LA DONNA ROMANA



La donna romana cominciava dalla nascita ad affrontare mille difficoltà per la sua sopravvivenza. In età traianea in una città le persone ammesse all'assistenza alimentare erano 179, di cui 145 maschi e solo 34 femmine. Il che dimostra quanto la condizione femminile fosse considerata al di sotto di quella maschile, sia pur sempre migliore di quella greca, dove era alla stregua di una schiava. La donna era considerata un essere inferiore, con pochissimi diritti e totalmente sottomessa prima al padre e ai fratelli, poi al marito.

Quando vennero rapite le Sabine nel famoso ratto, le donne accettarono di andare spose solo a certi patti che i Romani accettarono:
  • le sabine non avrebbero mai dovuto lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
  • per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
  • nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza; nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
  • i loro figli avranno una veste speciale (praetexta) e un ciondolo d'oro (bulla aurea).
I Romani promisero ma presto dimenticarono.



ESPOSIZIONE DELLE FEMMINE

La sproporzione tra maschi e femmine derivava da un lato dall'ingiustizia sociale che preferiva aiutare i maschi anzichè le femmine, e poi dall'uccisione delle neonate, per l'antichissima usanza della pubblica esposizione. Con l'avvento del patriarcato le donne non possono combattere, e pertanto sono di peso e vanno eliminate, o tenute quel tanto che serve per procreare. Nel duro passaggio dalla libertà delle donne sabine alla semischiavitù romana, i Romani ebbero la meglio e le leggi sabine che proteggevano le donne scomparvero.

Ne lasciarono però un'impronta, perchè le donne romane non furono totalmente schiave come le Greche, segregate come in cella nel gineceo senza alcun diritto. Anzi rispetto alle donne barbare erano privilegiate. Un'altra impronta la lasciarono gli Etruschi, dove le donne erano nei diritti quasi uguali agli uomini.

Virgilio nell'Eneide scrive della volsca Camilla, che durante la guerra contro Enea guida il suo popolo combattendo a cavallo, accompagnata da una schiera di vergini guerriere, le amazzoni.
Un tempo le donne combattevano ed erano fiere, lo testimonia anche Cesare che dichiara in Senato, a chi lo accusa di essere donna per la sua omosessualità, che le amazzoni erano donne, eppure avevano dominato l'Asia, non lo cita come un mito ma come un accaduto.

Nel patriarcale mondo romano il rapporto tra i sessi era cambiato. Si nasceva ufficialmente solo con il rito del riconoscimento. Dopo il parto il neonato veniva deposto in terra.
Se il capofamiglia lo sollevava in aria con gesto rituale, veniva accolto come figlio legittimo dalla famiglia e dalla società, altrimenti veniva esposto, cioè abbandonato nella strada.
I neonati più a rischio di esposizione erano i deformi, gli illegittimi e le femmine.

Ma altrove non era diverso, anche nella civile Atene. Il commediografo greco Posidippo indicò la regola degli Ateniesi:
"un figlio maschio lo si alleva sempre anche se si è poveri. Una femmina la si espone anche se si è ricchi."
In una commedia di Terenzio un tale dichiara tranquillamente alla moglie incinta che se metterà al mondo una femmina la dovrà esporre perché lui non la vuole.
Si è spesso criticato Sparta, che gettava dalla rupe i neonati deformi. Ma un'antichissima legge, attribuita a Romolo, obbligava il padre a mostrare i neonati maschi che voleva esporre esporre a cinque vicini, i quali dovevano giudicare se malformazioni o gracilità ne giustificassero l'esposizione. Ma le neonate anche di robusta costituzione venivano esposte senza alcuna formalità. Romolo allora per evitare il loro eccessivo abbandono impose di allevare almeno le primogenite.

Una domanda: ma se i Romani fecero "il ratto delle Sabine" perchè mancavano le donne, come mai le ammazzavano da neonate? I conti non tornano, anzi il ratto non conta, e il mito è un mito, i Romani assalirono i Sabini prendendole e dandole di santa ragione, per cui alla fine decisero di unire i popoli anzichè ammazzarsi tutti nelle battaglie.

Augusto del resto farà esporre il figlio della nipote Giulia, condannata all'esilio per adulterio, e Claudio abbandonerà, completamente nuda davanti alla porta della moglie ripudiata, la figlia Claudia, quando avrà scoperto che era stata concepita da un liberto.

Ciononostante durante l'impero le donne verranno in parte riscattate, istituendo la dote per esempio, che restava alla donna se ripudiata, e concedendo loro il divorzio. Il Cristianesimo toglierà alle donne la libertà conquistata, e ci vorranno ben duemila anni perchè venga loro restituita. E ad opporsi sarà sempre la Chiesa. Per duemila anni fu impedito il divorzio alle donne, ma non stupitevi, perchè 2500 anni fa le donne greche avevano diritto di voto, e a toglierglielo furono gli stessi ateniesi.



IL NOME

Trascorsi i primi otto giorni dalla nascita c'era il rito di purificazione con l'acqua, un po' come il battesimo. Parenti e amici di famiglia portavano doni e alla bambina veniva dato un nome, il vero praenomen, tenuto assolutamente segreto, ma solo per la femmina, e custodito nell’intimità familiare.

Al di fuori dell’ambiente domestico, il nome era sostituito da un cognomen, quello della gens paterna con le aggiunte per distinguerla dalle sorelle, secondo l’ordine di nascita: Maxima, Maior, Minor oppure Prima, Seconda, Tertia, o con un soprannome per le sue caratteristiche fisiche: Rutilia o Fulvia (di capelli rossi), Murrula (bruna), Burra (tenera).

Così mentre un uomo aveva tre nomi la donna ne aveva solo uno. Nella cerimonia nuziale, alla domanda del marito “Qual è il tuo nome?” la sposa risponderà di chiamarsi con lo stesso nome di lui e al precedente cognomen gentilizio paterno subentrerà o si aggiungerà quello dello sposo.
Così la catulliana Lesbia, il cui nome ufficiale è Clodia (figlia di Clodio), diventerà Clodia Metelli, la donna di Quinto Metello Celere. E per la seconda volta nella sua vita la donna continuerà a tacere al pubblico il vero nome, che non sarà posto neppure nell'epigrafe funeraria.
Questa usanza durerà fino al I° secolo d.c. e Varrone scrive che il nome della donna non si rende noto per antichissima consuetudine, di cui si è persa memoria già in età imperiale.

In effetti la consuetudine risale a una remotissima era matriarcale che attribuiva un generico potere sacerdotale e magico alle donne, per cui il nome doveva essere usato solo nei riti che agli altri, soprattutto ai maschi, era proibito conoscere. Conoscere il nome della persona era avere potere sulla persona. Per esempio in Egitto Iside la maga ottiene il potere su Ra obbligandolo a dichiarare il vero nome, tormentandolo col pungiglione di uno scorpione. Ma è un mito trasformato, perchè solo le Dee e le donne anticamente erano considerate maghe.



L'EDUCAZIONE

Giovenale nelle Satire commenta la donna romana: "Non si sente interessante se non posa a donna greca. Magari è di Sulmona o è toscana, ma vuole sembrare un'ateniese puro sangue. Parla solo in greco e non sa neppure il latino. Ha paura in greco, s'arrabbia in greco, s'addolora in greco, dice in greco tutti i segreti del cuore, fa addirittura ... l'amore in greco."
Ma Giovenale è misogino e sulle donne ha sempre da ridire, perchè parlare greco era un vezzo di molti romani, compresi imperatori come Adriano, ma se lo facevano le donne non andava bene.

In famiglia il padre si preoccupava di educare i figli maschi, delle femmine poco si curava. Al padre spettava nutrirle, controllare la loro moralità e combinare un buon matrimonio. Il resto era affare della madre.

Nelle case patrizie i precettori facevano il resto, indirizzando la fanciulla a essere sposa e madre, educandola nelle attività domestiche, come la tessitura della lana, e verso le virtù di castità, riservatezza e modestia.

I genitori, specie se agiati, facevano impartire lo studio a casa per i pericoli nei tragitti tra casa e scuola. La verginità delle fanciulle andava preservata. Nelle scuole pubbliche la fanciulla imparava a leggere, scrivere e fare di conto. Poi veniva spedita a casa prima dei suoi coetanei maschi.

Alcune donne, per l'elevato livello culturale della famiglia, divennero colte, ma la donna intellettuale non sempre piaceva. La ragazza che avesse compiuto gli studi di letteratura greca e latina, docta puella, e mostrasse troppo la sua cultura poteva, al contrario dei maschi, infastidire.

Da molti scrittori però, come Quintiliano, Tibullo, Ovidio e Plutarco, la donna colta era ammirabile e lo stoico Musonio Rufo in pieno I secolo giunse a dire che alla donna andava impartita la stessa educazione dell’uomo.



IL MATRIMONIO

Nella Roma arcaica una figlia, ancora giovanissima, poteva essere promessa in sposa o fidanzata a un giovane contro la propria volontà. Era un impegno perseguibile in caso di inadempimento, che vincolava la donna ad una fedeltà prematrimoniale. Il matrimonio si perfezionava con il trasferimento della donna dalla famiglia paterna a quella del marito. Per il fidanzamento il ragazzo consegnava alla ragazza un anello che lei indossava all'anulare della mano sinistra.

I matrimoni venivano decisi dai parenti dei due giovani per motivi di prestigio o economici, soprattutto in età repubblicana.

Il matrimonio più vincolante era la confarreatio, dal panis farreus, pane di farro mangiato dagli sposi, appena entrati nella nuova casa. C'era poi la coemptio, con cui il padre cedeva la figlia allo sposo per un compenso pecuniario.
L’usus era invece la sanatoria di una condizione di fatto, per cui diventano sposi i conviventi di un anno intero senza interruzione di tre notti consecutive.
Una donna romana poteva essere ceduta dal padre al marito già a 12 anni, ma troviamo iscrizioni funerarie che citano fanciulle sposate a 10 ed 11 anni, usanza che oggi fa rabbrividire.
I romani si sposavano soprattutto per garantirsi una discendenza, mentre sul piano della sessualità avevano atteggiamenti liberi, almeno da parte degli uomini, la cosa diventerà reciproca in epoca imperiale.

Nella formula più arcaica l'uomo chiedeva alla donna: vuoi essere la mia mater familias?, e la donna chiedeva: e tu vuoi essere il mio pater familias?
Se però il marito erava ancora "filius familias", un minorenne, la donna che entrava nella famiglia del marito era sottoposta alla potestà del suocero.

In ogni caso il pater familias, marito o suocero, aveva su di lei un potere, manus, che per un'antica legge dei tempi di Romolo comportava almeno in due casi diritto di vita o di morte: quando la moglie era sorpresa in flagrante adulterio e se aveva bevuto vino, bada bene, anche senza essersi ubriacata.
Si dice che l'uomo tornando a casa controllasse l'alito della moglie, come dire che poteva ucciderla impunemente con la scusa del vino. Un sistema drastico per divorziare senza divorzio e senza alimenti.

Le lodi alle donne nelle epigrafi romane non riguardavano mai la sua intelligenza o cultura, ma solo quanto avevano servito e amato marito e figli e quanto avevano accudito la casa. In famiglia la moglie stava vicino al marito anche nei banchetti e nei ricevimenti, ma sedute e non sdraiate come i maschi. Ma anche qui le cose cambiarono in epoca imperiale e le donne si sdraiarono sui triclini come i maschi..

Nel 18 a.c., per far fronte al crollo delle nascite e ai divorzi facili, Ottaviano presentò la famosa Lex Iulia de maritandis ordinibus, che sanciva l’obbligo al matrimonio, vietava l’unione dei senatori con liberte e stabiliva premi per le famiglie numerose, nonchè multe a celibi e coniugi senza figli. Penalizzò, oltre ai celibi, anche i lunghi o molteplici fidanzamenti degli scapoli.

Ma soprattutto con questa legge Ottaviano liberò la donna creando il matrimonio Sine Manu, cioè senza tutela maritale, e la concesse pure alle donne già sposate purchè avessero partorito tre volte. In più, concesse alle donne il divorzio, mentre prima c'era solo il ripudio maschile, divorzio che poi il Cristianesimo toglierà, perchè metterà di nuovo la donna sotto tutela maschile.
Una vera emancipazione e rivoluzione femminile, emancipazione che la donna italiana riconquistera solo nella seconda metà del 1900, duemila anni dopo.



IL PARTO

Partorire in età romana era molto pericoloso: il dieci per cento delle donne moriva di parto, spesso per lacerazioni e lesioni irreparabili in un utero troppo infantile per l'estrema giovinezza delle spose, o per emorragia o altre cause.

Per questo in età imperiale la donna cercò di limitare le nascite, specie nelle classi più elevate, soprattutto se era riuscita a portare a termine le tre gravidanze dovute. Usava pozioni contraccettive ed abortive, con ruta, elleboro e artemisia. Oppure ricorreva ai rimedi medici come i pessari, cioè tamponi di lana imbevuti di aceto e collocati negli organi genitali.
Ma doveva farlo spesso di nascosto, perchè anche la decisione sull'aborto spettava al futuro padre che poteva ripudiarla se non era d'accordo.

La maggior parte dei medici rifiutava di assistere aborti, che potevano derivare da adulterio, e in tal caso diverrebbero complici, subendo le stesse pene degli amanti, per cui si ricorreva alle levatrici o a donne esperte. Se la donna moriva nella pratica abortiva, per un intervento chirurgico fallito, il medico veniva accusato di omicidio. Comunque l'aborto non era punito per sè, ma solo se procurava la morte della donna.

La puerpera alle prime contrazioni si lavava le mani e si copriva il capo. Invocava Giunone Lucina, o la Dea Carmenta (come Antevorta che presiedeva all'inizio e alla nascita, perchè Postvorta riguardava la fine cioè la morte), o altra Dea, intanto veniva spogliata e sistemata sulla sedia da parto dall'ostetrica. Perchè i Romani avevano apposite sedie da parto, forate sotto per far colare i liquidi (non per far uscire il bambino come si è supposto) e le maniglie per attaccarsi nella spinta. Le schiave portavano ampolle di olio di oliva, cataplasmi, spugne, coperte di lana grezza, e versavano acqua calda nelle catinelle.

Una schiava abbracciava da dietro lo schienale la partoriente, mentre l'ostetrica sedeva su un basso sgabello sotto di lei, ungendola d'olio d'oliva per rendere più elastica la pelle e facilitare il passaggio. Le schiave ponevano sul ventre mani riscaldate e panni bagnati di olio caldo sui genitali. Lungo ognuno dei fianchi si poggiava una vescica piena di olio caldo. Queste pratiche per evitare dolori ma anche le antiestetiche smagliature non ci sono neppure nelle cliniche moderne.
Per sedare il dolore si usavano cataplasmi caldi. Le spugne asciugavano il sangue delle ferite e l'acqua calda per la pulizia dei genitali. Le coperte venivano usate per coprire le gambe della donna, le bende e il cuscino per fasciare e deporvi il neonato.

Plinio avverte che nascere con i piedi in avanti è contro natura e generalmente quanti nascono così sono chiamati "Agrippa" (partorito con difficoltà). I medici romani però non consideravano grave una presentazione podalica, più pericolosa invece la presentazione di testa. Un parto cesareo era raro e veniva praticato con un gancio acuminato che estraeva il feto privilegiando la vita della donna su quella del nascituro. Ma c'erano neonati che venivano felicemente alla luce anche col parto cesareo, sembra che la dinastia di Cesare provenisse da un capostipite nato col cesareo, e forse non è vero, ma dimostra che i nati col cesareo potevano campare.

La partoriente stringeva le maniglie della sedia da parto e iniziava a spingere. Secondo le prescrizioni mediche, l'ostetrica non doveva tenere a lungo lo sguardo sui genitali della donna, ad evitare che per pudore la partoriente si contraesse. Ma questo lo s crissero i medici maschi, perchè le levatrici hanno sempre guardato attentamente, fin dall'età della pietra. Tratto fuori il bimbo gli si tagliava il cordone ombelicale, poi veniva controllato e infine lavato.

La gestazione

In quanto a ciò che conoscevano i romani sul tempo della gestazione, la ritenevano possibile di sette mesi, mai otto, più frequentemente nove e anche 10 mesi. Sull'impossibilità della nascita all'ottavo mese dissentiva Varrone.L'imperatore Adriano aveva giudicato un processo contro una donna che aveva partorito all'undicesimo mese, essendo il marito morto all'inizio della sua gestazione. Si sospettava che la donna fosse rimasta incinta dopo la morte del marito, ma Adriano, consultati gli antichi filosofi e sentito il parere dei medici, aveva stabilito che il parto all'undicesimo mese era possibile.



L'ATLETICA

Le fanciulle di un celebre mosaico romano di Piazza Armerina, in Sicilia, succintamente vestite in reggiseno, fascia pectoralis e perizoma, subligar, gareggiano in un bikini ante-litteram.
Nelle ville di campagna i ricchi proprietari riservavano al gioco della palla un locale chiuso sphaeristerium, ma le ragazze del mosaico si trovano in un ambiente termale, come attesta la piscina e la presenza di atlete che praticano altri sport.

Infatti si usava la ginnastica nelle palestre annesse alle terme. La palestra era solitamente circondata da portici, aveva stanze adibite a bagni, spogliatoi ed esedre con sedili. In seguito la sua funzione si estese e divenne sede di conversazioni e di scuola. Nelle terme i Romani erano soliti fare anche giochi con la palla in locali appositi per favorire la traspirazione e apprezzare poi ancor più gli effetti ristoratori del bagno.
Sorano, un ginecologo greco che esercitava la professione a Roma in età traianea, si accorse che le ragazze romane erano precocemente puberi, per cui prescrisse loro il gioco della palla, la danza e il canto nei cori. Ma mentre in Grecia le ragazze andavano spose solo dopo la pubertà, le romane venivano maritate anche impuberi, poichè le norme giuridiche fissavano a dodici anni l’età minima per le nozze. Plutarco spiegò che i Romani le sposavano a quell’età e ancora più giovani per averle vergini nell'anima e nel corpo. Se il consorte era molto più grande trattavasi di pedofilia legalizzata.

Sorano fece notare che le giovanissime spose romane deflorate precedentemente al primo ciclo mestruale erano in pericolo di vita e con irischio di aborto. Ma la diversa "usanza" romana impose al medico di rivedere i suggerimenti. Per anticipare la pubertà consigliò alle ragazze un esercizio fisico più moderato ed un regime alimentare leggero.



IL TRADIMENTO

Da Catone, De Dote in Gellio: "Se sorprendi tua moglie in adulterio puoi ucciderla senza essere punito in giudizio; se sei stato tu a commettere adulterio che ella non osi toccarti con un dito, non ne ha diritto."

Se il marito tradiva con una schiava, una libertina, con una mima o una meretrice era lecito, se lo faceva con una matrona rischiava la pelle da parte dell'altro marito o del padre di lei. Ma lui, solo per il sospetto di essere tradito da sua moglie, poteva ripudiarla.
Il marito tradito poteva uccidere gli adulteri se li sorprendeva in casa sul fatto. Se invece l'adultera non era colta in flagrante, il marito doveva convocare un tribunale familiare e tutto si risolveva in casa.
Secondo la legge più antica, quella delle XII Tavole, l'uccisione doveva essere immediata e di entrambi gli amanti, altrimenti la vendetta del marito non era giustificata.

Successivamente le cose cambiarono. La moglie infedele poteva essere cacciata di casa e il marito aveva tre giorni per denunciarla al giudice. Se lui, o il padre dell'adultera, non la denunciavano entro 60 giorni, al loro posto poteva farlo chiunque. Erano considerate adultere anche ragazzine di 12 anni.
Il marito che scopriva la moglie fare sesso in casa sua con un mimo, un ruffiano, uno schiavo o un liberto era autorizzato ad ucciderli entrambi, ma se il complice non rientrava in queste categorie il marito assassino rischiava l'esilio.

In genere l'adultera veniva segregata su un'isola. Le veniva tolta metà della dote e un terzo del patrimonio. Non poteva risposarsi, aveva il disprezzo di tutti, non le era consentito indossare la stola delle matrone e doveva uscire con l'infamante toga delle prostitute, non poteva neppure testimoniare in tribunale.
Augusto decretò la Lex Julia de adulteriis cohercendis, in cui per la prima volta l'adulterio fu considerato un pubblico delitto.



I DIRITTI

In una antica moneta romana si vedono un uono una donna e un bambino che si recano a votare passando su uno stretto ponte. I cittadini, infatti, per votare dovevano percorrere uno stretto viottolo, che finiva in un ponticello in cui al votante era consegnata una tavoletta cerata sulla quale egli segnava la lettera iniziale del nome del candidato preferito. Al termine del ponte, chi aveva votato deponeva la propria scheda in urna alla presenza di alcuni rappresentanti dei candidati.

Ma non lasciarsi ingannare dalla moneta, per la famiglia era una passeggiata e basta. Perchè soltanto l'uomo godeva dei diritti politici di votare, eleggere e farsi eleggere e la carriera politica. La donna ne era esclusa, e pure per esercitare i diritti civili, come sposarsi, ereditare, fare testamento, aveva bisogno del consenso di un uomo che esercitasse su di lei la tutela: il padre, poi il marito e, all'eventuale morte del marito, il parente maschio più prossimo. Le cose cambieranno solo con Ottaviano.
Da una legge delle XII Tavole: "Feminas, etsi perfectae aetatis sint, in tutela esse, exceptis virginibus Vestalibus". (Sebbene in età adulta, le femmine devono essere sotto tutela, eccettuate le vergini Vestali), che però erano sotto tutela del Pontefice Massimo.

La donna romana era costantemente sotto tutela, cioè in manu: dalla manus del padre passava, anche senza il suo consenso, a quella del marito. Augusto le dette la possibilità di sposarsi senza quella tutela, tuttavia è documentato il matrimonio senza manus, cioè senza potere del marito, in epoca precedente alle Dodici Tavole di Romolo, quando il regime risentiva del precedente matriarcato sabino ed era meno patriarcale.

La donna romana aveva molte limitazioni alla sua capacità giuridica, giustificate da pretese qualità negative della donna come l'ignoranza della legge (grazie, non la facevano studiare), l'imbecillità della mente femminile e la debolezza sessuale. Non poteva adottare (cosa consentita anche a impotenti ed eunuchi), non poteva rappresentare interessi altrui, nè in giudizio, nè in contrattazioni private, non poteva garantire per debiti di terzi, nè fare operazioni bancarie, nè essere tutrice dei suoi figli minori.

Nelle iscrizioni romane dell'Urbe troviamo quattro donne mediche, una segretaria, una stenografa e poi sarte, pettinatrici, levatrici, balie, pescivendole, erbivendole. Nella città di Ostia nutrici, tessitrici, lavandaie, massaggiatrici. Ma pure attrici, albergatrici, cameriere, danzatrici, proprietarie di taverne. Quasi sempre lavori umili, perchè le cariche erano per soli uomini.

In epoca iomperiale la donna romana, specie se di classe sociale elevata, cominciò a rifiutare la prole, soprattutto per il rischio della vita. Augusto alla fine del I secolo, dovette incentivare nozze e natalità promettendo alle donne maritate la liberazione dalla tutela alla morte del padre, purchè vi fossero almeno tre gravidanze. Al contrario la donna che tra i 18 ed i 50 anni risultasse ancora nubile non poteva ricevere eredità.

Per il matrimonio sine manu, senza potere maritale c'erano due condizioni: la convivenza degli sposi e il reciproco consenso a considerarsi marito e moglie. Se veniva a mancare uno di questi elementi il matrimonio si scioglieva. Il ripudio era invece sempre possibile. Bastava recapitare al coniuge un biglietto con su scritto: tuas res tibi habeto, (riprenditi quello che è tuo).
Insomma la situazione della moglie romana agli inizi dell'impero mutò e il ruolo protettivo del marito cominciò ad apparire inutile e soffocante. La matrona divenne libera di uscire, le schiave la truccavano, la pettinavano e si guarniva di gioielli.

Dice Orazio che la cortigiana mette in mostra la sua merce, ma della donna rispettabile non si vede che il volto. Come nell'Islam. La fanciulla poteva uscire a capo scoperto, ma gli uomini potevano divorziare da una donna che non copriva il capo con un velo o con un lembo del mantello. Questo in teoria ma in pratica le donne avevano una certa voce in capitolo.

Durante l'impero dunque la matrona usciva di casa, tenendo in una mano la borsetta e nell'altra il flabellum, ventaglio di piume di pavone, per il caldo e per scacciare le mosche. La schiava le reggeva l'umbella, ombrellino da sole, (perchè l'abbronzatura non era di moda e faceva male alla pelle, che è anche vero) e che non si chiudeva, di solito verde.
Scambiava visite, a volte da sola, a volte con il marito o con un'amica. Per spostarsi più lontano usava la carrozza. Faceva spese nei negozi, dalla fullonica (tintoria) ritirava la biancheria, dal calzolaio i sandali e dal sarto le vesti, ma non faceva la spesa quotidiana per il cibo, spettante agli schiavi. La sera accompagnava il marito ai banchetti, rincasava tardi, anche dopo il marito. Andava pure alle terme, prendendo il bagno insieme agli uomini, finchè nel II secolo l'imperatore Adriano separò ambienti ed orari di donne e uomini, forse perchè lui era omosessuale.

Le classi superiori potevano limitare le nascite con la continenza. La matrona che viveva in tal modo veniva ammirata ed approvata. Ma i mariti? C'era netta distinzione tra donne ignobili e donne rispettabili come le matrone. Le prime appartenevano al mondo del teatro, del circo, della prostituzione, oppure le adultere, con divieto di portare la stola, di contrarre matrimonio e di trasmettere diritti civili.
La donna di basso ceto poteva convivere in famiglia come concubina. La matrona accettava le relazioni del marito con schiave o donne non rispettabili. La moglie di Augusto, secondo quanto riferisce Svetonio, le forniva personalmente al marito, ma a Svetonio Augusto non era simpatico, per cui non è da prendere in parola.



BELLEZZA E ABBIGLIAMENTO

Per essere belle le ragazze romane dovevano essere magre e le madri le costringevano a diete feroci, anche se non tutti erano d'accordo: "Le nostre ragazze sono costrette dalle loro madri ad avere spalle cascanti e seno schiacciato, perché sembrino magre. Se le vedono un po’ troppo in carne dicono che assomigliano ai lottatori da fiera e le riducono il cibo. In questo modo, anche se posseggono grazie naturali, le fanno diventare dei fuscelli, ma è proprio così che piacciono."
Come si vede la magrezza era considerata bellezza al pari di oggi.















I CAPELLI

Ovidio consigliava nell'Ars Amandi:
"Ogni donna scelga, davanti allo specchio, la pettinatura che maggiormente le dona. Un volto lungo vuole capelli divisi sulla fronte, con semplicità. Un viso tondo, capelli raccolti a nodo sopra il capo, con le orecchie scoperte, oppure sciolti sulle spalle.
Ci sarà poi chi preferisce i capelli inanellati; chi i capelli stretti alle tempie; chi acconciati finemente, con mille pettini; chi sciolti in grandi onde. Qualcuno amerà la testa falsamente trascurata, che in realtà richiede più cure di tutte. La canizie avanzate potrà essere mascherata con una tintura; né mancherà chi porterà sul capo i capelli di un'altra, vantandosene come fossero suoi.
"

Pertanto si poteva scegliere, ma le fanciulle romane raccoglievano i capelli in massa senza scriminatura centrale, in un nodo legato dietro la testa con un nastro dal quale li facevano ricadere spioventi sul collo. Insomma una coda di cavallo.
Solo con le nozze potevano cambiare la pettinatura da ragazzina, in un’elegante acconciatura da matrona.

La moda cambiò comunque secondo i tempi e le donne che contavano, come l'imperatrice, ma nell'antica Roma si ritenevano particolarmente eleganti le acconciature etrusche: annodati o intrecciati dietro le spalle, a boccoli sulle spalle, annodati a corona sul capo o raccolti in reticelle o cuffie. Diademi e coroncine, o spilloni di metallo prezioso completavano le preziose acconciature.
Per essere bionde usavano posticci di chiome di barbari nordici, oppure spargevano sui capelli una porporina d'oro. Ma esisteva anche lo schiarimento con una mistura di limone ed acqua distillata di fiori di ligustro.
In più c'erano saponi particolari, come le "Spumae Batavae", usati per schiarire i capelli o tingerli di rosso o di nero corvino. I capelli erano comunque trattati con balsami a base di olio di noce ed essenza di mirto.



L'IGIENE

I lavacri avvenivano spesso nelle terme pubbliche ma i ricchi disponevano di terme private, dove si immergevano in acqua calda, poi tiepida poi fredda dove erano immerse erbe aromatiche come rosmarino e alloro.

Per i denti si usava un dentifricium, dentifricio, a base di soda e bicarbonato di sodio. Anche l'urina era usata per sbiancare i denti. Oltre al dentifricio, di uso quotidiano, si usavano attrezzi come il dentiscalpium, in osso, legno, piuma o metallo, una sorta di stuzzicadenti utilizzato per eliminare i residui di cibo, ma pure come una specie di filo interdentale, infatti ce ne erano di sottilissimi e di più spessi. Si dice che Trimalcione ne possedesse uno in argento, spina argentea, ma ne esistevano anche in oro.

Lauriscalpium invece era utilizzato per la pulizia delle orecchie. Nel set da toletta non potevano mancare lo scalptorium, arnese per grattarsi la testa, il culter, coltellino per pulire le unghie e la volsella, pinzetta per la depilazione. Presso le terme si trovava un servo appositamente addetto alla depilazione, detto alipilus.



IL TRUCCO

In Senofonte (V-IV secolo a.c.): Isomaco, un personaggio, racconta di aver rimproverato la moglie poiché “era tutta imbellettata con molto cerone per sembrare ancora più bianca di quanto non fosse e anche con molta cipria per apparire ancora più rosea di quanto in realtà non fosse”.
Plauto invece disse che "Una donna senza trucco è come un cibo senza sale."
Ma comunque in epoca imperiale le donne romane si truccavano normalmente, sia quelle di alto lignaggio che le prostitute. Le romane si depilavano, sotto le ascelle e sulle gambe, adoperando un composto di pece greca, resina, cere e sostanze caustiche, disciolto nell’olio. Ma c’erano pure le pinzette, per lo più di metallo, a volte anche d’oro e d’argento, di misure e fogge diverse. Esistevano pure le maschere di bellezza, alcune vegetali ma altre con miscugli di corna di cervo, escrementi di alcione nonchè la placenta, lo sterco e l’urina dei vitelli.
Si sa che Poppea si bagnasse nel latte d'asina, e infatti il latte era fra gli unguenti più usati per la pelle, spesso mescolato col miele.

Per avere una candida carnagione occorreva un fondo tinta luminoso, della biacca mista a miele ed altre sostanze grasse, detta cerussa, oppure veniva steso il lomentum, farina di fave, o il gesso cretese. Ma a volte, per ottenere un incarnato dorato, passavano sul collo e le braccia polvere di zafferano profumato.
Per il fard si mescolava un po’ di terra rossa di Selina, proveniente da Selinunte (Sicilia), o la feccia del vino, o il fucus (estratto di alga) o l’ocra rossa.
Si creavano anche effetti speciali, come un fondo tinta iridescente stendendo sul viso polvere di vetro. Dalla malachite e dalla azzurrite si ricavavano ombretti verdi e azzurro.
Con lo stibium, antimonio polverizzato, o fumidus, nero di fuliggine di carbone, misto a grasso d'oca o grasso vegetale, venivano marcati i sopraccigli e si sottolineava il contorno degli occhi, l'eye liner, e pure piccoli nei neri, gli splenia, disegnati sulla guancia e sul mento.

Le palpebre venivano invece colorate con l’ ombretto, preferibilmente verde o azzurro, derivato dalla triturazione di malachite e azzurrite. Talvolta misti a polvere d'oro.
Ma esistevano pure i rossetti, ricavati dal gelso, dal fuco, da estratti animali e vegetali e da sostanze minerali, soprattutto cinabro, gesso rosso e minio.

Per il fornitissimo cofano di belletti, profumi, balsami e unguenti delle ricche matrone romane c'erano gli "unguentarii" che le preparavano e vendevano, le cui botteghe erano concentrate nel vicus Thuriarius e nell'attiguo vicus Unguentarius al Velabro.

I belletti erano conservati in cofanetti di legno pregiato tipo beauty case, boccette di vetro soffiato, pasta vitrea, terracotta o alabastro, e in conchiglie, naturali o plasmate in ambra profumata, usate soprattutto per contenere rossetti e ombretti.
Per i profumi c'erano particolari contenitori a forma di colomba, riempiti e sigillati a fiamma, per aprire i quali si usava spezzarne la coda o il becco. Dopo l'apertura venivano travasati nelle bottigliette.

Plinio parla del più pregiato tra i profumi, e cioè del "regale", così chiamato perché preparato per il re dei Parti. Il Regale unguentum si compone di : mirabolano, costo, amomo, cinnamo comaco, cardamomo, spiga di nardo, maro, mirra, cannella, storace, ladano, opobalsamo, calamo aromatico e giunco profumato della Siria, enante, malobatro, sericato, henna, spalato, panacea, zafferano, cipero, maggiorana, loto, miele, vino.

Esistevano anche le pastiglie per profumare l'alito.

L'arte della preparazione dei belletti era affidata alle schiave cosmetae che al momento dell'uso, scioglievano i vari ingredienti con la saliva in piccoli contenitori, aiutandosi con spatolette, cucchiaini e miscelatori ad anello in legno, osso, avorio, ambra, vetro o metallo.




LE VESTI

Plinio il Vecchio si scandalizzava: "Oggi si vanno a comprare i vestiti di seta in Cina, si vanno a pescare le perle in fondo al Mar Rosso, a trovare nelle viscere della Terra gli smeraldi, oggi addirittura si è inventati di bucarsi il lobo delle orecchie: non bastava portare i gioielli nelle mani, sul collo o fra i capelli, dovevano essere conficcati anche nel corpo."

La differenza tra vesti maschili e femminili non consisteva tanto nella foggia quanto nei tessuti e nei colori.
Le stoffe femminili, e non solo, potevano essere di diversi colori; con lo zafferano si otteneva una bellissima tintura gialla, più aranciata o più pallida a seconda della tinta impiegata, mentre dall'uva bianca si otteneva il verde, mista con l'uva nera il viola, mentre l'uva nera dava tinte dal grigio al bruno; colla bava del mollusco Murex, si otteneva il color porpora, ma insieme al mollusco essiccato e tritato, donava alla stoffa una sfumatura bluastra, l'“oltremare purpureo”.
Gli Etruschi iavevano insegnato ai Romani ad usare tinture come robbia (rosso), zafferano (giallo) e guado (celeste).
Secondo Vitruvio la tintura indaco veniva dall'India, ma sembra ce ne fosse anche una autoctona ottenuta col fiordaliso. Si usavano pure ocre minerali con ossidi idrati di ferro per ottenere i colori più svariati. Taranto divenne famosa per la tintura con l'oricello, un tipo di lichene, che mischiato alla porpora serviva ad abbassarne il costo notevole. Nella Roma del II sec. a.c. i tintori erano suddivisi per categorie; i croceari per il giallo, i violarii per il viola, le officinae purpurinae per la porpora.
Le donne Romane poi non avevano solo stoffe in tinta unita ma anche a strisce, come dimostrano numerosi busti romani i cui vestiti erano imitati dal marmo, e pure ricamate o intessute a telaio a disegni vari.

Marziale:
I più ricchi devono fare a gara con i regali: il negoziante vanitoso del portico di Agrippa
gli porti i ricchi mantelli purpurei di Cadmo fenicio.


Le donne usavano come biancheria intima delle mutandine, subligar, ed una fascia per reggere il seno, lo strophium, o la fascia che lo ridimensionava fascia subligaris o mammillare, perchè il seno bello era piccolo. Ma se il seno era davvero minuscolo si ricorreva alle imbottiture.

Poi indossavano la tunica, più lunga di quella maschile; sopra questa la stola, veste caratteristica della matrona romana, così come la toga è il costume nazionale degli uomini.

La stola era una sopravveste molto ampia che scendeva sino ai piedi, stretta in vita da una o due cinture, una più alta e l’altra sui fianchi, oppure una incrociata sui seni e poi passata intorno alla vita. Era chiusa sul petto da una fibbia, oppure sulle spalle da bottoni ornati di pietre preziose, con maniche corte o lunghe, non cucite ma fermate sopra da nastri o bottoni, ornata in fondo da una striscia di porpora o da una balza ricamata in oro.

In età repubblicana le matrone ponevano sulla stola un mantello quadrato ma non ampio, sostituito poi dalla palla, un grande manto rettangolare che, a differenza della toga maschile, copriva entrambe le spalle, lungo fin sotto le ginocchia o fino ai piedi.

Il babylonicum era un ricco scialle orientale in gran voga durante l'impero, fine nel tessuto e con colori sgargianti, che si poneva intorno ai fianchi, facendolo salire o scendere secondo i gusti, in genere damascato o di velo ricamato o in tessuto operato, spesso con frange. Questo indumento metteva in risalto fianchi e sedere, per cui risultava molto sexi.
C'erano poi il patagium, larga striscia di stoffa purpurea, ricamata in oro, che decorava interamente la scollatura dell'abito prolungandosi fino all'orlo inferiore, e il segmentum, una o più strisce di stoffa a colori vivaci, con cui si ornava l'orlo inferiore delle vesti.

C'era poi la recta, una tunica bianca sprovvista di maniche, aderente alla vita e lievemente scampanata in basso. Era il vestito delle giovani spose romane, con sopra il flammeum, ampio velo color giallo fiamma da appoggiare sul capo e fatto scendere sul retro.

La rica era invece un'ampia sciarpa di velo ornata con frange, che veniva usata dalle donne nelle cerimonie religiose. Simile alla rica, ma di dimensioni più limitate, era il ricìnium, che era distintivo di lutto.

Talvolta le donne si coprivano la testa con un lembo della palla; nei tempi antichi era obbligatorio pena il ripudio, ma in era imperiale si portava solo nelle cerimonie.

La toga invece per la romana era un'onta, infatti erano o bbligate a portarla l'adultera e la prostituta.

Se prima i tessuti erano di lana, canapa e lino, in età imperiale diventarono misti: lana e cotone; cotone e lino, cotone e seta. I più preziosi erano i veli, le stoffe leggere e la seta, e le stoffe ricamate. Esisteva pure il bisso, una seta ricavata dalla secrezione di una conchiglia purtroppo scomparsa.

Tra le calzature più importanti c'era il solea, ossia il tipico sandalo romano ed il calceum, uno stivaletto alto fino a mezza gamba e stretto con dei lacci. Gli etruschi diffusero anche una specie di babbuccia orientale che le donne romane fecero tingere in diversi colori, con applicazioni in seta ed anche in oro.
Ma anche gli orpelli erano importanti: le donne romane quasi sempre ponevano nastri sui capelli a diverse altezze, prima solo rossi poi di diversi colori, e pure una fascia piuttosto alta che formava quasi un cono sui capelli. I nastri erano di seta e talvolta di velo ritorto.



I PROFUMI

Le sostanze aromatiche venivano spremute con il tornio e gli oli essenziali venivano macerati nell’onfacio, base oleosa di olio d'oliva, o nell’ agresto, spremitura di uva acerba, e poi filtrati.

Tra i profumi principali:
  • Il Rhodinum – Profumo alle rose dell’isola di Rodi: rosa, onfacio, zafferano, cinabro, calamo, miele, giunco, fior di sale o ancusa, vino e cinabro.
  • La Viola – Viole e acque profumate (per lo più con petali di rosa) erano spesso utilizzate per profumare le sale dei banchetti e i commensali.
  • Il Lasminum – Gelsomino, importato dall’Oriente.
  • Il Melinum – Ottenuto dalle mele cotogne.
  • Era molto apprezzata anche la Mirra come ingrediente per profumi e incensi nonchè come unguento e tonico stimolante.


I GIOIELLI

Gli orecchini, inaures, erano il primo degli ornamenti femminili, che possono essere indossati fin dall'infanzia. Il cerchio semplice, la buccola, o impreziosito da una pietra preziosa o in pasta vitrea, era il gioiello delle fanciulle.

Nel 1964 si scoprì al Km.11 della Via Cassia la mummia di una bambina di otto anni di epoca romana. Al collo aveva una collana intatta lunga trentasei cm. e mezzo a filo d’oro lavorato a cordoncino con un pendaglio di tredici zaffiri sfaccettati.

Ma ogni bambina portava al dito mignolo un anello d’oro, e alle orecchie altri due cerchi d'oro. Le bambine povere indossavano collanine di bacche, pietruzze e conchiglie, d'oro se ricche. Spesso indossavano la bulla aurea, un ciondolo d'oro che serviva da amuleto portafortuna.

I gioelli delle adulte somigliavano molto ai modelli etruschi del III° e II° sec. a.c. e si distinguevano soprattutto per il gioello flessibile e snodato in più maglie ritorte, mentre il rigido cerchio ritorto fu di uso prevalentemente maschile, per onorificenze militari. Spesso il gioiello era un serpente d'oro sull'avambraccio o come anello, antico simbolo portafortuna della Dea Terra. Ma anche le donne portavano gioielli a lastra, che si aprivano a pressione, attorno al braccio ma soprattutto all'avambraccio.

Le romane in età imperiale indossavano di tutto: anelli alle dita delle mani e pure dei piedi, fibbie, diademi e pietre preziose per i capelli, o nastri ornati di gemme da inserire nelle chiome, bracciali su bracci e avambracci, cammei, collane, cavigliere. Gli orecchini erano i più usati; ne portavano anche più di uno per orecchio. Largamente usati i "crotalia", pendenti doppi con una perla alle estremità, che producevano un piacevole tintinnio.

Per i capelli si usava l'Ago Crinale, uno spillone composto da un ago sormontato da una pallina o da decorazioni complesse. Poteva essere in osso, avorio, d'argento e d’oro.
Nella pallina o decorazione, se cava, potevano essere conservati anche veleni. In Grecia furono proibiti perchè le donne li usavano contro gli uomini quando si sentivano aggredite. A Roma non furono mai proibiti, ma nessuna donna avrebbe osato tanto.

La matrona si vestiva e ingioiellava grazie alle schiave ornatrices, pratiche di abbigliamento e abbinamenti per far risaltare la sua bellezza. Le vesti delle donne romane furono tra le più belle, perchè non complicate ma fluttuanti, leggere e femminili, senza costrizioni ma in pieno rispetto del corpo, e di colori pastellati e vivaci, come non se ne avranno in seguito.



IL CRISTIANESIMO VERSO LA DONNA


Mentre la Vergine Maria viene trasformata dai Padri della Chiesa in un essere umano senza sesso, pur potendo partorire, la donna, dal tardo impero fin quasi ai giorni nostri, subì una drammatica demonizzazione da parte dei cristiani. Il sesso fu visto dalla chiesa un male necessario solo per avere figli, aldifuori di questo era turpitudine e peccato.

Per la Chiesa le donne erano in tutto più deboli e meno intelligenti degli uomini, pertanto più più schiave dei piaceri della carne, e quindi pericoloso oggetto di tentazione. Le invettive dei Padri della Chiesa contro le donne sono lanciate dagli autori più autorevoli:

San Paolo: 
(da parte sua raccomanda che non sia concesso alle donne di parlare delle assemblee, se hanno dubbi che chiedano a casa ai loro mariti. Raccomanda poi che si coprano il capo in segno di umiltà perchè non sono degne come l'uomo di ricevere direttamente da Dio la grazia divina). 
"Tacciansi le vostre donne nelle raunanze della Chiesa, perciocchè non è loro permesso di parlare, ma debbono esser soggette, come ancora la legge dice" (1 Corinzi 14:34);
"Come la Chiesa è soggetta a Cristo, così le mogli debbono esser soggette ai lor mariti in ogni cosa (Efesini 5:24);
"L’uomo non è stato tratto dalla donna ma la donna dall’uomo: e l’uomo non è stato creato per la donna ma la donna per l’uomo."
"Conciossiachè il marito sia capo della donna, siccome ancora Cristo è Capo della Chiesa, ed Egli stesso è Salvatore del Corpo" (Efesini 5:23).
"Ma io non permetto alla donna di insegnare, nè di usare autorità sopra il marito, ma ordino che stia in silenzio" (1 Timoteo 2:12).

S.Agostino: 
"La donna è una bestia che non è né ferma né stabile… E’ nutrice di cattiveria ed è il cominciamento di tutte le piaghe , e trova la via e il sentiero di ogni malvagità. Non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale, niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e del contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere."
Poiché non avete altro modo di avere dei figli, acconsentite all’opera della carne solo con dolore, poiché è una punizione di quell’Adamo da cui discendiamo
Donna, tu sei la porta del diavolo. Tu hai pervaso colui che la donna non osava affrontare. Per colpa tua il figlio di Dio ha dovuto morire; dovrai andartene sempre vestita di stracci luttuosi."
Non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale, niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e di quel contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere”.

S.Tommaso: 
"La donna è un uomo mancato, un essere occasionale".
"Va da sè che la donna è destinata a vivere sotto il dominio dell'uomo e che non ha in sè nessuna autorità."

Sant’Ambrogio: 
"Adamo è stato condotto al peccato da Eva e non Eva da Adamo. E’ giusto che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare".

San Giovanni Crisostomo:
"Fra tutte le belve non se ne trova una più nociva della donna".



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1 comment:

Anonimo ha detto...

Stavano meglio di un secolo fa le romane visto che non c'era il voto nè il divorzio per le donne e a Roma c'era. Che grande civiltà

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