G. LICINIO MACRO - C. LICINIUS MACER



CAIUS LICINIUS MACER - 84 A.C. (DENARIO)


Nome: Caius Licinius Macer
Nascita: 108 - 107 a.c.
Morte: intorno al 66 a.c.
Professione: Politico e Storico Romano


LE ORIGINI

La data di nascita di Gaio Licinio Macro, ovvero di Caius Licinius Macer, è sconosciuta, ma la lex Villia annalis, un plebiscito del 180 a.c. del tribuno Lucio Villio, sanciva un'età minima per l'accesso alle magistrature e un intervallo di due anni tra due cariche. Pertanto, poichè si poteva diventare pretore a 39 o 40 anni,.essendo Licinio stato nominato pretore nel 68 a.c., se ne desume che debba essere nato nel 108 o 107 a.c. circa.

Di lui sappiamo che discendeva da una nobilitas, cioè da un'aristocrazia che aveva raggiunto la fama avendo ricoperto cariche nei pubblici uffici, anche se la Gens Licinia fu peraltro una famosa gens plebea originaria della città etrusca di Lanuvio, ma all'epoca si poteva essere optimati pur discendendo da una gens plebea oppure il contrario. 



IL CURSUM HONORUM

Sappiamo inoltre che venne eletto, pure essendo aristocratico ma molto vicino ai plebei nell'ideale di giustizia, "tribunus plebis" (tribuno della plebe) nel 73 a.c. e rivestì poi una carica pro magistratus, che risalirebbe al 68 a.c., di praetor. Quest'ultimo incarico dovrebbe corrispondere a un governo di una provincia, di cui però non è stata tramandata alcuna testimonianza. 

In qualità di tribunus plebis, si batté per la restaurazione della tribunicia potestas, che includeva il diritto di veto su qualsiasi decreto del Senato, il diritto di intercessio (l'intervento di un soggetto in occasione di un atto compiuto da un altro soggetto, in genere un magistrato, arginandone perciò i poteri), l'immunità personale e la possibilità di comminare condanne capitali. Non dimentichiamo che Macro era un popularis, legato a Mario, per cui volle difendere la città etrusca di Etruria, che sostenne Mario e subì gravi danni a opera di Silla, tanto più che la gens Licinia aveva origini etrusche.

Macro ebbe come figlio il famoso poeta neoterico ed eccellente oratore atticista (gli atticisti sostenevano un'imitazione dei classici molto austera e un po' aulica), Gaius Licinius Calvus, amico di Catullo e ostile, come oratore, di Cicerone. Nel 66 a.c., quando Cicerone era pretor, secondo la lex repetundarum fu condannato. Morì poco dopo la condanna, accusato di peculato perchè si uccise nel 66. 

GENS LICINIA


IL DISCORSO AI ROMANI

Questo discorso di Gaio Licinio Macro fu pronunciato nel 73, quando ricopriva la carica di tribuno della plebe. Egli rivendicava la restituzione alla plebe di tutti i diritti di cui era stata privata da Silla, e che erano stati riconcessi solo in parte sotto il consolato di Cotta nel 75.

(1) “Se voi, Quiriti, non valutaste a sufficienza la differenza tra i diritti ereditati dai vostri antenati e la schiavitù apprestatavi da Silla, dovrei lungamente parlare e spiegarvi quante volte e in seguito a quali offese la plebe attuò una secessione in armi dal senato, e creò i tribuni della plebe come per rivendicare i propri diritti.
(2) Ora mi resta soltanto da esortarvi e da guidarvi sulla strada che credo sia quella giusta per conquistare la libertà.
(3) Non mi sfugge quanta sia la potenza della nobiltà, che da solo, senza potere, con un simulacro di magistratura, cerco di spodestare dal suo dominio, né quanto più liberamente agisca una banda di criminali rispetto agli onesti isolati.
(4) Ma oltre alla speranza che nutro in voi e che ha sconfitto la mia paura, credo che per un uomo valoroso sia preferibile una battaglia per la libertà con esito sfavorevole che non aver combattuto affatto.
(5) Tutti gli altri magistrati nominati per tutelare i vostri diritti hanno rivolto contro di voi la loro forza e il loro potere, allettati da favori, speranze, compensi, e preferiscono delinquere a pagamento che non comportarsi bene gratuitamente.
(6) Così tutti sono caduti in potere di pochi, i quali con la scusa delle necessità militari si sono impadroniti dell’erario, degli eserciti, dei regni, delle province, e si sono fatti un baluardo delle vostre spoglie, mentre voi, moltitudine, come bestie offrite voi stessi al dominio e allo sfruttamento dei singoli, spogliati di tutto quello che vi hanno lasciato i vostri antenati, tranne il diritto di voto, attraverso il quale una volta nominavate dei difensori, adesso nominate dei padroni.
(7) Così tutti hanno cambiato campo; ma presto, se riconquisterete i vostri diritti, la maggior parte torneranno da voi. È ben raro, infatti, il coraggio di difendere le proprie idee: tutti gli altri appartengono al più forte.
(8) Dubitate forse di trovare ostacoli se vi muovete con impeto concorde, quando hanno avuto paura di voi anche quando eravate pigri e sonnacchiosi? Non è forse vero che Gaio Cotta, console uscito dal seno stesso della nobiltà, per nessun altro motivo che per paura ha restituito ai tribuni della plebe una parte dei loro diritti? E sebbene Lucio Sicinio, il primo che osò parlare del potere dei tribuni mentre voi bofonchiavate in silenzio, sia stato sopraffatto, tuttavia i vostri nemici ebbero paura dell’impopolarità ben prima che voi aveste nausea delle offese ricevute.
(9) Di questo non mi meraviglierò mai abbastanza, Quiriti: avete ben capito che le vostre speranze sono vane. Dopo la morte di Silla, che vi aveva imposto una schiavitù feroce, credevate finiti i vostri mali, ma ecco che è spuntato Catulo, molto più feroce.
(10) Poi scoppiò un tumulto durante il consolato di Bruto e Mamerco. Poi Gaio Curione spinse il suo potere fino a uccidere un tribuno innocente.
(11) Avete visto l’anno scorso con quanta violenza Lucullo attaccò Lucio Quinzio e quanti disordini si vanno adesso sollevando contro di me! Ma tutto sarebbe stato inutile se loro avessero avuto intenzione di mettere fine al loro dominio prima che voi alla vostra schiavitù: tanto più che in queste guerre civili, sia pure con altre parole, le due parti si sono contese il dominio su di voi.
(12) Per questo motivo furono limitati nel tempo gli altri conflitti, divampati dalla licenza, dall’odio, dall’ingordigia, mentre è rimasto costante l’obiettivo perseguito dalle due parti e strappato a voi per il futuro: il potere dei tribuni, l’arma che i nostri padri avevano allestito in difesa della libertà.
(13) Io dunque vi esorto e vi prego di riflettere, e di non cambiare per ignavia il senso delle parole, chiamando tranquillità la schiavitù. E del resto, di questa tranquillità non c’è modo di godere se il delitto sconfiggerà la giustizia e l’onore; ci sarebbe stato solo se voi foste rimasti totalmente acquiescenti. Ma adesso se ne sono accorti, e se non vincerete vi terranno in servitù più stretta, perché ogni offesa è tanto più sicura dell’impunità quanto più è grave.
(14) Qual è dunque la tua proposta? Chiederà qualcuno di voi. Per prima cosa, che abbandoniate questo modo di comportarvi con l’animo pigro e la lingua svelta, pensando alla libertà solo finché siete in assemblea.
(15) Poi – non vi invito a quelle azioni virili grazie alle quali i vostri antenati ottennero i tribuni della plebe, l’accesso alle magistrature patrizie, votazioni libere non sottoposte alla ratifica dei patrizi9 – dal momento che tutta la forza sta in voi, Quiriti, e sta nella vostra facoltà compiere o no a vostro vantaggio gli ordini che adesso subite a vantaggio di altri, aspettate forse consiglio da Giove o da qualche altro Dio?
(16) I grandi ordini dei consoli e i decreti del Senato, siete voi a ratificarli obbedendo, Quiriti; e siete voi di vostra iniziativa a favorire e aumentare l’arbitrio perpetrato contro di voi.
(17) Io non vi esorto a vendicarvi delle offese, ma a desiderare la pace, e, volendo non la discordia civile come loro mi calunniano, ma la fine di essa, richiedo ciò che ci appartiene secondo il diritto delle genti, e se vorranno ostinarsi a trattenerlo, vi propongo non la guerra né la secessione, ma semplicemente che smettiate di offrire il vostro sangue.
(18) Detengano e amministrino le cariche a modo loro, cerchino il trionfo, affrontino pure Mitridate, Sertorio e il resto degli esiliati con i ritratti dei loro antenati: chi non ha parte dei frutti, resti fuori anche dalle fatiche e dai pericoli.
(19) Ma forse con questa improvvisa legge frumentaria si vogliono ripagare i vostri carichi. Con essa hanno valutato a cinque moggi la libertà di tutti voi, non più della razione di un carcerato. Allo stesso modo che quelli con una razione così povera sono sì tenuti in vita, ma le loro forze si infiacchiscono, concessioni così piccole ingannano con esili speranze l’ignavia di ciascuno, senza liberarvi dalle preoccupazioni familiari.
(20) E anche se fosse un’offerta ampia, dal momento che ve la darebbero come prezzo della schiavitù, quale viltà non sarebbe cadere nell’inganno, e dover ringraziare l’offensore di ciò che è vostro?
(21) Attenti agli inganni: in nessun altro modo possono avere la meglio contro tutti voi, e nemmeno lo tenteranno. Per questo, da un lato vi apprestano delle lusinghe, dall’altro vi rimandano all’arrivo di Gneo Pompeo – colui che un giorno, quando la loro paura era al massimo, portarono a spalla in trionfo, e adesso che non hanno più paura lo calunniano.
(22) E non si vergognano, questi presunti vindici della libertà, di non avere il coraggio di far cessare l’ingiustizia ovvero di difendere i loro diritti, solo perché, tanti come sono, gli manca un uomo.
(23) E io credo per certo che Pompeo, quel giovane pieno di gloria, preferisca arrivare al potere col vostro sostegno piuttosto che complice della loro tirannide, e sarà tra i primi a difendere il potere dei tribuni.
(24) Un tempo, Quiriti, i singoli cittadini trovavano difesa nella collettività; adesso tutti la trovate in un uomo solo, e nessun uomo da solo poteva dare o togliere questi diritti.
(25) Ho detto abbastanza, e del resto, non è l’ignoranza che vi inceppa.
(26) Piuttosto vi ha preso una specie di torpore, per cui restate insensibili alla gloria come all’infamia, e avete dato tutto in cambio dell’attuale bonaccia, pensando di avere libertà più che sufficiente, solo perché la frusta risparmia le vostre schiene e siete liberi di muovervi, per concessione dei vostri ricchi padroni.
(27) Diritti che i contadini neppure hanno: vengono uccisi nelle lotte fra i potenti, o mandati nelle province come dono ai magistrati.
(28) Si combatte dunque e si vince a vantaggio di pochi, e qualunque sia l’esito, la plebe è sconfitta e lo sarà ogni giorno di più, se avranno maggiore impegno loro nel mantenere la tirannide che voi nel reclamare la libertà”.



LICINIO MACRO L'ORATORE

Macro aveva ottime capacità retoriche, come si capire dal discorso riportato da Sallustio e dalle dichiarazione di un personaggio a lui ostile, come Cicerone, che nel Brutus ha scritto:
« Gaio Macro ebbe sempre poca autorità, ma fu avvocato dalla diligenza pressoché ineguagliabile. Se la sua condotta di vita, i suoi costumi, infine la sua stessa fisionomia non avessero completamente guastato la reputazione che doveva al suo talento, avrebbe goduto di maggiore rinomanza tra gli avvocati. Senza aveva grande ricchezza di eloquio, non era tuttavia misero; lo stile non era particolarmente forbito, ma neppure trasandato; la voce, il gestire, e tutta l'azione non aveva grazia; ma nell'invenzione e nella composizione era di una accuratezza straordinaria: difficilmente saprei indicare, in altri, una maggiore, o più scrupolosa: ma era tale, che l'avresti detta piuttosto da mestierante che da oratore. Egli anche se si faceva apprezzare nei processi penali, aveva tuttavia un ruolo più in vista nelle cause private ». 

Cicerone riconosce le capacità oratorie e di patronus (colui che esercitava il patrocinio avvocatizio) nelle cause private, ne apprezza l'oratoria, con uno stile vivace e colorito e che riusciva a organizzare perfettamente le cinque parti dell'arte retorica - inventio, ordo, elocutio, memoria e actio - nei suoi discorsi, e come i fatti nei suoi discorsi siano precisi, ma queste capacità sarebbero rovinate da un comportamento e dall'astuzia di un “mestierante”.



L'OPERA STORICA

L'opera storica di Macro fu compresa in sedici o ventuno libri, considerata nei secoli successivi «un'autorità per la parte in cui trattava dalle origini fino al III secolo a.c.».

Ma Cicerone scrive nel I libro di De legibus:
«A che infatti dovrei citare un Macro? la cui garrulità presenta qualche arguzia, ma non già derivante dalla colta facondia dei Greci, ma dai copisti latini, e nei pezzi oratori vi è certo molto elevatezza, ma fuor di proposito, ed esagerata audacia».

Macro è quindi uno storico abile ma si riferirebbe più alla tradizione patrizia latina, che a quella greca. Dell'opera "Annales" o Historiae, possediamo oggi solo dei frammenti, ma sappiamo che venne adoperata come fonte attendibile da Livio e Dionigi di Alicarnasso, forse per le ricerche approfondite e per il ricorso ai libri lintei (antiche liste di magistrati romani, registrate su teli di lino e conservati nel tempio in onore della dea Giunone Moneta, sul Campidoglio). 

I libri lintei sono testimoniati da varie fonti italiche. Anche Livio riferisce che Macro citava questi documenti e ne utilizza l'opera anche se Macro, come altri annalisti, enfatizzava le glorie familiari; ma a parte questo ne rispettava l'opera.

GENS LICINIA


ORAZIONE PER LA LIBERTAS

Uno dei discorsi delle Historiae di Sallustio (86 - 34 a.c.) che elaborano il concetto di libertas e quindi di democrazia, che a Roma corrispondeva alla iura o res publica, è l'orazione di Macro nel 73 a.c., quando il ruolo della magistratura a lui attribuita era stata esautorata, con le riforme del dittatore Silla, negli anni 81-80 a.c.

Macro si rivolge al popolo romano e ricordando le lotte patrizio-plebee, rammenta che i costumi degli antenati devono essere mantenuti, si devono tutelare i diritti conquistati. L'uomo deve combattere per la libertà, anche a costo di soccombere, piuttosto che rinunciare alla lotta. Macro vuole in effetti recuperare il ruolo di garante del tribunus plebis per tutelare i diritti dei plebei. 
« In una democrazia invece deve governare la maggioranza, che deve potere esprimere liberamente i propri suffragia. Bisogna contrastare coloro che assoggettano il potere e che vogliono sottrarre al popolo la:«la potestà tribunizia, arma forgiata dagli avi a difesa della libertà »

È necessario recuperare il ruolo di tutti i magistrati di tutela e garanzia. Non si può abbandonare la res publica nelle mani corruttrici di pochi senza reagire, ora che i romani sono stati privati « di tutto ciò che avete ereditato dagli antenati ».

Viene menzionato Lucio Sicinio (il tribuno della plebe del 76 a.c. vittima di Curione), il primo che ardì di ricordare della potestà tribunizia, mentre i plebei si limitavano a borbottare. Ma questi fu rovesciato. Bisogna lottare non solo con le parole, anche se la contio è il locus libertatis, in cui si partecipa al vero spazio della democrazia e della partecipazione politica comunitaria.

- Gaio Aurelio Cotta (console nel 75 a.c.) aveva fatto abolire il diritto di assumere altre cariche magistratuali
- Nel 73 a.c. i consoli Gaio Cassio Longino e Margo Terenzio Varrone Lucullo avevano proposto che ogni proposta legislativa doveva avere in prima istanza l'avallo del senato; il tribunato della plebe veniva depotenziato del suo ius intercessionis e non poteva continuare il cursus honorum.
I plebisciti dunque non devono essere ratificati dalla classe patrizia; e non c'è alcuna divinità che possa scegliere per i Quiriti (i responsi oracolari). . 
Tuttavia per Macro non si deve rispondere al sopruso con la violenza, perché nella res publica non si deve creare attrito, il quale scompagina l'assetto societario. È necessario riconquistare gli iura. Se i patrizi si ostineranno nei loro interessi, non è necessario prendere le armi e compiere una ennesima secessione, si può invece non partecipare più alla vita militare («travagli e pericoli non tocchino chi non avrà parte dei frutti»).

Le avversità e i rischi di combattere quindi non devono più essere un interesse dei plebei, che non hanno alcun diritto («di non mettere più oltre a repentaglio la vostra via») come nel 73 a.c., in cui con la legge Terentia Cassia frummentaria si ripristinavano le frumentazioni. Con l'elargizione del frumento non si aiuta, dichiara Macro, nessuno, neanche nella cura familiare.


LA MORTE

Della morte di Macro scrive Plutarco nella Vita di Cicerone scrive:
« Licino Macro, uomo già potente nella città di per sé e per di più appoggiato da Crasso. Un'inchiesta per peculato fu condotta a suo carico da Cicerone. Licino Macro, confidando nel proprio potere e nei propri appoggi, quando ancora i giudici non avevano deciso il verdetto, tornò a casa, si fece tagliare i capelli e indossò in fretta un mantello bianco, per andare nel foro di nuovo, da vincitore. Sotto casa, però, incontrò Crasso, venuto a dirgli che era stato condannato all'unanimità. Tornò quindi indietro, si mise a letto e morì ».
Cicerone, nella "Pro Rabirio perduellionis" reo (del 63 a.c.), orazione tenuta davanti al popolo in difesa di Rabirio, condannato a morte per l'uccisione del tribuno Saturnino nel 100 a.c., considerato delitto contro lo Stato, Cicerone scrive:

« A meno che tu non ritenga per caso che la tua accusa concernente la profanazione di luoghi e boschi sacri meriti una lunga confutazione, visto che a questo proposito ti sei limitato a dire che si tratta di un'imputazione formulata con Rabirio da Licinio Macro; ma sempre a questo proposito io mi meraviglio che tu, mentre hai ricordato l'accusa rivolta a Rabirio da Macro, suo nemico hai invece dimenticato la sentenza pronunciata da giudici imparziali e sotto il vincolo del giuramento ».

Valerio Massimo (I sec. ac. - 31 d.c.) invece nel Factorum et dictorum memorabilium libri IX descrive le morti di uomini illustri tra cui quella di Gaio Licinio Macro che salì sulla balconata della Basilica, durante il conteggio dei voti per l'accusa "de repetundis" (di concussione) e si uccise.
Cicerone, che presiedeva il tribunale, saputo che Macro si stava soffocando con un fazzoletto, avrebbe deciso di non pronunciare la condanna.

Però Cicerone in una lettera ad Attico dichiara:
« Qui a Roma ho condotto a buon fine il processo di Gaio Macro, trovandomi sorretto dallo sbalorditivo consenso popolare, che proprio non mi aspettavo. Io, a dire il vero, mi ero comportato con ragionevole indulgenza nei riguardi dell'imputato, tuttavia la sua condanna mi ha fruttato, per quel che ne pensa la gente, prestigio molto maggiore di quello che ne avrei ottenuto dalla sua riconoscenza, se egli fosse stato assolto ».



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