CULTO DI ANACETA


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Dea dei Peligni, Grande Madre Anaceta, con l'attributo del serpente. La Dea è conservata oggi nel museo della Preistoria, una struttura polifunzionale sorta nei pressi dell'area archeologica Le Paludi.
La collezione del museo va dall'età del Bronzo fino all'epoca romana e illustra la storia della Marsica a partire dai primi villaggi di palafitte.

Gli scavi archeologici a Le Paludi, effettuati dal 1985 al 1998, hanno portato alla luce un insediamento del terzo millennio a.c., sulle rive dell'antico lago del Fucino. Dell’istituto in loco della cosiddetta “ierodulia”, o prostituzione sacra, sembra esserci una testimonianza tarda del greco Atenodoro, riportata da Porfirio, datata attorno al III secolo a.c.

La Dea marsica venne chiamata Anaceta, Anxia, Anctia, Antia, Angizia, Angitia e così via, una Grande Madre che variava le sfumature del suo nome da pagus a pagus. Nel 2003 a Luco de Marsi vennero rinvenute tre statue femminili: la divinità seduta in trono, in terracotta (in alto), e due in marmo di scuola rodia del II sec. a.c., rappresentanti Cerere e Afrodite.

La Dea Anaceta era venerata a Luco dei Marsi (AQ), la Signora dei serpenti di cui era in grado di neutralizzare il morso, e che una tradizione trasmessa da Servio considera sorella di Circe e Medea, dunque una triplice Madre. 

Il mito sembrerebbe sopravvivere nel comune di Cocullo (AQ), dove, all’inizio del mese di maggio, si tiene ancora ogni anno la “processione” della statua di San Domenico ricoperta da serpenti vivi, affinché il santo scongiuri il pericolo dei. morsi da serpenti. Come al solito i riti femminili passano ai maschi, che interpretano alla meno peggio un rito ormai indecifrabile.

I RESTI DEL SANTUARIO DI ANACETA
La Dea dei serpenti è la Terra, la Tellus, e Angitia era anche Dea della divinazione e della negromanzia, e le sue adepte erano chiaroveggenti e in grado di evocare gli spiriti dei morti affinché svelassero il futuro. Anticamente la negromanzia, o necromantia, non consisteva nell'avere potere sui morti ma nell'evocarli si, non per averli in proprio dominio, ma per attingere alla loro veggenza. Si sa che in ogni tempio della Dea dei Serpenti le sacerdotesse oracolavano, traendo spunto dai morti o dalla Dea. 

C'era l'idea che gli antenati vegliassero sui nipoti e pronipoti, per cui avrebbero volentieri, con apposite offerte, fatto conoscere un qualcosa del futuro o fare dono di certi consigli. Pertanto la Dea marsica Anaceta era maga e altrettanto lo erano le sue sacerdotesse. Di esse si sa tra l'altro che in tempi arcaici, prima che si instaurasse il potere romano, oltre che a divinare esercitassero la ierodulia, ovvero la prostituzione sacra. Poi i tempi cambiarono, la ierodulia venne bandita e le sacerdotesse erano invece tenute alla castità.

Su un plinto (un parallelepipedo che funge da base) funerario proveniente dalla più estesa delle necropoli di Corfinio, rinvenuto a fine ‘800 da Antonio De Nino, il ricercatore della zona, è datato alla metà del I secolo a.c. e reca un carme funerario.

Questo è molto esteso, ma comprensibile solo in parte, dato che è in lingua peligna. La proprietaria della tomba, tale Prima Petiedia, sacerdotessa di Cerere e di Herentas - Venere, viene definita, come ci rivela il grande linguista Emilio Peruzzi, “ritualmente vedova”.

Del resto fonti di età romana testimoniano che le sacerdotesse di Cerere non potevano avere contatto con uomini nel periodo del loro servizio sacro, e pertanto dovevano divorziare temporaneamente dai mariti. Nel periodo del servizio pertanto la donna torna ad essere Vibidia, il nome della famiglia paterna. 

RESTI DEL TEMPIO DI ETA' AUGUSTEA
La sacerdotessa quindi non aveva l'obbligo della verginità ma aveva quello della castità. Il suo alto rango sociale la determina oltre che sacaracirix,  “sacerdotessa”, anche pristafalacirix, “capo delle sacerdotesse”, il che rivela una gerarchia interna ben definita con relative facoltà e rituali precisi.

Oggi la Dea Anaceta viene sostituita a Cocullo da San Domenico, un frate che si trasferì proprio a Cocullo, e donò agli abitanti un suo suo dente e il ferro della mula con cui si spostava, due oggetti apotropaici che riuscirono ad allontanare dal paese il popolo dei Marsi, che veneravano la Dea pagana Angizia. Chi curò la figura del santo dimenticò tuttavia che gli abitanti della zona erano proprio i Marsi, meglio documentarsi un pochino.

Comunque ancora oggi a Cocullo vengono catturati dei serpenti negli ultimi giorni di aprile che vengono poi liberati il primo maggio ponendoli sulla testa del santo che ha sostituito la Grande Dea. Durante la processione i serpenti, ancora un po' intorpiditi dal letargo, si muovono con lentezza sulla statua aggrovigliandosi in varie forme, e da queste forme si traggono auspici sull'andamento della prossima stagione agricola.

Insomma il groviglio dei serpenti ha sostituito l'oracolo delle sacerdotesse, sconfessando improvvisamente l'emblema demoniaco del serpente della tradizione giudaico-cristiana. Il serpente non è più il demoniaco tentatore di Adamo ed Eva e viene addirittura benedetto dal prete cattolico.

Tutte le Dee preromane erano in larga parte Dee dei serpenti, che era il simbolo della Madre Terra, la quale possedeva l'omphalos, ovvero l'ombelico del mondo, o centro del mondo da cui tutto nasceva e moriva. L'omphalos era una specie di cunetta scolpita a rete romboidale a rappresentare la pelle del serpente. Era l'antica Dea primordiale e aniconica.

Secondo Plinio il Vecchio, i Marsi avrebbero appreso i loro poteri taumaturgici dalla Dea Circe, maestra per eccellenza nel manipolare le erbe e nell’incantare i serpenti, il che fa supporre che Circe e Anaceta fossero in realtà la stessa Dea. Pertanto come la Dea era maga e guaritrice altrettanto le sue sacerdotesse lo erano. 

Ricordiamo inoltre che Luco dei Marsi, lucus era il “bosco sacro” si riferisce al bosco dedicato ad Angizia, di cui parla anche Virgilio nell’Eneide. Tre erano le figlie di Eete: Angizia, Medea e Circe. Delle tre sorelle soltanto Angizia ricevette gli onori divini, in virtù della sua sapienza nell’arte della magia e dell’utilizzo delle erbe a scopo terapeutico.

IL SANTUARIO CON LE COLONNE ANCORA A TERRA
I poteri magici di Angizia furono cantati anche dal poeta abruzzese Silio Italico: “Angizia, figlia di Eete, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo, con le grida i fiumi tratteneva, e chiamandole spogliava i monti delle selve” (Punicae,VIII, 498-501) .

Il comune di Luco dei Marsi fu un importante centro politico e religioso, e fu anche sede del santuario federale dei Marsi, fino a quando la guerra sociale degli inizi del I secolo a.c. (bellum marsicum) portò alla nascita del municipio romano di Anxa-Angitia o Anctia o Anaceta venerata dai Marsi che abitavano le sponde del lago Fucino.

Il sito risale all'età del bronzo, ma si sviluppò grandemente durante l'età del ferro su oltre 14 ettari recintati con opere poligonali con due grandi porte d'accesso. Il centro fortificato del sovrastante monte Penna venne inglobato dalla sottostante città-santuario durante il periodo delle guerre sannitiche attraverso opere murarie che coprirono un'area di ben 30 ettari dotate di cinque porte.

Il sito è caratterizzato dalla presenza del tempio di epoca italica situato in località Il Tesoro e di quello di epoca augustea. Sono visibili il muro di terrazzamento dell'area sacra della Dea, e le tracce dell'ampia recinzione muraria, i ruderi delle tre porte di accesso ai templi, le tracce del foro e del quartiere artigiano. La città santuario è sovrastata dall'acropoli di monte Penna.



 

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