VILLA DEI QUINTILII



PRIMA DEI QUINTILII

Alla fine dell'età repubblicana, più di cento anni prima della costruzione della Villa, il terreno apparteneva probabilmente al ricco e famoso oratore Quinto Cecilio; questi, morendo, lo avrebbe lasciato in eredità al nipote Pomponio Attico -un caro amico di Cicerone- che volle infatti essere sepolto proprio persso il quinto miglio dell'antica 'regina viarum'. Non sappiamo più nulla sulla storia del luogo fino a che, probabilmente inotorno al 130 d.c., vi si iniziò a costruire la villa dei Quintili.

La Soprintendenza archeologica di Roma ha acquistato il terreno nel 1985, e solo dal 1986 la villa dei Quintili è diventata patrimonio demaniale. La fastosa villa suburbana appartenne ai fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Valerio Massimo, consoli nel 151 d.c. e discendenti patrizi di una grande e ricca famiglia senatoriale. I Quintili discendevano dai Quinctii, grande famiglia di Alba Longa che venne inserita nella cittadinanza romana dopo la sconfitta della città latina.

Lì, alle Fossae Cluiliae, era stato posto l'accampamento dei Curiazi prima della battaglia con gli Orazi, lì si decisero le sorti tra Roma e Albalonga, la terra natia dei Quinctii, non è strano dunque che i loro discendenti, i Quintili, abbiano scelto di edificare lì accanto la loro villa suburbana, a memoria delle antiche glorie familiari.



I FRATELLI QUINTILII

Oltre che per le ricchezze e le capacità, i due fratelli furono famosi per l'accordo che regnava fra loro, tanto che ebbero insieme importanti incarichi nell'Amministrazione imperiale.

Grazie all'amicizia e alla protezione dell'imperatore Antonino Pio e di Marco Aurelio, profondo conoscitore di uomini, ebbero una carriera politica sfolgorante: furono governatori dell'Acaia (Grecia) e della Pannonia (Ungheria) dove riuscirono a fermare tentativi di invasione dei Germani; unitamente arrivarono addirittura alle cariche consolari, senza mai un dissidio. Vissero sempre uniti fino alla morte.

Gli eruditi fratelli furono inoltre autori di un famoso trattato in lingua greca sull'agricoltura, purtroppo andato perduto. Si sa che vennero fatti assassinare, insieme al figlio di uno dei due, nel 182 d.c., dall'imperatore Commodo che li accusò di avere preso parte ad una congiura contro di lui organizzata da Lucilla, la sorella dell'imperatore. Probabilmente solo un prestesto per eliminare i Quintili, ed impadronirsi così di tutte le loro proprietà, inclusa la splendida villa.
L'assassinio dette luogo, come di solito si usava, alla confisca di tutti i loro beni tra cui appunto la Villa sull'Appia che entrò a far parte delle proprietà imperiali per diversi secoli.

Coi numerosi interventi di ampliamento, ristrutturazione e manutenzione, la villa divenne una lussuosa residenza imperiale, la più grande dell'area suburbana romana. Vi si notano due fasi costruttive: una, in opera laterizia, del periodo dei Quintili, intomo al 150 d.c. e una in opera listata, relativa al periodo di Commodo circa un secolo dopo, quando divenne residenza imperiale. La Villa dei Quintili che si estende dall'Appia Antica all'Appia Nuova, chiamata un tempo "Roma vecchia" in cui i romani comprendevano anche le ville dei Sette Bassi sulla via Latina e dei Gordiani sulla Prenestina.



DESCRIZIONE

La villa si articola in cinque nuclei, su un terreno ondulato compreso tra l'Appia Antica e l'Appia Nuova. Vi si distinguono, ad ovest, un gruppo di piccoli edifici, probabilmente delle tabernae, un monumentale ninfeo a due piani che si affaccia sull'Appia antica, costituito da un'ampia esedra circolare, scandita da nicchie e con al centro una grande fontana.

Nel Medioevo fu occupato da un castello di cui si notano i resti. Dietro il ninfeo vi è un grande giardino di 300 m x 108. Al di là del giardino, verso nord, si trovano gli ambienti termali con frigidarium, tiepidarium e calidarium, e accanto una sala rotonda del diametro di m 36, probabilmente una piscina scoperta.
A est di questa sorge la zona residenziale, del nucleo originario della villa, che risale alla prima metà del II secolo d.c. come testimoniano i bolli dei mattoni.
Sul lato orientale c'è secondo giardino a forma di circo, un ippodromo aggiunto alla villa in epoca più tarda. Infine, a nord, i resti delle abitazioni servili.
Il complesso rimase parzialmente in uso fino al VI sec. d.c., come dimostrano i bolli laterizi dell'epoca di Teodorico, poi passò alla Chiesa fino ai principi Torlonia.



IL NINFEO

L'ingresso originario è tra i due plinti adiacenti all'Appia Antica, dove si vede lo zoccolo di un muro; sopra, fra due colonne, un bel portone a fastigi dal quale si entrava e ci si trovava nell'ippodromo. Un ampio emiciclo con nicchia sul fondo era fiancheggiato da due sale con zampilli d'acqua, raccolta in un bacino centrale di cui resta il nucleo in calcestruzzo. Il rivestimento era di marmi, statue e decorazioni marmoree. Qui si rinvenne una statua di Ercole con forse un tempietto. La parte originaria è in opera listata, a filari alterni di mattoni e tufelli, del periodo di Comodo. Oggi il ninfeo è compromesso, in quanto trasformato in castelletto nel medioevo dai conti di Tuscolo, che tra il IX e il XI secolo erano padroni di gran parte del Lazio e in seguito il passò agli Astalli o forse ai Castani. In alto a sinistra c'era una torre che controllava il traffico lungo la strada e girando intorno al ninfeo, si vede ancora il lungo muro pieno con in alto un canale (in origine coperto) dell'acquedotto che alimentava il ninfeo.



LE TERME

Il primo ambiente termale è un imponente frigidarium, coperto da volta a crociera, alle cui pareti si aprono grandi finestroni con vista sulla via Latina. Il pavimento è rivestito in opus sectile marmoreum con numerosi frammenti di marmi pregiatissimi, importati da Grecia e Turchia. Il grande arco in alto scarica il peso sugli angoli da cui partono i pennacchi della volta a crociera interna. Sotto si aprono tre grandi finestre, sui lati finestre murate.

Accanto alla sala centrale, due stanzini ospitavano le vasche per l'acqua fredda in cui si faceva il bagno seduti, come d'uso. La vasca sul fondo presenta una nicchia, e, probabilmente, da lì viene la statua di Arianna addormentata, ora a palazzo Torlonia. L'intonaco coi listelli di marmo è quello per applicare le lastre marmoree. Sul lato opposto si vede una vasca rettangolare.

Le colonne del frigidarium, trovate da Antonio Nibby nel 1828, furono utilizzate dalla famiglia Torlonia per abbellire il Teatro Apollo a Tor di Nona, ma dopo il 1870 quando furono alzati gli argini del Tevere e gli edifici lungo il fiume demoliti, le colonne vennero spostate nel chiostro michelangiolesco delle Terme di Diocleziano.

Solo di recente gli archeologi le hanno riconosciute in mezzo alle tante altre colonne del chiostro, e così sono state ricollocate in situ. Dell'intonaco originario si vede ancora qualche resto.

La stanza è illuminata da grandi finestroni rivolti a sud che, oltre a permettere alla luce del sole di riscaldare l'interno, davano la vista del bellissimo paesaggio. La grande piscina era raggiungibile scendendo tre gradini e la vasca non è molto profonda.

Un sistema complesso riscaldava l'acqua della piscina: l'aria calda passava sia in un'intercapedine sotto il pavimento, sorretto da colonnine di mattoni (suspensurae), sia all'interno delle pareti per mezzo di mattoni forati (pareti tubulate). Nel 1999 sono state trovate le tre bocche dei praefurnia, le caldaie che producevano acqua e aria calda.
La volta era a crociera e forse rivestita a mosaico, infatti tessere di vetro, soprattutto azzurre e verdi sono trovate nel terreno, mentre nel pavimento si riconoscono i resti delle piastrelle marmoree di rivestimento. Nel corridoio c'è un piccolo ambiente circolare con resti di pavimentazione in ardesia, tipico per gli ambienti riscaldati. probabilmente un laconicum, e ai bordi dei muri si vedono i mattoni forati che permettevano all'aria calda di riscaldare non solo il pavimento ma anche le pareti.



TEATRO MARITTIMO

Circondato da finestre arcuate, alcune tamponate, probabilmente aveva una copertura in legno su di un colonnato interno che formava un portico. Sia la tecnica costruttiva in opera listata sia i bolli laterizi dei primi anni dell'età di Settimio Severo fanno attribuire l'edificio agli ultimi anni dell'impero di Commodo o ai primi di Settimio Severo, fine II-inizio III sec. d.c. Si direbbe un piccolo anfiteatro, o forse un viridarium, il giardino delle essenze aromatiche e delle piante ornamentali. Nessuna conclusione è possibile oggi sulla destinazione dell’edificio forse uno scavo del pavimento originale, nascosto dal piano di calpestio moderno potrebbe fornire indicazioni preziose.




LA RESIDENZA

Il settore residenziale, non ben conservato, ha una parte privata con le stanze da letto (i cubicola) e una di rappresentanza per gli ospiti. In quest'ultima si trova una sala ottagonale, a croce greca orientata secondo gli assi cardinali, forse adibita a triclinio invernale. Il locale era riscaldato per mezzo di intercapedini in cui passava aria calda, sia sotto il pavimento che alle pareti. La sala rettangolare, con bellissimo pavimento a losanghe di marmo bianco e cornici di marmo rosso dà sulla grande piazza rettangolare di 36 x 12 metri, pavimentata in marmo bianco, forse un piccolo foro, che collegava la zona di rappresentanza con gli ambienti privati. Vi si entrava scendendo tre gradini sul lato opposto, dietro i quali una struttura voltata probabilmente era adibita a cisterna.

Accanto un piccolo ninfeo collegato, attraverso canalizzazioni sotterranee, a cisterne ed ambienti termali. Gli appartamenti dei Quintili risalirebbero alla prima metà II sec. d.c. Grandi finestre si affacciavano su un panorama che spaziava da Tivoli alla via Latina, alle arcate degli acquedotti Claudio-Anio Novus e Marcia-Tepula-Iulia. Le ultime stanze sulla destra sono piccole terme private. Il podio sopraelevato che dà un aspetto maestoso alla villa derivò dalla colata lavica di Capo di Bove, dove essa si arrestò dopo l’eruzione del Vulcano Laziale.



GLI SCAVI

Nel 1485 alcuni frati scoprirono casualmente il corpo di una fanciulla all'interno di un sarcofago, perfettamente conservato e con un diadema d'oro nei capelli. Si pensò, erroneamente che si trattasse della figlia di Cicerone, Tulliola, essendo non lontana la tomba dell'oratore.

Diverse campagne di scavo furono intraprese tra il 1783 e il 1792 per volontà di Pio VI, allo scopo di arricchire il Museo Pio-Clementino, fondato dal suo predecessore Clemente XIV che già aveva però depredato la villa vendendo i vari reperti al migliore offerente. Se ne beneficiarono dunque, oltre ai Musei Vaticani, la Gliptoteca di Monaco, il Louvre e numerose collezioni private. Ricordiamo in proposito la Venere Braschi e due esecuzioni del Fanciullo con l'oca.

Con il passaggio ai Torlonia nel 1797, furono ripresi scavi sistematici tesa ad arricchire la collezione privata della famiglia. Tra il 1828 e il 1829 gli scavi furono condotti da Antonio Nibby che potè attribuire l'appartenenza della villa ai Quintili in quanto, sotto la sua direzione, vennero alla luce fistole di piombo col nome dei proprietari.

Il Nibby fece inoltre un rilievo topografico dei resti archeologici, occupandosi dei ruderi più evidenti, tra le aule termali e il Teatro marittimo. Emersero così due colonne in marmo cipollino che il Valadier utilizzò per la nuova facciata del Teatro Tordinona, di proprietà dei Torlonia.

Altri scavi nel 1834-1840 e nel 1850-1856, creando dissidio tra i lavori di Torlonia affidati a Giovanni Battista Guidi e il governo pontificio che stava scavando sull'Appia Antica con Luigi Canina. Il tutto si risolse con la chiusura del cantiere del Canina e il dono di alcuni reperti al governo da parte del Guidi "come ornamento e arredo della via Appia".

Durante il Rgno d'Italia si procedè al ripristino del Ninfeo della Villa che fu topografata e fotografata da Thomas Ashby nel il 1899-1906. Verso il 1920 furono fatte nuove scoperte, del tutto casuali: le grandi statue acefale di Apollo citaredo e di Artemide, oggi al Museo nazionale romano a Palazzo Massimo, e nel 1929 i resti di una villa rustica al km 7 della via Appia pertinente alla Villa dei Quintili.
Nel 1998-99 è stata condotta una campagna di interventi sistematici tesa ad esplorare ulteriormente e a rendere visitabili le emergenze principali della villa. Con l'occasione, sono emersi nuovi ambienti e si è resa più evidente l'interconnessione tra i vari spazi.

Molti degli oggetti sono sparsi per i vari musei del mondo come la famosa Venere Braschi oggi conservata nella Gliptoteca di Monaco di Baviera, ma molti altri si possono ammirare nell'Antiquarium della villa allestito nell'ex-stalla del casale dei Quintili che si affaccia sulla via Appia Nuova.

 
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