TARAS - TARANTO (Puglia)




« E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano. »

(Quinto Orazio Flacco - A Settimio)

MAPPA DI SOLETO

ORIGINE DEL NOME

Il toponimo Taras (in greco: Τάρας), nome originario della città, è legato alla colonizzazione ellenica della Magna Grecia che iniziò dall'VIII-VII secolo a.c. con le colonie ioniche e doriche. Il toponimo compare, oltre che sulle monete magno-greche risalenti al periodo di massimo splendore della città, anche sulla Mappa di Soleto, scoperta all'interno di un grande edificio messapico nel 2003 a Soleto (LE - Puglia - Italia) dall'archeologo belga Thierry van Compernolle, a testimoniare le relazioni esistenti tra gli Iapigi, i Messapi ed i Greci nel V secolo a.c.

La più antica mappa geografica occidentale dell'antichità classica, incisa sul frammento di un vaso attico smaltato di nero.
Taras era una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, nonché leggendario fondatore della città di Taranto. Sposò Satureia, figlia del re Minosse.

 Circa nel 2000 a.c., Taras avrebbe navigato fino in puglia, approdando presso un corso d'acqua che poi da lui avrebbe preso il nome: il fiume Tara. Mentre Taras compiva sacrifici sulle rive dello Ionio per onorare suo padre Poseidone, gli sarebbe apparso improvvisamente un delfino, segno che avrebbe interpretato di buon auspicio e di incoraggiamento per fondare una città da dedicare a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo, località tuttora esistente. Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi.

Le indagini sulll'area del promontorio di Torre Saturo (da Satyria) hanno rivelato una fonte ancora attiva fino a pochi anni fa denominata Satyria dal nome della ninfa del luogo (figlia di Minosse e madre dell'eroe Taras), con i resti di un primitivo santuario in grotta, ora in rovina, riferibile a un antico culto indigeno della ninfa, in età arcaica forse associato a quello coloniale ctonio di Persefone-Kore, a cui più tardi per influsso di Taranto sembra congiungersi il culto di Afrodite.


Questo perchè tra i resti stipe arcaica figurano frammenti vascolari con iscrizioni a Gaia, il nome tarantino di Persefone; mentre si sono rinvenuti i frammenti di un'anfora attica a figure nere del pittore Exekias, operante nel VI sec. a.c., recante una dedica incisa alla Basilìs, l'epiteto tarantino di Afrodite.

L'abbondantissimo materiale votivo del santuario era raccolto in favisse: le più antiche, del VII-V sec. a.c., spesso in costruzioni di pietre; le più tarde in forma di bòthroi e traboccanti di ceramiche e terrecotte votive del IV e III sec. a.c., quasi sempre intenzionalmente frantumate.

Fra le statuette più antiche vi sono esemplari di tipo dedalico, sculture greche in pietra di grandezza naturale e oltre, il cui stile ricorda gli avori scolpiti siriaci e fenici del IX e dell'VIII secolo a.c., con figura frontale, corpi con vita stretta e busti triangolari, parte superiore della testa piatta, fronte bassa con linea dei capelli dritta, viso a triangolo con grandi occhi, incorniciato da capelli che cadono sulle spalle con divisioni orizzontali o in sottili trecce.

Ma vi compare pure la ceramica dell'Antico e del Medio Corinzio, con scene mitologiche tratte dall'epopea omerica. Numerosi anche i vasi laconici, spesso imitati sul luogo o provenienti da Taranto, quelli rodii e soprattutto attici a figure nere e a figure rosse.

Importante un sacello con statua marmorea acefala del IV sec. a.c., forse Afrodite, accompagnata da statuette raffiguranti la dea o le sue devote in stile tarantino.
Significativi il rinvenimento di statuette raffiguranti Satyria e Taras sul delfino, le quali sembrano richiamare l'antico culto locale della ninfa.

La tradizione riporta la fondazione di Taranto al 706 a.c. quando, come riferisce lo storico Eusebio di Cesarea, un gruppo di coloni Spartani occupa questa zona per trasferircisi.
L'approdo avviene sul promontorio di Saturo e qui fioriscono i primi insediamenti.

Come sempre accade i primi coloni si considerarono gli aristocratici del luogo attribuendosi vari privilegi come avvenne per i primi romani insediatisi sui colli.

Lo sfruttamento del fertile territorio venne difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati.
A differenza delle altre città della Puglia (come Bari e Brindisi), Taras (Taranto) non fu annessa all'impero romano se non in epoca tarda.
La leggenda racconta che nell'VIII secolo a.c., l'eroe spartano Falanto divenne il condottiero dei Partheni, cioè di quel gruppo di cittadini nati durante la guerra messenica, dell'aristocrazia al potere nella città di Sparta.

Consultando l'Oracolo di Delfi prima di avventurarsi alla ricerca di nuove terre, apprese che sarebbe giunto nella terra degli Iapigi, e che avrebbe fondato una città quando egli avesse visto cadere la pioggia da un cielo sereno e senza nuvole (in greco ethra).

Falanto si mise in viaggio, fino a quando giunse nei pressi della foce del fiume Tara. Venne sconfitto dagli Iapigi e, addormentatosi sul grembo della moglie, ella pianse a dirotto sul volto del marito, commossa dalle sue traversie.

L'oracolo si era avverato, una pioggia era caduta su Falanto da un cielo sereno: le lacrime della moglie Ethra (cioè etere) Così Taras fondò lì la sua città lì, presso l'insediamento iapigio di Saturo, con un santuario per il culto di Poseidone.

Più tardi, giunsero dal mare nuove popolazioni Arii (indoeuropei), che, attratte dalla particolare conformazione della costa, costruirono le loro case su palafitte. Un po' alla volta gli Arii riuscirono a sottomettere le popolazioni locali ed a controllare tutto il territorio.

RESTI DEL TEMPIO DORICO

LA MAGNA GRECIA

Intorno al 500 a.c. la città era governata da una monarchia, infatti un re tiranno di nome Aristofilide provocò un gran numero di esuli. L'ultimo re assalì più volte i vicini Peucezi e Messapi, fino alla definitiva sconfitta subita da parte degli Iapigi nel 473 a.c., riportata da Erodoto. Questo evento fece espellere l'aristocrazia sostituendola con un sistema democratico, cacciando non solo gli aristocratici ma pure i Pitagorici.

Nella prima metà del V secolo a.c. la città ebbe una nuova cinta muraria e si edificò un imponente tempio dorico sull'acropoli. Tra il 444 a.c. ed il 433 a.c., entrò in guerra per il possesso della Siritide contro la colonia di Thurii, conclusasi con una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Heraclea, in cui, però, prevalse la componente dorica di Taranto.

GRANDE MOSAICO
Successivamente Taranto parteggiò per Sparta e nella guerra del Peloponneso contro Atene,  negò nel 415 a.c. l'approdo alle navi ateniesi dirette in Sicilia. Dal 343 al 338 a.c. i Tarantini si scontrarono ancora con i Messapi, ma vennero sconfitti.

Nel 335 a.c., in occasione di una guerra contro Lucani, Bruzi e Sanniti, Alessandro I detto il molosso,  conquistò le città di Brentesion (Brindisi), Siponto, Heraclea (Eraclea), Cosentia (Cosenza) e Paestum (Pestum).

Nel 303 a.c., per frenare l'espansione di Taranto, i Lucani si allearono con Roma, che, tuttavia stipulò la pace, con una clausola che vietava alle navi romane di spingersi a oriente oltre Capo Lacinio.


Nel 282 a.c., Roma inviò una flotta composta da dieci navi in soccorso degli abitanti di Thurii, assediati dai Lucani, oltrepassando Capo Lacinio e pretesero di ormeggiare nel porto di Taranto. I Tarantini le affrontarono con la propria flotta, riuscendo ad affondare quattro navi e a catturarne una e facendo molti prigionieri tra i Romani. Poi marciarono contro la vicina Thurii, sconfissero il presidio romano e saccheggiarono la città.

Roma, non volendo la guerra,  inviò nella città come ambasciatore Lucio Postumio per chiedere con fermezza la restituzione della nave e dei prigionieri catturati, nonché l'abbandono di Thurii. Postumio fu accolto con dileggio e sarcasmo per il suo abbigliamento e per il greco incerto con cui si espresse.

Avendo, inoltre, espresso delle minacce, per reazione i Tarantini invitarono l'ambasceria ad abbandonare subito la città e si racconta che in quell'occasione un uomo di nome Filonide, orinò sulla toga di Postumio, che così ammonì la popolazione: "Per lavare quest'offesa spargerete una gran quantità di sangue e verserete molte lacrime". E così nel 281 a.c. Roma dichiarò guerra a Taranto.

L'ACQUEDOTTO TARANTINO

TARANTO CONTRO ROMA 

Taranto strinse alleanza con Pirro, Re dell'Epiro, che inviò il suo luogotenente Milone con un esercito di circa 30.000 uomini e 20 elefanti e obbligò i giovani Tarantini ad arruolarsi.

Gli scontri tra Epiroti e Romani furono un vero eccidio: la Battaglia di Heraclea del 280 a.c., che ebbe protagonisti il console romano Publio Valerio Levino e lo stesso Pirro, costò 7.000 morti, 2.000 prigionieri e 15.000 feriti ai Romani e 4.000 morti più un gran numero di feriti tra i greci. I successi degli Epiroti erano legati alla presenza degli elefanti da guerra, sconosciuti fino ad allora ai Romani.

La lega tarantino-epirota vinse anche nella Battaglia di Ascoli Satriano del 279 a.c., ma, nonostante queste iniziali vittorie, Pirro, consapevole dei rischi con Roma, si spostò in Sicilia. I Romani intanto si riorganizzarono e impararono a difendersi dagli elefanti, per cui iniziarono a vincere, tanto che Pirro accettò di abbandonare l'Italia, a patto che Taranto fosse salva.


Tuttavia, Roma tornò ben presto in campo contro i popoli del sud e Pirro fu nuovamente invitato a ritornare in Puglia. Le sconfitte di Pirro furono questa volta decisive, tanto che, dopo la disfatta di Malevento si ritirò in Grecia (dove morì poco dopo), lasciando a Taranto solo una piccola guarnigione comandata da Milone.

I Tarantini chiesero l'aiuto di una flotta cartaginese per liberarsi del presidio epirota. Ma Milone consegnò la città al console romano Lucio Papirio Cursore, console del 293 a.c.  che, con il collega Spurio Carvilio Massimo, nel 272 a.c. ne fece smantellare le mura, imposero un tributo di guerra togliendole armi e navi. Tutto ciò che ornava Taranto (statue dell'arte greca, oggetti preziosi) fu inviato a Roma.

Vennero prelevate anche le menti migliori del tempo: matematici, filosofi e letterati, tra cui Livio Andronico (drammaturgo, poeta e attore), che tradusse in latino l'Odissea; il grande poeta Leonida (il maggiore esponente della scuola dorico-peloponnesiaca), invece, riuscì a fuggire prima della capitolazione della città, ma da quel momento visse un'esistenza molto povera, morendo in esilio. Roma nominò Taranto sua alleata ma non lo consentì di coniare moneta.


Durante la II Guerra Punica, Taranto, ancora antiromana,  brigò per favorire l'arrivo dei Cartaginesi, così Annibale riuscì nel 212 a.c. ad impadronirsi di Taranto e costrinse all'assedio i Romani, che non furono più in grado di usare la città come base logistica per le proprie truppe.

Nel 209 a.c., il console romano Quinto Fabio Massimo si impadronì nuovamente di Taranto, grazie al tradimento di un ufficiale cartaginese e nel 123 a.c. Gaio Gracco ne fece una colonia. Dopo l'89 a.c., la comunità greca e la colonia romana divennero municipium, ora Taranto era romana.

Nell'occasione di uno storico patto tra Augusto e Marco Antonio nel 37 a.c., la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro. La città prosperò all'epoca di Traiano, durante il quale furono costruite le terme Pentascinenses, poi restaurate nel IV secolo da Furio Claudio Togio Quintilio il Corrector Apuliae et Calabriae.



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