MARCO ANTONIO





Nome: Marcus Antonius
Nascita: 14 gennaio 83 a.c. Roma
Morte: 1 agosto 30 a.c. Alessandria
Carriera: Generale di Cesare


- Belli intestini indignitate Romani magnum odium in Antonium, bonorum civium inimicum, rei publicae hostem, conceperunt. -
- A causa dell' iniquità della guerra civile i romani concepirono un grande odio per Antonio, nemico dei buoni cittadini, nemico della repubblica. -



LE ORIGINI

Cicero non inimicum, sed hostem Antonium putabat. -
- Cicerone non reputava Antonio un avversario ma un nemico. -

Marco Antonio, cioè Marcus Antonius, nacque a Roma il 14 gennaio 83 a.c. e morì ad Alessandria d'Egitto, 1 agosto 30 a.c.. Fu un politico e un generale romano durante l'ultimo periodo della Repubblica. Suo padre, Marco Antonio Cretico, era figlio del grande oratore Marco Antonio Oratore, ucciso dai sostenitori di Gaio Mario nell'86 a.c.; per parte di madre, Giulia Antonia, era nipote di secondo grado di Gaio Giulio Cesare.

Suo padre morì in giovane età nel 71 a.c., lasciando lui ed i suoi fratelli, Lucio e Gaio e la sorella Antonia, alle cure della madre, che sposò Publio Cornelio Lentulo Sura, un politico coinvolto nella congiura di Lucio Sergio Catilina e giustiziato nel 63 a.c. Secondo Plutarco, la giovinezza di Antonio fu caratterizzata da uno stile di vita dissoluto, tanto che prima di compiere 20 anni sembra che avesse già contratto debiti per una somma di circa 250 talenti.
Forse per cambiare vita Antonio abbandonò la tentacolare Roma e andò in Grecia per studiare retorica, ma probabilmente la cosa non lo appassionò perchè presto si arruolò nella cavalleria dell'esercito del proconsole Aulo Gabinio diretto in Siria. Brillò talmente che ben presto divenne comandante della cavalleria distinguendosi per coraggio e sprezzo del pericolo. Fu durante questa campagna che visitò per la prima volta Alessandria d'Egitto.



IL CARATTERE

Plutarco lo definisce dissoluto, si sa che era insaziabile, che andava con donne onorevoli e con prostitute contemporaneamente, comunque piaceva molto alle matrone, tanto che ne sposò quattro, Fadia, Antonia Ibrida, Fulvia, Ottavia Minore e sempre da queste rimpianto e mai abbandonato, senza contare l'ultimo e fatale amore: Cleopatra. Il suo ardente temperamento si dispiegò molto nella carriera militare, un uomo capace di trascinare i suoi soldati ma anche di farsi trascinare, come accadde con Giulio Cesare, suo parente, di cui fu grande estimatore, per l'abilità e per il grande coraggio: non solo ricoprì l’incarico di questore in Gallia al seguito di Cesare, ma lo seguì nel varco del fiume Rubicone, nella marcia su Roma e alla guerra contro Gneo Pompeo nella battaglia finale.

Marco condivideva con Cesare l'ardire, l'avventura, l'amore per il sesso, le decisioni azzardate, la capacità di farsi seguire e osannare dai soldati. Gli mancava invece la compassione, la generosità, la raffinatezza nel parlare e nello scrivere, la sobrietà, la dignità e la continenza di Cesare. Marco Antonio era collerico, permaloso e feroce, ma pure suadente e affascinante se uomini e donne lo seguirono come un mito. Sicuramente Cesare fu la sua stella, un po' quello che avrebbe voluto essere, e la rivalità con Ottaviano fu dovuta anche all'antipatia verso questi, così diverso da Cesare, uomo molto politico ma poco di guerra e di armi, capace di grandi decisioni ma solo dopo lunga riflessione, di certo Marco sentiva che lui era molto più degno di Ottaviano di coprire il ruolo di figlio di Cesare.



LA CARRIERA (54-44 a.c.)

Dal 54 al 50 a.c. Marco combatté al seguito di Cesare nella campagna gallica. Nel 54 a.c. si unì allo stato maggiore dell'esercito di Cesare in Gallia, dove fu questore nel 52 a.c. Divenne accanito sostenitore di Cesare, conoscendo fra l'altro la riconoscenza puntuale di Cesare che infatti lo ricompensò nel 50 a.c. aiutandolo a farlo eleggere tribuno della plebe e poi augure nel 49 a.c.. Antonio sostenne Cesare anche nel conflitto con il senato e con Pompeo, che avrebbero voluto rinunciasse al proconsolato e lasciasse il comando dell'esercito prima di richiedere l'assegnazione del consolato. Secondo alcuni Marco Antonio conquistò l'intera regione della Cimolia nell'attuale Ungheria, ma altri studiosi non sono d'accordo.

Il 19 novembre Antonio fu espulso dalla Curia, lasciò Roma e raggiunse Cesare sul Rubicone. Durante la guerra civile, mentre Cesare marciava su Roma, Antonio, assunto il comando di un reparto, occupò Arezzo e poi Ancona.

Nel 48 a.c. Antonio ebbe l'imperio propretorio per l'Italia. In seguito prese parte alla battaglia finale di Farsalo e, quando Cesare venne nominato dittatore, fu nominato da questi magister equitum nel 47, carica che prevedeva la direzione della politica militare ed interna della penisola, insomma la carica più alta dopo Cesare.

Publio Cornelio Dolabella fu genero di Cicerone e amico ed alleato di Giulio Cesare. Mentre Cesare era in Egitto, Dolabella si fece adottare da una plebea per farsi eleggere tribuno della plebe e cancellare i suoi spaventosi debiti.

Così cercò di promulgare la legge che cancellava i debiti, ma gli altri due tribuni gli posero il veto.

Allora chiese a Marco Antonio, in quanto magister equitum, di allontanarsi da Roma per restaurare le sue squadracce, e Marco anch'egli molto indebitato, se ne andò a Capua dalle sue legioni veterane. Cosi Dolabella cominciò a spargere il terrore per tutta Roma, ma gli altri due tribuni non demorsero.

Il Senato varò allora il Senatus Consultum Ultimum e affidò a Marco Antonio il compito di sedare i rivoltosi. Non potendo rifiutare, Marco Antonio piombò su Roma con la X Legione e uccise i primi cinquanta cittadini che trovò nel foro. Cesare si arrabbiò moltissimo con entrambi al suo ritorno, ma in seguito Dolabella fu eletto tribuno della plebe e poi console nel 44 a.c.

Anche la condotta di Antonio non piacque a Cesare, che pur avendo avuto molta stima di lui come generale,  lo rimosse dagli incarichi politici. Marco infatti fu responsabile di una strage di cittadini romani, facendo uccidere le prime  persone che trovò nel foro, senza neanche verificarne l'identità.

Secondo una fonte poco attendibile (Le Filippiche ciceroniane), tentò addirittura di uccidere Cesare, perché in teoria sarebbe dovuto diventare suo erede. Nonostante ciò Antonio nel 44 a.c. fu eletto console, carica che ricoprì avendo come collega Cesare, il che dimostra che ci si fidasse ancora di lui. Nel febbraio dello stesso anno, durante la festa dei Lupercali, il console offrì pubblicamente a Cesare un diadema, che questi rifiutò facendola porre sulla statua di Giove.

Questo gesto fu probabilmente calcolato per debellare le voci, basate su un oracolo, secondo cui Cesare avrebbe voluto instaurarsi come  nuovo re di Roma, cosa che il popolo ancora aborriva e temeva. Ciononostante il 15 marzo 44 Giulio Cesare fu assassinato da un gruppo di senatori, capeggiato da Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, suo figlio adottivo.

Per evitare lo scontro aperto Antonio scese a compromessi e permise che il senato concedesse l'amnistia ai congiurati ottenendo però dal Senato  la concessione dei funerali di stato per Cesare. Durante le celebrazioni accadde però che la vista del corpo del dittatore e del sangue sulla sua toga, la lettura del suo testamento generoso verso i romani e la famosa orazione di Antonio, accendessero d'ira l'animo del popolo contro gli assassini. Questo sottolinea ancora non solo l'amore del popolo verso Cesare ma anche come Antonio avesse l'oratoria e la capacità di volgere gli animi a suo favore.

DISCORSO DI MARCO ANTONIO


ELOGIO FUNEBRE DI CESARE

(Da Cassio Dione, Storia romana)

«Se quest’uomo fosse morto da privato cittadino, e anch’io mi trovassi a essere un privato, non avrei bisogno, o Quiriti, di fare un lungo discorso e di enumerare tutte le imprese da lui compiute, ma dopo aver speso poche parole sulla sua ascendenza, sulla sua educazione, sulle sue abitudini e – se fosse stato il caso – anche su ciò che egli avrebbe fatto nell’interesse della Res Publica, avrei potuto terminare il mio discorso, per non annoiare coloro che non avessero avuto familiarità con lui.

Ma siccome egli è morto mentre deteneva il summum imperium su di voi, e siccome io ho ricevuto e detengo il secondo posto di comando, sono costretto a fare un duplice discorso, uno come erede designato, l’altro come console, e a non tralasciar nulla di ciò che è mio dovere di dire, ma a esporre ciò che tutto il popolo ad un’unica voce celebrerebbe, se potesse avere un’unica voce. 

So bene che è difficile esprimere in modo adeguato ciò che voi provate, difficile essere all’altezza di tale compito.

Quale discorso potrebbe eguagliare le sue grandi imprese? E voi che siete avidi di ascoltare appunto perché le conoscete, non sarete benevoli giudici del mio discorso. Se io mi trovassi a parlare davanti a gente che non l’avesse conosciuto, mi sarebbe molto facile convincerla, sbalordendola con la grandezza delle imprese; ma siccome voi le avete conosciute, è inevitabile che il mio discorso risulti inferiore alla loro grandezza. 

Persone straniere, anche se fossero diffidenti per invidia, accetterebbero, malgrado questa loro diffidenza, tutto ciò che direi; ma voi siete necessariamente insaziabili di ascoltare, appunto perché lo amavate! Voi avete ricavato il maggior vantaggio dalle virtù di Cesare e perciò esigete un elogio di tali virtù non con indifferenza, come cosa a voi estranea, ma con affetto, come cosa che vi appartiene. 

Mi sforzerò dunque di soddisfare i vostri desideri il più a lungo possibile, convinto che voi non giudicherete la mia condotta sulla base della debolezza del mio discorso, ma compenserete con il mio zelo ciò che manca alle mie parole. 

Parlerò innanzitutto della sua stirpe: non voglio dirvi che essa è nobilissima, quantunque il fatto che essere virtuoso non per sol merito personale, ma anche per disposizione ereditaria, influisca non poco sulla natura della virtù. 

Infatti, coloro che non discendono da nobile stirpe possono apparire virtuosi, ma i bassi natali possono talvolta mettere a nudo la loro cattiva natura; quanti invece possiedono un germe di virtù derivante da lontani antenati hanno necessariamente una virtù spontanea e duratura. 

Tuttavia ciò che massimamente io esalto in Cesare non è il fatto che la sua più recente famiglia derivi da molti nobili antenati, e la più antica derivi da re e da Dei; esalto in primo luogo la sua stretta parentale con la nostra città. Cesare, infatti, discende da coloro che hanno fondato Roma! E poi il fatto che egli non solo ha confermato pienamente la fama che presenta i suoi antenati come uomini accolti tra gli dei per la propria virtù, ma l’ha anche accresciuta. Perciò, se nel passato qualcuno poteva dubitare che Enea fosse figlio di Venere, adesso ci può credere! 

In passato ci sono stati uomini ritenuti a torto figli di divinità; ma nessuno potrebbe negare che gli antenati di quest’uomo furono Dei! Lo stesso Enea e alcuni suoi discendenti furono re; ma Cesare fu di tanto superiore a loro, in quanto, mentre quelli regnavano su Lavinium e Alba Longa, egli non volle regnare su Roma, e mentre quelli posero le fondamenta alla nostra città, egli l’ha innalzata tanto che è riuscito, tra l’altro, a fondare colonie più grandi delle città sulle quali quelli regnarono. Così dunque stanno le cose riguardo alla sua stirpe....

È mai possibile che un uomo straordinariamente dotato da un fisico eccellente e di uno spirito adatto in massimo grado e allo stesso modo alle operazioni di pace e di guerra e non sia stato allevato nella maniera migliore? Eppure è raro che un uomo bellissimo sia anche particolarmente resistente alle fatiche, è raro che un uomo robustissimo di corpo sia anche particolarmente assennato, ed è molto raro che la stessa persona sia eccellente tanto nel parlare quanto nell'agire. 

E costui lo fu davvero! Parlo davanti a persone che l’hanno conosciuto, così che io non potrei affatto mentire, perché verrei ad essere scoperto come bugiardo, né ingrandire i suoi meriti, perché otterrei proprio il contrario di ciò che mi prefiggo.  

Se io facessi una cosa simile, sarei sospettato, e non a torto, di essere un millantatore, e tutti penserebbero che io avrei fatto apparire il suo valore inferiore al concetto che di esso voi avete. Qualunque discorso fatto su questo argomento, se contenesse anche solo una minima parte di menzogna, non sarebbe per Cesare un elogio, ma piuttosto un rimprovero! 

Gli ascoltatori, avendolo conosciuto, non accetterebbero le menzogne e si rifugerebbero nella verità; così, trovando subito soddisfazione in essa, saprebbero nello stesso tempo quale tipo di uomo egli dovette essere e, confrontando tra loro le due immagini, noterebbero le mancanze. 

Basandomi dunque sulla verità, affermo che Cesare ebbe un corpo adatto a ogni fatica e uno spirito straordinariamente versatile, che poté disporre di incredibili doti innate e che ricevette un’educazione completa e accurata.

Per questo è del tutto naturale che comprendesse con il massimo acume ogni necessità e sapesse spiegarla nel modo più convincente; che potesse disporre e regolare le cose nella maniera più saggia; che non si facesse sorprendere da alcuna casualità piombatagli addosso tra capo e collo; che non ignorasse nessun piano segreto riguardante il futuro. 

Egli conosceva ogni cosa prima che venisse compiuta ed era preparato ad ogni imprevisto che potesse capitare; sapeva perfettamente trovar ciò che veniva accuratamente nascosto e nascondere abilmente ciò che era manifesto, fingere di sapere ciò che non sapeva e nascondere ciò che non conosceva, far accordare tra di loro gli avvenimenti e trarre da essi le necessarie conclusioni, e infine portare a compimento ogni cosa, una per una. 


La prova sta nel fatto che nell’impiego del suo patrimonio è stato nello stesso tempo molto economo e generoso, attento nel conservare con cura i propri beni, prodigo nello spendere con larghezza il denaro acquistato, molto affezionato ai parenti, eccettuati quelli del tutto indegni. Non ha trascurato chi si trovava in difficoltà, né ha invidiato l’uomo fortunato, ma ha aiutato questo ad accrescere la sua fortuna e ha fornito a quello ciò che gli mancava, dando a chi denaro, a chi terre, a chi magistrature, a chi cariche sacerdotali. 

Con gli amici e con i consociati si è comportato in modo ammirevole: non ha disprezzato e non ha offeso nessuno; egualmente cordiale con tutti, ha ricambiato i favori ricevuti con doni molte volte maggiori. Si è guadagnato la simpatia degli altri con benefici; non ha umiliato il potente e non ha abbattuto chi s’innalzava, ma era lieto che molti lo eguagliassero, come se attraverso tutti costoro egli stesso acquistasse splendore, potenza e onore. 

In tal modo dunque egli si è comportato con gli amici e i conoscenti. Con i nemici non è stato né spietato né implacabile: ha lasciato impuniti molti di coloro che lo avevano combattuto in guerra, e ad alcuni di essi ha offerto anche cariche e magistrature. Aveva un’innata e profonda tendenza alla virtù; non solo non aveva cattiveria, ma credeva che neppure gli altri potessero averne.

Giunto ormai a questo punto del mio discorso, comincerò a parlare degli uffici pubblici da lui ricoperti. Se egli fosse vissuto appartato, forse non avrebbe potuto rivelare le sue alte qualità; ma essendosi sollevato a grandissima altezza ed essendo divenuto il più potente non solo tra i suoi contemporanei, ma anche tra tutti gli uomini che abbiano mai esercitato il potere pubblico, ha potuto rivelarle nel modo più chiaro.

Quasi tutti gli uomini hanno mostrato, nella potenza, la loro debolezza; Cesare invece si è rivelato ancor più forte. Infatti, intraprendendo imprese corrispondenti alle sue capacità, si è mostrato degno di esse, ed è stato il solo uomo che, avendo ottenuto con il suo valore un così grande successo, non l’ha né screditato né sciupato capricciosamente.

Tralascio le sue splendide vittorie militari e i magnifici spettacoli da lui offerti dei Ludi che gli spettavano di volta in volta, quantunque siano stati tali che basterebbero a dare grande lustro a qualsiasi cittadino. Però, in confronto alle eccezionali imprese da lui compiute in seguito, mi sembrerebbe di occuparmi di inezie se m’intrattenessi su di esse. Dirò soltanto ciò che ha fatto come magistrato.

E neppure in quest’ambito riferirò tutte le cose da lui compiute, perché la mia esposizione non potrebbe essere completa e perché riuscirei molto noioso a voi che le conoscete. Quest’uomo, innanzi tutto, quando fu pretore in Hispania, non permise che quel popolo sedizioso, sotto l’apparenza della pace, si comportasse da nemico. Anziché passare nell’ozio tutto il tempo del suo mandato, ha voluto compiere imprese utili alla nostra patria, e poiché non volevano di propria volontà cambiare condotta di vita, li fece rinsavire loro malgrado.

Egli ha tanto superato tutti i condottieri che nel passato si sono coperti di gloria nelle guerre contro gli Ispanici, quanto il mantenere una posizione è più difficile che il conquistarla, e il far in modo che il nemico non insorga di nuovo, quando le sue forze sono ancora intatte, è più utile che il sottometterlo la prima volta. Per questo voi gli decretaste il trionfo e lo eleggeste subito console. E apparve in modo assai chiaro che egli non avesse intrapreso la guerra per puro desiderio di combattere, né per gloria personale, ma in considerazione degli eventi futuri....

...Sarebbe troppo lungo elencare tutto ciò che egli ha fatto in città durante il consolato; guardate poi quante e quali cose ha compiuto da quando lasciò Roma e intraprese la guerra gallica! Non solo non è stato di peso agli alleati, ma li ha anche aiutati, poiché non nutriva sospetti su di loro, e inoltre vedeva che avevano subito dei danni. Sottomise i nemici, non solo quelli che confinavano con gli alleati, ma tutte le popolazioni che abitano la Gallia, conquistando molti territori e innumerevoli città, delle quali noi in passato non conoscevamo neppure i nomi....

...Portò a termine l’impresa così rapidamente, che voi foste informati della sua vittoria prima ancora di sapere che aveva iniziato la guerra: una vittoria così completa da rendere la Gallia un’ottima base di partenza per la conquista della Celtica e della Britannia. E ora la Gallia è sottomessa, quella Gallia che mandò contro di noi gli Ambroni e i Cimbri ...

...Con la sua intraprendenza e il suo ardire ha conquistato per noi luoghi che non sapevamo che esistessero e di cui non conoscevamo neppure i nomi; ha reso accessibili località prima sconosciute, e navigabili regioni prima inesplorate. Se alcuni uomini, invidiosi della sua fortuna, anzi della vostra, non avessero provocato disordini e non lo avessero costretto a tornare a Roma prima del termine stabilito, egli avrebbe certamente soggiogato tutta la Britannia insieme alle isole che la circondano e tutta la Celtica fino al mare settentrionale, cosicché noi avremmo avuto in avvenire come frontiera non più terre e popoli, ma il cielo e il mare lontano.

Per questo voi, vedendo la grandezza dei suoi piani, le sue imprese e la sua fortuna, gli assegnaste un imperium perpetuum, voglio dire un imperium di otto anni consecutivi: cosa che non aveva mai ottenuto nessuno, da quando esiste la Res Publica. Tanto eravate convinti che egli aveva realmente conquistato tutte quelle terre per voi, e non sospettavate minimamente che egli potesse usare la sua potenza contro di voi.

Voi volevate che egli si fermasse ancora a lungo in quei luoghi; ma quelli che consideravano la Res Publica come loro proprietà privata e non come cosa di tutti, non gli permisero di conquistare le restanti regioni e vi impedirono di diventarne padroni, ma sfruttando il fatto che Cesare fosse troppo occupato, osarono ordire molte ed empie trame, in modo da costringervi a invocare il suo aiuto.
Per questo motivo, rinunciando ai suoi piani, egli corse subito in vostra difesa e liberò tutta l’Italia dai pericoli che la minacciavano...... allora fu costretto a intraprendere la guerra civile.

E che bisogno ho di dire con quanto coraggio salpò contro Pompeo, benché fosse inverno, con quale ardire lo attaccò, benché fosse padrone di tutti quei luoghi, e con quale valore lo vinse, benché quello avesse un esercito molto più numeroso? Se uno volesse enumerare uno per uno tutti i suoi atti, dimostrerebbe che quel famoso Pompeo si comportò come un bambino: tanto inferiore si rivelò nell’arte della guerra in tutta quella campagna! Ma non voglio tralasciare quest’argomento: infatti neppure Cesare menò vanto della sua vittoria, maledicendo la dura necessità! Ma dopo che il destino ebbe deciso nel modo più giusto le sorti della battaglia, chi tra i nemici catturati per la prima volta uccise, chi non onorò?

E non solo dei senatori e dei cavalieri e in generale dei cittadini romani, ma anche degli alleati e dei popoli sottomessi. Di costoro nessuno fu ucciso, nessuno fu punito, fosse un privato o un principe; non fu punito nessun popolo, nessuna città. Alcuni si schierarono dalla sua parte, altri ottennero perdono e onori, tanto che allora tutti compiansero i morti. Ebbe tale eccesso di umanità, che lodò coloro che aveva collaborato con Pompeo, ai quali mantenne tutti i privilegi che avevano ricevuto da lui, e condannò invece il comportamento di Farnace e di Orode perché, pur dichiarandosi amici, non l’avevano aiutato.

Proprio per questo fece subito una guerra contro l’uno e si accingeva a farla contro l’altro. E avrebbe certamente risparmiato anche Pompeo, se l’avesse preso vivo. La prova l’abbiamo nel fatto che non lo inseguì subito, ma permise che fuggisse con suo comodo, e apprese con dolore la sua morte, e poco dopo uccise gli autori della strage, anziché elogiarli, e detronizzò Tolemeo perché, sebbene fosse ancora un ragazzo, aveva permesso che Pompeo venisse ucciso. Non c’è bisogno che io dica come, dopo quei fatti, egli sistemò gli affari d’Egitto e quante ricchezze portò da lì a Roma.

Avendo fatto una spedizione contro Farnace, signore di gran parte del Ponto e dell’Armenia, arrivò contemporaneamente nello stesso giorno la notizia che aveva marciato contro di lui, che era giunto presso di lui, che lo aveva attaccato e che lo aveva vinto.....  Come avrebbe infatti potuto vincere così facilmente quella guerra, se non avesse avuto un intelletto sano e un fisico vigoroso? E dopo che anche Farnace si era dato alla fuga, egli si apprestava a marciare subito contro i Parti; ma, avendo alcuni facinorosi provocato a Roma dei disordini, fu costretto a tornare in mezzo a noi. Qui sistemò le cose in modo tale da togliere ogni timore che vi sarebbero stati altri tumulti.

Però nessuno fu ucciso, nessuno fu esiliato, nessuno fu oltraggiato per ciò che era successo, non perché ci fossero giusti motivi per punire molti cittadini, ma perché Cesare pensava che i nemici vanno uccisi senza pietà, mentre i propri concittadini vanno perdonati, anche se alcuni di essi non lo meritano. Per questo egli si batté valorosamente contro gli eserciti stranieri, ma fu generoso verso i cittadini turbolenti, anche se fossero indegni della sua generosità per quello che avevano fatto.

Si comportò poi allo stesso modo anche in Africa e in Hispania, rimandando liberi tutti quegli avversari sconfitti che non erano già stati da lui una prima volta catturati e perdonati. Considerava infatti non generosità ma pazzia perdonare uomini che lo avevano varie volte insidiato: era convinto che è dovere di un uomo degno di questo nome perdonare chi ha commesso un primo errore, senza serbare un rancore inconciliabile e concedendo anche onori, e sbarazzarsi di color che permangono ostinati negli stessi errori.

Ma perché sto parlando di queste cose? Egli salvò perfino molti di costoro, dando a ciascuno dei suoi sostenitori e a coloro che lo avevano aiutato per vincere la battaglia la facoltà di salvare uno degli uomini catturati.

La prova più convincente che egli ha compiuto tutte queste cose per un’innata bontà e non per ostentazione o in vista di un qualche tornaconto, com’è il caso di molti che fanno il bene proprio per questo, si ha nel fatto che dovunque e in tutte le circostanze si è dimostrato sempre lo stesso: né l’ira l’ha inasprito, né il successo guastato, né la vittoria cambiato, né la potenza modificato. Eppure è assai raro che un uomo messo alla prova in così numerose e importanti imprese, che si sono susseguite una dopo l’altra, imprese che egli ha già felicemente condotto a termine, o che non ha ancora condotto a termine, o che sa che dovrà affrontare, si comporti sempre bene e allo stesso modo, senza commettere un’azione violenta o dannosa, se non per vendicarsi di passati torti, allo scopo di premunirsi contro torti futuri.

Anche questo è sufficiente per dimostrare la sua bontà. E che Cesare fosse un discendente di Dei lo mostra il fatto che egli salvava coloro che meritavano di essere salvati, non cercava di far punire da altri quelli che lo avevano combattuto, e sapeva guadagnarsi il favore di chi in passato aveva sbagliato.... Fu per questi motivi e per tutta la sua opera legislativa e di ricostruzione, importante per se stessa, ma di scarsa rilevanza rispetto a tutte le altre cose che fece in seguito (che io non ho bisogno di esporre dettagliatamente), che voi lo amaste come un padre, lo aveste caro come un benefattore, lo colmaste di onori mai concessi a nessun altro, e voleste averlo dictator perpetuus della vostra città e di tutto l’Impero.

Foste pienamente d’accordo sui numerosi titoli onorifici da conferirgli, che giudicavate inferiori ai suoi meriti, affinché, se ciascuno di essi, considerato singolarmente e alla luce delle usanze, non fosse sufficiente ai fini della completezza dell’onore e della potenza, potesse essere completato dagli altri. Così lo eleggeste pontifex maximus per gli Dei, console per voi, summus imperator per i soldati, dictator per i nemici. E perché enumerare tutti questi titoli, quando voi, per tralasciare tutti gli altri, lo chiamaste con un solo nome pater patriae?

Ma questo padre, questo sommo pontefice, l’inviolabile, l’eroe, il Dio… ahimè, è morto! È morto non vinto dalla malattia, né disfatto dalla vecchiaia, né ferito lontano dalla sua città in qualche guerra, né rapito all’improvviso da qualche sciagura! Qui, dentro le mura, è stato insidiato l’uomo che aveva felicemente condotto una spedizione in Britannia ed è stato tratto in agguato l’uomo che aveva ampliato il pomerium della città; nella sede del Senato è stato sgozzato l’uomo che aveva costruito a sue spese un’altra sede.

È morto inerme il valoroso guerriero, nudo l’autore della pace, nel tribunale il giudice, nella sede del comando il magistrato; è stato ucciso dai cittadini l’uomo che nessun nemico aveva potuto uccidere, neppure quando cadde nel mare; è stato ucciso dai suoi compagni l’uomo che tante volte aveva loro perdonato. Dove sono finite, o Cesare, la tua bontà e la tua inviolabilità, e le leggi?

Sei stato assassinato spietatamente dagli amici, tu, che facesti tante leggi perché nessuno fosse ucciso dai tuoi avversari! Giaci scannato in quel Foro per il quale tante volte passasti incoronato; sei caduto trafitto dalle ferite su quella tribuna dalla quale tante volte parlasti al popolo! Ahimè, canizie insanguinata, toga lacerata, che tu – a quanto sembra – solo per questo indossasti, perché fossi in essa ucciso!»

Conclusione:
Per questo discorso di Antonio il popolo dapprima si commosse, poi si adirò, e infine s’infiammò talmente che corse a cercare gli uccisori di Cesare e condannò i senatori, perché avevano permesso che fosse ucciso l’uomo per cui avevano decretato che s’innalzassero ogni anno preghiere agli Dei e sulla salute e fortuna del quale avevano giurato, e che avevano dichiarato inviolabile come i tribuni. Dopo di ciò afferrarono la salma di Cesare: gli uni volevano portarla nella Curia dov’era stato ucciso, gli altri in Campidoglio per essere lì cremato. Ma i soldati si opposero per il timore che prendessero fuoco anche il teatro e i templi; allora lo collocarono sulla pira lì nel Foro, dove si trovavano.

(CASSIO DIONE - STORIA ROMANA)



IL II TRIUNVIRATO (44-42 a.c.)

Il vuoto di potere causato dalla morte di Cesare lasciò Roma divisa tra tre fazioni: quella dei cesaricidi, che con Decimo Giunio Bruto controllava la Gallia cisalpina e che godeva dell'appoggio del senato, quella che amava Cesare e faceva capo ad Antonio in qualità di fidatissimo di Cesare, e quella dei veterani delle legioni di Cesare, che rivedevano Cesare nel suo figlio adottivo, il giovanissimo e temerario Ottaviano.

MARCO ANTONIO MOSTRA IL CORPO ESANIME  DI CESARE
Dopo mesi di negoziati ed in seguito alla sconfitta di Antonio a Modena ad opera delle legioni dei consoli unite a quelle di Ottaviano, si giunse ad un accordo stipulato tra Antonio, Ottaviano e Marco Emilio Lepido. Nel novembre del 43 a.c. i tre uomini si unirono nel secondo triumvirato, ratificato dalla legge Titia per un periodo di cinque anni. Per suggellare l'alleanza Ottaviano sposò Clodia Pulcra, figliastra di Antonio.

Ottenuta dai comizi la condanna dei cesaricidi, i triumviri diedero inizio alla persecuzione degli oppositori. Cicerone venne ucciso per ordine di Antonio che non gli perdonò le sue invettive contro di lui.

Dopo l'assassinio di Cesare e di fronte al potere che Antonio andava acquistando all'interno dello Stato, Cicerone aveva aperto una violenta campagna denigratoria contro di lui, appoggiando allo stesso tempo il figlio adottivo di Cesare, Ottaviano.

Ma nel 42 a.c., in seguito alla vittoria nella battaglia di Filippi ed il suicidio di Bruto e Cassio, i triumviri si spartirono i poteri. Lepido ottenne l'Africa, Ottaviano le province occidentali, ed Antonio quelle orientali.

Questi, partito per sedare una rivolta in Giudea, durante il viaggio incontrò la regina Cleopatra a Tarso nel 41 a.c. e la seguì ad Alessandria, dove rimase con lei fino all'anno successivo. Nel frattempo Ottaviano aveva divorziato da Clodia ed aveva dovuto fronteggiare una rivolta interna, capeggiata dalla moglie di Antonio, Fulvia. Nel 40 a.c. Ottaviano ed Antonio negoziarono un trattato di pace a Brindisi, suggellato dal matrimonio tra Antonio e Ottavia Minore, sorella di Ottaviano.


Matrimoni e figli

Matrimonio con Fadia - niente figli
Matrimonio con Antonia Ibrida (sua cugina) -  Antonia di Tralles
Matrimonio con Fulvia Marco - Antonio Antillo, giustiziato da Ottaviano nel 31 a.c.,  Iullo Antonio
Matrimonio con Ottavia Minore - Antonia Maggiore, Antonia Minore
Figli con Cleopatra -  Alessandro Helios, Cleopatra Selene, Tolomeo Filadelfo.



ANTONIO e CLEOPATRA

Antonio intraprese i preparativi per la spedizione contro i Parti, quando la ribellione di Sesto Pompeo in Sicilia occupò l'esercito promesso da Ottaviano ad Antonio. Questi non reagì bene alla frustrazione dei suoi piani e solamente con l'intervento di Ottavia, che generosamente e saggiamente tentò sempre di evitare la frattura tra il marito e il fratello, si giunse ad un nuovo trattato firmato a Taranto nel 38 a.c. Il triumvirato fu rinnovato per un ulteriore periodo di cinque anni ed Ottaviano promise di fornire ad Antonio le legioni per la campagna partica.

CLEOPATRA
Questi però, stanco di aspettare, salpò per Alessandria d'Egitto per incontrare di nuovo Cleopatra, che nel frattempo aveva avuto due gemelli. Con l'aiuto delle finanze egiziane Antonio raccolse un esercito e partì per la campagna contro i Parti. L'esito fu disastroso: dopo aver subito varie sconfitte Antonio perse quasi tutti gli uomini durante la ritirata attraverso l'Armenia.

Nel frattempo a Roma, dopo l'allontanamento di Lepido, Ottaviano, rimasto solo al potere, iniziò ad attirare dalla sua parte l'aristocrazia romana accusando Antonio di immoralità per aver abbandonato la moglie ed i figli per la relazione con la regina d'Egitto, Cleopatra, ma soprattutto di aver anteposto l'Egitto a Roma, il reato più grave per un romano: anteporre qualsiasi cosa o chiunque al bene della patria.

Nonostante i ripetuti inviti rivolti ad Antonio perché tornasse in patria, egli rimase ad Alessandria con Cleopatra, dalla quale ebbe un altro figlio.



LA MORTE

Dopo la conquista dell'Armenia, nel 34 a.c., condotta da Antonio con il contributo finanziario egiziano, Antonio e Cleopatra celebrarono il trionfo ad Alessandria. L'opinione pubblica romana ne fu profondamente scossa: si copiava un rituale romano facendo trionfare una straniera, per giunta donna. Cleopatra ebbe il titolo di "regina dei re", fu associata nel culto a Iside e nominata reggente dell'Egitto e di Cipro con Cesarione, dichiarato figlio ed erede di Cesare, e nessuna di queste cose piacquero ai romani. Dei tre figli avuti con Antonio, Alessandro Helios fu incoronato sovrano dell'Armenia, Media e Partia, Cleopatra Selene fu nominata sovrana di Cirenaica e Libia, mentre Tolomeo Filadelfo fu incoronato sovrano di Fenicia, Siria e Cilicia.

Ottaviano poteva ora accusare la regina di cospirare contro Roma e lo fece spingendo i Romani a dichiarare guerra all'Egitto. Il 2 settembre 31 a.c. le forze navali romane si scontrarono con quelle di Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio. Visto che la battaglia era persa la regina riparò ad Alessandria con parte della flotta, seguita da Antonio. Il giorno 1 agosto del 30 a.c. Ottaviano invase l'Egitto ed entrò nella capitale. Non avendo vie di scampo, Antonio si suicidò. Pochi giorni più tardi si suicidò anche Cleopatra.



IL SEPOLCRO REGALE

Secondo l'archeologo di fama mondiale Zahi Hawass, Cleopatra sarebbe sepolta insieme a Marco Antonio a 30 km da Alessandria d'Egitto, sotto i resti di un tempio dedicato a Iside, il Tabusiris Magna. Hawass è convinto che la regina sia sepolta lì perché conducendo gli scavi ha trovato monete raffiguranti Cleopatra e Marco Antonio, un busto di Cleopatra, una testa raffigurante la bella regina e una maschera di Marco Antonio. Recentemente, fuori dal tempio sono state trovate mummie di nobili nelle vicinanze della necropoli. Queste scoperte hanno condotto gli archeologi a ritenere che all'interno del tempio stesso fossero sepolte persone molto importanti o di dinastia reale come Cleopatra.
La spedizione di Hawass deve ancora scavare le camere di sepoltura poste a 12 m sotto la superficie: è lì che si spera di trovare una corona o un geroglifico in grado di rivelare l'identità del reale sepolto. Secondo Hawass, entro il 2012 la tomba di Cleopatra e Marco Antonio verrà portata alle luce.





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