L'ABBIGLIAMENTO ROMANO



LE DONNE

Nel primo periodo della storia romana, fin quasi al 500 a.c, Roma viveva dei suoi prodotti oltre che delle conquiste dei territori confinanti, e la disponibilità di tessuti era limitata.

Le stoffe, in lana di pecora o fibre vegetali locali, venivano filate e lavorate al telaio con grnde maestria ottenendo tessuti leggerissimi che non erano di impaccio nemmeno in estate.
La stoffa era un bene prezioso, specie se ben lavorata, e di prezzo anche elevato; quindi i vestiti erano pochi e cuciti direttamente dalla padrona di casa, la matrona, o dalla schiava adibita al compito.
Pertanto i tagli sulla stoffa erano ridotti al minimo per utilizzare al massimo la pezza, usata quasi interamente nella larghezza consentita dal telaio, per confezionare ampi vestiti.



LA MODA ETRUSCA

Se ci chiediamo da chi abbiano imparato a vestirsi le romane verrebbe spontaneo pensare ai greci, e in parte è vero: le antiche romane, come le greche, filavano e tessevano le stoffe in casa, ma ben presto si raffinarono perchè a contatto con le elegantissime donne etrusche.
Di una donna molto elegante si diceva a Roma che vestiva all'etrusca. Vediamo allora le vesti etrusche.

Essendo un popolo di navigatori e commercianti gli Etruschi importarono le stoffe pregiate dall’Oriente, con una moda esotica e variopinta. Le donne indossavano vesti di lino finissimo, decorate da fasce a losanghe o a scacchi, con inserti anche a lamine d'oro, strette ai fianchi da cinture, arricchite da ricami e frange colorate. Spesso usavano veli che guarnivano le vesti, talvolta trapunti in oro e argento e sfoggiavano gioielli preziosi come spille, fibule, orecchini e bracciali. I capelli erano riuniti a crocchia sulla nuca e ricoperti da una calottina di seta o con una retina dorata e lasciavano cadere sul seno due trecce.

Nelle calzature erano fantasiosi e e originali, con una grande varietà di sandali pesanti e leggeri, zoccoli con la pianta snodabile tramite cerniere, calzari con stringhe per uso quotidiano o per le feste, soprascarpe rivestite di sottili lamine di bronzo per i giorni di pioggia e scarpe raffinatissime con la punta all’insù di modello orientale, ornate di nastri colorati, borchie e catenine.




LA MODA FEMMINILE ROMANA


I CAPI DI ABIGLIAMENTO
  • Gli indumenti più intimi erano lo strophium (alla greca) o mammillare o una fascia pectoralis, una specie di reggiseno, ed il subligar, una specie di perizoma usato da uomini e donne, anche se sembra che fosse indossato più che altro ai bagni.
  • Nella Roma primitiva le donne portavano la toga come gli uomini, come riporta Varrone in uno dei suoi scritti, ma ben presto i costumi andarono distinguendosi e la toga venne imposta alle donne solo come segno di impudicizia o di facili costumi.
  • Per coprire il tutto infine, all'esterno, la matrona in epoca remota indossava il ricinium, un mantello quadrato che portava sulle spalle e sul capo. In era imperiale venne sostituito dalla palla.
  • In epoca imperiale sopra gli intimi si indossava la tunica, simile a quella maschile ma con scollo circolare o a V, lunga fin sotto al ginocchio; nei periodi freddi le tuniche potevano essere anche due o tre, sempre subucula, cioè intime; erano senza maniche, perchè l'uso della manica venne nel tardo impero.
  • Sopra si poteva mettere una amictus, una sopravveste che andava a nascondere le vesti intime e che era molto simile alla tunica ma più lunga.
  • Sopra ancora si poneva la stola: lunga e larga, un tubo di stoffa senza cuciture nella parte superiore che scendeva fino ai piedi, stretta in vita da una o due cinture, una più alta e l’altra sui fianchi, oppure una incrociata sui seni e poi passata intorno alla vita. Era chiusa sul petto da una fibbia, oppure sulle spalle da bottoni ornati di pietre preziose, e veniva fissata alle spalle ed alle braccia con dei cammei e delle spille, che ne aiutavano le ampie pieghe. Aveva maniche corte, nel tardo impero anche lunghe, non cucite ma fermate sopra da nastri o bottoni. In fondo alla veste era ornata da una striscia di porpora o da una balza ricamata in oro, l’istita, più o meno spessa e lavorata. La stola mostrava il rango di chi la indossava a seconda della stoffa e della decorazione.
  • Per modellare la stola si usava il cingulum, una cintura di stoffa, o di pelle o di fibre naturali, liscio o decorato con borchie od ornamenti in metallo, o pietre dure, in genere si usava doppia, cioà con due giri uno sotto al petto e uno alla vita, ma più spesso uno dei giri incrociava sui seni mettendoli in evidenza e poi intorno alla vita. L’uso della cintura era basilare, tanto che solo malfattori e prostitute non ne usavano (cioè discinti) mentre ne era dispensata la donna gravida (incinta appunto) che però ricorreva ad una striscia di tessuto sotto il seno. Questa della vita alta fu anch'essa una moda, tanto che la vita alta denotò in certe epoche moderne il cosiddetto stile impero, di ispirazione romana.
  • Le pieghe dell’abito erano fondamentali, soprattutto le pieghe della palla, un taglio di stoffa rettangolare che copriva completamente la donna, compreso il capo, e che ne contornava il corpo con varie pieghe e ritorni tenuti su dalle braccia. Era molto importante e ricca, tanto che spesso una schiava era addetta alla sistemazione delle pieghe anche mentre la matrona era a passeggio. Talvolta le donne si coprivano la testa con un lembo della palla; nei tempi antichi era obbligatorio pena il ripudio, ma in era imperiale si portava solo nelle cerimonie.
    « Quando il pallio di lei pende troppo e tocca il terreno, prendilo e sollevalo con delicatezza dal fango della strada. Come ricompensa ai tuoi occhi si presenterà subito, senza che la fanciulla possa evitarlo, lo spettacolo delle sue gambe. »
    (Ovidio, Ars amandi)
  • Il Babilonicum, uno scialle orientale in seta liscia o damascata, o in velo ricamato, o in stoffa leggera ma operata, spesso con frange, che dettò la moda per tutto l'impero. Aveva in genere colori sgargianti, e si poneva intorno ai fianchi, facendolo salire o scendere secondo i gusti. Questo indumento, stretto attorno al corpo, metteva in risalto fianchi e sedere, per cui risultava molto sexi. Veniva allacciato facendone un nodo sul davanti ma più spesso con spille d'oro o d'argento, guarnite di pietre.
  • C'era poi il patagium, larga striscia di stoffa purpurea, ricamata in oro, che decorava interamente la scollatura dell'abito prolungandosi fino all'orlo inferiore, e il segmentum, una o più strisce di stoffa a colori vivaci, con cui si ornava l'orlo inferiore delle vesti.
  • La recta era una tunica bianca sprovvista di maniche, aderente alla vita e lievemente scampanata in basso. Era il vestito delle giovani spose romane, con sopra il flammeum, ampio velo color giallo fiamma da appoggiare sul capo e fatto scendere sul retro.
  • La rica era invece un'ampia sciarpa di velo ornata con frange, che veniva usata dalle donne nelle cerimonie religiose. Simile alla rica, ma di dimensioni più limitate, era il ricìnium, che era distintivo di lutto.


I CAPELLI

Le donne romane non indossavano veri e propri cappelli, ma quasi sempre ponevano nastri sui capelli a diverse altezze, su una pettinatura raccolta dietro a crocchia, ma a ricci sciolti sul davanti, prima solo rossi poi di diversi colori, di seta e talvolta di velo ritorto, e pure una fascia piuttosto alta, il tutulus. che formava quasi un cono sui capelli aperto in cima; poteva essere di feltro rivestito magari di seta, o in damasco o con veli ritorti intrecciati a formare rombi. Oppure ponevano una retina sottile, fitta o a rombi, di seta a cordoncino o di metallo argentato o dorato, ma pure in argento e d'oro, o tutta d'oro.

D’estate, i viaggiatori e coloro che assistevano agli spettacoli teatrali indossavano per ripararsi dai raggi del sole cappelli a tesa larga alla maniera dei greci, il pètaso. Questo cappello poteva essere di cuoio, di feltro e di paglia e per essere ben saldo aveva un sottogola. Di paglia era anche il cappello conico detto "tholia" che spesso indossano le donne nel periodo caldo. In un affresco rinvenuto nella Casa dei Dioscuri a Pompei è rappresentata davanti a una capanna di canne una donna seduta con un cappello in testa dalla forma conica, appunto il ‘tholia’. Insomma nell’antichità il cappello di paglia era già di gran moda.

Le donne romane sposate si riconoscevano in strada perché indossavano un copricapo, anticamente chiamato "rica". A volte a coprire la testa poteva essere il lembo della palla, sistemato come un cappuccio. Sembra che Sulpicio Gallo, come racconta lo storico Valerio Massimo, avesse ripudiato sua moglie in epoca repubblicana perché si era mostrata in pubblico a capo scoperto. In età imperiale le cose cambiarono e le donne, sposate o meno, difficilmente andavano a capo coperto.



LA STOFFA

In epoca arcaica era fatta di lana di pecora o di alcune fibre vegetali, tra cui una specie di lino locale coltivato dagli Etruschi, e veniva lavorata più o meno pesante a seconda del periodo in cui doveva essere indossata.
Con le conquiste romane si importarono nuovi tessuti, richiesti soprattutto dalle classi più ricche.

Prima arrivò il lino dall’Egitto, e in l’età imperiale arrivarono anche i tessuti di cotone e di seta. Si importavano tele pesanti per l'inverno dalla penisola iberica, veli finissimi e trasparenti dalle isole greche, seta dalla Siria e dall'Egitto che lo importavano a loro volta dalla Cina e dall'India. Nelle regioni più fredde si usavano anche pellicce con cui bordare o confezionare i mantelli, o feltro, sia per scarpe e cappelli che per capi di abbigliamento.
Esisteva pure il bisso, una seta prodotta nel Mar Mediterraneo, ricavata dalla secrezione di una conchiglia purtroppo scomparsa.

Le popolane o i ceti medi e medio bassi avevano la lana lavorata finemente, o la canapa, con cui si facevano anche le tuniche per gli schiavi, oppure la juta. Le ultime due stoffe molto resistenti ma dure sulla pelle.

Se prima i tessuti erano di lana, canapa e lino, in età imperiale diventarono misti: lana e cotone; cotone e lino, cotone e seta. I più preziosi erano i veli, le stoffe leggere e la seta, il damascato e le stoffe a strisce diversamente colorate, o ricamate o a inserti.



I COLORI

In età repubblicana, gli unici colori disponibili erano quelli naturali ed i colori della lana lavata e schiarita con procedimenti che impiegavano l’ammoniaca.
Con le conquiste, si ebbe un arricchimento non solo nell'importazione di stoffe o sostanze coloranti ma per l’utilizzo di sostanze presenti sul territorio, come appresero dagli Etruschi, estremamente ricchi di decorazioni e accessori.

Il colore più importante fu il porpora, importato dai Fenici; la sua preparazione richiedeva la lavorazione di un mollusco, il Murice, ma richiedendo tanti molluschi per la colorazione, ci si limitò al clavus, la banda color porpora che indicava l’appartenenza ad un determinato ordine, ed era molto costosa.
La tintura dei tessuti era praticata soprattutto in Medio Oriente, e i veri maestri della tintura furono gli Egizi, che tingevano il lino con i colori ricavati da diverse piante:
  • l'hennè (Lawsonia inermis, pianta), utilizzato anche per tingere i capelli sul rosso;
  • il cartamo (pianta Cartamo Cahartamus), dal quale si ricavavano giallo e rosso,
  • lo zafferano, per il giallo in varie gradazioni (pianta nostrana);
  • l'azzurro veniva estratto da alcune specie di indigofera (pianta indigofera tictoria), dai lapislazzuli (pietre dure preziose) e da alcuni Sali di rame.
I Cinesi tingevano la seta in giallo e rosso con
  • il cartamo, per il giallo e il rosso
  • in blue e lilla col mirtillo,
  • il giallo col sommaco (pianta anche nostrana)
  • l'indaco, ma anche con altri colori naturali la cui provenienza ancore ignoriamo.
Questi colori mediante l'India giunsero anche ai romani.
Gli Etruschi utilizzavano
  • la robbia (pianta Robia tinctorum) per il rosso,
  • il pastello (impasto di ocra, o argilla, o allume) che dava diversi colori,
  • il guado (isatis tinctoria) per il celste e lo zafferano per il giallo.
I popoli italici conobbero la tintura delle stoffe attraverso i contatti commerciali: così, i Tarantini divennero esperti nella tintura con la porpora e l'oricello, un lichene.



I COLORI USATI A ROMA

Predominavano diversi colori:
  • dallo zafferano una bellissima tintura gialla, più aranciata o più pallida a seconda della tinta impiegata;
  • un altro giallo veniva ottenuto con la reseda (pianta nostrana);
  • altri tipi di giallo si ricavavano dalla curcuma e dalla ginestra;
  • dall'uva bianca si otteneva il verde;
  • dall'uva bianca mista con l'uva nera il viola;
  • con l'uva nera le tinte dal grigio al bruno;
  • colla bava del mollusco Murex, si otteneva il color porpora, ma anche con l'oricello (rocella tinctoria, un lichene) che a volte mescolavano alla porpora per diminuirne il prezzo;
  • il porpora insieme al mollusco essiccato e tritato, dava una sfumatura bluastra, l'“oltremare purpureo”;
  • dal fiordaliso si otteneva l'indaco, che secondo Vitruvio veniva dall'India.
  • Si usavano pure ocre minerali con ossidi idrati di ferro per ottenere i colori più svariati.
  • Dal mallo di noce si otteneva il bruno e il nero.
  • Dalla malva si ricavava l'azzurro.

Molte stoffe e tinte venivano però importate e Plinio il Vecchio denunciava con scandalo: "Oggi si vanno a comprare i vestiti di seta in Cina, si vanno a pescare le perle in fondo al Mar Rosso, a trovare nelle viscere della Terra gli smeraldi, oggi addirittura si è inventati di bucarsi il lobo delle orecchie: non bastava portare i gioielli nelle mani, sul collo o fra i capelli, dovevano essere conficcati anche nel corpo."

I colori venivano usati anche per decorare i bordi della Palla con disegni a tinte sfumate, motivi geometrici, animali o corpi umani, ma stilizzati, mentre i più ricchi usavano bordi decorati anche con fili d’oro e argento.
  • I bottoni: contrariamente a ciò che si pensa i Romani sapevano cucire le stoffe, usando aghi d'avorio o d'osso, per applicazioni di strisce di stoffa, o per cuciture vere e proprie, o per applicazioni di spillette e bottoni preziosi, invece non conoscevano le asole, per cui i bottoni erano cuciti sulle stoffe ed erano puramente ornamentali. Potevano essere di stoffa, di metallo, anche con pietre incastonate sia in pietra dura che in pietra preziosa o in pasta vitrea, oppure in feltro rivestito di seta.


CAMBIARE L'ABITO

Un bell'abito costava molto per cui gli antichi non avevano il guardaroba come noi moderni, però le donne avevano come ora la necessità di cambiarsi il vestito. Per questo c'erano gli Offectores, artigiani addetti a caricare di colore i tessuti neutri, mentre gli Infectores ne cambiavano il colore. Le lavanderie più attrezzate, le Fullonicae, avevano grande attività in tal senso.

Un abito già portato poteva essere modificato cambiandone il colore, aggiungendovi una balza di seta colorata o cambiando il Babilonicum.
In Roma, abbandonata l'austerità imposta dai padri fondatori della Repubblica, nel II sec. a.c. la tintoria, la fullonica, era talmente evoluta, che si contavano diverse corporazioni a seconda delle sostanze usate per tingere le stoffe: i Crocearii per il giallo, i Violarii per il viola e le Officinae Purpurinae per il porpora.
Le donne Romane poi non avevano solo stoffe in tinta unita ma anche a strisce, a fiori e a motivi geometrici, come dimostrano numerosi busti romani i cui vestiti erano imitati dal marmo, e pure ricamate o intessute a telaio a disegni vari.

Marziale:
I più ricchi devono fare a gara con i regali: il negoziante vanitoso del portico di Agrippa gli porti i ricchi mantelli purpurei di Cadmo fenicio.



LA BELLEZZA DEI COSTUMI

Le statue rendono poco la bellezza delle vesti romane femminili, perchè in origine erano dipinte ed ora sono candide. La statua di Vibia Sabina ad esempio, quella trasferita indebitamente in USA ed ora tornata in Italia, dalle poche tracce di colore rimasto, si vede che era di un bel rosso acceso.

BABILONICUS
Oggi nessuna regina o first lady vestirebbe di rosso nelle cerimonie ufficiali, invece l'imperatrice Vibia si, ed era la moglie di Adsriano. Le donne ponevano tinte su tinte, creando sfumature o piacevoli contrasti nelle stoffe, e si davano un tocco di sensualità annodandosi il babilonicus sul ventre, rimarcando così le forme del corpo. Le pettinature, a parte quelle spesso assurde delle imperatrici, erano in genere raccolte sulla nuca e fermate da nastri e diademi, spesso con riccioli svolazzanti che incorniciavano il volto.

Insomma girando per Roma avremmo visto abbigliamenti di tutti i colori, dai vivaci ai pastello, con vesti e nastri svolazzanti, con gioielli tintinnanti e ventagli, con scialli portati in varie fogge e di vario colore, con veli e sete che forse oggi non oseremmo portare. Senza contare che una veste fino ai piedi slancia la figura e ondeggia attorno alle caviglie dando notevole grazia alla figura.
E non erano vesti castigate come quelle greche, perchè le romane con cinture e cordoncini dorati mettevano in evidenza vita e seni, e si ingioiellavano parecchio, con guarnizioni povere o preziose, cingendo le braccia, i polsi, il capo, la vita, il collo e le caviglie, a parte le dita, delle mani e pure dei piedi. Le cavigliere prima di noi le hanno inventate i Romani.




GLI UOMINI

Per comprendere l'abbigliamento dei Romani, uomini e donne, occorre anzitutto distinguere l'era monarchica e repubblicana da quella imperiale.

Mentre nel primo periodo i costumi erano semplici e severi all'uso greco, in era imperiale anche gli uomini si sbizzarrirono in vesti e perfin o in gioielli.

Augusto, non contento di tanta ostentazione, cercò di rinverdire gli antichi valori repubblicani occupandosi anche di abbigliamento e fece della toga una divisa obbligatoria per i senatori e per gli uomini di alto censo, un po' come i colletti bianchi di oggi.

Obbligò la toga per evitare che senatori e alte cariche girassero con vesti di seta, damascate, intessute d'oro e d'argento, bordate di porpora e con inserti ricamati. Augusto era di stirpe guerriera e ammiratore del prozio Cesare, che mai indulse a vesti od ornamenti strani, pur tenendo molto al suo aspetto.

"Birro in latino Byrrhus; vel Amphimallon aut Gausapia; era una veste non più lunga delle braccia con suo cappuccio, foderata tutta di pelli pelosi, Plin., lib. 8, cap. 48118. 
Pretesta, in latino Praetexta, era una veste Talare usata prima da’ pretori, ed altri ministri. Ma poicchè Tarquinio Prisco la concesse a suo figlio d’allora in poi restò in uso a’ giovani nobili sino all’età di anni 17; dopo de’ quali lasciavano la Pretesta, e mettevano la toga virile. Soleva ella essere di porpora lunga sino alle gambe e mettevasi l’ultima sopra dette tuniche, Cicerone; Macrobio, lib 1,  Satur 119. Soleva ella avere nella parte del petto una bolla in forma di un cuore fatto d’oro. 
Tonica in latino Tunica egli era un vestimento che immediatamente sotto la Pretesta o Toga portavasi. Era senza maniche  nel suo principio, poi colle maniche, ma corte, e che non passassero la cintura, la sua lunghezza al divanti giungeva alle ginocchia, dietro però doveva esser più lunga sino alle polpe delle gambe, e chi da queste misure usciva e le usava più lunghe veniva stimato per vizioso e molle. Il basso volgo le usava bianche di lana o rosse; e le Persone nobili portavanola di Porpora. Ella serviva in loco di camiscia. Pugnabat tunica sed tamen illa tegi 120, Ovidius lib.1, amor. eleg. Questa negli uomini serviva in loco della stola delle donne quale era una veste lunga sino alle calcagne, Virgilius, 9 Aeneid 121. Cicero, 5 Tusc 122."

Anche gli uomi, come le donne, usavano sotto la veste il subligar o cintus, che copriva il basso ventre, con sopra la tunica interior o subacula o strictoria, una camiciola intima.
Sopra si indossava la tunica: due pezzi di stoffa di cotone o lana o lino cuciti insieme, in modo che quello davanti arrivasse alle ginocchia e quello dietro, un po' più lungo, ai polpacci, il che slanciava la figura.

Alla vita si indossava una cintura di cuoio o stoffa, una sorte di T shirt insomma.
Le maniche, quando vennero di moda nel tardo impero, erano molto ampie alla spalla, e si restringevano fino ai gomiti. La moda romana cambiava a seconda dei popoli con cui si veniva a contatto, cioè secondo le conquiste.

Nel III secolo d.c. si usarono anche larghe maniche sino ai polsi, come la Dalmatica, in lino, lana o seta, che alcuni portavano al posto della toga. Era usata anche dai sacerdoti cristiani e mitraici talvolta senza maniche, chiamata allora Colubium.

Vennero di moda anche i pantaloni aderenti e lunghi sino ai piedi, con grande scandalo dei nostalgici repubblicani. Lo scontro generazionale c'era anche al tempo dei Romani, e la generazione anziana si lamentava dei giovani che si davano troppo ai lussi e ai divertimenti, anche nelle vesti.

Col tempo, la tunica divenne lunga fino ai piedi. Ma essa fungeva pure da pigiama per la notte, stranamente i romani mantenevano durante la notte la veste del giorno, che veniva in genere cambiata la mattina seguente.
Di solito era di lino o di lana non sbiancata quindi di un colore beige. I ricchi naturalmente la portavano rigorosamente candida.


Plinio il Vecchio, Nat. Hist., VIII, 73, 193: "Nec facile dixerim qua id aetate coeperit; antiquis 
enim torus e stramento erat, qualiter etiam nunc in castris. Gausapae patris mei memoria coepere, 
amphimallia nostra sicut villosa etiam ventralia. Nam tunica lati clavi in modum gausapae texi nunc primum incipit. Lanarum nigrae nullum colorem bibunt. De reliquarum infectu suis locis dicemus in conchyliis maris aut herbarum natura"

Ed ecco le vesti:
  • Tunica, detta subligar se a pelle, di solito di lino per gli abbienti. I lini migliori erano quelli egiziani, siriani e ispanici. Si chiamava invece intusium o supparius quella indossata sopra la intima. A volte se ne indossava più di una per il freddo. Si sa che Augusto era freddoloso e ne indossava anche quattro durante l'inverno. Col passare del tempo, si indossarono più tuniche contemporaneamente, più stretta la prima, più ampia l'ultima. Dal III-IV secolo d.c. venne usata la tunica manicata, precedentemente indossata dai sacerdoti e dagli attori.
  • Tunica palmata, una tunica speciale, di seta damascata a foglie di palma, che veniva indossata dai trionfatori, o da alti dignitari, ma solo nei trionfi o in occasioni molto speciali.
  • Tunica talare, di seta, usata nei matrimoni, in genere bianca ma pure colorata.
  • Tunica degli schiavi era invece corta e stretta con una cintura, in genere di stoffa,
  • Il clavus era un ornamento della tunica o della toga, una lunga striscia colorata di porpora o d'oro, con disegni diversi a seconda del rango: il latus clavus era destinato ai senatori, con un clavus attorno allo scollo e o verticale doppio sul davanti della veste, l'angustus clavus era invece riservato agli equites, i cavalieri, con due strisce verticali. I clavi si cucivano su tunica e toga, a indicare il rango e la ricchezza. In genere erano due strisce color porpora, che costavano carissime perchè il colore porpora era costosissimo. I clavi enivano posti davanti e dietro, sopra le spalle, ricadendo perpendicolari sui piedi. I Senatori potevano indossare ampie clavi, gli equites clavi più strette. Con le clavi non si usava la cinta.
  • La toga, generalmente di lana, era un pezzo unico a semicerchio, lunga tre volte e larga due volte l'altezza di chi la metteva. Augusto la rese obbligatoria ai senatori e agli uomini con alte cariche, per eviatre che al senato o nella magistratura si vedessero uomini vestiti con stoffe costosissime di fantasia, damascate, di seta o con bordi dorate. Le lane migliori italiane per la toga erano quella Apula e quella Tarentina, fuori del suolo italico erano apprezzatissime la lana Attica, la Laconica, Laodicea, Betica e di Mileto. Insomma la toga designava un alto rango ma obbligava alla semplicità. La toga veniva indossata, piegata orizzontalmente nel mezzo, formando così delle spesse pieghe, poi veniva poggiata sulla spalla sinistra, di modo che un terzo della lunghezza cadesse sul davanti. Il resto dell'indumento traversava diametralmente la schiena coprendo la spalla destra, poi posata sul polso destro, e risaliva avvolgendo la spalla sinistra. L'angolo, che si veniva così a creare, si riduceva, fermando la toga sul petto, e lasciandola ricadere in un insieme di pieghe, spesso usate come tasche, chiamate sinus. La toga era l'abbigliamento ufficiale delle alte cariche, dal senatore, al console al magistrato al politico, al ricco in genere. Era comunque vietata agli stranieri, agli schiavi e ai liberti. Per indossarla c'era uno schiavo specializzato (vestiplicus), che sin dalla sera precedente ne disponeva le pieghe per facilitare il lavoro nel giorno successivo. C'erano alcune antiche famiglie patrizie che usavano la toga, rifiutando sempre, per tradizione, l'uso della tunica, ma dai Romani questa consuetudine era considerata eccentrica e un po' snob. 
  • La toga candida, "una veste di lana bianca che portavano  li pretensori de’ magistrati, onde candidati furono chiamati", Plin., lib. 7 Il togato che si presentava ad un comizio politico, doveva indossare una toga bianchissima, che veniva sbiancata da un bagno in calce liquida, per cui queste toghe si rovinavano facilmente, ma era d'obbligo, perchè doveva dare l'immagine di una persona pulita e candida. Il termine candidato deriva da questo sbiacamento della toga. La toga, obbligatoria per l'imperatore, cominciò a decadere per i dignitari, che la usavano solo ufficialmente, cioè in senato, in tribunale, a corte, nei circhi e nei teatri. Per i resto si sbizzarrivano in vesti variegate. Pur rimanendo l'abito formale per eccellenza, malgrado gli inviti ad indossarla in particolare nelle occasioni pubbliche, ben presto i Romani preferirono l'uso del più pratico pallium, molto simile all'himation greco, o della lacerna, un pallium colorato, o della paenula, un pallium con cappuccio. Osservava infatti Giovenale che ormai «in gran parte dell'Italia nessuno indossa la toga, tranne il morto.» Si usava infatti nelle cerimonie, funerali compresi.
  • La toga pretesta, bordata di porpora, era riservata ai ragazzi fino all'età di 16 anni, ed era la stessa toga che usavano i senatori, solo che la porpora era un'imitazione e pertanto non così costosa. la pretesta, come altri usi etruschi, fu introdotta a Roma da Tullo Ostilio e fu inizialmente attributo dei magistrati fin quando Tarquinio Prisco ne donò una al figlio quattordicenne che in battaglia aveva ucciso un nemico. Da allora prevalse l'uso di far indossare la pretesta ai ragazzi di condizione patrizia, in particolare era bordata da una striscia di porpora la pretesta dei figli di ex magistrati. Ai tempi della seconda guerra punica anche i figli dei plebei, purché nati da matrimoni regolari, furono autorizzati ad indossare la pretesta.
  • La toga virilis veniva indossata ai 16 anni per fare il primo ingresso nel foro con un rito di passaggio dalla adolescenza alla maturità.
  • La toga purpurea, costosissima e di origine etrusca, veniva anticamente indossata nei trionfi sopra la toga palmata. 
  • La toga palmata era la veste del trionfo, Marziale lib. 7
  • La toga picta, con varie decorazioni ricamate, dal III sec. a.c. sostituì la toga purpurea, data anche la difficoltà a reperire la porpora.
  • La toga trabea era in parte purpurea e in parte di diversi colori, portata un tempo dai re, o da alcuni sacerdoti.
  • La toga palla o toga sordida era di colore molto scuro e si indossava solo al mattino, tutte le altre erano sempre di colori chiari o vivaci, perchè i Romani, al contrario dei greci che amavano il bianco, si sbizzarrivano invece nei colori. 
  • La toga pura era quella che nessun lavoro aveva, ne segno alcuno di porpora, e questa vestivano coloro che nel primo giorno comparivano nel foro, Lucanus lib. 7 
  • La toga pulla era quella che si usava nei funerali.
  • La synthesis era la sostituzione delle toghe nei banchetti serali, che avrebbero dato impiccio durante la cenatio, troppo ampie per girarsi nei triclini e allungare le mani senza sporcarsi. Di solito anzi ne portavano qualcuna di ricambio se durante il banchetto si sporcava. Era una tunica di solito bianca con alcuni inserti, usata però unicamente nei banchetti,
  • La paenula, era un indumento invernale, una mantella di lana pesante. chiamta paenula gausapina o di pelle sottile, chiamata paenula scortae, usata soprattutto per la pioggia. Era quasi sempre chiusa, con l'unica apertura per la testa, e con un cappuccio cucito dietro. La stoffa che ricadeva sulle braccia, se era di stoffa, veniva ripiegata per libertà di movimento. Sembra derivi dai Galli.
  • Il pallium era invece un mantello di stoffa, in genere di lana, che si portava sopra la toga o la tunica, in vari colori e spesso ornato con inserti colorati.
  • La lacerna era originariamente un mantello corto usato dall'esercito, trasmesso poi all'uso civile, con colore scuro per i poveri e spesso bianca per i più abbienti.
  • Il paludamentum, usato nell'esercito, era un mantello simile alla clamide greca, riservato però al comandante in capo. Derivò dai tempi della repubblica e si usò poi nella consacrazione del generale sul colle capitolino. In epoca imperiale, e variamente decorato, passò all'imperatore come simbolo di potere.
  • Il sagum e la poenula erano i mantelli dell'esercito per i gradi più bassi.
  • La caracalla, o mantello gallico, in vari colori, o cocullus in genere di colore verde, detto anche palla gallica, da cui prese il nome l'imperatore Caracalla, si diffuse parecchio nell'esercito. Era un mantello con cappuccio fermato alla gola da una spilla.
  • Il birrus era la caracalla corta, da cui derivò il termine berretto, usato poi da alcuni frati nel medioevo.
  • I pantaloni furono a lungo considerati vesti barbare dai Romani, che consideravano la gamba scoperta una prova di robustezza e resistenza al freddo, ma sotto Traiano, proprio perchè si assoldavano sempre più barbari nell'esercito, i legionari adottarono i pantaloni, aderenti e lunghi appena sotto al ginocchio, soprattutto perchè spesso si trovavano in territori nordici con temperature gelide.
  • La laena era una mantellina portata soprattutto dai poveri, corta e scura, applicata sulle spalle.
Macrobio prende spunto da una riunione in casa di Vettio Agorio Pretestato che dalla Praetexta prendeva appunto il nome. La discussione fra i convenuti, sollecitata da Avieno, affronta i motivi della nascita della toga pretexta e della  bulla donata per la prima volta da Tarquinio Prisco al figlio quattordicenne dopo i trionfi contro i Sabini, cfr. Macrobius, Satur., I, 6, 1-3 e MACROBIUS 1977, pp. 138-149.



I CAPPELLI

Di solito gli uomini non indossavano cappelli. Quando faceva molto freddo, coprivano la testa con la toga. Ma i viaggiatori usavano i petasi, come mercurio, per ripararsi dalla pioggia e dal sole, ma i contadini che lavoravano soprattutto d'estate, si riparavano con cappelli di paglia.
Gli ornamenti sul capo erano per l'imperatore, una corona di foglie d'alloro anche in oro, o per i trionfatori, una corona d'alloro semplice. qualcuno per moda si poneva un nastro di seta sulla fronte, alla greca, ma solo i giovani in genere.




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4 comment:

Anonimo ha detto...

mi sa che vestivano meglio di adesso.

Anonimo ha detto...

Hai ragione

Anonimo ha detto...

Bellissimo e molto ricco di informazioni, ma qualcuno può indirizzarmi a conoscere meglio i riti del battesimo in epoca romana? grazie!

Anonimo ha detto...

sembra il vestiario di una tribù di masai che finisce in un clima via via più rigido...

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