CULTO DELLE VIRAE QUERQUETULANAE




Tra il Celio e l'Esquilino si trovava un tempietto delle Virae Querquetulanae, cioè dedicato alle Ninfe che, secondo la più antica credenza romana, abitavano il bosco di querce del Celio. Vir significa energia, quindi una qualsiasi entità che sprigionasse una sua forza. Ne resta come tiepido ricordo della antica via Querquetulana che oggi si chiama via dei Querceti. Qui sorge un tempietto intitolato alla Madonna che si dice sorga su un'edicola pagana, ma c'è di più.

Lo storico medioevale Gregorovius narrò che dinanzi a questa edicola partorì la Papessa Giovanna, una donna che seguì la via ecclesiastica fin quasi ad essere eletta papa. Insomma non sarebbe un bel luogo. Eppure per alcuni quel piccolo santuario in rovina sarebbe un'antica edicola alle Virae Querquetulanae, prima che il querceto fosse dedicato a Giove, cui la quercia era sacra.

ANTICA EDICOLA RITENUTA DELLE VIRAE QUERQUETULANAE
Certamente la natura per gli antichi era un luogo molto godibile, perchè scorgevano entità invisibili ovunque, legate alla vita della natura. Certamente è un retaggio dell'antica religione animistica che, quai scomparsa in città, era vivissima nelle campagne, dove spesso si offrivano alle ninfe offerte di latte o di vino, o si ponevano fiori in un circolo di pietre. Comunque le offerte alle ninfe erano sempre incruente.

Nella religione greca le ninfe che vivevano nei boschi si dicevano driadi e amadriadi e ne incarnavano la forza e il rigoglio vegetativo.

A differenza delle amadriadi, le driadi però non facevano corpo con gli alberi, né morivano con essi, ma potevano muoversi liberamente, danzare e unirsi anche con dei mortali, a cui restavano fedeli fin nella vecchiaia, ma da cui esigevano assoluta fedeltà, pena la morte.

Venivano raffigurate come belle e giovani donne, con la parte inferiore della persona terminante in una sorta di arabesco che imitava un tronco d'albero, mentre la parte superiore era umana e molto bella. Si mostravano perlopiù nude, oppure coperte parzialmente di veli.

Poichè le driadi avevano la possibilità di abbandonare l'albero, era proibito abbattere una quercia prima che i sacerdoti le avessero ritualmente allontanate. Del resto nel sacro querceto era proibito a chicchessia staccare un ramo o portarsene via uno caduto tranne che nelle feste ove era consentito dalla religione.

Era altresì proibito cogliere qualsiasi pianta, fosse pure un filo d'erba, o uccidere o porre in cattività qualsiasi animale appartenente al bosco sacro, il lucus.


Invece le Hàma, o amadriadi, erano congiunte indissolubilmente all'albero, per cui morivano con la quercia. Appena una quercia era in pericolo, le amadriadi prorompevano in lamenti minacciosi, come scrive il poeta Ronsard nella maledizione di una amadriade verso i taglialeglia della foresta di Gatine:

"Ascolta, boscaiolo, ferma il braccio:legno solo non è quello che abbatti,non vedi il sangue sgorgare dalle Ninfe che vivono nei tronchi dalla dura scorza. Sacrilego assassino, se s'impicca un ladro per un bottino di scarso valore quanto più tu meriti, o malvagio,e ferro e fuoco e morte e patimenti."

Secondo un mito greco Erisittone, figlio di Tropia, osò invadere alla testa di venti compagni il bosco sacro che a Dozio i Peslagi avevano dedicato a Demetra, e cominciò ad abbattere le sacre querce per costruirsi una nuova sala per i banchetti.

Allora Demetra assunse l'aspetto della ninfa Nicippe, sacerdotessa del bosco, e gentilmente esortò Erisittone a desistere.

Ma quando il giovane, irritato, la minacciò con l'ascia, la Dea gli si rivelò in tutto il suo splendore e lo punì condannandolo a soffrire perpetuamente la fame, pur se avesse mangiato.

Erisittone tornò a casa e cominciò a ingurgitare cibo da mattina a sera a spese dei genitori. Infine vendette più volte Mestra, sua figlia, al mercato. Costei aveva infatti avuto dal suo amante Poseidone il dono di prendere qualsiasi forma, il che le consentiva di mutarsi in un animale diverso ogni giorno per essere venduta e sfuggiva dai suoi padroni.

« La volpe multiforme e lasciva che, con il guadagno di tutti i giorni, provvedeva alla fame smisurata del padre. » Alla fine, Erisittone, per placare la sua fame, finì per divorare se stesso.

(Licofrone, Alessandra vv. 1393-1395)

La narrazione più completa del mito si trova nelle Metamorfosi di Ovidio, VIII, 738 -878.

Ma il mito delle ninfe delle querce non è solo greco e romano. Racconta Plinio:

I Druidi – così si chiamano i maghi di quei paesi – non considerano niente più sacro del vischio e dell’albero su cui esso cresce, purché si tratti di un rovere (Quercus petraea). Già scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali, e non compiono alcun rito religioso se non hanno fronde di questo albero, tanto che il termine di Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e quando viene scoperto lo si raccoglie con grande devozione: innanzitutto al sesto giorno della luna(che segna per loro l’inizio del mese e dell’anno e del secolo, ogni trenta anni) e questo perché in tal giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che hanno dato al vischio significa “che guarisce tutto."





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