PONTE DI ANNIBALE SUL MELANDRO (Campania-Basilicata)


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A pochi metri dalla stazione ferroviaria di Balvano-Ricigliano (prov. Salerno) si trova un antico ponte che è comunemente chiamato ponte di Annibale, per via della tradizione che vuole sia stato costruito da Annibale in discesa verso il Sud. Nonostante sia un ponte millenario, non è crollato durante il devastante terremoto dell'Irpinia del 1980, a differenza dell'adiacente ponte stradale, di ben più recente costruzione, né ovviamente durante i numerosi terremoti precedenti, spesso di forte intensità.

Il ponte, uno dei più antichi del suolo italico, largo 3,45 metri alto 11 metri e lungo circa 25 metri, è costruito ad una unica volta con due archi a tutto sesto, con grandi massi di tufo sfalsati per assicurarne una maggiore stabilità, rispetto alle piene e ai terremoti.

Il ponte venne distrutto dagli stessi romani al tempo della sconfitta di Annibale per arrestarne la fuga ed impedirgli di raggiungere le sue navi sulla costa, ma subito dopo ricostruito con l'identico materiale edilizio e con lo stesso modello architettonico dei genieri del generale cartaginese per il transito della sua armata.

Il ponte, edificato a grandi massi di tufo grigio, sovrapposti a secco senza malta, ha di particolare che inizia dal suolo e non s’appoggia ai pilastri. I suoi parapetti sono crollati e sul piano stradale non si vede traccia di “crepidines” o marciapiedi laterali.

A suo tempo i preti l'hanno bollato come infiniti altri ponti "Ponte del diavolo" in quanto opera del diavolo e si credette di vedere sopra alcune pietre l’impronta della mano del diavolo. Le opere romani sono passate nei secoli bui e oltre come opere diaboliche in quanto di epoca pagana. 


Naturalmente vi fu creata sopra la solita leggenda del solito santo che sconfigge il solito diavolo. Quest'ultimo per la rabbia della sconfitta, tirò un calcio alla spalla destra del ponte, provocandone la grossa lesione che dopo il dovuto restauro ora è del tutto scomparsa.

Ai primi del 1900 l’archeologo Edoardo Galli, ne spiega il mistero: “Non v’è dubbio che in più di duemila anni il fiume abbia colmato una buona metà dell’altezza primitiva. Infatti non si vedono i pilastri su cui poggia la volta perché sono sotterrati nella ghiaia e come si può notare oggi, il fiume scorre a livello della corda dell’arco."

Infatti le fondazioni del ponte, si trovano ad una profondità di circa ml 1,50 dal piano attuale del greto del fiume, ma oggi l’interramento di una parte del ponte non è contemplato perché la parte cosiddetta interrata sarebbe niente altro che le fondazioni del ponte, costituite da due ordini di blocchi squadrati e sovrapposti per una larghezza di ml 5 circa ed una lunghezza pari a quella del ponte compresa la rampa di salita del lato destro, con uno spessore di ml 1, 40 -1, 50. 

Così i mensores romani, misuratori e topografi delle legioni, che sapevano edificare di tutto, ponti compresi, vollero creare una briglia antierosione, a protezione del ponte, fatta a gradoni e degradante verso il centro.

Gli edificatori romani di ponti (già pontifex), che avevano appreso dagli etruschi la divina arte di edificare ponti, ben sapevano che assemblando tra loro materiali diversi, si provocava nel tempo una diversa dilatazione, per cui la calce dei giunti si sarebbe erosa con la conseguente caduta dei blocchi di tufo. 

Invece, con il passare del tempo i giunti si sono suturati con il calcare scioltosi nelle stesse pietre, tanto da formare un unico blocco. Gli ingegneri romani erano davvero straordinari: proprio attraverso l’analisi di questo calcare, è stato possibile possibile stabilire l’età del ponte di Annibale sul Menandro, stabilita risalente a circa 2000 anni fa.





 

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