PETRA PERTUSA MAGGIORE (Marche)





Detta oggi Galleria del Furlo, trattasi di una galleria lunga 38,3 mt che gli antichi chiamarono “Petra Pertusa” o “forulus” da cui il nome di galleria del Furlo.

Questa fu fatta scavare nel suo punto più stretto da Vespasiano nel 77 d.c per consentire l’attraversamento degli Appennini dal versante tirrenico a quello adriatico. Vicino a questa, un’altra lunga solo 8 mt, forse scavata dagli Umbri o dagli Etruschi. 

Quest'ultima, essendo di percorso più breve, risultava minore rispetto a quella romana che fu denominata pertanto Petra Pertusa Maggiore, mente probabilmente la minore fu chiamata appunto Petra Pertusa Minore.

Il passaggio faceva parte della via Flaminia ed è praticabile tutt'ora, fornendo un paesaggio di una bellezza unica, sia in entrata che in uscita.

Lasciata Acqualagna, la Flaminia proseguiva in direzione della Gola anche nella Tabula Peutingeriana, dove la stazione di tappa del Furlo è semplicemente chiamata Ad Intercisa e la sua distanza da Forum Sempronii è indicata in 12 miglia.

Il toponimo Intercisa, che si conserva negli itinerari più tardi (Geografo Ravennate, Guido) nella forma Intercissa, deriva dal sostantivo saxa (sasso o roccia) e pertanto letteralmente “rocce tagliate” alludendo ai tagli praticati sul fianco del Pietralata, per ricavare un terrazzo artificiale su cui fare passare la strada.

La grotta fa parte del Parco Naturale del Furlo.

Questo capolavoro ha degli antecedenti. Si sa che il tracciato della via Flaminia fu potenziato e dotato di nuove infrastrutture da Augusto, con numerosi ponti e gran parte delle sostruzioni di sostegno al piano stradale.

A fine Ottocento lungo i 3 km della forra, accanto a m 184 di tagliate nel fianco roccioso del Pietralata, sono stati misurati m 930 di sostruzioni, di cui ben m 506 di muri antichi a secco in pietra locale alti in media m 8-10.

La tecnica costruttiva è soprattutto l’opera quadrata con uso di contrafforti, il tutto da collocarsi in età augustea e prima età imperiale.

Durante l’età augustea però il transito nella gola avveniva senza passaggi in galleria.

Per la zona dove verrà aperto il traforo di Vespasiano la documentazione d’archivio settecentesca studiata da Mario Luni consente di ricostruire la sequenza degli interventi realizzati dai Romani.

In origine la consolare seguiva un tracciato a picco sul Candigliano, ricavato tagliando all’esterno il versante roccioso.

Fenomeni franosi avvenuti in più punti hanno portato allo scavo di una prima galleria, lunga circa m 8 e larga in media m 3,30, che consentisse un passaggio più interno, e quindi meno esposto, alla strada.

Cronologicamente questo intervento si pone fra quelli promossi da Augusto e il periodo di Vespasiano e non, come spesso sostenuto, in età preromana.

Ma anche questi lavori non dettero il frutto sperato perchè nel 76 o 77 d.c. venne inaugurato un secondo traforo ben più lungo e più largo (m 5,47 al centro) e in posizione più interna.

I lavori dovettero durare diversi anni, incluso, a est del tunnel, anche lo scavo di un tratto in trincea di 15 m circa.

In origine l’altezza massima della volta era di circa m 6 dal piano stradale che si presentava in salita da est a ovest, con un dislivello di circa m 4, fortemente attenuato nell’Ottocento, abbassando la via  verso l’uscita occidentale e interrando la parte orientale per circa 2 m.

Incisa sulla roccia, sopra l’ingresso orientale, si conserva l’iscrizione che ricorda la realizzazione della galleria per volere di Vespasiano; un’altra epigrafe analoga probabilmente si trovava anche sull’altro accesso.

Questa poderosa opera si è rivelata talmente efficace che ancora oggi è usata turisticamente ed è il vanto del Furlo.

Infatti negli anni ottanta del novecento, per il traffico veloce, il Passo del Furlo è stato bypassato dalla superstrada con due nuove gallerie lunghe ben 3391 m, restituendo la gola alla gioia dei suoi estimatori che ne fanno una passeggiata in un paesaggio da mozzafiato.




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