PONTE D'AUGUSTO (Narni - Umbria)


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PONTE SULLA FLAMINIA
Ai piedi della città di Narni, percorrendo la via Flaminia, si giunge, lungo la strada della Funara, poco prima della frazione di Stifone, vicino al fiume Nera. Questo, imboccando la gola dei monti Corviano e Santa Croce, va ad infrangersi sui piloni del ponte romano di Augusto, che originariamente univa i due monti.

Citato dalle fonti classiche, raffigurato da artisti e viaggiatori, vero capolavoro dell'architettura romana, è da porre in relazione alle grandi ristrutturazioni volute da Augusto nel 27 a.c., lungo il percorso della strada consolare Flaminia.

Dell'imponente struttura originaria restano due piloni voltati ad arco sulla sponda del monte Corviano, una seconda sezione sulla sponda del monte Santa Croce e i ruderi di due piloni dell'arcata centrale, crollata prima del 1055.

IL PONTE NEL 1864
Il ponte era lungo 160 metri e alto 30: fatto costruire dal I imperatore romano, ma dell'imponente struttura originaria resta solo un arco largo 19 m. Dell'arcata centrale, crollata nel 1855 (doveva avere una luce di ben 32 metri), restano pochi ruderi.

La lunghezza originaria del ponte doveva essere di circa 160 m per un'altezza di 30 m, con una luce mirabile dell'arco centrale di circa 32 m, mentre la larghezza del piano stradale era di 8 m. Il fronte, realizzato in nucleo cementizio e paramenti di blocchi squadrati con bugnature e a corsi alternati, presenta (a due terzi dell'altezza dei pilastri) una cornice aggettante, che si ritrova nella parte interna dell'arcata. I piloni hanno una pianta rettangolare e sono in parte impostati sulla roccia.

L'ARCATA SOPRAVVISSUTA
Nel corso del tempo, è stato più volte soggetto a crolli e gravi danneggiamenti, come quelli risalenti al 1053-54. Si suppone che il ponte s'innalzasse su quattro arcate, tutte con un'ampiezza diversa che variava dai 19 m della prima, 32 m dell'arcata centrale, circa 17 m della terza e 16 m della quarta, se esisteva. 

Secondo il Guattani, le pietre furono levate da un luogo chiamato Valle Mantea, presso Civitella, alla volta di Fiano; nel 1724 venne inoltre scoperto come le pietre rimanessero saldamente connesse tra loro in quanto, oltre alla calce, erano state adoperate delle anime di ferro saldamente piombate alle loro estremità.

I RESTI DEL PONTE ASSOLUTAMENTE ABBANDONATI
Il ponte, a causa di frequenti crolli, ma pure alluvioni, è inagibile già dal XIII secolo. Del ponte, che doveva essere a tre o quattro arcate, (sembrerebbero quattro) si possono ammirare la prima arcata, forse la più grande, e i ruderi di due pilastri.

Inutile chiedersi come mai una così gloriosa opera d'arte sia stata lasciata crollare nei secoli, visto che con una ordinaria manutenzione, i ponti romani resistono ovunque da 2000 anni. Ci sono diverse ragioni. Una è che i ponti romani nel medioevo venivano chiamati spesso "Ponte del diavolo", ce ne sono a centinaia in tutta Europa, ma soprattutto in Italia.


Essendo il medioevo un evo oscuro in cui, con la chiusura delle scuole e la bruciatura dei libri, si erano perse quasi tutte le cognizioni della scienza, a cominciare dall'architettura, un'opera di sofisticata architettura come un ponte romano doveva essere opera del diavolo, e sui ponti sorsero varie vicende di santi e diavoli dove però i diavoli sapevano costruire i ponti ma i santi no.
Come dire che i romani, essendo pagani, avevano non solo una religione diabolica, ma pure una scienza diabolica.

L'altra ragione è che poco occupandosi del popolo, come se ne era invece occupato da sempre sia la Repubblica che l'Impero Romano, i Signori del medioevo poco si occuparono di strade, ponti e acquedotti, più pronti a pagare soldati mercenari che non a fare opere di edilizia per il popolo. E l'usanza è proseguita a tutt'oggi. Almeno i resti sulla terra ferma potevano venire rimessi in piedi. Non è da tutti possedere nel proprio territorio i resti di un ponte di 2000 anni fa.





 

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