VILLA DEI QUINTILII





La villa dei Quintili era una villa immensa, la più vasta fra tutte quelle del suburbio romano dopo villa Adriana.
Era così vasta che nei secoli scorsi si pensava che fossero i resti una città, alla quale si dava il nome di "Roma Vecchia".

I resti appartenevano invece a una ricca villa di proprietà di due fratelli, Sesto Quintiliano Condiano e Sesto Quintiliano Valeriano Massimo, da cui il nome di Villa dei Quintili.




PRIMA DEI QUINTILI

Alla fine dell'età repubblicana, più di cento anni prima della costruzione della Villa, il terreno apparteneva probabilmente al ricco e famoso oratore Quinto Cecilio.

Questi, morendo, lo avrebbe lasciato in eredità al nipote Pomponio Attico, un caro amico di Cicerone, che volle infatti essere sepolto proprio presso il quinto miglio dell'antica 'regina viarum'.

Non sappiamo più nulla sulla storia del luogo fino a che, probabilmente intorno al 130 d.c., vi si iniziò a costruire la villa dei Quintili.

La Soprintendenza archeologica di Roma ha acquistato il terreno nel 1985, e solo dal 1986 la villa dei Quintili è diventata patrimonio demaniale.

La fastosa villa suburbana appartenne ai fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Valerio Massimo, consoli nel 151 d.c. e discendenti patrizi di una grande e ricca famiglia senatoriale.

Il complesso era poi stato chiamato fin dal quindicesimo secolo anche "Statuario", a causa delle statue che tornavano alla luce in grande quantità, ma soltanto nel 1828, dopo il ritrovamento di fistule plumbee con scritto: “Quintilii Condianus et Maximus”, fu appurato che il complesso era stata la proprietà dei fratelli Quintilii.

Questi discendevano dai Quinctii, grande famiglia di Alba Longa che venne inserita nella cittadinanza romana dopo la sconfitta della città latina.

Lì, alle Fossae Cluiliae, era stato posto l'accampamento dei Curiazi prima della battaglia con gli Orazi, lì si decisero le sorti tra Roma e Albalonga, la terra natia dei Quinctii, non è strano dunque che i loro discendenti, i Quintili, abbiano scelto di edificare lì accanto la loro villa suburbana, a memoria delle antiche glorie familiari.

TERME


I FRATELLI QUINTILII

Oltre che per le ricchezze e le capacità, i due fratelli furono famosi per l'accordo che regnava fra loro, tanto che ebbero insieme importanti incarichi nell'Amministrazione imperiale.

Grazie all'amicizia e alla protezione dell'imperatore Antonino Pio e di Marco Aurelio, profondo conoscitore di uomini, ebbero una carriera politica sfolgorante. I Quintili ricoprirono il consolato nel 151, sotto Antonino Pio, ed ebbero importanti incarichi in Grecia ed Asia sia al tempo di Antonino Pio che di Marco Aurelio.

Furono infatti governatori dell'Acaia (Grecia) e della Pannonia (Ungheria) dove riuscirono a fermare tentativi di invasione dei Germani; unitamente arrivarono addirittura alle cariche consolari, senza mai un dissidio.
Vissero sempre uniti fino alla morte.

Gli eruditi fratelli furono inoltre autori di un famoso trattato in lingua greca sull'agricoltura, purtroppo andato perduto.

Si sa che vennero fatti assassinare, insieme al figlio di uno dei due, nel 182 d.c., dall'imperatore Commodo che li accusò di avere preso parte ad una congiura contro di lui organizzata da Lucilla, la sorella dell'imperatore.

Probabilmente solo un pretesto per eliminare i Quintili, ed impadronirsi così di tutte le loro proprietà, inclusa la splendida villa.

L'assassinio dette luogo, come di solito si usava, alla confisca di tutti i loro beni tra cui appunto la Villa sull'Appia che entrò a far parte delle proprietà imperiali per diversi secoli.

Coi numerosi interventi di ampliamento, ristrutturazione e manutenzione, la villa divenne una lussuosa residenza imperiale, la più grande dell'area suburbana romana.

Vi si notano due fasi costruttive: una, in opera laterizia, del periodo dei Quintili, intorno al 150 d.c. e una in opera listata, relativa al periodo di Commodo circa un secolo dopo, quando divenne residenza imperiale.

DIVINITA' ORIENTALE
Alla morte di Commodo la struttura passò ai Severi e quindi ai Gordiani, che nel III sec d.c., modificano alcune strutture come si deduce dall'analisi dei bolli laterizi.

La grande proprietà mantenne la funzione di villa imperiale per tutto il III secolo.
Il complesso rimase poi parzialmente in uso fino al VI secolo (sono stati ritrovati bolli laterizi dell'epoca di Teodorico), dopo di che andò progressivamente in rovina.

Come per tutte le antiche proprietà imperiali, anche il fundus dei Quintili passò nei secoli in proprietà di varie istituzioni ecclesiastiche.

Nel X secolo fece parte del patrimonio del monastero di Sant'Erasmo al Celio, poi, dal XII sec., in quello di Santa Maria Nova (Santa Francesca romana).

La Villa dei Quintili che si estende dall'Appia Antica all'Appia Nuova, era chiamata un tempo "Roma vecchia" in cui i romani comprendevano anche le ville dei Sette Bassi sulla via Latina e dei Gordiani sulla Prenestina.



GLI SCAVI

Nel 1485 alcuni frati scoprirono casualmente il corpo di una fanciulla all'interno di un sarcofago, perfettamente conservato e con un diadema d'oro nei capelli. Si pensò, erroneamente che si trattasse della figlia di Cicerone, Tulliola, essendo non lontana la tomba dell'oratore.

ZEUS
La tenuta passò verso la fine del Settecento all'Ospedale del Santissimo Salvatore ad Sancta Santorum (oggi Ospedale di San Giovanni), finchè passò alla Camera Apostolica.

Questa autorizzò l'uso dei materiali disponibili o ritrovati in loco e gli eventuali scavi con un'attività di spoliazione incessante, tanto che all’antico toponimo di “Roma Vecchia”, si sostituì quello di “Statuario”.

Nel 1797 fu venduta dal Monte di Pietà, che gestiva i beni dell'Ospedale, al principe Giovanni Raimondo Torlonia.

Di scavi finalizzati al ritrovamento di opere d'arte, autorizzati dalla Camera Apostolica, si ha notizia a partire da papa Clemente XIII (cioè da metà del Settecento): l'interesse principale dell'amministrazione pontificia per questi reperti era ancora di natura prevalentemente commerciale, per arricchire le collezioni private delle diverse autorità.

Diverse campagne di scavo furono intraprese tra il 1783 e il 1792 per volontà di Pio VI, allo scopo di arricchire il Museo Pio-Clementino, fondato dal suo predecessore Clemente XIV che già aveva però depredato la villa vendendo i vari reperti al migliore offerente.

Tra le sculture più note rinvenute in questo periodo, attualmente conservate tra i Musei Vaticani, la Gliptoteca di Monaco, il Louvre e collezioni private, emergono in modo particolare la cosiddetta Venere Braschi, l'Apollo citaredo e due esecuzioni del Fanciullo con l'oca.

NIOBE
Con il passaggio della tenuta ai Torlonia, come si è detto, furono ripresi scavi sistematici e tutti i ritrovamenti andarono ad arricchire la collezione privata della famiglia.

Tra il 1828 e il 1829 gli scavi furono condotti da Antonio Nibby che potè attribuire l'appartenenza della villa ai Quintili in quanto, sotto la sua direzione, vennero alla luce fistole di piombo col nome dei proprietari.

Il Nibby fece inoltre un rilievo topografico dei resti archeologici, occupandosi dei ruderi più evidenti, tra le aule termali e il Teatro marittimo. Emersero così due colonne in marmo cipollino che il Valadier utilizzò per la nuova facciata del Teatro Tordinona, di proprietà dei Torlonia.

Altri scavi nel 1834-1840 e nel 1850-1856, creando dissidio tra i lavori di Torlonia affidati a Giovanni Battista Guidi e il governo pontificio che stava scavando sull'Appia Antica con Luigi Canina.

Il tutto si risolse con la chiusura del cantiere del Canina e il dono di alcuni reperti al governo da parte del Guidi "come ornamento e arredo della via Appia".

L'unità d'Italia diede nuovo impulso alla valorizzazione dell’antica Roma.

TERME
Così venne intrapreso il ripristino del Ninfeo della Villa prospiciente l'Appia Antica, nell'aspetto che oggi presenta, attraverso le campagne di rilevamento condotte dall'archeologo Thomas Ashby tra il 1899 e il 1906 dopodichè la Villa fu topografata e fotografata dallo stesso Thomas Ashby.

Verso il 1920 furono fatte nuove scoperte, del tutto casuali: le grandi statue acefale di Apollo citaredo e di Artemide, oggi al Museo nazionale romano a Palazzo Massimo, e nel 1929 i resti di una villa rustica al km 7 della via Appia pertinente alla Villa dei Quintili.

Nel 1998-99 è stata condotta una campagna di interventi sistematici tesa ad esplorare ulteriormente e a rendere visitabili le emergenze principali della villa.

Con l'occasione, sono emersi nuovi ambienti e si è resa più evidente l'interconnessione tra i vari spazi.

Molti degli oggetti sono sparsi per i vari musei del mondo come la famosa Venere Braschi oggi conservata nella Gliptoteca di Monaco di Baviera, ma molti altri si possono ammirare nell'Antiquarium della villa allestito nell'ex-stalla del casale dei Quintili che si affaccia sulla via Appia Nuova.

TERME
Durante gli anni Venti del Novecento furono fatte nuove scoperte, del tutto casuali: le grandi statue acefale di Apollo citaredo e di Artemide, oggi al Museo nazionale romano a Palazzo Massimo.

Infine, dopo l’acquisto nel 1986 da parte dello Stato italiano, sono stati effettuati scavi più scientifici e moderni.

Attualmente la villa è attrezzata per le visite per un'estensione di circa 24 ettari, che comunque costituisce solo una parte dell'estensione originaria, visto che sono stati trovati dei nuclei anche nelle proprietà private confinanti con questa.

La Soprintendenza Archeologica di Roma effettua scavi sistematici, che consentono di “leggere” la Villa in modo sempre più dettagliato e fruibile all’interesse dei visitatori.

In un casale ai confini della Villa la soprintendenza ha aperto un Antiquarium che raccoglie reperti di grande interesse.



DESCRIZIONE

Lo scrittore greco Olimpiodoro scrisse che:
"la villa conteneva tutto ciò che una città media può avere, compresi un ippodromo, fori, fontane e terme".

La Villa si estende tra l’Appia Antica e l’Appia Nuova all’altezza del V miglio della "Regina Viarum", proprio dove gli antichi ritenevano fosse avvenuto, al tempo del re Tullo Ostilio, il leggendario scontro fra gli Orazi e i Curiazi che valse a Roma la supremazia su Alba Longa.

La villa si articola in cinque nuclei, su un terreno ondulato compreso tra l'Appia Antica e l'Appia Nuova.

Vi si distinguono, ad ovest, un gruppo di piccoli edifici, probabilmente delle tabernae, un monumentale ninfeo a due piani che si affaccia sull'Appia antica, costituito da un'ampia esedra circolare, scandita da nicchie e con al centro una grande fontana.

Nel Medioevo fu occupato da un castello di cui si notano i resti. Dietro il ninfeo vi è un grande giardino di 300 m x 108.

Al di là del giardino, verso nord, si trovano gli ambienti termali con frigidarium, tiepidarium e calidarium, e accanto una sala rotonda del diametro di m 36, probabilmente una piscina scoperta.

A est di questa sorge la zona residenziale, del nucleo originario della villa, che risale alla prima metà del II secolo d.c. come testimoniano i bolli dei mattoni.

Sul lato orientale c'è secondo giardino a forma di circo, un ippodromo aggiunto alla villa in epoca più tarda. Infine, a nord, i resti delle abitazioni servili.

Un articolato sistema di condotti e cisterne garantiva l’approvvigionamento idrico dall’acquedotto principale agli ambienti della Villa, residenziali e termali, permettendo così anche il riscaldamento.

AREA RESIDENZIALE


IL NINFEO

L'ingresso originario è tra i due plinti adiacenti all'Appia Antica, dove si vede lo zoccolo di un muro; sopra, fra due colonne, un bel portone a fastigi dal quale si entrava e ci si trovava nell'ippodromo.

ERCOLE
Il grande ninfeo a due piani costituiva pertanto l’ingresso vero e proprio della villa: da qui attraverso il portone situato tra due colonne si entrava nel parco dove attraverso diversi viali si arrivava alla villa vera e propria.

Un ampio emiciclo con nicchia sul fondo era fiancheggiato da due sale termali con zampilli d'acqua, raccolta in un bacino centrale di cui resta il nucleo in calcestruzzo, con marmi pregiati, nicchie e colonnato..

Il rivestimento era di marmi, statue e decorazioni marmoree. Qui si rinvenne una statua di Ercole con forse un tempietto.

Era formato da un'ampia esedra semicircolare, con una nicchia sul fondo e una grande fontana al centro. Il pavimento, di cui restano tracce, era in mosaico bianco a grosse tessere.

La parte originaria è in opera listata, a filari alterni di mattoni e tufelli, del periodo di Comodo.

Davanti alcune colonne formavano un "propileo", di cui rimane la colonna accanto all'ingresso attuale e un pilastrino; quindi l'ingresso era costituito da tre passaggi monumentali che portavano al ninfeo; il tutto era rivestito di marmi, con statue e decorazioni varie.

Oggi il ninfeo è compromesso, in quanto trasformato in castelletto nel medioevo dai conti di Tuscolo, che tra il IX e il XI secolo erano padroni di gran parte del Lazio e in seguito il passò agli Astalli o forse ai Castani.

In alto a sinistra c'era una torre che controllava il traffico lungo la strada e girando intorno al ninfeo, si vede ancora il lungo muro pieno con in alto un canale, in origine coperto, dell'acquedotto che alimentava il ninfeo.

LE TERME


LE TERME

Al di là del giardino, verso nord, alcuni grandiosi ambienti facevano parte del complesso delle terme: un'aula rettangolare, con pareti aperte da finestroni su due piani e una piscina al centro, originariamente rivestita di marmo; una grande sala rotonda probabilmente scoperta ed adibita a piscina.

Il complesso termale era costituito da ambienti disposti su due livelli, di cui facevano parte due grandi aule di cui i recenti scavi hanno rivelato la destinazione.

In una era sistemato il calidario, occupato quasi interamente dalla vasca per i bagni caldi, nella quale si entrava per una completa immersione dai gradini disposti su tre lati.

Si conservano i vani dove l’acqua veniva scaldata e da cui partiva un sistema di rialzamento della pavimentazione con file di mattoncini, per permettere all’aria calda di circolare nell’intercapedine così ottenuta.

Nell’altro ambiente era sistemato il frigidario, composto da una grande sala centrale alla quale si allineavano, sui lati corti, due vasche per i bagni freddi, che mostrano ancora il sistema di immissione e scarico delle acque.

E’ l’ambiente più riccamente decorato, quello da cui provengono statue e rilievi oggi conservati in vari musei, ma principalmente nella Collezione Torlonia. Il primo ambiente termale è un imponente frigidarium, coperto da volta a crociera, alle cui pareti si aprono grandi finestroni con vista sulla via Latina.

Il pavimento è rivestito in opus sectile marmoreum con numerosi frammenti di marmi pregiatissimi, importati da Grecia e Turchia.

Il grande arco in alto scarica il peso sugli angoli da cui partono i pennacchi della volta a crociera interna. Sotto si aprono tre grandi finestre, sui lati finestre murate.

Accanto alla sala centrale, due stanzini ospitavano le vasche per l'acqua fredda in cui si faceva il bagno seduti, come d'uso.
La vasca sul fondo presenta una nicchia, e, probabilmente, da lì viene la statua di Arianna addormentata, ora a palazzo Torlonia.

 L'intonaco coi listelli di marmo è quello per applicare le lastre marmoree.
Sul lato opposto si vede una vasca rettangolare.

Le colonne del frigidarium, trovate da Antonio Nibby nel 1828, furono utilizzate dalla famiglia Torlonia per abbellire il Teatro Apollo a Tor di Nona, ma dopo il 1870 quando furono alzati gli argini del Tevere e gli edifici lungo il fiume demoliti, le colonne vennero spostate nel chiostro michelangiolesco delle Terme di Diocleziano.

Solo di recente gli archeologi le hanno riconosciute in mezzo alle tante altre colonne del chiostro, e così sono state ricollocate in situ. Dell'intonaco originario si vede ancora qualche resto.

La stanza è illuminata da grandi finestroni rivolti a sud che, oltre a permettere alla luce del sole di riscaldare l'interno, davano la vista del bellissimo paesaggio.

La grande piscina era raggiungibile scendendo tre gradini e la vasca non è molto profonda.

Un sistema complesso riscaldava l'acqua della piscina: l'aria calda passava sia in un'intercapedine sotto il pavimento, sorretto da colonnine di mattoni (suspensurae), sia all'interno delle pareti per mezzo di mattoni forati (pareti tubulate).

Nel 1999 sono state trovate le tre bocche dei praefurnia, le caldaie che producevano acqua e aria calda.

ERCOLE
La volta era a crociera e forse rivestita a mosaico, infatti tessere di vetro, soprattutto azzurre e verdi sono trovate nel terreno, mentre nel pavimento si riconoscono i resti delle piastrelle marmoree di rivestimento.

Nel corridoio c'è un piccolo ambiente circolare con resti di pavimentazione in ardesia, tipico per gli ambienti riscaldati. probabilmente un laconicum, e ai bordi dei muri si vedono i mattoni forati che permettevano all'aria calda di riscaldare non solo il pavimento ma anche le pareti.

Conserva ancora il pregiato pavimento in lastre di marmi policromi orientali, che giaceva nascosto sotto oltre 80 m3 di terra.

Sempre nel contesto delle terme si trova il cosiddetto "Teatro marittimo", a pianta ellittica, che mostra una certa somiglianza con l’omonimo ambiente della Villa Adriana a Tivoli: costituiva un un luogo tranquillo dove riposarsi dopo i bagni nelle terme. 

Lo spazio interno infatti forse ospitava un piccolo giardino e qui probabilmente sotto un colonnato si passeggiava godendo della vista verso Roma ed i colli Albani.

Tra terme e ninfeo la villa aveva proprio bisogno di tanta acqua ed infatti era alimentata da un acquedotto privato le cui arcate si vedono bene percorrendo l'Appia Nuova subito prima del Grande Raccordo Anulare. L'acqua era derivata dall'Acquedotto Marcio, e delle grandi cisterne dentro la villa formavano una riserva.



TEATRO MARITTIMO

Circondato da finestre arcuate, alcune tamponate, probabilmente aveva una copertura in legno su di un colonnato interno che formava un portico.

Sia la tecnica costruttiva in opera listata sia i bolli laterizi dei primi anni dell'età di Settimio Severo fanno attribuire l'edificio agli ultimi anni dell'impero di Commodo o ai primi di Settimio Severo, fine II-inizio III sec. d.c.

Si direbbe un piccolo anfiteatro, o forse un viridarium, il giardino delle essenze aromatiche e delle piante ornamentali.

Nessuna conclusione è possibile oggi sulla destinazione dell’edificio forse uno scavo del pavimento originale, nascosto dal piano di calpestio moderno potrebbe fornire indicazioni preziose.



LA RESIDENZA

La zona residenziale si affacciava su un grande cortile rettangolare, pavimentato con lastre di marmi colorati così come anche le pareti e i pavimenti, mentre pitture e stucchi decoravano le volte e la parte superiore degli ambienti.

Tutte le stanze del complesso erano dotate di un vero e proprio sistema di riscaldamento tramite tubi di terracotta, inseriti nelle pareti, all'interno dei quali veniva fatta passare l'aria preriscaldata.

Gli ospiti erano accolti in un’ampia sala ottagonale per i banchetti, dove si possono ancora riconoscere parte del sistema di riscaldamento pavimentale, un monumentale ninfeo ed un criptoportico.

Gli appartamenti padronali sono divisi in una parte privata con le stanze da letto (i cubicola) e in una parte più di rappresentanza, dove si tenevano i festini con gli ospiti.

Questa parte della villa dovrebbe risalire alla prima metà del II sec. d.c. (I fase edilizia).Il settore residenziale, non ben conservato, ha una parte privata con le stanze da letto (i cubicola) e una di rappresentanza per gli ospiti.

In quest'ultima si trova una sala ottagonale, a croce greca orientata secondo gli assi cardinali, forse adibita a triclinio invernale.

Il locale era riscaldato per mezzo di intercapedini in cui passava aria calda, sia sotto il pavimento che alle pareti.

La sala rettangolare, con bellissimo pavimento a losanghe di marmo bianco e cornici di marmo rosso dà sulla grande piazza rettangolare di 36 x 12 m, pavimentata in marmo bianco, forse un piccolo foro, che collegava la zona di rappresentanza con gli ambienti privati.

ERCOLE
Vi si entrava scendendo tre gradini sul lato opposto, dietro i quali una struttura voltata probabilmente era adibita a cisterna.

Accanto un piccolo ninfeo collegato, attraverso canalizzazioni sotterranee, a cisterne ed ambienti termali. Gli appartamenti dei Quintili risalirebbero alla prima metà II sec. d.c.

Grandi finestre si affacciavano su un panorama che spaziava da Tivoli alla via Latina, alle arcate degli acquedotti Claudio-Anio Novus e Marcia-Tepula-Iulia.

Le ultime stanze sulla destra sono piccole terme private. Il podio sopraelevato che dà un aspetto maestoso alla villa derivò dalla colata lavica di Capo di Bove, dove essa si arrestò dopo l’eruzione del Vulcano Laziale.



CISTERNA

Nel lato volto ad occidente si trova una cisterna circolare, a due piani, sulla quale fu edificato nel Medioevo il Casale di Santa Maria Nuova, seguito da un massiccio nucleo cementizio di un sepolcro a forma di piramide che, per la ricchezza dei frammenti di sculture ed elementi di decorazione architettonica rinvenuti, viene attribuito proprio ai due fratelli Quintili.



GIARDINO STADIO IPPODROMO

Sul versante orientale, si estendeva un secondo giardino a forma di circo, lungo circa 400 m e largo tra i 90 e i 115 m.; uno stadio-arena che sembra fosse nata, come testimoniano anche gli scavi intrapresi, proprio per volontà di Commodo, imperatore amante degli spettacoli gladiatori e solo successivamente trasformata dopo la sua morte.

Questo prato doveva essere un ippodromo, di forma analoga a quella del Circo Massimo destinato a rallegrare, con animate gare, la vita degli abitanti della Villa. In realtà non doveva trattarsi di un vero e proprio ippodromo ma più che altro di un giardino a forma di ippodromo che doveva avere sui lati probabilmente le statue, sistemato a viali alberati con fontane.



L'ANTIQUARIUM

In un ampio locale precedentemente adibito a stalla, situato in un casale accanto all'attuale ingresso della villa sulla via Appia Nuova, è stato allestito un Antiquarium.

LASTRA CRISTIANA
Qui sono conservati i reperti ritrovati a partire dall’inizio del Novecento, quando la proprietà apparteneva ai Torlonia (che l’avevano acquistata nel 1797), e quelli rinvenuti alla fine degli anni Novanta, quando la villa era divenuta proprietà dello Stato (il passaggio è avvenuto nel 1985).

La sala è dominata da una imponente statua di Zeus seduto su una roccia, risalente alla prima metà del II secolo d.c. e circondata da vetrine in cui sono esposte statuette provenienti dall'area di un santuario dedicato a divinità orientali e a Zeus Bronton (tuonante).

Statue di Ercole, Niobe e ritratti, erme, rilievi, monete, frammenti di affreschi parietali e decorazioni architettoniche completano la piccola esposizione.

VASO
E’ conservata anche una lastra di alabastro, evidentemente riutilizzata in epoca cristiana, che reca incisa la scritta IXTOYC.

Le singole lettere che compongono questa parola, che in greco significa pesce, erano lette dai cristiani come le iniziali della frase”Gesù Cristo figlio di Dio, Salvatore”.

La parte superiore della lastra, ora dispersa, conservava la scritta “liorum” ,interpretata nell’Ottocento come parte del nome dei Quintili.

Nei secoli passati questo ritrovamento ha fatto erroneamente ritenere che i Quintili fossero cristiani e che per questo sarebbero stati uccisi da Commodo.

 
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