GAIO LICINIO VERRE



EROS DORMIENTE DI PRASSITELE

Nome: Gaius Licinius Verres
Nascita: 115/120 a.c.
Morte: 43 a.c.
Mestiere: Politico e Magistrato


(Quello di cui sopra è un bronzo ellenistico dell'Eros dormiente, il tipo di lavoro che Verres ha estorto dai collezionisti siciliani, oggi al Metropolitan museum of Art. Domanda che non riceverà mai risposta: come è finito lì, visto che stava in Sicilia?)

"Fu un romano, Verre, il rapace protettore della Sicilia, a fare gran guasto a Segesta, depredandola, tra l'altro, del simulacro di Diana, insigne opera d'arte, ma anche venerato come protettore della città". (Carlo Picchio - scrittore, giornalista e traduttore italiano 1905 – 1967)

Gaio Verre, nato intorno al 115 a.c. era probabilmente di origine etrusca, e di lui Cicerone ne farà un ritratto di adolescente dissoluto.

Verre iniziò il suo cursus honorum nell' 84 a.c. come questore di Gneo Carbone (che fu per tre volte console in Gallia Cisalpina (o Gallia Citeriore, i territori compresi tra l'Adige a est, le Alpi a ovest e a nord e il Rubicone a sud). Nonostante fosse un incapace e un maniaco vizioso, Carbone fu prodigo con lui di benefici e favori (il che fa venire qualche sospetto sul rapporto tra i due), che Verres ricambiò rubando del denaro, dandosi alla fuga e raggiungendo poi Brindisi.

CICERONE
Nella guerra tra Mario e Silla naturalmente passò dalla parte di Silla che doveva ammirare per la sua ferocia e cupidigia. Qualche tempo dopo Gneo Cornelio Dolabella (poi accusato, e con ragione, di concussione dal giovane Gaio Giulio Cesare), designato governatore della Cilicia, lo scelse come legatus, e, anche lui incantato da questo giovane carrierista, in seguito lo nominò vicequestore, ma Verre, come suo solito e per tutta risposta, lo tradì.

Ciononostante, avendo trovato nuovi protettori, nel 74 a.c venne nominato pretore urbano, ruolo in cui continuò la sua opera di saccheggio di templi e indebita appropriazione di beni.

Dal 73 al 71 a.c. colse la sua occasione d'oro, fu propretore della Sicilia, designato dal Senato che doveva essere anch'esso ben avviluppato in loschi traffici se si serviva di gente così, e quindi Verre acquisisce potere di imperium con funzioni militari, amministrative e giurisdizionali.

Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere prolungato. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell'incarico. 

Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezione nell'Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l'incarico anche per il 71 a.c., allo scopo di affidargli la protezione dell'isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli, insensibili alle denunce che sicuramente erano già piovute dalla Sicilia.

Durante il suo governo infatti  si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone (106 - 43 a,c,) pronunciò contro di lui le orazioni In Verrem, denominate Verrine.



IN VERREM

In Verrem comprende le orazioni elaborate da Cicerone nel 70 a.c., in occasione della causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della provincia di Sicilia e l'ex pro-pretore dell'isola Gaio Licinio Verre come imputato.

VENERE DI MORGANTINA
L'accusa mossa nei suoi confronti era "de pecuniis repetundis", cioè di "concussione" (estorsione da parte di un pubblico ufficiale), reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.c..

In seguito, verso il 45 a.c., anche Sallustio, al ritorno dal governo dell'Africa Nova, sarà accusato "de repetundis", ma verrà salvato dal processo per intervento di Cesare.

Ma è nel 73 a.c. che su Gaio Licinio Verre, governatore della Sicilia, accusato da Cicerone "de pecuniis repetundis", che si dibatte il caso più eclatante di questa tipologia di reato.

I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, e avevano potuto saggiarne sia la rettitudine che la capacità oratoria, gli avevano affidato con fiducia la causa contro Verre.

Questo processo ebbe una grande importanza politica per Roma, portando alla ribalta uno dei problemi più gravi per gli ultimi cinquanta anni della Res Publica: quello della corruzione.
Infatti molti pretori e propretori romani nella propria provincia, avevano per avidità di denaro avevano saccheggiato le province loro affidate per pagarsi una folgorante carriera nel cursus honorum.

Cicerone racconta la storia di Gaio Eio, a Messina. Prima dell'arrivo di Verre, dice, nella casa di Eio c'era "una cappella privata molto antica" con "quattro bellissime statue di squisita fattura, universalmente note". E prosegue: "La prima era un Cupido di marmo, opera di Prassitele (è strano come abbia imparato anche i nomi degli artisti, mentre raccoglievo le prove a carico di costui)... dall’altra un Ercole di bronzo di fattura egregia, attribuito se non erro a Mirone (e l’attribuzione è sicura).... si trovavano inoltre due statue in bronzo di modeste proporzioni, ma di straordinaria eleganza, che rappresentavano nel portamento e nel modo di vestire quelle fanciulle che, con le braccia sollevate, sostengono sul capo un canestro con certi arredi sacri secondo il costume delle ragazze ateniesi: si chiamano appunto Canefore; ma l’artista che le ha fatte, chi era? Chi mai? Ecco, sì, buono il tuo suggerimento; dicevano che si trattava di Policleto.... Tutte queste statue di cui ho parlato, o giudici, Verre le ha portate via dalla cappella privata di Eio".

Cicerone chiese un risarcimento di cento milioni di sesterzi “secondo la legge” indicando l'ammontare della somma estorta in quaranta milioni. Infine Verre sarà costretto a pagare solo tre milioni, dato che ormai era già in esilio volontario a Marsiglia, dove trovò la morte nelle proscrizioni del II triumvirato del 43 a.c. di Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido.

L'opera del processo consta di tre parti, una parte preliminare e due libri, di cui il primo contiene la prima requisitoria tenuta, mentre il secondo cinque requisitorie mai tenute.

- Divinatio in Q. Caecilium
Essa è relativa al dibattito preliminare del processo, in cui Cicerone dimostra che l'eventuale scelta di Q. Cecilio Nigro come accusatore, invece che lui stesso, sarebbe sbagliata, essendo Cecilio Nigro legato a Verre da rapporti tali da compromettere il suo ruolo.

- In G. Verrem actio prima
Qui Cicerone racconta come sia stato ostacolato nelle indagini da lui svolte in Sicilia, spiega i sistemi messi in atto da Verre per ritardare il processo all'anno successivo, sperando in un giudice a lui più favorevole, ed espone riassumendoli i principali capi di accusa contro Verre.

Cicerone inoltre spiazza Verre ed il suo difensore Quinto Ortensio Ortalo (uno dei più celebri oratori dell'epoca e pure amico di Cicerone) rinunciando ad una lunga esposizione e passando direttamente all'ascolto dei testimoni.

- In G. Verrem actio secunda, contenente:
Liber Primus - De praetura urbana (analisi del comportamento disonesto di Verre come pretore di Roma)
Liber Secundus - De praetura siciliensi (analisi del comportamento disonesto di Verre come pretore di Sicilia)
Liber Tertius - De frumento (analisi del comportamento disonesto di Verre nella riscossione delle decime)
Liber Quartus - De signis (analisi del comportamento disonesto di Verre nella somministrazione di condanne verso schiavi fuggiti, banditi, pirati e cittadini romani)
Liber Quintus - De suppliciis (analisi del comportamento disonesto di Verre nella somministrazione di condanne verso schiavi fuggiti, banditi, pirati e cittadini romani). 

Queste orazioni non vennero mai pronunciate in quanto Verre, dopo la sospensione del processo successiva alla Actio prima, non si ripresentò al processo, ma partì per Marsiglia in esilio volontario. Cicerone tuttavia le pubblicò tutte ed ebbero un gran successo, a soli 36 anni, come il più grande avvocato romano.

Cicerone non aveva mai ricoperto il ruolo dell'accusatore ma le denunce dei siciliani lo indignarono tanto da accettare il compito, anche se meno prestigioso del difensore. Inoltre aveva posto la sua candidatura ad edile e l'occasione poteva accaparrargli voti, tanto più che andava ad affrontare il maggior principe del foro dell'epoca, Quinto Ortensio Ortalo. Inoltre, accusando Verre, scagionava dalle accuse di malversazione gli equites romani della provincia, incaricati di riscuotere le imposte, e quindi si schierava dalla parte di Pompeo.

CICERONE ACCUSA VERRE ( Delacroix )
- Ai primi di gennaio Cicerone chiede al pretore Manlio Acilio Glabrione, di mettere Verre in stato di accusa su invito dei siciliani.

- Glabrione gli concede 110 giorni per l'inchiesta,  arrivare al processo fissato per la fine di aprile, cioè prima che Verre possa far ritardare l'inizio del processo, in modo che dopo la prima parte si dovesse interrompere per le feste religiose, e con l'anno nuovo cambiassero i giudici e i suoi protettori alleati quali Ortensio, i Metelli, Publio Cornelio Nasica acquisissero cariche influenti.

- La divinatio si svolge il 20 gennaio. Cecilio Nigro si presenta ed invoca per sé il ruolo di accusatore. La commissione senatoriale deve scegliere il più idoneo.

- Cicerone pronuncia il discorso che apre le Verrine. L'accusa gli viene assegnata e gli sono concessi 110 giorni per l'inchiesta.

- Il 21 gennaio il tribunale accetta una causa simile riguardante la provincia di Acaia con un tempo concesso di 108 giorni; la priorità spetta quindi al nuovo processo.

- Cicerone inizia la corsa contro il tempo, poiché doveva concludere l' istruttoria entro il tempo concesso, pena l'annullamento del processo. Svolge il proprio lavoro di inquisitore dal 21 gennaio al 20 aprile.

- In venti giorni compie gli atti preliminari nell'urbe: si reca a casa di Verre,  raccoglie tutte le prove possibili, sigilla e requisisce i sigilli delle società appaltatrici. A metà di febbraio va in Sicilia compiendo il giro dell'isola in cinquanta giorni.

- Il nuovo governatore, Lucio Cecilio Metello, amico di Verre, cerca di insabbiare le malefatte del predecessore, e di impedire che le delegazioni dei provinciali partano per Roma, e che Siracusa si pronunci contro l'ex governatore.

- Dopo un viaggio per mare Cicerone riesce a tornare per l'apertura del processo. Prima che il dibattito inizi però si svolge il processo “acheo”, causando un ritardo di tre mesi. Verre cerca di spargere voci di corruzione sul conto di Cicerone e di comprometterne la carica di edile.

- A metà luglio si forma il collegio giudicante, tutti incorruttibili; per cui Verre cerca di far slittare il dibattito al gennaio successivo, sfruttando le festività. A fine luglio Cicerone ha vinto le elezioni, ma anche i membri della fazione di Verre.

- Il 5 agosto si apre l'actio prima in Verrem. Cicerone pur avendo a disposizione parecchi giorni per la requisitoria, sconvolge il piano della difese e le consuetudini giudiziarie per evitare la lunga sospensione del processo tra quindici giorni, pronunciando un breve discorso di tre quarti d'ora e procedendo subito all'escussione dei testi.

- Riesce ad interrogare i testimoni in soli 9 giorni, fino al 13 agosto. Le prove raccolte, la partecipazione della folla e la sua pressione pubblica, sono talmente schiaccianti che Ortensio abbandona il dibattimento al secondo giorno e Verre al terzo.

- A metà agosto, il processo era praticamente concluso nonostante la comperendinatio (proroga) venisse deliberata secondo quanto previsto dalla legge, e fosse stabilita una data, intorno al 20 settembre, per l'actio seconda.

Cicerone aveva vinto.
Verre era un uomo finito.



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