Quale forma religiosa di origine romana manterreste oggi?

LA BATTAGLIA DI CANNE




La battaglia di Canne del 2 agosto del 216 a.c. è stata una delle principali battaglie della II guerra punica, ed ebbe luogo in prossimità della città di Canne, in Puglia. L'esercito di Cartagine, comandato da Annibale, accerchiò e distrusse quasi totalmente un esercito numericamente superiore della Repubblica romana guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone.

Ci sono tre resoconti principali della battaglia, ma nessuno contemporaneo. Il più vicino è quello di Polibio (200 - 124 a.c.), scritto 50 anni dopo. Tito Livio (59 a.c. - 17 d.c.) l'ha descritta al tempo di Augusto, e Appiano di Alessandria (95 - 165) ancora più tardi, con eventi non citati nè da Livio nè da Polibio. È considerata come una delle più grandi manovre tattiche della storia militare e, in termini di caduti in combattimento, una delle più pesanti sconfitte di Roma, seconda solo alla battaglia di Arausio.

Riorganizzatisi dopo le precedenti sconfitte della battaglia della Trebbia (218 a.c.) e del Lago Trasimeno (217 a.c.), i Romani decisero di affrontare Annibale a Canne, con circa 86 000 uomini tra Romani e truppe alleate.

I Romani ammassarono la fanteria pesante in una formazione più serrata del consueto, mentre Annibale utilizzò la tattica della manovra a tenaglia. Sarà proprio la stessa e famosa manovra a tenaglia che Scipione l'Africano eseguirà nella battaglia di Zama per sterminare l'esercito cartaginese guidato ancora da Annibale. E stranamente gli riuscirà in pieno, nonostante Annibale la conoscesse perfettamente.

All'inizio della II guerra punica, Annibale giunse in Italia attraverso le Alpi durante l'inverno. Queste colse di sorpresa tutti i suoi nemici, per quanto la via gli avesse ucciso moltissimi elefanti e molti uomini. Vinse i Romani la battaglia del Ticino, nella battaglia della Trebbia e nella battaglia del Lago Trasimeno, in quest'ultima l'esercito romano fu quasi annientato.


IL TEMPOREGGIATORE

Roma tremò e nominò un dittatore come usava fare nei momenti tragici. Nominò Quinto Fabio Massimo che, consapevole delle superiori capacità militari di Annibale, evitò di affrontarlo, usando solo tattiche di logoramento, intercettando le sue vie di rifornimento ed evitando la battaglia campale; il che gli conferì il soprannome di "Temporeggiatore". Il senato l'aveva scelto proprio perchè saggio e prudente.

Tuttavia la strategia di Fabio non ebbe grande successo tra i Romani, perchè abituati a vincere e soprattutto perchè i generali morivano dalla voglia di mettere in mostra le proprie capacità belliche, per conquistarsi la gloria e pure la ricchezza.

Si temeva inoltre che il saccheggio indisturbato dell'Italia, avrebbe potuto minare la fiducia degli alleati sulla potenza militare della Repubblica e della sua capacità di proteggerli da Annibale. Petanto, scaduto il mandato semestrale, il Senato romano, che a quel tempo seguiva molto l'umore del popolo, non rinnovò la dittatura, e passò il comando ai consoli Gneo Servilio Gemino e Marco Atilio Regolo, ma anche questi preferirono una prudente attesa. Neanche questo piacque al popolo e neppure ai senatori.

L'anno dopo, nel 216 a.c. vennero eletti infatti i consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone; quest'ultimo, uomo molto temerario, secondo Tito Livio e Polibio, voleva ingaggiare Annibale in una battaglia decisiva. Era quello che il popolo si aspettava, ma Emilio Paolo al contrario voleva attendere gli eventi. Il senato comunque dette loro un esercito dalle dimensioni senza precedenti.

In effetti Annibale aveva una cavalleria superiore a quella dei Romani sia per numero che per capacità e cercava una nuova battaglia campale per sconfiggere definitivamente i Romani. Stavolta era lui quello abituato a vincere, ed era uno stratega senza precedenti. L'unico che potrà competere con lui sarà Scipione, al tempo di Canne era però troppo giovane per comandare, aveva infatti solo 20 anni.



LA BATTAGLIA

Il racconto degli antefatti della battaglia di Canne non è univoco; mentre Polibio, ritenuto dal De Sanctis il più attendibile, narra i fatti stringatamente, Tito Livio, dove il De Sanctis vede distorsioni prese da Valerio Anziate, esagera forse le difficoltà di Annibale e  il discernimento di Emilio Paolo.

ANNIBALE
Comunque Polibio narra che Annibale, ancor prima dell'arrivo dei nuovi consoli, mosse con le sue truppe da Geronio e occupò la rocca di Canne, in una posizione strategica e quindi favorevole.

I Romani, raccolto il grano e altri vettovagliamenti intorno Canusio, li portavano nell'accampamento romano presso Geronio. La rocca di Canne era a ovest del promontorio del Gargano, nel territorio degli Apuli. Così Annibale si pose tra i Romani e le loro fonti di approvvigionamento.
Così la cattura di Canne « ha causato grande scompiglio nell'esercito romano, perché non è stata solo la perdita del posto e delle scorte in essa che li angosciava, ma il fatto che essa dominava il distretto circostante » (Polibio).

I consoli, decisi ad affrontare Annibale, marciarono verso sud alla sua ricerca. Per Tito Livio invece Annibale era in difficoltà: i viveri del suo esercito erano sufficienti per meno di dieci giorni e alcuni Iberi volevano disertare.  Quando entrambi gli eserciti si accamparono presso Geronio, Annibale finse di abbandonare il suo accampamento, pieno di bottino, nascondendo l'esercito dietro un'altura e lasciando accesi i fuochi da campo per far credere che il campo era ancora occupato.

Quando fu giorno, i Romani si accorsero che l'accampamento era stato abbandonato e i legionari chiesero di inseguire i nemici e saccheggiare il campo. Varrone era d'accordo ma Emilio Paolo, più prudente, mandò in esplorazione il prefetto Marco Statilio con uno squadrone di Lucani. Questi al suo ritorno,  riferì trattarsi di un tranello: i fuochi erano stati lasciati accesi nella parte rivolta verso i Romani, le tende erano aperte e gli oggetti più preziosi in vista.

Varrone avrebbe dato il segnale di penetrare nell'accampamento. ma Emilio Paolo riferì di auspici sfavorevoli a Varrone si fermò. Le truppe non non volevano di rientrare nell'accampamento, ma due servi, fuggiti dalla prigionia numidia, tornarono in quel momento, riferendo dell'agguato.

Tito Livio osserva che la « sbagliata arrendevolezza (di Varrone) aveva indebolito la sua autorità presso i soldati » Poi descrive Annibale terrorizzato dalle defezioni tra le sue truppe. De Sanctis non crede alla storia dell'accampamento abbandonato, e Statilio poi sarebbe un personaggio inventato,

La cronologia degli avvenimenti in Polibio è questa:

27 luglio - il primo giorno i Romani partirono da Geronio verso la località dove si trovavano i Cartaginesi.

28 luglio - Sotto il comando di Emilio Paolo, giunti il secondo giorno in vista dei nemici, si accamparono alla distanza di circa cinquanta stadi (circa 9,25 km) dalle loro posizioni.

29 luglio - Nella giornata successiva tolsero il campo per ordine di Varrone e avanzarono verso i Cartaginesi, ma vennero attaccati da Annibale mentre erano in marcia. Varrone respinse con successo l'attacco cartaginese e al sopraggiungere della notte gli avversari tornarono ai rispettivi campi. Questa piccola vittoria ridette fiducia ai romani.

30 luglio - Il giorno dopo, per ordine di Emilio Paolo, i Romani innalzarono due accampamenti presso il fiume Aufido: il maggiore, occupato da due terzi dell'esercito, su una riva del fiume a ovest, e il minore, con il terzo restante, sull'altra riva a est del guado. Il minore aveva il compito di proteggere i rifornimenti e intralciare quelli nemici.

1 agosto - Secondo Polibio, i due eserciti rimasero nelle rispettive posizioni per due giorni.
poi Annibale, sapendo che Emilio Paolo era in quel momento al comando, lasciò il suo accampamento e schierò l'esercito per la battaglia. Emilio Paolo non volle entrare in combattimento.

Vedendo il rifiuto del nemico, Annibale, che sapeva quanto fosse importante l'acqua dell'Aufidus per i romani, inviò da loro i cavalieri Numidi per danneggiare le provviste d'acqua del campo piccolo. d'acqua. Secondo alcune fonti Annibale avrebbe intorbidito l'acqua dei Romani o, addirittura, vi avrebbe fatto gettare dei cadaveri.

Narra Polibio, che la cavalleria di Annibale cavalcò fino ai limiti dell'accampamento minore, interrompendo l'approvvigionamento dell'acqua. I Romani non accettarono battaglia perchè Emilio Paolo lo vietava.
Ma il giorno dopo Varrone, senza consultare il collega, fece esporre il segnale di battaglia e fece attraversare il fiume alle truppe schierate, mentre Emilio Paolo lo seguiva impossibilitato a contrastarlo.

2 agosto - Annibale, nonostante la superiorità numerica del nemico, posizionò con tutta calma le sue truppe a est del fiume, dove era l'accampamento minore romano, e a un suo ufficiale di nome Gisgo che era intimorito dalla grandezza l'esercito romano, rispose ironicamente: « un'altra cosa che ti è sfuggita, Gisgo, è ancora più sorprendente: che anche se ci sono così tanti Romani, non ce n'è nemmeno uno tra loro che si chiami Gisgo ». Un'arguzia che però a noi colpisce poco.
ROMANI

I DUE ESERCITI

I ROMANI

« Il Senato decise di mettere in campo otto legioni, il che non era mai stato fatto prima a Roma, ogni legione composta da 5.000 uomini, oltre agli alleati. I Romani combattono la maggior parte delle loro guerre con due legioni al comando di un console, con i loro contingenti di alleati, e raramente utilizzano tutte e quattro le legioni in una sola volta e per un solo compito. Ma in questa occasione, tanto grande era l'allarme e il terrore di ciò che sarebbe potuto accadere, che decisero di mettere in campo non solo quattro, ma otto legioni. »
 (Polibio, Storie III)

« Affermano alcuni che per reintegrare le perdite si arruolarono diecimila nuovi soldati; altri parlano di quattro legioni nuove, per affrontare la guerra con otto legioni; e si dice pure che le legioni furono accresciute di forze, tanto di fanti quanto di cavalieri, aggiungendo a ciascuna circa mille fanti e cento cavalieri, così che risultassero di cinquemila fanti e di trecento cavalieri, e che gli alleati diedero un numero doppio di cavalieri ed egual numero di fanti. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

Di queste otto legioni, circa 40.000 soldati romani, di cui circa 2.400 cavalieri, formarono il nucleo del nuovo esercito. Poiché ogni legione era accompagnata da un numero uguale di truppe alleate e la cavalleria alleata contava circa 4.000 uomini, la forza totale dell'esercito che avrebbe affrontato Annibale non sarebbe stata molto inferiore ai 90.000 uomini.

Tuttavia, alcuni autori hanno suggerito che la distruzione di un esercito di 90.000 uomini sarebbe stata impossibile. Essi sostengono che Roma abbia messo in campo probabilmente 48.000 fanti e 6.000 cavalieri contro i 35.000 fanti e i 10.000 cavalieri di Annibale.

Anche se non esiste alcun numero definitivo delle truppe romane, tutte le fonti concordano sul fatto che l'esercito cartaginese affrontò un esercito di grande superiorità numerica. Le legioni romane avevano due terzi costituiti da reclute, i cosiddetti tirones, ma c'erano almeno due legioni formate da legionari esperti e preparati, provenienti dall'esercito del console del 218 a.c., Publio Cornelio Scipione.

Equipaggiamento

Ogni legione era formata da 4.200 fanti (fino a 5.000, in caso di massimo pericolo) e da 300 cavalieri. Le unità alleate di socii, cioè le Alae, erano costituite da altrettanti fanti, e tre volte di cavalieri (900 per unità).
I fanti erano poi suddivisi in quattro categorie, sulla base della classe sociale/equipaggiamento ed età:
Schieramento
I manipoli di hastati e principes erano molto compatti, disposti frontalmente per 5 fila armati, ciascuna di 28-30 legionari; la profondità totale della legione poteva raggiungere gli 82 legionari.

Velites

- primi ad essere arruolati erano i Velites, in numero di 1.200 (tra i più poveri e i più giovani), e che facevano parte delle tre schiere principali ( Hastati, Principes e Triarii), in numero di 20 per ciascuna centuria.
Erano senza armatura, per essere agili nelle azioni di schermaglia e di disturbo. Avevano una spada e di un piccolo scudo rotondo di 90 cm, alcuni giavellotti leggeri, con un'asta in legno di 90 cm larghi un dito, e una punta metallica di circa 25 cm.

Hastati

- Seguivano gli Hastati, di censo ed età  superiori, in numero di 1.200, pari a 10 manipoli. e costituivano la prima linea dello schieramento in battaglia. Ciascun manipolo astato era formato da un rettangolo largo 40 unità e profondo 3.
Erano fanti corazzati in cuoio, con corazza ed elmetto di ottone adornato con tre piume di 30 cm, e con scudi di legno rinforzati in ferro di 120 cm  rettangolari e ricurvi. Avevano un gladio e due lance di cui una pesante (pilum) e l'altra era un  giavellotto.


Principes

I Principes, di età più matura, sempre in numero di 1.200, pari a 10 manipoli, erano la seconda fila dell'esercito. Erano una fanteria pesante armati e corazzati come gli hastati, ma la corazza era in maglia e quindi più leggera. Ciascuno dei manipoli dei principes era formato da un rettangolo largo 12 unità e profondo.


Triarii

In terza fila c'erano i Triarii, i più anziani, in numero di 600 (pari a 10 manipoli, non aumentabile neppure se la legione si accresceva da 4.200 fanti a 5.000, a differenza di tutte le altre precedenti classi che potevano passare da 1.200 a 1.500 fanti ognuna.

Rispecchiavano l'antico stile oplitico, armati e corazzati come i principes, fatta eccezione per la picca, che essi portavano al posto dei due pilum. Un manipolo di triarii era diviso in due formazioni, ciascuna larga 6 unità e profonda 10.


Equites

La cavalleria apparteneva a un buon ceto sociale, ma spesso accompagnati da socii e Latini della penisola italiana.

C'erano poi gli accensi (detti anche adscripticii e, in seguito, supernumerarii) che seguivano l'esercito senza ruoli e che seguivano i triarii. Essi colmavano le lacune che potevano verificarsi nei manipoli, talora come attendenti degli ufficiali.

Comando consolare

Talvolta ciascuno dei due consoli comandava la propria parte dell'esercito, ma dal momento che i due eserciti erano stati concentrati insieme, la legge romana prevedeva di alternare il comando su base giornaliera.

Senza dubbio Annibale sapeva che al comando dell'esercito romano si alternavano i due consoli, e dovette attaccare il giorno in cui deteneva il comando Varrone, che gli concesse il combattimento in campo aperto, nonostante il parere contrario di Emilio Paolo. però non vi è unanimità sul comando dell'esercito nel giorno della battaglia.

Alleati italici

Tutti gli alleati che parteciparono alla battaglia di Canne sono stati riportati nel libro VIII del poema Le puniche di Silio Italico:
- i Rutuli,
- i Sicani,
- gli abitanti dei boschi di Trivia,
- gli abitanti della foce del fiume Tosco
- gli abitanti del fiume Almone Cibele,
- gli abitanti di Castro,
- gli abitanti di Ardea,
- gli abitanti di Lanuvio,
- gli abitanti di Collazia
- gli abitanti di Tivoli,
- gli abitanti di Preneste
- gli abitanti di Crustumio,
- gli aratori di Labico,
- gli abitanti del Tevere,
- gli abitanti dell'Aniene
- gli abitanti di Simbruvio (lago anticamente formato dall'Aniene),
- gli abitanti di Sezia,
- gli abitanti delle valli veliterne,
- gli abitanti di Cori,
- gli abitanti di Segni
- gli abitanti delle paludi Pontine,
- le schiere ferentine,
- i Privernati,
- i contadini di Anagni,
- la gioventù di Sora,
- le genti di Scazia,
- le turbe di Fabrateria,
- i soldati di Atina,
- i soldati di Suessa,
- i soldati di Frosinone,
- il più bel fiore di Venafro e Larino,
- tutti gli uomini di Aquino,
- le schiere di Amiterno,
- le schiere di Casperia,
- le schiere di Foruli,
- gli abitanti di Rieti,
- gli abitanti di Nurzia,
- gli abitanti delle rupi tetriche,
- gli abitanti di Numana,
- i duci di Cupra,
- i duci di Ancona,
- i duci di Adria,
- gli alfieri di Ascoli,
- le genti vigorose degli Amerri
- le genti dei Camerti,
- i pastori di Sassina,
- i Tuderti,
- una legione di Etruschi comandata da Galba,
- la gioventù scelta di Cerveteri e Cortona,
- l'antica Gradisca,
- Palo
- Fregene
- i Fiesolani
- il popolo di Chiusi,
- i guerrieri delle cave di marmo di Luni,
- i Vetuloni,
- le schiere di Nepi
- Equi Falisci,
- i figli di Flavinia.
- i figli del lago di Bracciano
- i figli di Vico
- gli abitanti del Soratte,
- i Marsi,
- i Peligni,
- i soldati Sidicini,
- i soldati di Calvi,
- i guerrieri Vestini,
- i guerrieri che pascolano nella verdeggiante Penne,
- i guerrieri delle cime del Fiscello,
- i guerrieri delle campagne di Avella,
- i Marrucini,
- Corfinio
- Chieti
- i guerrieri della Campania,
- le genti di Sinuessa,
- le genti del Volturno,
- le genti di Amilca,
- Fondi,
- Gaeta,
- Antifate,
- Literno,
- Cuma,
- i figli del Gauro
- Nocera,
- la prole Dicearchea,
- il numeroso popolo della greca Partenope (Napoli),
- Nola,
- i soldati di Alife
- Acerra,
- i Sanniti,
- i mietitori di Nucra,
- Batulo,
- gli abitanti delle selve di Boiano,
 Bufra (Rufrae),
- Isernia
- Ordona,
- i Bruzi,
- le coorti delle montagne lucane
- Irpinia,
- i Salentini,
- il popolo di Brindisi,
- Licosa,
- Picentia, di Pesto e di Cerilla (Diamante),
- abitatori del Sele,
- i valorosi della pugnace Salerno,
- Policastro
- i popoli del Po,
- i soldati di Piacenza,
- soldati di Modena (Mutina),
- soldati di Cremona
- soldati di Mantova,
- i prodi di Verona
- i prodi di Faenza,
- i figli di Vercelli,
- i figli di Pollenzia,
- i figli di Ocno,
- i figli di Bologna,
- i figli degli stagni di Ravenna
- la schiera troiana profuga dei colli Euganei
- la schiera troiana profuga di Aquileia,
- gli eroi del Veneto,
- gli eroi di Saluzzo
- 3.000 frombolieri dell'Etna
- i figli dell'isola d'Elba.

LO SPIEGAMENTO TATTICO secondo Polibio:

- (a sinistra) formazione coortale composta da tre manipoli di triarii, principes e hastati di una legione di 4.200 fanti ("fronte manipolare" = 12/18 metri);
- (al centro) una legione di 5.000 armati ("fronte manipolare" = 12/18 metri);
- (a destra) legione di 5.000 armati, con uno schieramento estremamente compatto ("fronte manipolare" = 7,2/10,8 metri).

La distribuzione tradizionale degli eserciti di un tempo consisteva nel posizionare la fanteria al centro e la cavalleria in due “ali” a fianco. I Romani seguivano questa convenzione abbastanza fedelmente; Terenzio Varrone era a conoscenza del fatto che la fanteria romana era riuscita a penetrare nel centro dell'esercito di Annibale durante la battaglia della Trebbia, e era intenzionato a ripetere questa manovra di attacco frontale al centro impiegando una massa maggiore di legionari.

Quindi in questa battaglia dispose le linee di fanteria per lunghezza, anziché per larghezza e diminuì gli spazi fra i manipoli, sperando di penetrare più facilmente nel centro dell'esercito di Annibale. Contava per questo sulla fanteria pesante legionaria, in grado di esercitare una pressione irresistibile, grazie al suo armamento e al suo schieramento, in caso di urto frontale.

Narra Polibio che Varrone schierò la fanteria « disponendo i manipoli più fitti del solito e facendoli molto più profondi che larghi ». Però avendo ridotto l'estensione dell'esercito, ogni legionario disponeva di solo un metro di spazio sui lati e ogni manipolo occupava una linea di fronte di soli 4,5 metri.

- Ogni legione si dispiegò su un fronte di sessanta uomini (pari a 90 metri);
- ciascun manipolo si schierò con cinque legionari di fronte e trenta legionari di profondità,
- l'intero fronte delle otto legioni  e delle otto di alleati misurava 1.440 m con una profondità di un centinaio di m.
Pertanto i principes stazionavano immediatamente dietro gli astati, pronti a spingere in avanti al primo contatto per garantire un fronte unito.
- Il fronte obliquo, comprese le cavallerie, era circa di 3.000 m, obliquo in quanto la piana da nord a sud non era lunga abbastanza per fare altrimenti.

I due consoli adottarono una formazione della cavalleria serrata e rinforzata in profondità con un fronte di schieramento di soli 600 m sul fianco destro e di 1.700 m su quello sinistro, spazio ridotto a causa del terreno.
Lo schieramento ravvicinato dei cavalieri avrebbe dovuto favorire una lotta serrata e prolungata, per far guadagnare tempo ai legionari romani che dovevano sfondare il centro del fronte nemico.

Distribuzione delle truppe

I consoli Terenzio Varrone ed Emilio Paolo scelsero coscientemente di affrontare la battaglia a est del fiume Aufidus, schierando il loro enorme esercito a nord delle forze avversarie, con fronte a sud e il fianco destro sull corso del fiume. Varrone e Paolo credevano che i legionari, numericamente superiori, avrebbero spinto i Cartaginesi nel fiume dove li avrebbero facilmente sterminati.

Tenendo presente che le due vittorie precedenti di Annibale erano state in gran parte decise dalla sua abilità e scaltrezza, Varrone e Paolo ricercarono un campo di battaglia scoperto e privo di insidie. Il campo di Canne era un campo aperto, e le colline sul fianco sinistro dei Romani avrebbe impedito alla cavalleria numida rapidi aggiramenti.

CARTAGINESI

I CARTAGINESI 

L'esercito cartaginese era composto da:
- 10.000 cavalieri,
- 40.000 soldati della fanteria pesante,
- 6.000 della fanteria leggera sul campo di battaglia,
esclusi i distaccamenti.

L'esercito cartaginese proveniva da varie aree geografiche;


La Fanteria

- la fanteria aveva 22.000 fanti iberici e celti,
- 10.000 fanti libici di fanteria pesante, di riserva tattica, che, divisi in due formazioni, fiancheggiavano i fanti iberici e celti.
- 8.000 guerrieri della fanteria leggera fra frombolieri delle Isole Baleari e lancieri di nazionalità mista

La cavalleria

- La cavalleria aveva 4.000 numidi,
- 2.000 spagnoli,
- 4.000 galli
- 450 libici-fenici.

Tutti avevano un forte legame di lealtà e fiducia verso Annibale, famoso e mitizzato per il suo coraggio ma soprattutto per le sue straordinarie qualità di stratega. I legionari romani non nutrivano lo stesso attaccamento verso i loro attuali generali. Come Cesare ben sapeva, l'attaccamento dell'esercito ai generali era una delle più potenti armi nelle battaglie.

- Nessun elefante, anche i Cartaginesi facevano grande uso di elefanti in battaglia per terrorizzare i cavalli nemici e scompaginare la fanteria,  qui non ce n'erano perchè pochi erano riusciti a valicare le alpi e quei pochi erano morti,


Equipaggiamento

- I fanti iberici erano dotati di spade, corte, maneggevoli, e con la punta, appunto per colpi da punta, giavellotti ed altri tipi di lancia, con grandi scudi ovali.
- I fanti galli  avevano anch'essi giavellotti ed altri tipi di lancia, con grandi scudi ovali, le loro spade erano però assai lunghe e senza punta, per i colpi di taglio.
- I fanti libici secondo Polibio avevano attrezzature prese dai Romani precedentemente sconfitti. Non si sa se solo scudi e armature o anche le armi.
- I tiratori, in qualità di fanteria leggera, portavano o frombole o lance.
- I frombolieri delle isole Baleari, ottimi tiratori, portavano corte, medie o lunghe fionde per lanciare pietre o altri tipi di proiettili. Avevano talvolta un piccolo scudo o uno strato di cuoio sulle braccia.
- La cavalleria pesante portava due giavellotti, una spada ricurva ed un pesante scudo.
- La cavalleria numida non portava armatura, talvolta senza le briglie per i cavalli e  un piccolo scudo, giavellotti e un coltello o un'arma da taglio più lunga.

CARTAGINESI
Polibio scrisse che « contro Annibale, le sconfitte subite nulla avevano a che fare con le armi o formazioni: Annibale stesso scartò l'attrezzatura con cui aveva iniziato (e) armò le sue truppe con armi romane».

Annibale fu uno stratega eccezionale, degno avversario del futuro Scipione, altro grande generale, l'unico che questi apprezzò e stimò, pertanto a Canne sapeva di non avere uno stratega che potesse competergli. Pertanto architettò uno schieramento e un piano di battaglia sorprendente e rischioso da cui poteva ottenere una vittoria decisiva e agghiacciante per i suoi nemici, che, ricordiamolo, aveva imparato ad odiare sin da bambino.

Comprese subito le intenzioni del nemico e la scarsa elasticità della sua formazione serrata, per cui decise di impiegare meno truppe e meno numerose, ma più esperte e più mobili, per eseguire una mirabile manovra a tenaglia.

Sebbene in inferiorità numerica, i Cartaginesi, a causa della distribuzione in lunghezza dell'esercito dei Romani, avevano un fronte di una dimensione quasi uguale a quella di quello nemico.

Così Annibale  pose al centro dello schieramento di 20000 soldati, tra fanti galli e fanti iberici, combattenti vigorosi ma quasi privi di armature ma bene armati, in una formazione ad arco proteso in avanti, sperando di attirare al centro, vista la debolezza degli attaccanti, tutti gli attaccanti omani.
Contava inoltre che la disposizione ad arco avrebbe consentito agli ibero-galli di guadagnare tempo e spazio di manovra per arretrare sotto l'urto romano senza disgregarsi.

Rifluendo compatti all'indietro, questi avrebbero costretto le legioni romane in un imbuto con i due lati scoperti dove sarebbe intervenuta la sua fanteria pesante africana di 10.000,  combattenti più esperti e armati con armamenti catturati al nemico, si da essere confusi coi romani, il che avrebbe disorientato gli avversari.

La fanteria africana, violenta e impressionante a vedersi, venne così schierata da Annibale sui due lati dietro l'arco degli ibero-galli, riservati alla seconda fase della battaglia, per attaccare ai fianchi i Romani.

Sul fianco sinistro con a capo Asdrubale pose 6.500  della cavalleria pesante ibero-gallica, per sbaragliare rapidamente la debole cavalleria romana guidata da Emilio Paolo.
Sul fianco destro invece schierò i 4.000 numidi guidati da Maarbale, cavalieri velocissimi in grado di battere la cavalleria di Varrone, ruotando poi attorno alla fanteria attaccando i legionari alle spalle.

In tal modo, con la fanteria gallo-iberica davanti, la fanteria pesante africana ai lati e la cavalleria iberica, gallica, e numida dietro, la manovra di accerchiamento e annientamento sarebbe stata compiuta.

Annibale era soddisfatto della sua posizione vicina al fiume Aufidus, perchè così i Romani non avrebbero potuto effettuare una manovra a tenaglia intorno all'esercito cartaginese, in quanto uno dei fianchi del suo esercito era proprio sulla riva del fiume.

I Romani erano invece intralciati sul loro fianco destro dal fiume, e quindi potevano ripiegare solo sul fianco sinistro. Inoltre, le forze cartaginesi avrebbero manovrato in modo che i Romani avessero la faccia rivolta a sud. In tal modo il sole del mattino batteva l'una e l'altra parte, molto opportunamente, di fianco, e il vento a tergo dei Cartaginesi avrebbe alzato polvere contro le facce dei Romani.




LA BATTAGLIA

 - Fase iniziale dell'attacco romano

- La battaglia ebbe inizio con il confronto tra le fanterie leggere che precedette la vera battaglia campale, con giavellotti, proiettili e frecce. I Velites erano avvantaggiati dalla superiorità numerica e dalla maggiore precisione di tiro.

- Pertanto Annibale decise di lanciare sin dall'inizio la cavalleria pesante comandata da Asdrubale contro la cavalleria romana, usando come protezione una grande nuvola di polvere creata della marcia degli eserciti e dello scontro iniziale tra fanterie leggere, al centro del campo di battaglia.

- La cavalleria pesante ibero-celtica, schierata sul fianco sinistro attaccò violentemente la cavalleria romana, con una tattica imprevista, una carica corpo a corpo. Polibio narra come i cavalieri ispanici e celti scesero da cavallo e affrontarono la battaglia a piedi, un metodo barbaro secondo Polibio, che però funzionò.. I Romani, sorpresi dall'attacco, schiacciati sia nelle prime linee sia in quelle più indietro, dovettero anch'essi scendere da cavallo e combattere appiedati.

« L'ala sinistra della cavalleria gallica e ispanica si azzuffò con l'ala destra romana, non tuttavia in forma di combattimento equestre: bisognava infatti lottare frontalmente poiché non era presente attorno spazio per evoluzioni; da un lato le serravano le schiere dei fanti e dall'altro il fiume. Si urtarono dunque da entrambe le parti in linea di fronte; forzati a immobilità dalla calca i cavalli, i cavalieri si abbrancavano l'uno per gettar l'altro di sella. La battaglia era ormai divenuta prevalentemente pedestre; tuttavia si combatté più aspramente che a lungo, e i cavalieri romani, respinti, volsero in fuga. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

« Dopo dunque la disposizione di tutto il suo esercito in linea retta, prese le compagnie centrali degli Ispanici e dei Celti e avanzò con loro, mantenendo il resto della linea in contatto con queste compagnie, ma a poco a poco essi si staccarono, in modo tale da produrre una formazione a forma di mezzaluna, la linea delle compagnie fiancheggianti stava crescendo in sottigliezza poiché era stata prolungata, il suo scopo era quello di impiegare gli Africani come forza di riserva e di iniziare l'azione con gli Ispanici ed i Celti »
(Polibio, Storie)

- Lo scopo di questa formazione era di rompere lo slancio in avanti della fanteria romana, e ritardare la sua avanzata, per distribuire la sua fanteria africana nella famosa tenaglia.
Una minoranza di autori però pensano che la manovra di Annibale non fu deliberata ma che la curvatura della prima fila fosse dovuta all'ampio fronte di fanteria spinto in avanti e poi, quando il senso della mezzaluna si invertì, la ritirata del centro cartaginese fu dovuta alla pressione del centro della linea romana molto concentrata. ma noi sappiamo quale fantastico stratega fosse Annibale, che solo grazie a questa abilità aveva ottenuto tante vittorie sui romani.

- Dopo lo scontro iniziale le legioni romane, guidate dai consolari Marco Minucio Rufo e Gneo Servilio Gemino attaccarono frontalmente in formazione serrata, protetti dai lunghi scudi affiancati, con i gladi pronti sulla mano destra.
I Romani, oltre 55.000 soldati contro circa 20.000, esercitarono un urto irresistibile contro il sottile fronte nemico, ma sull'ala destra dell'esercito cartaginese, i Numidi impegnarono la cavalleria alleata ai Romani rendendo incerto l'esito della battaglia.
Ma i cavalieri ispanici e gallici di Asdrubale accorsero in aiuto dei Numidi e la cavalleria alleata ai Romani venne sopraffatta e si disperse abbandonando il campo di battaglia. I Numidi li inseguirono fuori dal campo.

- Tito Livio narra qui di un inganno della cavalleria leggera cartaginese:
« All'ala sinistra dei Romani, dove contro i Numidi stavano i cavalieri degli alleati, ardeva la battaglia Circa cinquecento numidi, che oltre le solite armi e i giavellotti avevano gladii nascosti sotto le corazze, erano avanzati allontanandosi dai loro compagni fingendosi disertori, con gli scudi dietro le spalle; poi celermente erano scesi da cavallo, e, gettati ai piedi dei nemici gli scudi e i dardi, furono accolti in mezzo allo schieramento e, condotti nelle ultime file, ebbero l'ordine di fermarsi là dietro. Finché la battaglia non fu accesa da tutte le parti, stettero fermi; quando poi la lotta tenne occupati gli occhi e l'animo di tutti, allora, dato piglio agli scudi, che giacevano sparsi qua e là tra i mucchi degli uccisi, assalirono i soldati romani alle spalle, e, ferendoli alla schiena e tagliando loro i garetti, produssero grande strage, spavento e confusione anche maggiori. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

Su questo episodio abbiamo seri dubbi, difficile immaginare che gli smaliziati romani si ponessero alle spalle dei disertori, semmai l'avrebbero posti a combattere in prima fila, come già facevano spesso con i mercenari. La vita dei legionari romani valeva molto di più dei mercenari, figuriamoci dei disertori, di cui non si sarebbero assolutamente fidati.

- Mentre i Romani avanzavano, il vento dall'Est secondo Theodore Dodge, o il Volturno da sud secondo Livio, soffiava polvere oscurandone in parte la vista.  Data la distanza del luogo di battaglia dagli accampamenti i romani  non avevano potuto dormire a sufficienza per iniziare presto la marcia, in più erano poco idratati a causa dell'attacco di Annibale il giorno prima in cui aveva distrutto alcune riserve d'acqua.


Distruzione dell'esercito romano 

- Dopo meno di un'ora di scontri corpo a corpo tra gli ibero-galli e le legioni romane, imbattibili in uno scontro frontale, le linee cartaginesi iniziarono a ripiegare con numerose perdite. Annibale iniziò quindi il ritiro controllato dei suoi e la mezzaluna delle truppe ispaniche e galliche si piegò verso l'interno, a mano a mano che i guerrieri si ritiravano. Conoscendo la superiorità dei legionari romani, Annibale aveva istruito la sua fanteria a ritirarsi volontariamente, creando così un semicerchio sempre più serrato attorno alle forze attaccanti romane.

- In questo modo, aveva trasformato la forza d'urto delle legioni del console Emilio Paolo in elemento di debolezza, e mentre le prime file avanzavano gradualmente, le truppe romane cominciarono a perdere la coesione, pressando per raggiungere la vittoria.

Invece sotto la pressione delle linee successive lo schieramento delle legioni divenne più serrato, con meno libertà di movimento. Annibale e Magone riuscirono a mantenere uno schieramento difensivo che, pur con pesanti perdite, riuscì a ripiegare lentamente conservando la coesione e permettendo di completare la manovra combinata sui fianchi e alle spalle delle legioni in formazione serrata.

I Romani non si accorsero delle truppe africane alle estremità sporgenti della mezzaluna ormai rovesciata. Grazie alla manovra, Annibale riuscì a guadagnare tempo affinchè la cavalleria cartaginese costringesse alla fuga la cavalleria romana su entrambi i fianchi e per attaccare il centro romano alle spalle.

Inoltre i Romani esposero i fianchi dove erano schierati i reparti meno esperti delle legioni romano-italiche.


Ecatombe di legionari romani

La fanteria romana, ormai esposta su entrambi i suoi fianchi a causa della disfatta della cavalleria, aveva formato un cuneo spinto sempre più in profondità nel semicerchio cartaginese, avanzando con ai lati la fanteria africana.

Annibale ordinò alla sua fanteria di girare verso l'interno e avanzare contro i fianchi del nemico, creando un accerchiamento delle legioni romane in uno dei primi esempi conosciuti di manovra a tenaglia.

Quando la cavalleria cartaginese attaccò i Romani alle spalle, ed i fanti africani li assalirono sui fianchi destro e sinistro, la fanteria romana in avanzata frontale fu costretta a fermarsi. I legionari tentarono di tornare indietro con gravi perdite, urtando per giunta le altre linee delle legioni, costringendole ad arrestarsi per mancanza di spazio.

Così la massa dei legionari si ritrovò serrata da ogni parte, compressa in uno spazio sempre più ristretto, colpita da tutti i lati. i Romani vennero progressivamente annientati dalla fanteria africana sui fianchi, dalla cavalleria alle spalle, dagli ibero-galli di fronte, con continui sanguinosi combattimenti corpo a corpo. I legionari vennero inesorabilmente distrutti; perdettero i centurioni e le insegne, i piccoli gruppi che tentarono la fuga vennero rincorsi e uccisi.

Polibio: « in quanto i loro ranghi esterni erano continuamente distrutti, ed i superstiti erano costretti a ritirarsi e si stringevano insieme, sono stati infine tutti uccisi, dove si trovavano ».
I cartaginesi continuarono il massacro dei Romani per circa sei ore e, secondo la narrazione di Tito Livio, l'impegno fisico dell'annientamento con armi bianche di migliaia di Romani fu estenuante anche per i guerrieri africani per cui Annibale chiamò al massacro la cavalleria pesante ibero-gallo.

Il console Emilio Paolo, anche se all'inizio del combattimento era stato gravemente ferito da una fionda, decise di rimanere sul campo e di combattere fino alla fine; in alcuni punti riaccese la battaglia, sotto la protezione dei cavalieri romani. Infine mise da parte i cavalli, perché gli mancavano anche le forze per riuscire a rimanere in sella. Livio narra che allorché Annibale apprese che il console aveva ordinato ai cavalieri di smontare a piedi, avrebbe detto:
« Quanto preferirei che me li consegnasse già legati! ».

Infine il console cadde valorosamente sul campo, colpito dai nemici, senza essere stato riconosciuto. La carneficina durò sei ore.
« Tante migliaia di Romani stavano morendo. Alcuni, le cui ferite erano eccitate dal freddo mattino, nel momento in cui si stavano alzando, coperti di sangue, dal mezzo dei mucchi di uccisi, erano sopraffatti dal nemico. Alcuni sono stati trovati con le teste immerse nelle buche in terra, che avevano scavato; avendo, così come si mostrò, realizzato buche per loro stessi, e essendosi soffocati. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)
Cowley afferma che circa 600 legionari furono massacrati ogni minuto fino a quando l'oscurità pose fine alla carneficina.

VITTORIA DI ANNIBALE
Fuga dei soldati romani

Dopo la morte di Emilio Paolo i superstiti fuggirono in modo disordinato: settemila uomini ripiegarono nell'accampamento più piccolo, diecimila in quello più grande, e circa duemila nello stesso villaggio di Canne; questi furono subito accerchiati da Cartalone e dai suoi cavalieri, poiché nessuna fortificazione proteggeva il villaggio.

Nei due accampamenti i soldati romani erano quasi disarmati e privi di comandanti; quelli dell'accampamento maggiore chiesero agli altri di unirsi a loro, mentre la stanchezza ancora ritardava l'arrivo dei nemici, esausti dalla battaglia e impegnati nei festeggiamenti per la vittoria, si sarebbero diretti tutti insieme a Canosa. Alcuni chiesero perché dovessero essere loro a esporsi andando all'accampamento maggiore e non potessero invece essere gli altri ad andare da loro. Ad altri mancava il coraggio di muoversi.

Tito Livio a questo punto narra l'episodio del tribuno militare Publio Sempronio Tuditano, il quale avrebbe detto loro:
« Preferite dunque essere catturati da un cupidissimo e spietato nemico, che sia stimato il prezzo delle vostre teste, e se ne chieda il prezzo da chi domanderà se siate cittadini romani o alleati latini, così che la vostra vergogna e la vostra miseria procacci onore agli altri? Non lo vorrete, se pure siete i concittadini del console Lucio Emilio che preferì morire valorosamente anziché vivere ignominiosamente, e dei tanti valorosissimi che sono ammucchiati intorno a lui. Ma, prima che la luce ci colga qui e più dense turme nemiche ci chiudano la via, erompiamo, aprendoci la via tra questi drappelli disordinati che schiamazzano sulle porte! Col ferro e con l'audacia ci si fa strada anche tra dense schiere nemiche. Stretti a cuneo, passeremo attraverso questa gente rilassata e scomposta come se nulla ci si opponesse. Venite dunque tutti con me, se volete salvare voi stessi e la Repubblica! ».

Il tribuno militare venne seguito da una parte dei legionari e nonostante le frecce dei Numidi, in seicento riuscirono a riparare nell'accampamento maggiore. Dopo che si, con altri soldati. riuscirono a giungere incolumi a Canosa.Tutti questi particolari, non presenti in Polibio, sono stati considerati da De Sanctis in parte immaginari.

La fine della battaglia

La sera, avendo raggiunto la vittoria completa, i Cartaginesi sospesero l'inseguimento dei nemici, tornarono nell'accampamento e, trascorse alcune ore di festa, si misero a dormire. Durante la notte, a causa dei feriti che giacevano ancora sulla piana, riecheggiarono lamenti e grida. La mattina successiva iniziò la depredazione, da parte dei Cartaginesi, dei corpi dei Romani caduti in battaglia.

Poiché l'odio mortale e inestinguibile che i Cartaginesi provavano per i loro nemici non era stato placato dal massacro di 40.000 di loro, essi picchiarono e pugnalarono i feriti ancora in vita ovunque li trovarono, come una sorta di passatempo mattiniero dopo le dure fatiche dei giorni precedenti. Ma molti di loro scoprirono il loro petto ai loro assalitori, e invocarono il colpo mortale che avrebbe posto fine alle loro sofferenze.

Durante l'esplorazione del campo, un soldato cartaginese fu trovato ancora vivo, ma imprigionato dal cadavere del suo nemico Romano disteso su di lui. Il volto del cartaginese e le sue orecchie erano orrendamente lacerate. Il romano, cadendo su di lui quando entrambi erano gravemente feriti, aveva continuato a battersi con i denti, poiché non riusciva più a usare la sua arma, e morì alla fine, bloccando il suo nemico esausto con il proprio corpo esanime.


PERDITE DI ROMANI E ALLEATI

Polibio scrisse che della fanteria romana e degli alleati, 70.000 furono uccisi, 10.000 catturati, e "forse" solo 3.000 sopravvissero. Dei 6.000 cavalieri romani e alleati, solo 370 riuscirono a mettersi in salvo.

Per Tito Livio: « 45.000 fanti, si dice, e 2.700 cavalieri, metà romani e metà alleati, caddero uccisi: tra essi i due questori dei consoli: Lucio Atilio e Lucio Furio Bibàculo, e ventinove tribuni dei soldati, alcuni consolari e già stati pretori o edili (tra essi Cneo Servilio e Marco Minucio, che era stato maestro della cavalleria l'anno precedente e console alcuni anni addietro); e inoltre ottanta/novanta senatori o eleggibili senatori per le cariche già esercitate, i quali si erano arruolati come volontari. 3.000 fanti e 1.500 cavalieri si narra che furon fatti prigionieri. [Altre uccisioni e migliaia di prigionieri verranno fatti tra i milites delle due legioni lasciate a difesa e come riserva negli accampamenti] »

- Anche se Livio non cita la fonte, attinse da Quinto Fabio Pittore, uno storico romano che ha combattuto nella II guerra punica e che scrisse su di essa essa. In seguito tutti gli storici romani (e greco-romani) seguirono in gran parte le cifre di Livio.

- Appiano di Alessandria disse che 50.000 furono uccisi e "moltissimi" furono presi prigionieri.

- Plutarco concorda, « 50.000 Romani caddero in quella battaglia e 4.000 sono stati presi vivi ».

- Quintiliano: « 60.000 uomini sono stati uccisi da Annibale a Canne ».

- Eutropio: « 20 funzionari consolari e di rango pretorio, 30 senatori e 300 altri di discendenza nobile e sono stati presi o uccisi e così come 40.000 fanti e 3.500 cavalieri »

La maggior parte degli storici moderni respingono Polibio ma accettano le cifre di Livio, anche se altri ne considerano molto meno.

ECATOMBE ROMANA

LUCIO EMILIO PAOLO

La morte del console Lucio Emilio Paolo durante la battaglia di Canne. Verso la fine della battaglia, un ufficiale romano di nome Lentulo, mentre stava fuggendo a cavallo, vide un altro ufficiale seduto sulla pietra, debole e sanguinante. Quando scoprì che era Emilio Paolo gli offrì il proprio cavallo, ma Emilio, vedendo che era troppo tardi per salvare la propria vita, declinò l'offerta ed esortò Lentulo a fuggire al più presto dicendo:
« Vai avanti, quindi, tu stesso, il più veloce che puoi, sfrutta al meglio la tua strada verso Roma. Chiama le autorità locali qui, da me, che tutto è perduto, e devono fare ciò che essi possono per la difesa della città. Vai più veloce che puoi, o Annibale sarà alle porte prima di te. »

Emilio mandò un messaggio anche a Fabio (il Temporeggiatore), declinando le proprie responsabilità nella battaglia e dichiarando che aveva fatto ciò che era in suo potere per continuare la sua strategia. Lentulo, ricevuto il messaggio, e vedendo che i Cartaginesi erano vicini, se ne andò, abbandonando Emilio Paolo al suo destino. I Cartaginesi, accortosi dell'uomo ferito, infilzarono le lance uno alla volta nel suo corpo, finché non smise di muoversi.

Il giorno dopo la battaglia Annibale onorò il nemico ordinando il funerale del console Emilio Paolo. Il che dimostra che sapeva riconoscere e apprezzare gli uomini valorosi anche se nemici e romani. Il suo corpo fu posto su un rogo altissimo e fu elogiato da Annibale, che gettata sul cadavere una clamide tessuta d'oro e un drappo di porpora, gli dette l'estremo addio:
« Va, o gloria d'Italia, ove dimorano spiriti eccelsi d'insigne valore! La morte ti diede già lode immortale mentre la Fortuna agita ancora i miei eventi e mi nasconde l'avvenire ».


SCIPIONE, IL FUTURO AFRICANO

Varrone invece si rifugiò in Venosa con un drappello di circa cinquanta cavalieri e decise che avrebbe cercato di radunare lì i resti dell'esercito, che pian piano giunsero fino a raggiungere le 10.000 unità, tra i quali c'era pure anche il giovane Publio Cornelio Scipione.

SCIPIONE
Questi, dopo la disfatta di Canne, si era adoperato per porre in salvo i pochi e sbandati superstiti delle legioni romane, guidandoli verso Canosa, dove ci fu una prima riorganizzazione dell'esercito romano.

Si trattava di un'impresa molto pericolosa, distando la città solo quattro miglia dal campo di Annibale. Scipione frenò il desiderio di fuga di numerosi patrizi che volevano fuggire in esilio in parte esortandoli e in parte minacciandoli. Si fece invece raccontare dai superstiti le fasi della battaglia, e l'insolita tattica dell'avversario.

Livio narra che di fronte alla prospettiva di sbandamento e di ammutinamento dopo la sconfitta, Scipione fu l'unico dei capi militari a mostrare decisione e coraggio: alle richieste dei comandanti di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, oppone un netto rifiuto, non era tempo di discutere ma di osare e agire.

Infatti riuscì ad esortare gli uomini e a guidarli, insieme agli altri capi, fino a Roma. Qui i romani, commossi dal coraggio e la fermezza del ventenne Scipione, si strinsero attorno a lui come ad un eroe.


PERDITE DI CARTAGINESI E ALLEATI

Tito Livio riferisce che Annibale perse 6.000 o circa 8.000 uomini. Polibio riporta 5.700 morti: 4.000 galli, 1.500 spagnoli e africani, e 200 cavalieri. Annibale comandò che allo splendore dell'aurora del giorno seguente si desse sepoltura ai compagni morti con roghi funebri.

Conseguenze

 Annibale mentre conta gli anelli dei cavalieri romani uccisi nella Battaglia di Canne.
« Mai prima d'ora, mentre la stessa città era ancora sicura, c'era stato tanto turbamento e panico tra le sue mura. Non cercherò di descriverlo, né io indebolirò la realtà andando nei dettagli. Dopo la perdita di un console e dell'esercito nella battaglia del Trasimeno l'anno precedente, non fu una ferita dopo l'altra, ma una strage molto (più) grande quella che era stata appena annunciata. Secondo le fonti due eserciti consolari e due consoli sono stati persi, non c'era più nessun accampamento romano, nessun generale, nessun soldato in esistenza, Puglia, Sannio, quasi tutta l'Italia giaceva ai piedi di Annibale. Certamente non c'è altro popolo che non avrebbe ceduto sotto il peso di una simile calamità. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

Per un breve periodo di tempo, i Romani furono nel caos completo. I loro migliori eserciti nella penisola erano stati distrutti, i pochi restanti erano fortemente demoralizzati, e l'unico console restante (Varrone) era completamente screditato. Fu una catastrofe terribile, Roma dichiarò una giornata di lutto nazionale, in quanto non c'era nessuno a Roma che non avesse una qualche relazione con una persona che vi era morta o che non ne fosse almeno conoscente.

Il Senato fece cessare tutte le processioni pubbliche, vietò alle donne di uscire di casa e proibì i venditori ambulanti, erano così disperati che, guidati dal ceto politico senatorio in cui era ritornato a dominare Quinto Fabio Massimo Verrucoso, ricorsero al sacrificio umano, una pratica orribile e barbara che rimase un'onta, due volte seppellendo persone vive  al Foro di Roma e abbandonando un bambino di grandi dimensioni nel Mare Adriatico.

Tito Livio riporta che il sacrificio fu decretato dai ‘'decemviri sacrorum'’ dopo una loro consultazione dei Libri Sibillini che suggerirono di procedere con "sacrificia aliquot extraordinaria" (alcuni sacrifici straordinari), furono seppelliti vivi nel Foro Boario un uomo e una donna celti e due greci.
Plutarco ricorda come nel 228 a.c., si fossero fatti analoghi sacrifici prima della guerra contro gli Insubri. Gli unici due sacrifici umani per

Lucio Cecilio Metello, un tribuno militare, disperando per la sorte di Roma, invitò gli altri tribuni a fuggire via mare all'estero e prestare servizio a qualche principe straniero. Egli fu molto redarguito per queste parole e fu costretto a pronunciare un giuramento indissolubile di fedeltà a Roma. Inoltre, i sopravvissuti romani di Canne, riuniti in due legioni, vennero assegnati alla Sicilia per il resto della guerra, come punizione per il loro umiliante abbandono del campo di battaglia. In poche parole per non essere morti. Saranno questi a chiedere a Scipione, il futuro Africano, di riscattarli portandoli con lui in battaglia a Zama.

Oltre alla perdita del suo esercito, Roma ebbe una sconfitta di prestigio. Un anello d'oro era un segno di appartenenza alle classi patrizie della società romana. Annibale con il suo esercito aveva raccolto più di 200 anelli d'oro dai cadaveri sul campo di battaglia, e questa collezione è stata ritenuta essere pari a "tre moggia e mezzo", vale a dire più di 27 litri. Inviò per mezzo di suo fratello Magone Barca tutti gli anelli a Cartagine come prova della sua vittoria.

Il bottino fu versato sul vestibolo della curia cartaginese. Annibale, dopo le vittorie della Trebbia e del Lago Trasimeno, aveva sconfitto l'equivalente di otto eserciti consolari (sedici legioni oltre a un numero uguale di alleati).

In 20 mesi di campagne, Roma aveva perso un quinto (150.000) di tutta la popolazione di cittadini che aveva oltre i diciassette anni. Inoltre la maggior parte del Sud Italia aderì alla causa di Annibale: Arpi, Salapia, Herdonia, Uzentum,  Capua e Taranto  revocarono la loro fedeltà a Roma e la offrirono ad Annibale.

« Quanto più grave è stata la sconfitta di Canne, rispetto a quelle che l'hanno preceduta, lo si vede dal comportamento degli alleati di Roma; prima di quel fatidico giorno, la loro lealtà rimase irremovibile, ora ha cominciato a vacillare per la semplice ragione che disperano del potere romano. »
(Polibio - Storie)

Nello stesso anno si ribellarono anche le città greche in Sicilia e il re macedone Filippo V, che aveva già promesso il suo appoggio ad Annibale dette inizio alla I Guerra Macedonica contro Roma. Il neo re Geronimo di Siracusa stipulò un'alleanza con Annibale.

Dopo la battaglia Maarbale, il comandante della cavalleria numida, esortò Annibale a cogliere l'opportunità e marciare immediatamente su Roma:
« Anzi, perché tu ben sappia quanto si sia ottenuto con questa giornata, fra cinque giorni banchetterai vincitore sul Campidoglio. Seguimi, io ti precedo con la cavalleria, affinché ti sappiano giunto prima di apprendere che ti sei messo in marcia »

Al rifiuto di Annibale Maarbale avrebbe esclamato:
« Gli Dei evidentemente non hanno concesso alla stessa persona tutte le doti: tu sai vincere, Annibale, ma non sai approfittare della vittoria ».

Annibale secondo alcuni ebbe paura, secondo altri aveva buoni motivi per non rischiare: aveva perso molti uomini, e assediare Roma richiedeva costringere l'entroterra a garantire il proprio approvvigionamento ed impedire quello del nemico. Strano pensiero visto che quasi tutti fuggirono dalla nave che affondava, pure Capua, un tempo alleata di Roma, e altre città stato, cambiarono alleanza schierandosi con Cartagine.

Si dice che Roma avesse ancora forze considerevoli in Iberia, in Sicilia, in Sardegna e altrove, ma non ne disponeva a Roma, i suoi veterani, i suoi allenati legionari erano scomparsi, restavano dei giovinetti che si erano allenati solo nelle palestre. Inoltre il livello morale dell'Urbe era bassissimo, per le vie di Roma c'era il panico e probabilmente Annibale avrebbe avuto la meglio.
Non dimentichiamo però che furono legionari giovani e imberbi che Scipione allenò per mesi e mesi prima di recarli con sè in battaglia, convinto, come Mario e Cesare dopo di lui, che il buon generale forgia i buoni soldati.



NESSUNA RESA

Comunque subito dopo Canne, Annibale inviò Cartalóne a Roma per negoziare un trattato di pace con il Senato in termini moderati. Eppure, straordinariamente, il Senato romano rifiutò di trattare. Anzi mobilitò tutta la popolazione maschile romana e creò nuove legioni arruolando contadini senza terra e persino gli schiavi.

" Nel 1540 anno della fondazione di Roma i consoli Lucio Emilio e Publio Tenerzio Vanone vengono inviati contro Annibale e succedono a Quinto Fabio Massimo. Inoltre il dittatore Fabio li aveva esortati affinché non combattessero con Annibale comandante astuto e senza pazienza. Tuttavia, partito Fabio, a causa dell’impazienza del console Varrone si combattè presso Canne ed i consoli furono entrambi vinti da Annibale. In questa battaglia vennero uccisi tremila Africani e una grande parte dell’esercito di Annibale venne ferita. Ma anche i Romani subirono una gravissima strage. Infatti nella battaglia vennero uccisi il console Emilio Publio,venti ex consoli o pretori, trenta senatori vennero catturati ed uccisi, trecento uomini nobili, quarantamila soldati, tremilacinquecento cavalieri. E tuttavia in queste sventure nessuno dei Romani pensò di fare menzione di pace. Dopo questa battaglia molte città dell’Italia ,che erano state agli ordini dei romani, si diedero ad Annibale. Annibale, con varie torture,uccise i prigionieri e mandò a Cartagine tre maggi di anelli d’oro, che erano stati sottratti dalle mani dei cavalieri, senatori e soldati dei romani. "
(Eutropio)

Quindi la parola “pace” fu proibita, il lutto venne limitato a soli 30 giorni e l'esternazione del proprio dolore in pubblico fu vietata anche alle donne.


LA GRANDEZZA DI ROMA

Ecco lo straordinario ardimento dei romani: hanno perso tutto, i figli, gli armamenti, gli alleati. Ora le città amiche si defilano e passano dalla parte del nemico. Roma non ha un esercito, se Annibale, deluso e adirato per il rifiuto, la assedia, Roma deve tremare, perchè non ha nè esercito nè amici. Eppure, anzichè accettare la pace offerta da Annibale con moderate richieste, risponde: - Nessuna pace! -

Ricordiamo che i generali degli eserciti e i loro ufficiali non sono i guerrieri barbari che combattono coraggiosamente e se sopravvivono tornano alla tribù nelle capanne a litigare con la tribù vicina. Il guerriero barbaro dorme sulle stuoie e non sa nè leggere nè scrivere, sa solo che se muore in battaglia va nel paradiso degli avi.

I capitani romani quando non combattono vanno alle terme a fare i bagni, e poi vanno ai lauti banchetti rallegrati da danze e musica, e discutono di filosofia, di poesia e di teatro. I romani hanno molto da perdere, eppure hanno il fuoco nelle vene, e il popolo è d'accordo, piange ma è d'accordo: Roma non si arrende! 

Questo spirito fiero e guerriero accompagnerà la repubblica e l'impero, e i grandi generali saranno sempre centri di raffinata cultura, come nei circoli del generale Mecenate o dei generali Scipioni.
Tutto questo rimarrà fino all'avvento del cristianesimo, perchè i romani non correranno più alle armi, tesi a conquistarsi il paradiso futuro raccomandandosi a Dio. Il destino di Roma allora verrà affidato a quei guerrieri barbari che combatteranno per Roma da mercenari, quegli stessi barbari che da sempre i romani avevano sconfitto. E sarà la fine dell'impero.

Ma per ora i romani della sconfitta di Canne hanno un animo d'acciaio, e non accettano alcuna resa. Roma è troppo orgogliosa per arrendersi. Così i romani ricominciano l'addestramento dei giovani, non si piange e non ci si piega al nemico. La guerra riprenderà, ma tesa a catturare capisaldi e con un combattimento costante, secondo la strategia di Quinto Fabio Massimo.

Questo forse, più che i soldati perduti in battaglia, costrinse Annibale a ritirarsi a Crotone, da dove verrà in seguito richiamato in Africa per la battaglia di Zama, cioè per combattere di nuovo i romani, che conoscevano le sconfitte ma non la resa, perchè Roma non poteva essere tradita dai romani.




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