VALERIANO I - VALERIANUS I






Nome completo: Publius Licinius Valerianus
Altri titoli: Germanicus maximus
Nascita: 200 circa
Morte: Jundishapur, 260
Predecessore: Emiliano
Successore: Gallieno
Consorte: Egnazia Mariniana
Figli: Gallieno, Valeriano il giovane
Regno: 253-260 d.c.


LE ORIGINI

Publio Licinio Valeriano nacque a Jundishapur, nel 200 d.c. da famiglia romana di rango senatoriale; era sposato probabilmente con Mariniana e aveva un figlio, Gallieno.



CARRIERA

Sembra che nel 251, l'imperatore Decio volesse ripristinare la carica di Censore conferendole grandi poteri civili, per cui chiese al Senato di proporre un suo membro per la carica. Data la fama di uomo probo e fedele i Senatori scelsero all'unanimità Valeriano, e Decio acconsentì. Ma Valeriano rifiutò dicendo che un simile potere spettava solo all'imperatore.

Così almeno scrive l'Historia Augusta, avvalorata dagli Annali d'Italia che essendo di impronta cattolica non aveva interesse a mettere in buona luce Valeriano, che fu anch'egli un persecutore di cristiani.

Valeriano fu dunque Senatore e ricoprì sicuramente importanti cariche amministrative. Forse agì da reggente fino al trono di Treboniano Gallo. Durante la campagna gotica di Decio, a Roma si ribellò Giulio Valente Liciniano, ma Valeriano la soffocò rapidamente. Fu Treboniano Gallo a nominare Valeriano governatore della Rezia, o quantomeno comandante delle truppe lì stanziate. Il che dimostra la fiducia che quest'uomo raccoglieva ovunque.



ASCESA AL TRONO

Treboniano Gallo aveva chiesto aiuto a Valeriano nel 253, quando Emiliano, proclamato imperatore dalle truppe danubiane, marciò contro Roma. Valeriano allora marciò a sud con le truppe renane, ma non fece in tempo a salvare Gallo, sconfitto da Emiliano e ucciso dai suoi uomini; le truppe di Valeriano, però, non riconobbero Emiliano e acclamarono il proprio generale imperatore.

Così nel 253 gli eserciti di Valeriano ed Emiliano si scontrarono, ma i soldati di Emiliano decisero di abbandonarlo e lo uccisero vicino Spoleto, acclamando a loro volta Valeriano.



IL REGNO

Il Senato romano fu molto contento della nomina di un Senatore e nominò Cesare suo figlio Publio Licinio Egnazio Gallieno, poi Valeriano lo nominò coimperatore. Per la prima volta veniva associato al trono un figlio adulto si che ambedue gli imperatori erano in grado di governare e in perfetto accordo.

Infatti si spartirono l'amministrazione dell'Impero e le campagne militari, Gallieno in Occidente e Valeriano in Oriente. Valeriano fece divinizzare la defunta moglie Mariniana e portò a un solo anno la carica di Prefetto dell'Urbe.

Inoltre emanò due editti sulla confisca dei terreni e la condanna del clero cattolico, ma nessuna pena toccò ai fedeli. Tra le vittime vi furono papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano, Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire. Indebitamente la storia cristiana vi aggiunse quelli di papa Lucio I, Novaziano, Rufina e Seconda, Gervasio e Protasio, Colomba di Sens, Rustico, Mercurio di Cesarea.



LE GUERRE (253-256)

Nel 253 il re sasanide Sapore I attaccò l'Armenia, uccidendo re Cosroe I e allontanando suo figlio Tiridate. Poi attaccò le province romane orientali.
Lasciata allora la parte occidentale dell'impero, minacciata dai Germani, al figlio Gallieno con cui divise l'esercito, Valeriano andò nel 254 alla frontiera orientale, dove Uranio Antonino si era proclamato imperatore contro i Sassanidi, per reclutare soldati e avere l'obbedienza dell'esercito.

Avvicinandosi Valeriano colle truppe però Uranio rinunciò al trono, tornando a servire l'imperatore che nel 257 riconquistò Antiochia. Intanto i Goti del mar Nero avevano attaccato le colonie grecoromane della Crimea con tre attacchi: sulla costa orientale del mar Nero, sulle coste settentrionali dell'Asia Minore, e quella del Mar di Marmara nel 256.

I Goti navigarono lungo la costa orientale del mar Nero, entrando attraverso il Bosforo nel mar di Marmara e saccheggiando molte città, tra cui Calcedonia e Nicomedia. In risposta Valeriano, impegnato alla frontiera orientale, inviò alcune truppe a difesa di Bisanzio, spostando il suo esercito in Cappadocia. Ne profittò re sasanide Sapore I, che conquistò Doura Europos e Circesio.

Valeriano dovette allora tornare in Oriente e impegnare le forze sasanidi, ottenendo probabilmente una vittoria nei pressi di Circesium. La prolungata campagna in Oriente, le incursioni dei Goti e una epidemia che colpì l'esercito scossero però le forze di Valeriano, il quale fece sempre più affidamento sul re di Palmira, Settimio Odenato, che si schierò coi Romani contro i Persiani.

Nel 260, l'esercito sasanide mise sotto assedio le città di Carre e Nisibis, obbligando Valeriano a combattere a Edessa. Non si sa poi se per una sconfitta o un tranello, ma Valeriano fu catturato insieme al suo stato maggiore.



LA MORTE

Lo scrittore cristiano del IV secolo Lattanzio scrisse un'opera intitolata De mortibus persecutorum ("La morte dei persecutori"), in cui mostrava come i persecutori del Cristianesimo fossero stati poi puniti con destini infamanti; riguardo a Valeriano, racconta che Sapore lo tenne con sé utilizzandolo come sgabello per montare a cavallo e che poi lo fece uccidere e scuoiare, riempiendo la sua pelle, tinta di rosso, con della paglia e affiggendolo in un tempio come trofeo.

"Valeriano si fermò moltissimo in Oriente e noi non possiam dire cosa v'abbia egli fatto fino alla sua disgrazia. Tutto quello che sappiamo si riduce allo ristabilimento di Antiochia di cui abbiamo qui favellato e alla sua tarda marcia per andare a scacciare dalla Bitinia gli Sciti, che n'erano usciti prima ch'ei giugnesse in Cappadocia. Alla fine costretto ad andare a soccorrere Edessa assediata da Sapore e inanimito dalla vigorosa resistenza che a faceva la guarnigione di questa piazza passò l'Eufrate e venne in Mesopotamia. 

Diede una battaglia nella quale ebbe un esito infelice. Se ne rigetta la colpa sul tradimento di un generale, in cui l'imperatore avea una piena fiducia, e se ne abusò per impegnare l'imperatore in un posto, dove nè il suo valore nè il buon ordine delle truppe romane potevano a nulla servire.

Questo Generale è senza dubbio Macriano di cui avremo motivo di parlarne a disteso. Valeriano la cui natural timidezza era anche cresciuta a conto della sua sconfitta fece dimandare la pace a Sapore pronto a comperarla con grandissime somme di danaro. Sapore che meditava una perfidia licenziò gli Ambasciatori Romani dichiarando loro che voleva trattar l'affare coll'Imperatore in persona.

 Valeriano ebbe l'imprudenza di esporsi ad un abboccamento senza condur seco una buona e forte guardia e i Persiani approfittandosi della sua sciocca credulità lo circondarono d'improvviso per ogni parte e lo fecero prigioniero. Ecco ciò che troviamo di più verisimile e di meglio fondato intorno a questo funesto e ignominioso avvenimento di cui fissiamo la data col Signor di Tillemont all'anno di Gesù Cristo 260.

Ognuno sa qual indegno e orribile trattamento abbia sofferto questo sciagurato Principe durante una lunga schiavitù. Fu coperto di vituperi e di obbrobri come fosse stato il più vile schiavo della terra. Il suo superbo vincitore lo strascinava dietro a se dappertutto carico di catene e vestito nel medesimo tempo della porpora Imperiale il cui splendore inaspriva maggiormente il sentimento della sua miseria e quando Sapore voleva salire a cavallo conveniva che lo sventurato Imperatore si curvasse fino a terra affinchè l'insolente suo padrone mettendogli il piede sulla schiena si servisse di lui come di staffa. 

A questo sì crudele oltraggio il barbaro Re aggiugneva sovente delle parole ingiuriose osservando con un riso di dileggiamento che questo era veramente trionfare e non trionfare semplicemente in pittura come facevano i Romani. 

Quello che rese compiuta la disgrazia di Valeriano fu la vile e malvagia indifferenza di un figlio ingrato il quale assiso sul trono de Cesari lasciava suo padre in un sì deplorabile stato senza fare verun tentativo per liberarlo. 
L'unico contrassegno di attenzione che gli diede Gallieno fu di metterlo nel numero degli Dei ad una falsa novella della sua morte. Anzi si osserva che lo fece suo malgrado e per condiscendere al desiderio del popolo e del Senato che gli resero quest'omaggio prescritto dal costume frivolo del pari che ridicolo in sè stesso e inopportuno rispetto alle circostanze. 

L'ignominia del Principe schiavo non finì colla sua vita. Languì in una così orribile schiavitù almeno tre anni e alcuni dicono anche nove e dopo la sua morte Sapore ordinò che fosse scorticato e che si tingesse la sua pelle in rosso che si empisse di paglia per conservarle la forma umana e che fosse in questo stato sospesa in un tempio come un monumento immortale dell'ignominia de Romani e quando riceveva Ambasciatori da Roma mostrava loro questo spettacolo affinchè imparassero a deporre il loro orgoglio. 

Tutti gli Autori Cristiani hanno guardata l'orribile catastrofe di Valeriano come un effetto della divina vendetta per lo sangue de Giusti e de Santi che questo Imperatore benchè naturalmente propenso alla bontà inumanamente versato. 

Dico ch'era naturalmente buono e di questo ci fanno fede parecchie lettere che ci furono conservate dagli Scrittori della Storia Augusta nelle di Macriano di Ballisto di Claudio II di Aureliano e di Probo. Scorgesi esse dappertutto un Principe che giustizia al merito con ischiettezza e sincerità mostra in esse talvolta sentimenti eroici e degni degli tempi di Roma..."


Il racconto tramandato dalle fonti sasanidi vuole invece che Sapore abbia inviato Valeriano e alcuni suoi soldati a vivere a Bishapur, mentre il resto dei prigionieri romani avrebbero costruito un esempio dell'ingegneria romana, Band-e Kaisar, "la diga di Cesare", nei pressi di Susa. Valeriano aveva regnato dal 253 al 260. Ora restava suo figlio Gallieno.




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