MEDIOLANUM - MILANO ( Lombardia )





LE ORIGINI

La fondazione della città di Milano viene normalmente fatta risalire attorno al VI secolo a.c., per opera della tribù celtica degli Insubri.

Milano deriva il suo nome da Mediolanum, parola che significa "in mezzo alla pianura", o per altri "pianura del mezzo", medio-lanum da planum, poichè nelle lingue celtiche la p- cade all'inizio di parola. Esistono circa sessanta toponimi di Mediolanum, sparsi nel mondo celtico continentale, e la maggior parte nei territori un tempo gallici.

Secondo Tito Livio, Milano fu fondata da popolazioni celtiche provenienti da Oltralpe e guidate dalla mitica figura di Belloveso tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.c. Queste tribù sconfissero gli Etruschi sul Ticino e si insediarono in un territorio già abitato dagli Insubri, che avevano dato il nome alla regione.

"A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia; a Belloveso invece gli Dei indicavano una via ben più allettante: quella verso l'Italia. 
Quest'ultimo portò con sé il soprappiù di quei popoli, Biturgi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri,Carnuti, Aulirci. Partito con grandi forze di fanteria e di cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l'ostacolo delle Alpi… Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; e, sconfitti in battaglia gli Etruschi non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome che aveva un cantone degli Edui, accogliendo l'augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanium."


Un'altra leggenda narra di una scrofa semilanuta (medio-lanum) vista sotto un biancospino, che avrebbe indicato a Belloveso il luogo dove fermarsi e fondare un santuario.

Il biancospino era sacro alla Dea Belisama. Se ne conserva comunque il rilievo su un muro, come mostra la figura accanto.

Plinio il Vecchio invece attribuisce agli Insubri la fondazione di Milano e Strabone narra del legame della città, quando ancora era un villaggio, con gli Insubri, e testimonia che il rapporto perdurava ancora ai suoi tempi. Anche Polibio afferma la presenza degli Insubri nella regione:
"Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi."



LA STORIA
  • 600 a.c. All'arrivo degli Etruschi gli Insubri fuggono
  • 396 a.c. I Celti varcano le Alpi, sbaragliano gli Etruschi a Melpum e si insediano al centro della Pianura Padana
  • 222 a.c. I Romani, dopo aver sconfitto i Galli a Clastidium (Casteggio), assediano e conquistano Milano
  • 49 a.c. Milano si trasforma in municipium. Fioriscono il commercio e l'artigianato. La città ha un teatro, un foro, una zecca, un circo, templi, un edificio termale.
  • 293 d.c. L'imperatore Diocleziano instaura la tetrarchia e Milano viene scelta da Massimiano Augusto come capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Assume il nome di Aurelia Augusta Mediolanum, viene cinta da nuove mura e abbellita con nuovi edifici 52 Arriva a Milano da pellegrino Barnaba. Conficca il bastone in un masso nella boscaglia di fronte a Porta Argentea (oggi Porta Ticinese), oggi conservato nella chiesa di S. Maria al Paradiso. Inizia la sua predicazione tra i viandanti; si dice che al suo passaggio tutte le statue degli Dei pagani vadano in frantumi. Le autorità permettono che egli continui la sua predicazione. Viene ricordato come il protovescovo di Milano. Dopo sette anni lascia la carica al suo discepolo Anatalone. Il cristianesimo inizia così a diffondersi nella città. Presto, però, iniziano anche le persecuzioni e i martiri. La Chiesa milanese diventa sempre più potente.
  • 313 d.c. Costantino promulga un editto con cui concede piena libertà di culto ai cristiani e restituisce al clero le sue proprietà già tolte ai culti pagani.
  • 355 d.c. Costantino II proibisce e perseguita tutti i pagani. Anche i pagani hanno così i loro martiri, ma il martirologio pagano viene cancellato.
  • 369 d.c. Arriva a Milano Ambrogio per svolgervi le funzioni di magistrato. La città è divisa dal conflitto fra cristiani ariani e cristiani cattolici, che sfocia in eccidi e tumulti alla morte del vescovo Aussenzio. I cristiani si ammazzano tra loro.
  • 374 d.c. Riunita nella Basilica Nova, la popolazione acclama Ambrogio, da magistrato e responsabile dell'ordine pubblico, a vescovo. Egli riceve il battesimo, viene ordinato prete e il 7 dicembre consacrato vescovo di Milano. Con lui vengono perseguitati e banditi sia il paganesimo che il cristianesimo ariano. Anche questo martirologio cade nel dimenticatoio. Ambrogio fa abbattere i luoghi di culto pagano o vi fa erigere sopra numerosi luoghi di culto, tra cui la Basilica ad Martyres (oggi S. Ambrogio), la Basilica degli Apostoli (S. Nazaro) e la Basilica delle Vergini (S. Simpliciano). I vecchi templi depredati forniscono pietre e ornamenti per le chiese.
  • 390 d.c. L'imperatore Teodosio è costretto a chiedere pubblicamente perdono per un grave massacro perpetrato a Tessalonica, perpetrato su cittadini inermi in nome della fede. L'ordine che emanò fu "li voglio tutti morti", non tutti gli abitanti furono ammazzati ma 7000 si.
  • 391 d.c. Teodosio prescrive e perseguita tutti i culti pagani. I martiri pagani però non contano.
  • 397 d.c. Muore Ambrogio. Viene sepolto nella Basilica ad Martyres, che prende poi il suo nome. In nome delle persecuzioni ai pagani verrà fatto santo.
  • 402 d.c. I barbari varcano le Alpi e la capitale dell'Impero Romano d'Occidente viene trasferita a Ravenna. Commercio e industria milanesi ne risentono pesantemente.
  • 476 d.c. Gli Unni, guidati da Attila, invadono la Pianura Padana, espugnano, incendiano e saccheggiano Milano. Tramonta l'Impero Romano d'Occidente. Cadono miseramente arte, prosperità e cultura.


LA DOMINAZIONNE ROMANA

Sembra che Mediolanum non apprezzasse il principato di Augusto, che rimpiangesse la repubblica anche dopo la battaglia di Filippi, forse perchè molti membri dei ceti senatorio ed equestre avevano fatto investimenti terrieri e gestivano attività commerciali nell’area transpadana.

Dopo la vittoria di Azio in cui morirono gli assassini di Cesare, nel 31 a.c., Ottaviano riuscì a farsi assegnare tutte le magistrature dello Stato: come tribuno divenne inviolabile, come Princeps del Senato parlava per primo e dirigeva il Senato; come console esercitò il potere esecutivo; come proconsole ottenne il governo delle province e il comando dell’esercito; con quello di censore promosse i censimenti e le epurazioni del Senato.

Il titolo di Augusto (degno di venerazione e onore) che gli conferì il Senato era come il Felix di Silla o il Magno di Pompeo, ma non fu mai così meritato, però passò ai suoi successori, esattamente come fu ereditato il titolo di Cesare.

Agli imperatori furono accordati i titoli di Cesare e di Augusto nella speranza che potessero eguagliare le loro leggendarie persone. Sarè infatti Augusto a ricostruire Mediolanum, colmandola di splendori e ricchezze.



MEDIOLANUM AUGUSTEA

Augusto instaurò una pax aeterna e rifondò Roma attraverso l’impero. Ogni città romana venne ricostruita con edifici a immagine di quelli romani, con mercati, magazzini, officine, fontane, terme, ninfei, teatri, odeon, circhi, giardini e piscine. Il mantovano Virgilio sostituì l’ultimo saeculum, quello del Sole, che doveva provocare la combustione universale, con il secolo di Apollo.

Nell’Eneide Giove, rivolgendosi a Venere, le assicura che non fisserà ai Romani nessuna specie di limitazione spaziale o temporale. Solo dopo la pubblicazione dell’Eneide Roma fu considerata urbs aeterna e Augusto fu proclamato il secondo fondatore della città.



LE MURA

La pianta di Mediolanum meglio individuata è quella con i vertici di un quadrato posti lungo i punti cardinali. E’ ritenuta rappresentare il primo piano regolatore, ma a ben guardare questa pianta inscrive quella precedente, con lievi aggiustamenti ai vertici.

Questo nuovo quadrato ha 885 m per lato, con un perimetro di quasi 4 km.

In base ai reperti di ceramica individuati negli scavi intorno alle mura, il nuovo piano regolatore si data fine I sec. a.c. e inizio I sec. d.c., quindi di epoca augustea, quando il municipio entrò a far parte della XI Regio Transpadana (Lombardia Occ. e Piemonte Sett.).

Mediolanum ebbe quindi un piano regolatore che ricalcava una centuria in asse con la maglia della centuriazione del territorio. Per inglobare nel pomerio l’oppidum celtico, dopo che Ottaviano Augusto proibì la religione dei druidi, e per orientare la città secondo le coordinate tradizionali lungo gli assi intermedi, si scelse un ulteriore e complesso piano regolatore.

Nelle mura si aprirono porte e pusterle, per raccordarsi alle quali le strade romane dovettero deviare in modo centrifugo, cosicchè i vertici del quadrato coincisero coi punti cardinali. La novità maggiore fu l'accoglimento del santuario celtico nel pomerio romano. La tolleranza religiosa fu uno dei grandi meriti romani, anche perchè con la caduta dell'impero d'occidente sarà sostituita dalle persecuzioni.

L’ellisse copriva un’area simile all’accampamento stabilito da Tiberio e dal suo prefetto del pretorio Seiano tra il 20 e il 23 d.c.: un campo di m 440 x 380 x 16,72 di h, capace di contenere circa 6.000 persone, il che fa pensare che, quando Mediolanum fu innalzata al rango di capitale, almeno una parte delle coorti pretorie fosse sistemata nell’ex oppidum celtico.

Le mura del secondo piano regolatore sono in arenaria a spacco di cava e mattoni; avevano uno spessore di 6 piedi, corrispondente a quello delle mura augustee di Fano: 7 piedi alla base e 6 in alzato. Quelle repubblicane di Aquileia avevano uno spessore maggiore, 8 piedi; quelle aureliane di Roma del 270-275, raggiungevano addirittura i 12 piedi (3,50 m) ed erano alte 20 piedi (5,85 m). Tutto intorno al perimetro passava, all’interno delle mura, un pomerio di 20 piedi.

E’ stata fatta notare l’inadeguatezza delle tecniche murarie romane tradizionali rispetto alla natura del terreno milanese, perché i tratti di mura urbiche conservate si presentano costantemente fuori piombo. Evidentemente ci fu l’intervento di maestranze venute da fuori e quindi poco esperte della geomorfologia milanese o l’impiego di maestranze locali poco esperte di tecniche edilizie romane. In ogni caso si coglie il passaggio della cultura della città insubre a quella della città romana.
La cultura era rimasta ancora molto celtica e una testimonianza dell’uso del leponzio come scrittura è rimasta da un graffito fatto proprio sulle mura augustee (via S. Vito 18) che riporta tra l’altro il nome di Mesiolano.


I reperti delle mura finora emersi si trovano:

  • Via del Lauro (via Bossi 4): spessore 1,60 m.
  • Via delle Ore, presso S. Michele al muro rotto, la chiesa si ritiene costruita a ridosso di un muro, tanto più che dinnanzi vi stava una cantarana dove colavano le acque piovane, sempre presso le porte della città. Sono stati rinvenuti resti di palificazioni coperti da lastre di serizzo, frammenti architettonici e due lunghi tratti di muri romani.
  • Via Pecorari: tratto di mura.
  • Bottonuto: si ricordava un muro, spesso 1,90 m, che attraversava il Bottonuto.
  • Via Paolo da Cannobio 5: tratto delle mura.
  • Via S. Vito 26: 32 m di mura conservate; zoccolo di quattro filari di mattoni, alto 0,30 m, largo 2,18 m e spesso 1,75-1,70 m, costituito da tre filari di pietra alternati a sei filari di mattoni, per un’altezza totale presunta di 8 m.


LE PORTE

Per capire come dovevano essere le porte nelle muove mura di Mediolanum possiamo prendere ad esempio la Porta Pretoria di Aosta o quella Palatina di Torino, di età augustea, poiché esisteva per volontà di questo imperatore una scuola di architetti-urbanisti che uniformava i modelli, come sotto qualsiasi regime totalitario.

Le porte erano a due fornici, con torri poligonali ai lati. La chiusura era duplice: una porta a due battenti all’esterno, una saracinesca all’interno che scorreva dall’alto in basso entro una scanalatura e bloccava subito l’accesso in caso di emergenza. Al primo piano erano le camere di manovra che si aprivano sul camminamento.

Le porte avevano spesso il nome della via su cui uscivano. Potevano essere anche di legno, del tipo raffigurato su un bassorilievo del Duomo di Modena (Porta della Pescheria). E’ probabile però che almeno le porte legate al cardo e al decumano fossero in bronzo.

  • Porta Ticinese: a due fornici di 3 m di ampiezza ciascuno, divisi da un pilastro centrale, fiancheggiate da due torri. Quella superstite ha un basamento quadrato di 7,50 m di lato, circolare all’interno e poligonale all’esterno; spessore della muratura 1,20 m. La fondazione era in corsi di mattoni legati da malta grigia, sopra un sottile strato di terreno ricco di ghiaia per il drenaggio. In base ai frammenti ceramici la datazione di questa porta è del I sec. a.c. Tra l'altro sembra aver cambiato orientamento; è abbastanza distante dalle mura, che tutti gli archeologi fanno passare per via S. Sisto; la datazione dei reperti ceramici la colloca prima delle mura augustee. La porta apparteneva al primo piano regolatore e venne inclusa nel secondo, cambiando leggermente angolatura; dovremmo supporre che le mura proseguissero lungo via del Torchio verso via Necchi- S. Ambrogio. la Porta Ticinese, prima aperta sulla strada che conduceva all’area cultuale di S. Vincenzo-S. Calogero e da qui verso Vigevano, si orienta ora verso Pavia.
  • Torre del Monastero Maggiore della fine III-inizi IV sec., già torre di porta medilanense, con una fondazione in conglomerato a ciottoli.
  • Porta Comasina per Como.
  • Porta Romana per Lodivecchio (in direzione per Roma).
  • Porta Vercellina per Vercelli-Novara.
  • Porta Ticinese per Ticinum (Pavia)
  • Porta Argentea (Orientale) per Argenta (?).
  • Porta Giovia, sull’area dell’attuale Castello Sforzesco, si chiamò invece così in onore di Diocleziano Giovio nel 286 d.c., ma esiste una lapide che cita un Collegium iumentariorum portae Vercellinae et Ioviae che può fornire un’indicazione per la datazione.
  • Porta Erculea, in onore di Massimiano Erculeo, era aperta sull’area dell’attuale Verziere in direzione di Lambrate. La porta mutò nuovamente nome alla fine del IV sec., quando si aprì sulla strettoia derivata dalla costruzione dell’antemurale di Stilicone e si chiamò Tonsa (Tagliata).

Il Versum de civitate Mediolani, composto nel sec. VIII, descrive la città dell'epoca:

"E’ circondata da torri elevate e coperte con tetti. All’esterno sono decorate con sculture di grande pregio, mentre verso l’interno vi si trovano addossati vari edifici. La larghezza delle sue mura misura 12 piedi [4,5 m]: l’ampio basamento consta in pietre squadrate, mentre nella parte superiore le rifiniture sono elegantemente eseguite coi mattoni. A ridosso delle mura la città possiede nove pregevoli porte, bloccate da ingegnosi sistemi di chiusura in ferro; davanti ad esse si trovano particolari opere di difesa a baluardo dei ponti elevatoi."

Le mura mediolanensi piacquero agli storici locali, che le attribuirono con sicurezza al console Marcello. Ecco la narrazione del Besta:

"Venuto poi a Milano in poder de’ Romani l’anno 1150 dalla fondazione sua [dal diluvio universale], per ordine di quel senato da Marco Marcello console di questa provincia, non sole le fu restaurata quella muraglia, ma fu et aggrandita et abellita di publici edificii e chiamata la seconda Roma. Il circuito di questa nuova cinta e muraglia fu di quindici miglia; era la sua grossezza di trenta piedi, alta chi scrive ventiquattro, chi settantaquattro et altri ottanta et li erano compartite trecentosessantacinque torri et secondo altri trecentodieci, alte rotonde e con molta vaghezza et artificio fatte; et vi si entrava per trentasette porte. Dentro questo circuito fu fatta una cittadella di sito non più che due miglia, con mura non molto grosse né alte. Questa haveva sei porte et ciascuna di esse un palazzo rotondo et sopra un’alta piramide un idolo: al qual ogn’un ch’entrava nella città doveva inchinarsi e far riverenza sotto pena della vita. Nanti a queste porte furono fatte alcune difese triangolari et alte, che chiamarono anteportali."

All’epoca di Marco Aurelio, quando Quadi e Marcomanni presero d’assalto Aquileia, si ritenne opportuno rinforzare le mura. Anche Gallieno contro gli invasori, tra il 254 e il 259, aveva poggiato la difesa non più su di un limes ma su Milano, Verona e Aquileia. Sono di quest'epoca le torri quadrate rinvenute in via Monte di Pietà, una delle quali divenne il campanile del monastero longobardo detto di S. Maria d’Aurona o Orone.



IL FOSSATO

Il muro a sud, a contatto col Seveso, ne seguì la curva e la quota altimetrica, ma il fiume venne canalizzato e reso navigabile da piccole imbarcazioni. Per non disperdere l’acqua, si dovettero bonificare i pantani meridionali e creare un fossato che circondasse tutta la città. Infatti sono emerse le banchine su palizzate di piazza Fontana e di via Larga.

La banchina era larga m 2,50, in lastre di serizzo posate su palificazioni di rovere alte m 2,50, conservate al Museo del Legno presso il Museo della Scienza e della Tecnica. La banchina di via Larga distava 14 m dalle mura, alle quali era parallela. Sul porticciolo prospettava una torre, adibita forse alla sorveglianza delle barche ormeggiate o a magazzino di derrate statali.

In piazza S. Babila all’acqua del Seveso si aggiungeva anche l’Acqualunga, derivata con un canale forse dal Lambro. Da nord venne derivato il Piccolo Seveso, che al Ponte Vetero si immetteva nel fossato delle mura.



FORO AUGUSTEO

Con Augusto il nuovo modello cesareo del Foro si diffuse in tutte le province. La pianificazione urbana prevede foro, campidoglio, templi, luoghi di cultura e spazi ludici. Le altre città devono rispecchiare, in scala ridotta, l’immagine di Roma. Il foro di Augusto misurava 125 m x 85 m e il suo santuario era dedicato a Marte Vendicatore, con due ampie esedre semicircolari ai lati della facciata del tempio, con funzione di basiliche per occasioni onorifiche o commemorative. Le statue dei grandi antenati collocate nelle esedre prevedono a sinistra Enea, il padre Anchise e il figlio Ascanio; a destra Romolo.

Il secondo piano regolatore di Mediolanum, augusteo, ebbe quindi il suo foro all’incrocio dei due nuovi assi viari principali: l’antica via in uscita da Porta Ticinese, definita impropriamente cardo, e la più recente via S. Maria Fulcorina-corso di Porta Romana, chiamata decumano. La via glareata (cioè coperta di solo acciottolato) per Laus Pompeia venne ampliata e lastricata con basoli. L’incrocio avvenne sull’area dell’attuale piazza S. Sepolcro, oggetto di recenti scavi per la sistemazione dell’Ambrosiana.

Il modello del foro augusteo richiedeva portici sui due lati lunghi, che affiancavano di solito il decumano. Su uno dei lati corti era la basilica con un’abside all’estremità, che da noi non è stata neppure rintracciata. La basilica era dotata di una fila di uffici sul retro, un tribunale talora absidato a ciascuna estremità e un solo ingresso sul foro.



VIA PORTICATA E ARCO ONORARIO

Nel IV sec. nella grandiosa risistemazione di tutto il Decumano Massimo (oggi Corso di Porta Romana), si costruì, all'esterno delle mura, una via porticata lunga 600 m e un Arco onorario, che dovevano costituire l'accesso monumentale alla città per chi vi giungesse provenendo da Roma.

La strada, lastricata, aveva una larghezza di 9 m ed i portici laterali, dotati di tabernae, erano edificati in laterizio. La quantità rilevante di intonaci dipinti, ritrovati malauguratamente in frammenti di minuscole dimensioni, suggerisce che molti ambienti dovevano essere anche affrescati.

Sotto la via porticata è documentata l'esistenza di una fognatura, parallela alla strada, in cui confluivano lateralmente gli scarichi delle botteghe.
La grandiosa opera dell'imperatore Graziano, che nel 381 d.c. stabilì la sua residenza a Milano, dette il via ad una politica di collaborazione nei confronti del Vescovo Ambrogio, che proprio in quegli anni avviava la costruzione delle quattro basiliche, collocate in posizione "strategica" lungo i principali assi viarii della città. La via porticata terminava poi con un arco in marmo (arco di Giano od arco Trionfale), che doveva essere collocato all'attuale incrocio tra Porta Romana, Lamarmora e Vigentina.



LA CURIA

Sul foro si apriva la curia, identificata forse con l’edificio rinvenuto nel 1938 tra piazza S. Maria Beltrade e via Torino, un edificio rettangolare di 35 m x 20 m nella parte riaffiorata, ma di dimensioni notevolmente maggiori, datato intorno al I sec. d.c. La tecnica edilizia è caratterizzata da ciottoli fluviali allettati a mano nella malta con bande alternate con mattoni.

Ma l’edificio poteva essere anche un mercato, articolato su un grande cortile centrale. Davanti all’edificio era emerso nel 1898 il basamento di una gigantesca colonna di marmo di 1,20 m di lato con un diametro di 85 cm all’origine del fusto.



TEMPIO DI VESTA


La curia era affiancata da una costruzione rotonda che nel 687 venne dedicata a S. Maria dal re longobardo Bertarido, da cui il titolo di S. Maria Bertheradi (Beltrade). Il fatto che qui si accendessero i ceri al 2 febbraio alla festa della Candelora fa ritenere che anche l’edificio originario fosse un tempio dove si conservava il fuoco sacro della città, dedicato a Vesta.

L’aedes di Vesta aveva sempre una pianta circolare perché non poteva essere orientata. La casa di Vesta era vicino alla curia cittadina, perché era la garanzia della durata delle funzioni degli amministratori della res publica. Infatti in precedenza il nome della Chiesa era S. aria Rotonda, dalla forma del tempio.



IL FORO

Il foro mediolanense si poneva all’incrocio dei due nuovi assi viari principali: l’antica via in uscita da Porta Ticinese, definita impropriamente cardo, e la più recente via S. Maria Fulcorina-corso di Porta Romana, con funzione di decumano. La via glareata (cioè coperta a ciottoli) per Laus Pompeia venne ampliata, passando da 20 a 27 piedi e lastricata a basoli. L’incrocio avvenne sull’area dell’attuale piazza S. Sepolcro, fatta oggetto di recenti scavi per la sistemazione dell’Ambrosiana.

I l foro mediolanense, secondo il modello consacrato da Cesare ediffuso da Augusto, ospitava una basilica absidata, una curia, un mercato, un aedes di Vesta, cioè tempio e monastero dedicati all'antica Dea, una tribuna per i comizi ed ampi portici sotto cui si aprivano le numerose tabernae (botteghe), mentre ai piani superiori degli edifici alloggiavano gli uffici governativi e il tribunale.



LA TRIBUNA


Sul foro si levava una tribuna per i comizi. La piazza era pavimentata con lastre di marmo di Verona, una parte delle quali è conservata nella cripta della chiesa del S. Sepolcro. A una di queste costruzioni appartiene il frammento di fregio in cui si vedono Mercurio e Minerva che seguono un corteo, dove erano forse anche altri Dei.



I PORTICI

Via S. Maria Fulcorina che immetteva nel foro venne anche adeguatamente fornita di portici. Le strade porticate di per sé non erano sinonimo di eleganza, ma di ampiezza e quindi di importanza sì. Gli eleganti reperti di pavimenti musivi rinvenuti nella zona intorno alla via porticata indurrebbero a credere che qui si trovassero i quartieri più aristocratici.



IL TEATRO

All’età augustea risale anche la costruzione del primo teatro in muratura, collocato nella maglia di questo primo piano regolatore NS-EO. Il prof. Mirabella Roberti sostiene che il teatro fu forse voluto dallo stesso senato della città, l’ordo decuriorum, per festeggiare la recente promozione sociale della città nel mondo romano.

Pompeo fu il primo a finanziare nel 54 a.c. a Roma un teatro in muratura, fermo restando che continuarono ad esistere teatri meno monumentali e in legno. Sul modello del teatro pompeiano si provvide ovunque a innalzare, a spese della comunità o di qualche munifico personaggio, un teatro in muratura.

Di quello mediolanense ne restano visibili solo le imponenti fondazioni dei muri radiali nei sotterranei della Borsa in piazza degli Affari, dalle quali si ricavano le misure: diametro di 93,6 m, profondità di 71,6 m, alto 20 m sul piano dell’orchestra e con una capienza di 7-8.000 persone. I pilastri che reggevano le arcate non hanno né lesene né semicolonne e sono in ceppo o puddinga della Brianza.

Della scena sono rimasti solo spezzoni di colonne scanalate; si può riconoscere il fossato per l’aulaeum (il sipario che saliva dal basso) e qualche traccia del porticus post scaenam, il porticato che orlava la facciata dell’edificio. Il teatro rimase in funzione almeno fino alle distruzioni del Barbarossa, poi i pezzi vennero utilizzati come materiali da costruzione, ritrovati negli scavi delle vie adiacenti.

L’edificio aveva annesso il deposito dei velari, (ad linteum) per ripararsi dalla pioggia o dal sole, ma anche per regolare gli effetti acustici. Alla loro difficile manovra erano addetti i marinai del lago di Como, citati in una lapide come collegio presente a Mediolanum. Sul deposito sorse la chiesetta di S. Pietro e Lino, una storpiatura di ad linteum e sul teatro sorse la chiesa di S. Vittore al teatro, ricordata come tappa nella Passio di S. Vittore.

"Dopo due anni di scavi sotto la Borsa e la Camera di Commercio, torna alla luce un teatro romano del I sec. d.c..

C'è un teatro romano a Milano, sotto piazza Affari. Lì si esibivano mimi e acrobati, si rappresentavano le tragedie di Eschilo, le commedie di Plauto. L'acqua riempiva l'orchestra e avevano inizio le naumachie, le battaglie navali. Era il teatro dei milanesi del I sec. d.c..
Un teatro di medie dimensioni per i circa 25 mila abitanti della Milano romana, una città di circa 20 ettari. Un teatro che poteva contenere dalle 4000 alle 9000 persone.
«Finalmente — spiega Furio Sacchi, responsabile del progetto — siamo riusciti a datare con certezza quanto rimane del teatro. Un altro tassello della Milano romana si aggiunge all'anfiteatro di via De Amicis, usato per la caccia alle belve, al museo archeologico di corso Magenta, a San Lorenzo».
«Sappiamo da un'epigrafe — continua l'archeologo — che erano rappresentate anche le tragedie di Eschilo. Erano seguite da un pubblico colto, anche se il teatro era aperto a tutta la società romana, sia ai nobili che alla gente comune. Per esempio, piacevano molto le storie tragiche, particolarmente cruente. Ma anche gli spettacoli di acrobati, i giochi pirotecnici. Una fonte del IV secolo parla di battaglie navali nel teatro di Milano». La struttura funzionò fino agli inizi del V secolo, quando Milano, capitale dell'impero, riceveva la corte. Poi, tra V e VI i Padri della Chiesa si opposero alle rappresentazioni e cercarono di chiuderla.
Gli archeologi della Cattolica hanno raccolto informazioni anche sul quartiere intorno al teatro: case dai ricchi pavimenti, sedi di funzionali dell'impero. Le fonti medievali ricordano che, ancora poco prima della distruzione all'epoca di Federico Barbarossa, sulle gradinate del teatro i milanesi si sedevano per prendere decisioni importanti."



LE TERME

La via porticata e l Nell'area compresa tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Europa, su di una superficie di circa 14500 metri quadrati si estendeva il grandioso complesso delle terme, conosciuto come Terme Erculee, dal nome dell'imperatore, Massimiano Erculeo.

Nell'imponente struttura si annidavano e concatenavano calidarium, tepidarium e frigidarium, palestre e spogliatoi, corridoi riscaldati ed ipocausti per il benessere dei clienti, ed i pavimenti dovevano essere decorati con lastre di marmo oppure a mosaico.

Nel corso dell'Ottocento è stato anche rinvenuto un grande busto di Ercole, chiaro riferimento a Massimiano Erculeo, il cui appellativo divinizzante venne assunto al momento della nomina ad Imperatore, quando Diocleziano riservò per sè quello di "Iovius": tale busto faceva sicuramente parte dell'arredo decorativo di una della grandi sale del complesso termale. La statua è una copia di epoca romana di un originale di Lisippo.




L'ANFITEATRO

L'anfiteatro di Milano era per dimensioni più grande dell'Arena di Verona, e misurava 125 m x 155. Sorgeva nell'area oggi compresa tra via De Amicis e via Arena. Per tutto il quarto secolo godettero di enorme favore popolare i giochi che puntualmente venivano organizzati in questi edifici, come le venationes (battute di caccia con animali esotici provenienti dalle province più remote dell'Impero) o i Ludi Gladiatorii, cui Costantino vanamente aveva tentato di porre un freno. Anche l'Anfiteatro subì la sorte della cinta muraria, e dal materiale edilizio ricavato dal suo smantellamento venne poi ricavato quanto necessario per le fondazioni di San Lorenzo.

Come di norma l'anfiteatro venne costruito fuori le mura, in questo caso in prossimità della porta Ticinese, e quindi in una posizione strategica rispetto ad importanti vie di comunicazione dirette a Sud-Ovest. La costruzione può essere datata tra il II e il III secolo, quando Mediolanum andava assumendo un importante potere politico ed economico, ma quando era ancora lontana dal periodo in cui ebbe il suo massimo ruolo, nei secoli successivi. L'edificio venne abbandonato nei primi secoli del Cristianesimo, perché teatri e anfiteatri erano particolarmente invisi alle autorità religiose del nuovo culto. A questo si deve il declino degli anfiteatri rispetto ad altre motivazioni (ad es. le invasioni barbariche) in quanto alcuni invasori addirittura ripristinarono giochi dismessi.

L'anfiteatro romano milanese divenne infatti una cava di materiali edili già tra il IV secolo e il V secolo, quando venne costruita la basilica di San Lorenzo. I blocchi di pietra utilizzati per le fondamenta sono in parte visibili nell'edificio, e paiono essere tratti dal muro di summa cavea dell'anfiteatro. Dall'anfiteatro dovrebbe venire anche un capitello di ordine corinzio utilizzato come base di un pilastro.

L'anfiteatro venne demolito durante un attacco dei barbari alla città di Mediolanum. La datazione della demolizione non è certa: ma comunemente e con grande probabilità la si fa risalire alla guerra gotica, nel 539.

Oggi l'area dell'anfiteatro, situata tra le vie De Amicis, Conca del Naviglio e Arena, si presenta come una zona pianeggiante. Per i resti dell'Anfiteatro romano di Milano è stato istituito recentemente un parco archeologico e un museo, chiamato Antiquarium Alda Levi, che conservano rispettivamente i resti del teatro e i reperti delle campagne di scavo effettuate fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.



L’AUMATICUM 

Con l’aumatium abbiamo memoria di una grande latrina pubblica situata probabilmente intorno al Bottonuto (attuale piazza Diaz):

"aumatium fuit hedifitium rotundum in centro civitatis fundatum, occultis et transversis cameris distinctum, purgationi ventris deputatum, quod est in magnis civitatibus perutile nimis, aliter omnis locus stabulator."
Sotto piazza Diaz è stato ritrovato un grande collettore di fogna, che gli antichi distinguevano dalle cloache, dette cantarane, per evacuare l’acqua piovana.



PALAZZO IMPERIALE

In via Brisa sono visibili i resti di quelle che per anni sono state erroneamente ritenute le terme imperiali.

In realtà si trattava di un edificio di rappresentanza del palazzo imperiale costantiniano.
L'edificio era dotato di riscaldamento, come attestano i ritrovamenti delle "suspensurae" cioè di un particolare accorgimento realizzato con colonnine di mattoni sopra le quali poggiava il pavimento e all'interno delle quali veniva fatta passare l'aria calda per riscaldare l'ambiente.

Proseguendo fino in via Vigna, all'interno di un cortile troviamo i resti dei muri perimetrali. In via Morigi al civico n.2, visibile dalla strada, si trova un pavimento a mosaico. Arrivando in largo Carrobbio si possono vedere parte delle mura e di una torre di epoca augustea; questo era il limite della città, al di là della porta si estendevano i sobborghi.



LE COLONNE DI S. LORENZO

Le sedici colonne del II secolo dC di fronte alla basilica di San Lorenzo costituiscono il più importante resto romano in città.

Facevano parte di un tempio oppure di un impianto termale pubblico.
Furono trasportate qui nel IV secolo, per formare il lato frontale di un quadriportico, per quel principio per cui le chiese cristiane un po' per risparmio ma soprattutto per cancellare ogni residuo pagano, depredarono sia gli antichi templi e sia ogni forma maestosa e leggiadra dei tempi pagani, salvabili solo a patto che potessero evidenziare o abbellire i templi della nuova religione.



HORREA

Si trattava di un edificio a pianta rettangolare, di 18 metri per 68, di cui conserviamo tratti delle mura perimetrali nelle attuali cantine dello stabile di via Bossi al numero 4, tra via Bossi e via Lauro.

L'edificio era suddiviso al suo interno in quattro navate grazie a tre file di pilastri, e probabilmente aveva un cortile aperto. Questa costruzione era destinata alla conservazione delle derrate alimentari destinate alle truppe, e nelle altre città romane era collocata usualmente in prossimità di importanti vie di comunicazione e presso approdi fluviali per facilitare la distribuzione ed il trasporto dei prodotti ivi conservati.

L'Horrea di Mediolanum si trovava anch'esso non lontano dalla cerchia muraria urbana, lungo la via che, attraversata la Porta Comasina, puntava verso Comum, mettendo in comunicazione Mediolanum con la regione dell'Alto Reno e del Danubio.



IL CIRCO

Vicino al palazzo dell'imperatore sorgeva anche il Circo: la grande torre dei carceres, cioè i cancelli dai quali scattavano i cavalli durante le corse e gli spettacoli, si è trasformata nei secoli a divenire il campanile del Monastero Maggiore (Museo Archeologico di Corso Magenta).

Oggi restano visibili solo 27 m del Circo, per un'altezza di 5, e gli attacchi delle volte che reggevano le gradinate. Anche la costruzione della struttura del Circo viene attribuita alla politica di propaganda voluta dall'imperatore Massimiano durante il suo soggiorna a Milano.

Poche città potevano vantare di possedere un circo, poiché era simbolo di un grande potere economico, visto il costo del mantenimento di una struttura così grande e dei cavalli, e militare. Nel Nord Italia, oltre a Milano, solo Aquileia possedeva un circo. L'edificio misurava 470 metri in lunghezza e 85 in larghezza, e fu il più grande costruito durante l'epoca della Tetrarchia.

Era costituito da due piste rettilinee unite da due curve e divise da un elemento rialzato, chiamato spina. Tale configurazione è facilmente riscontrabile nei resti del Circo Massimo di Roma. I due estremi del circo avevano inoltre un aspetto diverso, poiché una parte fungeva da raccordo tra le due gradinate laterali, dove sedevano gli spettatori, mentre l'altra aveva un funzione monumentale e fungeva da ingresso.

Vi erano inoltre, in quest'area, i carceres, ossia i cancelli o le porte da cui partivano le bighe (carri trainati da due cavalli) o le quadrighe (carri trainati da quattro cavalli). Due torri solitamente delimitavano la zona dei carceres. Le gradinate erano inoltre suddivise in diverse sezioni: vi era un tribuna riservata all'imperatore, una tribuna ai giudici e quelle dedicate al popolo.

Le gare si svolgevano in senso antiorario e si componevano di sette giri della pista, che terminavano una volta raggiunta la meta, situata in prossimità della tribuna dei giudici.

Il circo occupava un'area grossomodo compresa tra corso Magenta, via del Torchio, via Brisa, via Cappuccio, via Circo e via Morigi. Della costruzione originaria si sono conservate parti delle fondamenta delle gradinate, scoperte in alcune cantine di via Brisa e via Morigi, e alcuni residui in muratura in via Circo, isolati dalle costruzioni vicine e visibili in un giardino.

Via Circo mantiene grossomodo l'andamento della curvatura dell'emiciclo che fungeva da raccordo tra le due piste, assunta da edifici moderni sorsi all'interno delle rovine della struttura, come accadde per piazza dell'Anfiteatro a Lucca o alle vie costruite nei pressi dell'anfiteatro romano di Firenze. La parte meglio conservata della struttura è una delle torri dei carceres, che serviva a dare una funzione monumentale all'edificio.

Nonostante sia stata rimaneggiata nei secoli successivi, deve la conservazione del basamento e del nucleo poiché utilizzata già nell'VIII secolo come torre campanaria della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore di via Luini. Sono inoltre visibili, inglobate nella torre, il fusto di una colonna priva di capitello e una mensola decorata con foglie d'acanto appartenente alla struttura originaria o al palazzo imperiale. Nel vicino giardino del Museo Archeologico è visibile inoltre un tratto del muro ed una torre che costeggiavano l'edificio.



EDILIZIA PRIVATA

Poiché dall’analisi epigrafica si ricava che la percentuale di liberti è molto elevata, è possibile che esistessero anche a Milano case a più piani come a Roma e a Ostia, considerate popolari, anche se inizialmente costruite secondo la tradizione celtica in legno. Augusto pose come limite massimo per l’altezza delle case d’abitazione 33 m, corrispondenti a 5-6 piani fuori terra.

La casa ad appartamenti era un modello edilizio sconosciuto nel mondo antico, con apertura più verso la strada che non verso il cortile interno, a testimonianza di una concezione urbanistica pianificata, soprattutto in età traianea. Mentre a Roma l’uso del mattone in fornace trovò impiego soprattutto da Tiberio in poi, in provincia questo uso è testimoniato già in età augustea.

Mediolanum non poteva certo vantare la densità abitativa di Roma, ma non si è ancora riusciti a portare alla luce un’insula per poter stabilire dei raffronti con quelle romane. Le colonie della Gallia, posteriori alla conquista cesariana, attestano un modulo per insule variabile tra 100 e 160 metri, contro lo standard di 70 m x 80 m della Gallia Cisalpina, al quale Mediolanum sembrerebbe adeguarsi.

Poiché era il legno il materiali di costruzione prevalente, data l’abbondanza di alberi nella zona e la totale assenza di ciottoli di fiume e di pietre da costruzione, non abbiamo quasi speranze che gli scavi ci restituiscano le tracce del mondo celtico: è rimasta solo l’impronta romana.


Domus

In quanto alle domus, ognuna aveva il suo Larario. I ritratti dei Lari domestici erano contenuti in un armadietto a sportelli, che il membro più autorevole della famiglia apriva solo in determinate occasioni. Ogni armadietto era munito di un’iscrizione col nome e i titoli del defunto e componeva una specie di albero genealogico. Il diritto alle immagini era in origine strettamente gentilizio e tale rimase finché solo i patrizi furono ammessi alle magistrature ordinarie, poi fu esteso a chiunque avesse ricoperto una magistratura. Quindi, le edicole funerarie copiano i larari per il desiderio da parte di ceti emergenti di imitare l’aristocrazia.

La tradizione voleva che lo spirito degli antenati aleggiasse nella casa e avesse sede nel pavimento, per cui le briciole che cadevano a terra durante il pranzo venivano loro offerte. In epoca tarda si diffuse la moda dei pavimenti non spazzati, ossia rivestiti di mosaici che imitavano gli avanzi dei pranzi caduti a terra.



NECROPOLI

La Basilica NovaLungo il Decumano Massimo ( Corso di Porta Romana ), l'area di San Nazaro e le zone limitrofe fino a via Santa Sofia sono caratterizzate da nuclei di tombe, che si ritrovano anche sull'area dell'attuale Policlinico. Sull'attuale Corso Italia sono state scoperte delle tombe ad inumazione, presso le chiese di S. eufemia e di S. Celso. Le lapidi ritrovate testimoniano la presenza a Milano di commercianti, carpentieri, calzolai, fabbri ferrai, tessitori, grossisti di vino, trasportatori a dorso d'asino, agenti di commercio. Le necropoli fuori città servivano probabilmente per il ritrovo dei Cristiani prima dell'Editto di Costantino (Editto di Milano, 313 d.c.): dopo quella data venne avviata la costruzione delle Basiliche ed il ritrovarsi in segreto non fu più necessario.

Alla fine del III secolo possiamo far risalire la necropoli situata lungo l'attuale Corso di Porta ticinese, come pure quella sull'area poi occupata dalla chiesa di S. Eustorgio. Particolarmente ricca di testimonianze è l'area di Piazza Sant'Ambrogio: essa aveva una destinazione funeraria fin dal primo secolo d.c. Ospitò successivamente cimiteri paleocristiani, il cui sviluppo venne favorito dalla fondazione della Basilica ambrosiana. Poco più ad ovest, lungo via S. Vittore, si estendeva un'altra necropoli.



LA POPOLAZIONE

A Mediolanum circolavano in prevalenza barbari, confusi tra i Celti autoctoni. Tutto doveva essere più barbarico a Mediolanum: il vestiario (preferite le brache e le calzature galliche), il cibo (burro al posto dell’olio), le case (coi muri in argilla e la prevalenza di legno), le strade, spesso solo glareate, le sepolture.

Dalle epigrafi rinvenute a Milano si possono trarre elementi per conoscere i Milanesi dal I sec. a.c. al II d.c. Il monumento sepolcrale tipico della Val Padana è la stele a più ritratti inseriti in una nicchia come i ritratti degli antenati nei larari domestici, con l’iscrizione dedicatoria e l’indicazione dell’attività del capofamiglia.

La gens Albucia è di chiara origine celtica ed è tipica del milanese: M. Albucius Priscus, Albucius Crispinus e Albucius Vindilli, un veterano dell’VIII Hispanica; C. Albucio Silo è l'oratore novarese che nel 15 a.c., davanti alla statua bronzea di Marco Bruto nel foro mediolanense, chiese più libertà al proconsole L. Pisone.

Numerosissime a Milano e nell’agro la gens Atilia, la gens Cassia, forse la più diffusa su tutto il territorio della Transpadana. Vi erano poi i Novelli, i Sentii, i Virii, uno dei gentilizi più diffusi a occidente dell’Adda, specialmente a Como, gli Iunii. Quinto Novellio Vatia dedica una lapide al fratello Caio Novellio Rufo, due cognomina di origine celtica ancora usati in età augustea.



I POTERI A MEDIOLANUM

I consigli municipali erano un Senato, cioè la curia, formata da decurioni, il cui numero variava secondo la grandezza di ogni municipio. Questi costituivano un consiglio di magistrati che controllava la vita pubblica. Poiché la ricchezza tendeva a restare sempre nelle stesse famiglie, i notabili municipali divennero una classe ereditaria.

Ogni città aveva i duo-viri annuali sul modello del consolato per la presidenza della curia e quelli quinquennali per mansioni speciali, come il censimento. Fino a tutto il II sec. la plebs cittadina elesse i magistrati con normali elezioni, poi solo su designazione imperiale. I magistrati si occupavano della realizzazione delle opere pubbliche, spesso incompiute per carenza di fondi.

Inoltre facevano parte delle magistrature i seviri, una carica pubblica modesta ma di prestigio per i liberti. Il sevirato era una magistratura municipale onoraria, per liberti arricchiti, che dava un certo lustro nelle città di provincia e comportava l’organizzazione di pubbliche feste, tra cui i giochi gladiatori, il cui alto costo diveniva una testimonianza tangibile di ascesa sociale. I seviri erano eletti annualmente dai decurioni, dietro deposito di un'ingente summa honoraria ed erano organizzati in un collegio e il quaestor gestiva la cassa comune (arca).


Gli augustali

Augusto ammise i liberti lotre che al sevirato, all’augustalità, per potenziare la propaganda imperiale nei municipi, favorendone la commistione fra le due cariche. Alcuni magistrati esercitavano a Milano e anche in altre città, come C. Cornelio Rufo, seviro a Milano e quattuorviro a Lodi, o Q.

Audasius Acmazon seviro augustale c(ultor) d(omus) d(ivinae) Mediolani e a Foro Popilii. Il sevirato declinò verso la fine del I sec. d.c., scomparendo nella prima metà del II sec., per cui le epigrafi ritrovate sono di facile datazione.

Il seviro prefetto iure dicundo era un funzionario incaricato di prendere occasionalmente il posto dei VI-viri fino alle nuove elezioni.


I seviri iuniores

L’organizzazione degli iuvenes era una sorta di milizia locale, raggruppando figli di notabili e giovani di più umile condizione ai quali è stata data un’educazione di tipo militaresco. Onoravano in maniera particolare Marte.

I seviri iuniores milanesi pervenivano spesso alle magistrature municipali, come L. Valerio Virillione, la cui lapide è stata rinvenuta presso S. Marco nel fossato urbano.


Amicus Augusti

Da S. Protaso ad monachos è emersa la lapide di C. Sentio Quadrato, "clarissimus vir e amicus Augusti", personaggio molto in vista, al quale era permesso di intrattenere con l’imperatore rapporti personali e di essere ammesso al ricevimento del mattino. Nel suo consilium principis, fatto per togliere sempre più il potere esecutivo dalle mani del senato, Augusto fece entrare parecchi amici, tra cui venivano scelti i comites.

Gli amici che accompagnavano l’imperatore dimoravano con lui, partecipavano anche senza invito alla mensa imperiale, venivano salutati con un bacio, portavano un anello d’oro con il ritratto dell’imperatoree, morendo, lasciavano un legato all’imperatore (abolito con Costantino). Comes indica inizialmente il “compagno di viaggio” e diventa nel IV secolo sinonimo di minister.
I governatori delle province incaricati della giurisdizione civile e criminale portavano seco dei compagni (comites) che li assistevano. Da ciò l’uso di formare una specie di coorte di giovani di buona famiglia, che finiti gli studi di diritto facevano così i primi passi della carriera pubblica. Nell’impero appartenevano alla classe degli equites, ma vi si trovavano anche giovani di ordine senatorio. Erano solo consiglieri le cui spese di mantenimento erano a carico dei comuni, sotto l’impero vennero pagati dallo Stato. Dai governatori delle province derivarono i comites Augusti, titolo che indicava uomini esperti negli affari.


Uffici amministrativi

Per quanto riguarda gli edifici dell’amministrazione pubblica è probabile che i rappresentanti dell’amministrazione imperiale su tutto il territorio a nord del Po risiedessero a Milano, come ad esempio il legatus Augusti pro pretori regionis Transpadane, carica che compare sotto Traiano.


Coorte dei Vigili

A Roma tra gli edifici connessi con la riforma urbanistica di Augusto c’è la caserma (statio) della I coorte dei vigili: stationarii e burgarii sorvegliavano strade e mercati e svolgevano funzione di controllo ascoltando quello che si insegnava nelle scuole.
A Mediolanum il collegio dei centonari e dei fabbri fungeva da corpo di vigili del fuoco, grazie ai centoni, gli spessi drappi con cui si soffocava il fuoco.

Il collegio, al quale appartenevano anche gli operai, era organizzato per centurie e fabbricavano abiti, tende militari e coperte destinate a estinguere incendi e a proteggere i soldati dalle frecce nemiche (secondo quanto narra Cesare nei suoi Commentarii).

Il Catabulum, che a Roma era la sede del cursus publicus, ossia la posta centrale, doveva avere un corrispettivo a Mediolanum, e così il Tabularium, l’archivio di Stato costruito a Roma da Silla tra il 92 e il 79 a.c., aveva un corrispettivo milanese. Ma non se ne ha ancora notizia.


I mercati

Nè si sa dove fosse il foro Boarium, o se il foro Holitorium fu sempre nell’area del Verziere, o se c’era un apposito mercato per gli schiavi. Sappiamo che davanti ai carruces delle porte Giovia e Vercellina, come davanti a tutte le altre porte principali, stazionavano i facchini e i trasportatori, che formavano una corporazione molto potente.

C’era un intenso traffico di venditori ambulanti: i libelliones vendevano libri usati; gli esercenti le popinae, gli spacci le vivande calde, e i salarii (salumieri) mandavano in giro i loro garzoni; mercanti di stuoie e tappeti proponevano le merci ai passanti; alcune strade erano invece specializzate, come a Roma l’Argiletum, dove convivevano librai e calzolai, poiché entrambe le categorie avevano la pelle conciata come materia prima.

Le più famose scarpe a Roma erano quelle celtiche, di cuoio ma anche di legno, come la gallica, uno zoccoletto. Non sappiamo dove si trovasse il mercato delle calzature in età romana, ma per tutto il medioevo si localizzò nel portico di S. Tecla, vicino alla via dei librai, S. Margherita.

Mediolanum ebbe anche le sue industrie, quelle tipiche dei paesi celtici: bronzo, armi, calzature, stoffe, carrozzerie. Risalenti all’età augustea sono un’officina per la fusione del ferro e una macelleria di carni bovine appena fuori delle mura, in una zona oggi corrispondente a piazza Erculea-via Rugabella. Il canale che correva parallelo al corso di Porta Romana era diventato una discarica. Le fucine erano pericolose per gli incendi e venivano collocate preferibilmente fuori dalle mura ma in vicinanza di abbondante acqua.

La prevalenza nell’occupazione è data dalle attività manufatturiere e commerciali, come si ricava dalle lapidi sulle corporazioni (collegia), come quello già citato dei Fabri e Centonari e dei Negotiatores. La lapide dei Vettii, murata negli archi di Porta Nuova, presenta nel podio la scena della vendita a braccia di un tessuto, per cui sappiamo che C. Vettius era un negotiator sagarii. Esistono a Milano altre lapidi che attestano il commercio dei tessuti.

Si doveva importare molto papiro per la carta o pergamena, nonchè ceramica, vetro, oggetti sontuari, pietre da costruzione, sale e spezie. Il collegio degli iumentari di Porta Vercellina e Giovia si occupava di fornire in affitto veicoli e animali da soma, e di sicuro anche gli altri carruces (carrobi) avevano lo stesso servizio.

E’ attestata anche l’industria del bronzo, ricordata in due lapidi che citano il collegium aerariorum, ma disgraziatamente non si è potuta trovare neppure una statua o anche solo comuni oggetti d’uso domestico, perché il bronzo è stato rifuso in continuazione.



LA MILIZIA

L’esercito è alla base della società romana e i Cisalpini continuarono a confluirvi numerosi ancora per il I sec. d.c. Tra i militari compaiono alcuni veterani: Albucius Vindilli della VIII Hispana, M. Ennius della III Macedonica, due legioni che scompaiono dopo la riforma di Ottaviano. Il milanese Caio Manlio militò nella VIII Augusta, che era stata in Dalmazia, poi in Pannonia, quindi in Mesia sotto i Giulio-Claudi e infine in Germania a partire da Vespasiano. Anche la IV Scythica nella quale militò S. Octavius era in Mesia, poi andò in Siria con Nerone. I veterani si univano all’ordine dei decurioni entrando nell’ambiente dei notabili.

Ufficiale era il primipilo Caius Asinus, qualifica ricoperta da soldati italici solo fino al I secolo, poi assegnata a provinciali; i signiferi Aurelio Ianuario e Tutilius, quest’ultimo anche aquilifero, erano fra i più alti graduati di truppa della legione. L’aquilifero era il primo centurione della prima centuria del primo manipolo del reparto di veterani e aveva un posto nello stato maggiore della legione.

Ogni legione aveva un’aquila, alla quale veniva reso culto; ogni manipolo (due centurie) possedeva un signum affidato a un signifer che indicava sempre la direzione da seguire in battaglia e in marcia e che sorvegliava nel campo i depositi di denaro collocati sotto l’edicola delle insegne. Nel campo vi erano sentinelle specialmente incaricate delle vigilanza dei signa.

Abbiamo poi la lapide dell'eques speculator P. Sulpicio Peregrino, ossia un esploratore a cavallo appartenente alla tribù Oufentina, morto a 28 anni dopo nove anni di servizio.

I combattenti dovevano ubbidire anche a segnali sonori, come ancora fino a pochi decenni or sono nell’esercito. In battaglia erano utilizzati soprattutto la tuba (tromba) che dava i segnali di assalto e ritirata, come anche di partenza dal campo.

Il cornu, una tuba ricurva e rinforzata, suonava per i portatori di signa. L’horologiarius indicava ai musici quando dovevono suonare i cambi della guardia. Anonimo è rimasto il cornicen missus (suonatore di corno) della XIII Gemina, la cui lapide venne reimpiegata nella ricostruzione della Porta Romana.
Inoltre l’esercito svolgeva anche funzioni di polizia: stationarii e burgarii sorvegliavano strade e mercati, facevano la guardia alle prigioni, curavano il servizio postale e proteggevano la raccolta delle imposte.

I soldati veneravano la Disciplina, una sorta di Genius cui venivano eretti altari nei campi. I Romani avevano l’abitudine di divinizzare delle astrazioni, come Genius et Honor; l’uso di giurare per il Genio del principe verrà reso obbligatorio da Domiziano quale prova di fedeltà. L’Onore designava dapprima un atteggiamento individuale, il rispetto di un codice di condotta, poi espresse la gloria legata sia all’esercizio di una funzione, sia alla frequentazione di un alto personaggio, magari divinizzato.



LA RELIGIONE

Dale epigrafi e le are votive mediolanensi emerge un pantheon simile a quello romano, eccettuata l'assenza di dediche a Marte. Al primo posto troviamo Giove, sia nella versione di Giove Ottimo Massimo sia in quella di Deus Magnus Pantheus.

Nei pressi di Porta Giovia a S. Giovanni sul muro, si è trovata ai primi dell’Ottocento la grande testa di Giove riprodotta nell’illustrazione qui sotto.

Ercole è presente in tre lapidi, anche come Hercules Inpetrabilis ed Hercules Invictus; Silla si era identificato con questo semi-dio, sulle orme di Alessandro Magno. La devozione dei mediolanensi per questa divinità è però dimostrata dalle lapidi votive emerse nel tempio di Ercole a Lodivecchio, presso la riva dell’Adda: su nove dediche, ben sette erano di mediolanensi.

Mercurio, che a detta di Cesare era la principale divinità celtica, ha un culto documentato; esistevano anche Silvano e il culto locale alla Fons Perennis di S. Calogero.
A Milano esistevano diversi mitrei, difficilmente collocabili, tranne quello rinvenuto per gli scavi di piazza Diaz.

Ne attesta il culto M. Valerio Massimo, sacerdote di Mitra e studioso di astrologia, la cui stele sepolcrale, rinvenuta sotto i portici di S. Simpliciano, I - inizi II sec. d.c., un periodo molto precoce per la diffusione del culto.

Un’altra epigrafe, trovata nei pressi di S. Ambrogio, informa che P. Acilius Pisonianus ha restaurato uno speleum mitraico a sue spese dopo che un incendio lo aveva distrutto e il Comune aveva ripulito l’area.

Fra le divinità femminili, a parte le già menzionate Matrone, è Diana a ricevere il maggior culto.

Epona è presente in una dedica: è la divinità femminile a cavallo diffusa in tutto il contesto celtico. Si sa però che questa Dea era stata adottata dai Romani sia per la passione delle corse, sia perchè venereta dagli equites, i cavalieri romani.

A Mediolanum però Epona è più spesso appiedata e più somigliante a Giunone, che forse in parte sostituisce.

Minerva da sola ha qui una dedica, ma sappiamo che i mediolanensi frequentavano anche altri suoi santuari fuori città, come quello di Caverzago in Val Trebbia. Raccoglieva solitamente i suffragi degli impiegati della contabilità e dei suonatori di tromba. Anche le divinità orientali Cibele (Magna Mater Idea) e Iside sono rappresentate a Mediolanum.

I Romani identificarono la Dea celtica Belisama con Minerva. Il tempio romano dedicato a Minerva i cui resti sono stati rinvenuti sotto l'attuale Duomo, potrebbe essere sorto su un santuario dedicato alla celtica Belisama.



I FUNERALI

Cambia anche il rapporto col mondo dei defunti. Per i Romani chi non celebra come si deve i riti funebri risulta contaminato e potrebbe costituire un pericolo per tutti gli abitanti. Il cittadino deve essere puro per poter partecipare alla vita pubblica e la purezza si acquisisce soprattutto occupandosi dei doveri domestici, per esempio nei confronti dei defunti.

Dal rilievo proveniente da Amiternum (vedi sopra) viene immortalato un funerale di rango elevato con otto portatori (quello comune era con sei e quello superiore con dieci), con prefiche e musici. La raffigurazione del morto in una lettiga adagiata sul fianco sopra un letto portatile è particolare per la stoffa a baldacchino di stelle e con la falce di luna.

I funerali degli uomini illustri sfilavano lentamente per il foro al suono delle trombe, accompagnati dal pianto dei familiari e dai notabili cittadini, che portavano con sé in processione le imagines degli avi, custodite nel Larario domestico appeso nell’atrio delle case.

Le imprese di pompe funebri (libitinarii) erano così lucrose anche da noi o il fatto che comportava la perdita dei diritti pubblici ne limitava l’importanza? L’impresa aveva un folto personale: i pollinctores (imbalsamatori) che preparavano la salma; i vespillones che trasportavano i cadaveri al rogo o alla sepoltura; i designatores che si occupavano della cerimonia; gli ustores addetti al rogo e i fossores per la sepoltura.

Molte steli funerarie portano la sigla D-M e LDDD, che significano “agli dei Mani” e “luogo dato con decreto dei decurioni”. Quando il defunto raggiunge gli Dei Mani è dotato di una piccola proprietà. Esaminando le tombe a cremazione si è notato che il corredo minimale è costituito da una moneta o da una lucerna o da un balsamario di vetro per le donne.

Ma non basta comprare un posto al cimitero o deporre le spoglie del defunto perché la tomba sia sacra. Occorre che il morto sia stato sotterrato in base a un certo rituale e che il collegio dei decurioni abbia dato il suo assenso per la collocazione della tomba. Il morto viene trasformato in Mane dai suoi parenti al cospetto di tutta la cittadinanza, che sorveglia la correttezza del rito. Nel caso si verificasse qualche negligenza, il defunto verrebbe trasformato in un lemure, a danno della collettività, finché i congiunti non gli rendano i dovuti onori.



UN ANEDDOTO MEDIOLANESE

In visita a Milano, Giulio Cesare si ritrova invitato a pranzo da tal Valerio Leonte, che, tra una portata e l’altra, fa servire al valoroso condottiero un piatto di asparagi lessati e conditi con abbondante burro, da accompagnare con le tipiche uova in cereghin. L’ospite romano si sforza non poco di mangiare la pietanza imburrata, abituato com’è all’olio d’oliva, tanto che il burro lo usa come unguento!




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2 comment:

Anonimo ha detto...

Il primo teatro in muratura non è quello di Pompeo a Roma (55 a.C), ma quello di Bononia (Bologna, 88 a.C.).

Davide Clerici on 15 aprile 2015 19:14 ha detto...

Grazie

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