VETRO ROMANO





Trimalcione: «Lasciatemelo dire: io per me preferisco il vetro, almeno non puzza. Che se non fosse fragile, io per me lo preferirei all'oro..
(Satyricon 50, 7)

Prodotto naturale ma affascinante per la sua vaga somiglianza con gemme preziose, ne ha pure rappresentato, fin dalle epoche più antiche, una frequente imitazione. La sua invenzione avvenne durante l'Età del Bronzo, tra il 4300 e il 2000 a.c. nelle regioni medio-orientali d'Egitto, Siria e Mesopotamia, i primi ad esportare i nuovi prodotti furono i fenici che lo ricavavano dalla sabbia del mare. Era utilizzato per decorazioni, perline, pendenti, vasetti o per piccoli oggetti di lusso, poi la tecnica si diffuse in Egitto.


Ma abbondò pure sul suolo italico visto che, tanto per citarne uno, ne fu ritrovato nella necropoli di Misincinis presso Udine. Nella foto qui sopra questi oggetti simili a caramelle sono in realtà anelli o frammenti di anelli realizzati in pasta vitrea.

Nelle sepolture di Misincinis del IV sec. a.c. sono stati raccolti oltre 800 oggetti che sono soprattutto d’ornamento e comprendono fibule, spilloni, ganci di cintura, pendagli ed anelli. 

BALSAMARI
Ogni sepoltura conteneva una o più perle: preziose in ambra o pasta vitrea, di vari colori, azzurre, gialle o verdi. Sembra che i gioielli in pasta vitrea fossero molto richiesti perchè se ne trovarono ovunque, in tombe sia maschili che femminili.

Il vetro fu uno dei materiali più usati dai Romani, soprattutto dopo il I sec. a.c., quando la tecnica della canna da soffio e la costruzione di fornaci a temperature elevate permisero di produrre il vetro in tempi più brevi e a costi ridotti.

Divennero di gran moda i mosaici di pasta vitrea come pure i rivestimenti vetrificati per le camere delle abitazioni più ricche.

Secondo Strabone, contemporaneo di Augusto, l'industria vetraria romana aveva una grande inventiva, perchè non solo sperimentava varie tecniche di colorazione, ma riusciva a produrre vasellame molto economico, che costava solo una moneta di rame.

COLLANA ALBA POMPEIA
All'opposto i validi artisti romani seppero inventare tali particolari e impensati aspetti del vetro che spesso vennero usati al posto delle gemme, oppure per sostituire nei gioielli delle gemme mancanti facendone una valida riproduzione.

Notevoli ritrovamenti nei corredi funerari, ci mostrano come il vetro fosse preponderante nella toeletta femminile: con balsamari in vetro, dal ventre piriforme, globulare o tubolare, la cui forma derivava da quelli in ceramica, ma anche per contenere profumi, sostanze cosmetiche e pure medicinali.

C'erano poi i bastoncini a torciglione, in vetro fuso naturale o colorato e talvolta decorati da un filamento di pasta vitrea bianco avvolto a caldo sulla superficie, con le estremità appiattite a disco.

Sul loro uso varie ipotesi: strumenti per applicare o mescolare le sostanze cosmetiche, o aghi crinali, o ancora conocchie simboliche della filatura.

Col vetro si producevano anche oggetti di ornamento quali bracciali, collane, diademi, anelli, gemme incise che venivano incastonate in anelli di ferro, bronzo o oro, vaghi di collana detti di pasta vitrea alternati a metalli preziosi, o ciondoli per bracciali, o simil-cammei, o pendenti.

Molto usate erano le parte vitree forate per farne collane. Riguardavano grandi variazioni di forme, di grandezza, di colori e di trasparenze.

CABOCHON
Le perle più sferiche presentavano a volte una certa trasparenza a imitazione di pietre preziose, oppure venivano inserite nelle montature come cabochon, cioè pietre trasparenti con la base piatta che veniva infilata nella montatura dell'anello e la superficie esterna tondeggiante e in genere ovale.

Ne fa esempio l'anello raffigurato qui sotto che accoglie un cabochon verde.

Le forme variavano in forme pressocchè infinite.

Andavano da quella a bariletto, come di un piccolo barile allungato e stretto, a forma ovalizzata, a ovali appuntiti ai vertici, a sfera, a disco sottile o a disco spesso, a cilindretti sottili o più spessi, con superfici lavorate a spicchi,  striate a colori diversi, marezzate, ad anelli concentrici, a macchiettature, a colori diversi sulla stessa perla.

TIPI DI CONTENITORI ROMANI

LA STORIA

Il vetro, come presto scoprirono i romani, ha la capacità di autorigenerarsi col minimo dispendio di risorse, sfruttando il riciclaggio dei vetri dismessi: il vetro ha sempre creato nuovo vetro.Caratteristici degli scavi romani sono i servizi di piatti, coppe, coppette e vassoi, eseguiti per mezzo della colatura in vetro mosaico o colorati, che imitavano le forme delle ceramiche aretine in Etruria.

La prima produzione vetraria fu realizzata infatti mediante il metodo della colatura, o fusione a stampo, che consisteva nel colare o pressare la massa allo stato fluido all’interno di uno stampo che recava la forma dell’oggetto che si desiderava ottenere.

Solo nel periodo giulio-claudio, I sec. a. c., la produzione di vetro mosaico si attenuò fino a sparire per la scoperta tutta romana della soffiatura a stampo intorno al 25 d.c., che rivoluzionò l'industria vetraria.

Una quantità variabile di materia allo stato vischioso veniva applicata all’estremità di una canna di metallo o di argilla, quindi si soffiava al suo interno conferendo all’oggetto la forma desiderata.

Rispetto alla tecnica precedente, la soffiatura permetteva di ottenere oggetti molto più leggeri, dalle pareti più sottili.

Fu proprio per questo che gli effetti della scoperta non tardarono a farsi sentire: furono accellerati i ritmi di produzione e di conseguenza vi fu un crollo nei prezzi sul mercato.

I Romani erano geniali, prendevano da ogni luogo le produzioni più utili e belle, ma non si limitavano a copiare, perchè erano sempre tesi a studiare materiali nuovi e nuove tecniche.

Con la soffiatura crearono una rivoluzione nelle suppellettili, vetri-cammeo o rivestiti di cammei, brocche, coppe da bevande, anfore, bottigliette, ampolle, di colorazioni leggere e delicate, con sovrapposizioni sempre in vetro di medaglioni o cammei, con iscrizioni  latine e greche inneggianti al bere, o con i nomi dei fabbricanti, o con scene di gladiatori, corse di cocchi, atleti che lottano, Dei in varie pose, o con in cima i nomi dei più famosi eroi sportivi, o col nome del padrone di casa, o dedicato all'imperatore.

Nel vetro vennero prodotti pure gli specchi, gli unguentari, gli occhi delle statue, i bracciali, gli anelli, le collane, le spille, i diademi e perfino le falere dei soldati. Anche un'infinità di suppellettili per la tavola vennero realizzate in vetro. Noi moderni non abbiamo nemmeno una pallida idea di cosa i romani realizzassero in questo materiale. Inventarono migliaia di modelli dall'aspetto sofisticatissimo o finemente stilizzato.

Si potrebbero mostrare alla gente tantissimi modelli di vasi romani in vetro e chiunque giurerebbe che quegli oggetti siano stati eseguiti a Murano, non solo i calici classici o le anfore o i cesti che sembrano merletto, ma pure quelli modernissimi, stilizzati e striati a vari colori.

Il vetro si trasformò rapidamente da bene di lusso, a merce ordinaria, ovvero aveva l'uno e l'altra, per tutte le borse, perchè i romani erano bravissimi nel business, tanto che in ogni provincia circolavano oggetti semplici o decorati, prodotti da manifatture regionali.

Tra i più comuni troviamo: coppe con fasce di solchi incisi profondamente, recipienti in vetro spruzzato con gocce applicate di vetro policromo fuse e quelli dipinti con scene di carattere animale o floreale. In vetro decorato e non si facevano interi servizi da tavola.

Ma non mancavano versatoi di gusto raffinato a forma di animali vari, e cestini in vetro sottile come un ricamo, ma pure i rustici barattoli per conservare il cibo sotto sale, o sotto olio e aromatizzato.

A partire dal I sec. fino alla fine dell'epoca romana si produssero in tutto l'impero servizi da tavola in vetro soffiato.

TIPI DI CONTENITORI ROMANI
Il vetro a colorazione naturale verde bluastro o verde chiaro divenne il comune vasellame da tavola e dei recipienti per la conservazione, mentre il vetro incolore era ricercato per gli oggetti di maggior pregio, divenendo un'attività di tipo industriale, svolta su larga scala in particolare a Roma ed ad Aquileia. 

L'invenzione della soffiatura a stampo e l’uso di coloranti sostituì in larga parte i costosi procedimenti di colatura e formatura a caldo dei vetri ed intorno al 25 d.c., producendo contenitori in vetro per uso alimentare, per uso medico e cosmetico, per uso estetico come gioielli o addirittura come lente.

Sono stati rinvenuti non meno di 100.000 reperti romani in vetro, colorati più o meno intensamente, opachi, satinati o trasparenti, di uno o più colori insieme, lisci o a serpentina, a coste, puntiniformi, forati, con fili di vetro sovrapposti, con inserti di oro e d'argento.

VETRI COLORATI
Il possesso di vasellame e di suppellettili di vetro perse un po' della sua attrattiva quando divenne alla portata di tutte le classi sociali della Roma imperiale. Tuttavia l'aristocrazia ebbe solo per sè dei pezzi unici e stupendi che costituivano l'orgoglio dei padroni di casa, conservati gelosamente come le stoviglie d'argento e di valore non inferiore ad esse.

Come al solito i romani divennero abilissimi artisti, superando qualsiasi altra produzione al mondo, nella tecnica e nell'inventiva delle forme e dei soggetti, ma soprattutto nella bellezza delle esecuzioni.

Tra il II e il III sec. d.c., mentre fino a quel momento il mercato era stato dominato dalle produzioni prettamente romane, la situazione cambiò, a favore delle officine provinciali.

Qui si inventavano nuove forme e nuove decorazioni: fiaschette soffiate a stampo a forma di testa umana; vasi, bottiglie, brocche con motivi geometrici, con fili e spirali di vetro simboleggianti uccelli, fiori e rettili.

Tra il III e il IV sec. d.c., vi fu un totale cambiamento delle decorazioni, delle forme e dei colori, i recipienti per la conservazione e il vasellame da tavola, soffiati con pareti molto sottili, erano di vetro colorato con tenui sfumature di giallo, verde oliva, bruno, e raramente di vetro incolore o verde bluastro.

Le forme si ridussero per numero e varietà. I recipienti casalinghi raramente erano decorati, ma alcuni presentavano ornamenti di fili spiraliformi e gocce (dello stesso colore del recipiente o turchesi) disposte a caso.



Nel corso del IV sec. d.c. gli artigiani romani ebbero una nuova idea che dette vita a un nuovo filone artistico, copiato molti secoli dopo come un po' tutta l'arte romana.

Riscoprirono la tecnica della foglia d'oro graffita: racchiudendo tra due strati di vetro incolore una foglia d'oro incisa con scene mitologiche, motivi ebraici o cristiani, creavano dei medaglioni da inserire nella base di tazze e di altri recipienti.

Comunque chi non poteva permettersi anelli con gemme preziose incise poteva ben consentirsi dei caboghon di pasta vitrea, un uso che fu spesso seguito sia dagli etruschi che dai romani.

A Colonia, esistevano specializzati intagliatori del vetro, che produssero gli esemplari intagliati più famosi dell'antichità. I capolavori di questo periodo sono le piccole coppe chiamate diatreta.

Ma l'inventiva andò oltre, creando vetri e semiopachi colorati a strisce, orizzontali o verticali, a volute o a bande. Inoltre soffiando il vetro producevano fili vetrosi variamente colorati e di densità di colore diversa, ma anche di trasparenza diversa, che venivano applicati ai vasi con varie volute, o attorcigliandoli sugli oggetti, o attorcigliandoli su se stessi, esattamente come il vetro di Murano oggi.



Anche le forme cambiarono, più o meno panciute, filiformi, a sfera, lobati, a curve varie, con imboccature larghe e strette, con applicazioni sulle pance, sullo stelo, sulle imboccature, sui manici. in un'infinita inventiva e un infinito buon gusto.

D'altronde l'impressionante e progressiva diffusione degli oggetti in vetro dipese non solo dal fusto sempre più raffinato dei romani, ma anche da una profonda innovazione tecnologica legata a precise indagini sperimentali e, spesso a un approfondimento teorico sulla composizione della materia e la sua funzionalità scientifica. I romani erano curiosi, quindi intelligenti e quindi studiosi.

Nel V sec. d.c. a causa delle invasioni germaniche, dello spostamento della corte da Roma a Costantinopoli, e delle crisi mistiche che deploravano divertimento e bellezza a favore dell'espiazione, molti centri dell'industria vetraria occidentale cessarono l'attività.

I livelli qualitativi della produzione scesero e così lo stile delle decorazioni, degradando soprattutto nei primi decenni del VII sec. d.c. quando lo stile e la bellezza degli oggetti verranno sostituiti dalla pura funzionalità degli stessi.

Per giunta col decadimento delle arti crollarono le belle decorazioni e la capacità di riprodurre il corpo umano che divenne corto, sbozzato e tozzo.

In oriente, invece, artigiani siro-palestinesi continueranno a produrre oggetti soffiati a stampo fino al VII sec. d.c.

TIPI DI CONTENITORI ROMANI

I CONTENITORI

Columella racconta di bottiglie a coste spesso a base quadrata o rettangolare, dai tre ai tredici lati, di colore verde bluastro o verde pallido, con larga imboccatura filettata in cui infilare a chiusura pezzi di pelle fissati con un legaccio, utilizzati dalle massaie per le conserve o per le salamoie.

Questi barattoli d'uso comune furono un successo perchè consentivano una migliore conservazione rispetto ai recipienti di ceramica che un po' s'impregnava dei contenuti, così potevano essere lavati e riutilizzati all'infinito.

Per gli alimenti il vetro quindi fu  un materiale insuperabile, basti pensare al vino conservato nelle anfore che prendeva il sapore della pece con cui si rivestiva l’interno delle pareti per la porosità della terracotta.

Scoprirono invece che nei contenitori di vetro il vino si manteneva inalterato, e che nei contenitori di vetro scuro si mantenevano ancora meglio.

Ma non tolsero loro troppo la trasparenza perchè questa  dava la possibilità di verificare il livello e le condizioni del contenuto e li rendeva adatti all'immagazzinamento, alla conservazione, all'esposizione e alla vendita di materiali di ogni tipo.

Il desiderio di consumare ortaggi fuori stagione spinse l’imperatore Tiberio a far costruire piccole serre mobili, in cui venivano coltivati cetrioli, di cui era particolarmente ghiotto.

Plinio parla di “cassette munite di ruote e con una copertura di lastre speculari” che venivano spostate ove c’era il sole per far maturare l’ortaggio, una specie di serra mobile. Ebbene si, le prime serre furono inventate dai romani.

Un gran numero di reperti, tra cui bellissimi esemplari, sono visibili bei vari musei d'Italia, tra cui quello di Montalcino "Museo del vetro e della bottiglia da vino" della Fondazione Banfi al Castello di Poggio alle Mura.

PIATTO DI ALBENGA
Tra bicchieri, brocche e vasi da servizio tavola, vi è un interessantissimo vaso di mescita a doppia bocca, consistente in due lobi attaccati che permetteva di servire il vino e l’acqua contemporaneamente in parti uguali secondo il costume dell’epoca.

Infatti se ancor oggi usiamo il termine "mescere il vino", indicando il servire il vino in tavola, è perchè all’epoca si usava davvero mescolare il vino con l’acqua, anche perché i vini venivano prodotti molto alcolici, cosa che permetteva una maggiore conservazione.

Naturalmente si usò il vetro anche per imitare marmi e alabastri, pur essendo il vetro elemento più prezioso, ma metteva alla prova l'abilità del vetraio nel simulare il marmo, visto la sua sottile parete e la sua forma accurata, che in marmo sarebbe stato impossibile ottenere.

Si imitavano anche le pietre preziose facendone particolari medaglioni e cammei in splendidi

Non di rado si imitò l'ossidiana, al contrario, perchè rara e quindi più costosa.

Il vetro trovò gli usi più disparati e divenne anche un capisaldo nella decorazione parietale e pavimentale sostituendosi spesso al marmo. Esemplari di rara bellezza per il realismo della rappresentazione l’opus sectile di lastre di vetro dalla villa di Lucio Vero sulla via Cassia, o il tondo che rappresenta un fondale marino con due pesci e un delfino, proveniente dal triclinium della domus del Chirurgo di Rimini.

Perfino le le insegne imperiali di Massenzio trovate lungo le pendici del Palatino erano globi in vetro fuso sulla sommità dello scettro dando un'ulteriore testimonianza della preziosità del vetro che andava spesso, per la sua bellezza e infinita possibilità di fogge e sfumature, a sostituire materiali preziosi quali l'avorio, l'oro o l'argento.

Il vetro entrò nelle case di tutte le categorie sociali, come si vede dagli affreschi delle case pompeiane che testimoniano la leggerezza e l’eleganza delle coppe, dei piatti, delle fruttiere e delle bottiglie di vetro.

A partire dal I sec. d.c., nelle dimore dei ricchi cominciarono a vedersi lastre di vetro alle finestre, prima furono con il metodo della colatura, montati su telai di legno o di metallo e fecero la loro comparsa in edifici pubblici di Roma all'epoca di Augusto.

Da lastre di vetro colorato si ottenevano, inoltre, le minuscole tesserae usate nei mosaici che decoravano i muri e le volte degli edifici pubblici e i pavimenti e le fontane di quelli privati, ma anche pannelli figurati da appendere alle pareti.

Col vetro si ottenevano infatti rilievi elaborati, posti sopra il vetro o sotto vetro, cioè con una ulteriore vetrificazione.

A volte sul rilievo vetroso eseguito a mano sulla materia calda si poneva unna foglia d'oro o d'argento per esaltarne il rilievo.

Inoltre i Romani riciclavano intelligentemente i vetri rotti trasformandoli in lingotti di vetro che venivano poi lavorati. Dovremo giungere in età moderna per utilizzare di nuovo questa antica tecnica.

Cicerone, nell’orazione a Rabirio Postumo, parla di una nave carica di frammenti di vetri che raggiunse Pozzuoli da Alessandria.

Inoltre, di recente, sono state ritrovate a Pompei delle ampolle di vetro che erano riempite d’acqua ed erano utilizzate come un laser: infatti, convogliando in esse i raggi del sole si cauterizzavano le ferite.

Questo tanto per comprendere l'infinita intelligenza, civiltà e raffinatezza dei romani.

TIPI DI CONTENITORI ROMANI

LA TECNICA

L’ingrediente fondamentale del vetro romano erano i silicati, ottenuti da sabbia naturale o da scaglie di quarzo, pietra arenaria e ciottoli. Naturalmente ricavarli dalla sabbia era molto più economico, perché il lavoro non richiedeva frantumazione e polverizzazione.

Le sabbie più ricercate, nella prima età imperiale, erano quelle del fiume Belo (che scorreva nell’attuale Israele) e del Volturno, in Campania.

ANELLO IN PASTA VITREA (Pompei)
Dal momento che la sabbia raggiunge il punto di fusione a temperature elevate, era necessario mescolarla ad altre sostanze che aiutassero il processo, abbassando la temperatura di fusione.

Gli alcali, composti di carbonato di sodio, permettevano di fondere la miscela a temperature più basse e di mantenere la massa vetrosa più a lungo malleabile.

Il fondente più usato fu il natron (soda minerale), importato dall'Egitto e dalla Macedonia.

Gli alcali potevano essere di origine minerale, come la soda, o vegetale, come soda e potassa, in forma di ceneri vegetali.

Quando divenne più difficile viaggiare per commercio, anche a causa delle invasioni barbariche, si pensò di sfruttare la soda vegetale, facendo ricorso appunto alle ceneri delle piante.

Il fondente ottenuto poteva essere sodico se ricavato da piante originarie delle coste mediterranee o potassico se derivato da piante boschive.

Un altro ingrediente fondamentale erano gli ossidi metallici che conferivano al vetro differenti colorazioni. Si trattava di ferro, manganese, cobalto, spesso già presente in molte sabbie usate dai vetrai.

Dal momento che la loro presenza casuale dava al vetro un colorito verdastro, si attenuava questa colorazione aggiungendo ossidi di manganese, che davano un vetro incolore.

Le officine che facevano soltanto la lavorazione degli oggetti, acquistavano invece i pani di vetro  già pronti, presso le officine del Vicino Oriente.

Questo traffico è testimoniato dai molti relitti di navi naufragate sulla rotta Europa - Asia Minore con a bordo i carichi di vetro, sia in frammenti che semilavorati.

Il vetro romano ci è pervenuto spesso in buone condizioni, in parte per la sua ottima composizione chimica e in parte perchè spesso rinvenuto in ambito funerario, dove è rimasto pressoché integro.

Con il vetro si eseguivano pure preziose statuine, corredate di vari colori e vari inserti, nonchè vari anelli in pasta vitrea a stampo come ad esempio la pietra dell'anello pompeiano di Achille nella figura in alto, realizzata in pasta vitrea trasparente.

Però fino ad ora non sono stati trovati sul territorio nazionale resti d’officine romane, rinvenute invece in altri paesi dell’Impero Romano, e quindi non si conoscono i tipi di fornaci dove si fondeva e si lavorava il vetro.

Fino ad oggi sono state scavate soltanto tre fornaci tardo antiche: a Trento, a Roma nella Crypta Balbi e a Pozzuoli.

Il motivo a "millefiori" degli antichi Romani derivò dalla tecnica musiva perfezionata ad Alessandria nel I secolo a.c., in cui i fili di vetro diventano guarnizioni dell'oro, al posto delle gemme.

Naturalmente non bisogna confondere gli effetti della corrosione dei secoli con le qualità innate di un oggetto vitreo. Il tempo infatti dona al vetro una patina argentea che non va mai lavata pechè testimonia l'antichità dell'oggetto.

Occorrono infatti diversi secoli perchè di formi questa patina. In altri vetri si forma un effetto iridescenza che è analogamente effetto deltempo e non dell'artista.

Infatti il vetro corroso di questo vaso romano del primo secolo d.c:, trovato a Reims, crea effetti di iridescenza. Esso è stato soffiato, tranne il collo e il manico, che sono stati lavorati a mano. Tuttavia l'effetto iridescenza era a volte ricavato artatamente sull'oggetto nuovo.

Gli oggetti in vetro provenienti dalla Siria del primo secolo d.c. erano spesso decorati con "serpentine" come quella che adorna il corpo di questo piccolo recipiente in vetro opaco.

TIPI DI CONTENITORI ROMANI


LE FABBRICHE DI POMPEI

"VASO BLU" (POMPEI)
Gli antichi Romani inventarono diversi modi di impiego del vetro creando una produzione insuperata per secoli, soprattutto nel litorale campano, dove si trovavano i maggiori centri di produzione del vetro.

Da qui proviene il famoso Vaso blu, capolavoro della tecnica cammeo consistente in un vaso di vetro scuro rivestito da vetro bianco intagliato.

Durante i pacifici anni del regno di Ottaviano Augusto (27 . – 14 d.c.) vengono aperte numerose officine vetraie creando una vera industria del vetro, grazie al quale il vasellame domestico, in terracotta e metallo, viene affiancato e poi sostituito dal vetro, chimicamente neutrale e trasparente.

Brocche, anfore, coppe, piatti, bottiglie, ciotole, balsamari, corni potori, delle più svariate fogge e colori, provenienti per la maggior parte da Pompei, testimoniano insieme ad alcuni affreschi, come il vetro fosse uno dei materiali prediletti nella vita quotidiana.

La diffusione della lavorazione del vetro ebbe importanti ripercussioni anche nell’architettura, nell’uso di lastre di vetro per le finestre al posto degli scuri di legno o dei tendaggi.

Erano realizzate in vetro anche le tessere musive come testimonia il ninfeo della Casa del Bracciale d’Oro di Pompei. Il vetro colorato imitava inoltre le pietre preziose dando vita così ad una sorta di bigiotteria dell’antichità.



I TIPI DI VETRO

Vetro cammeo 

VETRO CAMMEO
Un tipo di vetro composto da due o più strati sovrapposti, di colore diverso.

I periodi di maggiore produzione di questa tipologia di vetro furono l’alto impero romano (25 a.c. – 50/60 d.c.), il tardo impero (metà III-metà IV sec. d.c.) e più tardi l’Alto Medioevo Islamico (IX-X sec. d.c.).

I vasi del primo periodo si distinguevano dagli altri perché il fondo era sempre di colore scuro (blu in genere, oppure verde o marrone) e lo strato superiore era chiaro, di solito bianco.

Nelle altre produzioni invece il contrasto cromatico era inverso: fondo incolore o con una sfumatura verdastra e strato superiore scuro.

Le tecniche di esecuzione di questo tipo di vetro erano tre: una che prevedeva la soffiatura e altre due che prevedevano invece l’uso di mantici.


COPPA DIATRETO TRIVULZIO 350 d.c.
Vetro diatreto


Era un tipo di vetro lavorato ad intaglio e qui accanto ce n'è uno splendido esemplare. Ricorda molto gli intagli del cristallo.

Il nome è una latinizzazione del greco diàtretos che indicava un tipo di tecnica a traforo applicata a vasi in pietra dura e successivamente adottata dai vetrai.

Il procedimento prevedeva la realizzazione di un vaso di notevole spessore, fuso o soffiato, dal quale venivano asportate le parti superflue, creando in tal modo un reticolo, attaccato alle pareti solo tramite sottili legami.

Il tutto, impedendo naturalmente che il vaso si rompesse durante la lavorazione.


Vasi che cambiano colore

Era in vetro diatreto la cosiddetta Coppa di Licurgo, raffigurante il mito del re trace che, per aver impedito il passaggio nella sua terra del corteo a seguito del dio Dioniso, venne soffocato dalla ninfa Ambrosia trasformatasi in un albero di vite.

La coppa è conservata al British Museum di Londra e presenta orlo e base in bronzo aggiunte nel XIX sec. d.c.

COPPA DI LICURGO
Questo vaso è prezioso e particolarissimo in quanto appare normalmente di colore verde opaco, ma quando viene attraversato dalla luce diventa rosso porpora.

Lo straordinario fenomeno venne ottenuto mescolando ai normali ingredienti del vetro, anche piccole quantità di oro, argento e manganese.

I vasi che cambiavano colore dovevano fare un grande effetto  sul pubblico e dovevano essere una vera rarità nel mondo antico.

Lo prova il fatto che ce ne sono giunti solo una decina di esemplari, frammenti compresi, databili a partire dal IV sec. d.c.

Probabilmente erano oggetto di un segreto che venne sfruttato a caro prezzo per cui solo pochi potevano permetterselo.















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1 comment:

Anonimo ha detto...

mi avete fornito tutta la ricerca di scuola... sniff sniff... sono commosso, bravi bravi..

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