoca questo territorio fu assoggettato ai Romani. Probabilmente da Curio Dentato nella sottomissione dei Sabini. Da principio fu Prefettura, quindi Municipio Romano col nome di Res Publica avente un collegio splendidissimo di Decurioni e di Padri Coscritti o Senatori municipali. Ebbe patroni e patrone; Edili e Prefetti quinquennali, Prefetti iuredicundo; Questori della Repubblica, del Municipio, Curatori dell'Annona, Flamini Augustali e Seviri, Collegi sacerdotali di Ercole, di Silvano e di Mercurio Augusto oltre che la sacerdotessa di Venere Felice."

Altre fonti riportano che l'insediamento Vestino divenne città romana intorno al III sec. a.c. felicemente posizionata sulla Claudia Nova, strada obbligata per raggiungere il mare Adriatico. Fiorente per il commercio di bestiame e la produzione di vino e zafferano, sotto Augusto la città raggiunse una popolazione di più di 11.000 abitanti.
Delll'imponente area pubblica restano i ruderi del tempio corinzio dedicato al culto di Apollo e quelli del teatro che poteva contenere 2.600 persone. La città, completamente cinta da mura, si sviluppava per più di 800 m lineari lungo l'asse principale.

La vita della città terminò intorno al IV secolo, sembra nel 346 d.c., forse a causa di un terremoto più forte di quelli soliti, nonchè per le numerose distruzioni della guerra gotico-bizantina prima e longobarda poi. L'ultima devastazione fatale fu ad opera dei Franchi guidati da Carlo Magno che nel 775 la assediarono e la distrussero.
Venne ricostruita sotto i Normanni ed ebbe nuovamente il titolo di città. Sotto la dominazione di costoro perdette il suo nome di Peltuino e prese quello di Civita Sidonia, da Sidonio che la ebbe in feudo. Da questo nome in seguito provenne quello di Ansidonia.


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