ABBIGLIAMENTO DELLE ROMANE





Siamo abituati a immaginare i romani vestiti con molta semplicità. Per gli uomini una tunica, da sola o con un corto mantello detto clamide, o una toga sopra. Per le donne una tunica e una palla, ovvero un mantello, il tutto bianco perchè bianche sono le statue. Nulla di più falso, l'abbigliamento romano era molto variegato, molto colorato e molto arricchito da ornamenti e accessori vari, almeno per le donne.


Nel primo periodo della storia romana, fin quasi al 500 a.c., Roma viveva dei suoi prodotti oltre che delle conquiste dei territori confinanti, e la disponibilità dei tessuti era limitata.

Le stoffe, in lana di pecora o fibre vegetali locali, venivano filate e lavorate al telaio con grande maestria ottenendo tessuti leggerissimi che non erano di impaccio nemmeno in estate.

La stoffa era un bene prezioso, specie se ben lavorata, e di prezzo anche elevato; quindi i vestiti erano pochi e cuciti direttamente dalla padrona di casa, la matrona, o dalla schiava adibita al compito.

Pertanto i tagli sulla stoffa erano ridotti al minimo per utilizzare al massimo la pezza, usata quasi interamente nella larghezza consentita dal telaio, per confezionare ampi vestiti. Spesso però i romani importavano stoffe dalla Grecia e inevitabilmente anche un po' della moda.


LA MODA GRECA (1)

LA MODA GRECA

Le donne greche avevano vissuto un lungo periodo di grande libertà in epoche arcaiche, libertà che persero, sembra, con le invasioni doriche e poi sempre peggio con quella ellenica.

CORE (2)
Si può capire di questa libertà già osservando le statue più arcaiche. La statua che si ammira in tre pose (2) raffigura Core, o Proserpina che dir si voglia, ed è del V sec. a.c., dunque non è una Venere, che poi nel caso sarebbe o nuda o coperta nel sotto e scoperta nel seno.

Questa fanciulla, raffigurata in un un'erma, pur essendo coperta nella parte superiore e nel seno, mostra generosamente il suo sedere. Un vero scandalo. Del resto la divinità protettrice di Atene era Atena, una divinità femminile, quindi la più importante tra gli Dei.

Come retaggio di tale libertà le donne greche indossavano stoffe per lo più bianche o di colori tenui ma molto ricamate e bordate con stoffe di bisso o sete orientali. Ma di certo non raggiungevano la bellezza e raffinatezza della moda etrusca.

LA MODA ETRUSCA (3)


LA MODA ETRUSCA

LA MODA ETRUSCA (3)
Se ci chiediamo da chi abbiano imparato a vestirsi le romane verrebbe spontaneo pensare ai greci, e in parte è vero: le antiche romane, come le greche, filavano e tessevano le stoffe in casa, ma ben presto si raffinarono perchè a contatto con le elegantissime donne etrusche.

Di una donna molto elegante si diceva a Roma che vestiva all'etrusca. Vediamo allora le vesti etrusche.

Essendo un popolo di navigatori e commercianti gli Etruschi importarono le stoffe pregiate dall’Oriente, con una moda esotica e variopinta.

Le donne indossavano vesti di lino finissimo, decorate da fasce a losanghe o a scacchi, con inserti anche a lamine d'oro, strette ai fianchi da cinture, arricchite da ricami e frange colorate.

Spesso usavano veli che guarnivano le vesti, talvolta trapunti in oro e argento e sfoggiavano gioielli preziosi come spille, fibule, orecchini e bracciali. I capelli erano riuniti a crocchia sulla nuca e ricoperti da una calottina di seta o con una retina dorata e lasciavano cadere sul seno due trecce o file di lunghi boccoli (4).

CORE (4)
Possiamo vederlo da questa statua, anche qui si tratta di Core, che gira con un seno scoperto. Altro scandalo, ma le donne etrusche erano abbastanza libere.

Nelle calzature erano fantasiosi e e originali, con una grande varietà di sandali pesanti e leggeri, zoccoli con la pianta snodabile tramite cerniere, calzari con stringhe per uso quotidiano o per le feste, soprascarpe rivestite di sottili lamine di bronzo per i giorni di pioggia e scarpe raffinatissime con la punta all’insù di modello orientale, ornate di nastri colorati, borchie e catenine.

Per non parlare dei gioielli, che erano portati da donne e pure da uomini. Gli etruschi furono maestri nella gioielleria, per certi versi insuperati. Le etrusche si ingioiellavano abbondantemente, cosa che la matrona romana della Roma Repubblicana non faceva spesso, ma imparò in epoca imperiale, coprendosi di ori e di gemme.

Molti moralisti si scandalizzarono ma le donne romane non se ne preoccupavano più di tanto. Del resto gli etruschi si assimilarono ai romani ma pure i romani si assimilarono agli etruschi, decisamente più raffinati.

GIOCATRICI ATLETE (5)

I CAPI DI ABIGLIAMENTO

- Gli indumenti più intimi erano lo strophium (alla greca) o mammillare o una fascia pectoralis, una specie di reggiseno, ed il subligar, una specie di perizoma usato da uomini e donne, anche se sembra che fosse indossato più che altro ai bagni.

Il pectoralis e il subligar si usavano apertamente nelle palestre e alle terme, per essere libere da indumenti che impacciano o per tuffarsi liberamente nelle piscine. Era più semplice cambiarsi due fasce che non un intero indumento. Di solito le romane per la piscina preferivano la fascia pectoralis, che come il subligar era di stoffa leggera, in genere cotone o lino.

STROPHIUM (6)

Non necessariamente i due accessori erano dello stesso colore, come si evince dal famoso mosaico di Piazza Armerina dove vengono premiate delle giocatrici alle terme.

Però le romane erano molto attente non solo all'abbigliamento ma pure ai colori, per cui se c'era un colore di sicuro c'era un abbinamento, magari a una cintura oppure ad un gioiello con pietre dure colorate.

Però il pectoralis veniva evitato sotto le vesti perchè schiacciava il seno ed era anche fastidioso, oltre a tutto in estate, quando si usavano stoffe molto leggere poteva notarsi da sotto l'abito, e non sarebbe stato elegante.

Andando poi di moda le stoffe leggere, di cui non poco si scandalizza Plinio perchè gli sembra che appaiano nude tanto le stoffe erano trasparenti, era bene non indossare nè strophium nè subligar. 

VESTALI (7)

Del resto la trasparenza nei punti cruciali, e cioè nelle parti basse, si coprivano con sciarpe di altro tipo, damascate o rigate di seta o di velo arrotolato.

Soprattutto in casa le donne si ponevano in libertà, togliendosi nastri, cinti e cinture, di queste ultime si poteva fare a meno solo in casa, a meno che non si fosse vestali (7), perchè a queste sacerdotesse invece era proibito indossare le cinture.

Ciò deriverebbe dal fatto che la cintura in qualche modo sottolinea le forme della donna, ed essendo le vestali assoggettate all'obbligo della castità, dovessero evitare qualsiasi cosa che esaltasse in qualche modo il loro corpo.

Nel bel dipinto a fianco le vestali sembrano disperate perchè l'artista allude all'abbandono del loro tempio voluto dall'intransigente cristianesimo che volle l'abolizione di qualsiasi tempio pagano.

La spalla nuda della vestale c'è solo per necessità pittoriche, le sacerdotesse non mostravano mai nemmeno un centesimo del loro corpo.

Tuttavia, finito a 30 anni il loro compito, potevano scatenarsi vestendosi in ogni modo, e potevano anche sposarsi.

Essendo state vestali appartenevano ormai a una classe molto elevata per cui facilmente potevano essere impalmate.

- Nella Roma primitiva le donne portavano la toga come gli uomini, come riporta Varrone in uno dei suoi scritti, ma ben presto i costumi andarono distinguendosi e la toga venne imposta alle donne solo come segno di impudicizia o di facili costumi.

- Per coprire il tutto infine, all'esterno, la matrona in epoca remota indossava il ricinium, un mantello quadrato che portava sulle spalle e sul capo. In era imperiale venne sostituito dalla palla.

IL RICINIUM (8) figura a sinistra

POMPEI

Noi conosciamo lo stile di vita dei romani soprattutto attraverso Pompei che essendo stata all'epoca sommersa sotto le ceneri dell'eruzione del Vesuvio, mediante gli scavi ci ha restituito case, statue pitture e oggetti che in altri siti sono stati distrutti dalle varie intransigenze cristiane, dall'avidità che ha condotto allo spolio dei monumenti, e alle terribili calcare che hanno distrutto marmi e travertini seppure artisticamente elaborati.

Lo testimonia l'antico detto. "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini" alludendo alla famiglia patrizia e papalina che dominò Roma, in particolare papa Urbano VIII che nel 1625, oltre ad aver fatto abbattere splendidi edifici romani, fece asportare e fondere tutti i rivestimenti bronzei del Pantheon, per costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni per Castel Sant’Angelo.

ROMANA IN STOLA ROSSA (9)
Ma ciò che abbiamo scoperto di Pompei non è di certo superiore a ciò che doveva trovarsi a Roma.
Pompei era una cittadina di medie proporzioni e di certo ospitava molti ricchi romani che vi fecero la casa di villeggiatura. Potevano essere simili gli stili, ma Roma era di certo molto più splendida.

Comunque vi abitavano soprattutto i locali, cioè contadini, artigiani e commercianti. Ciò per dire che Pompei poteva essere una piccola Roma, ma sicuramente le ricchezze profuse a Roma nell'architettura e nell'arte dovevano in molti edifici superare quelli di Pompei.

Nel dipinto (8) abbiamo, come in molti altri dipinti pompeiani, un'immagine delle coloratissime vesti romane
che possono essere elencate così:

- In epoca imperiale sopra gli intimi si indossava la tunica, simile a quella maschile ma con scollo circolare o a V, lunga fin sotto al ginocchio; nei periodi freddi le tuniche potevano essere anche due o tre, sempre subucula, cioè intime.

- Sopra si poteva mettere una amictus, una sopravveste che andava a nascondere le vesti intime e che era molto simile alla tunica ma più lunga.

- Sopra ancora si poneva la stola (9): lunga e larga, un tubo di stoffa senza cuciture nella parte superiore che scendeva fino ai piedi, stretta in vita da una o due cinture, una più alta e l’altra sui fianchi, oppure una incrociata sui seni e poi passata intorno alla vita.

Era senza maniche, perchè l'uso della manica venne nel tardo impero. Tuttavia le maniche in un certo senso esistevano, perchè erano il prolungamento della spalla, cioè sfruttando la stoffa intera scendevano oltre le spalle fermate da nastrini o bottoncini come nella fig. (9)
 
La stola era chiusa sul petto da una fibbia, oppure sulle spalle da bottoni ornati di pietre preziose, e veniva fissata alle spalle ed alle braccia con dei cammei e delle spille, che ne aiutavano le ampie pieghe. 

LA PALLA (10)

Aveva maniche corte, nel tardo impero anche lunghe, non cucite ma fermate sopra da nastri o bottoni. 

- In fondo alla veste era ornata da una striscia di porpora o da una balza ricamata in oro, l’istita, più o meno spessa e lavorata. La stola mostrava il rango di chi la indossava a seconda della stoffa e della decorazione.

- Per modellare la stola si usava il cingulum, una cintura di stoffa, o di pelle o di fibre naturali, liscio o decorato con borchie od ornamenti in metallo, o pietre dure, in genere si usava doppia, cioè con due giri uno sotto al petto e uno alla vita, ma più spesso uno dei giri incrociava sui seni mettendoli in evidenza e poi intorno alla vita. 

L’uso della cintura era basilare, tanto che solo malfattori e prostitute non ne usavano (cioè discinti) mentre ne era dispensata la donna gravida (incinta appunto) che però ricorreva ad una striscia di tessuto sotto il seno. 

Questa della vita alta fu anch'essa una moda, tanto che la vita alta denotò in certe epoche moderne il cosiddetto stile impero, di ispirazione romana.

- Le pieghe dell’abito erano fondamentali, soprattutto le pieghe della palla, un taglio di stoffa rettangolare che copriva completamente la donna, compreso il capo, e che ne contornava il corpo con varie pieghe e ritorni tenuti su dalle braccia.

FIG. 11
La disposizione delle pieghe era molto importante e ricca, tanto che spesso una schiava era addetta alla sistemazione delle pieghe anche mentre la matrona era a passeggio. Talvolta le donne si coprivano la testa con un lembo della palla; nei tempi antichi era obbligatorio pena il ripudio, ma in era imperiale si portava solo nelle cerimonie.

Usavano coprirsi il capo alcune imperatrici, e non tutte, nelle cerimonie religiose, e nelle cerimonie pubbliche, ma soprattutto le nobili patrizie, in segno di solennità, come nelle apparizioni dell'imperatore o nelle celebrazioni dei trionfi.

La copertura del capo non veniva nemmeno più usata per ripararsi dal sole, visto che si usavano i parasole, ombrellini in genere di seta e non pieghevoli che venivano tenuti un po' indietro in modo da poter mostrare volto e capelli, divenendo più una cornice che non una copertura a capigliature e volti.

A parte delle matrone molto anziane, le giovani e anche le meno giovani romane amavano abbigliarsi anche il capo, con nastri, catenine, perle, diademi e cerchietti dorati.

Nel caso delle cerimonie pubbliche però la palla mostrava tutto il suo aspetto profano, spesso di stoffa leggerissima, addirittura di velo, in tessuto operato con bordi lavorati o con ricami.

BABILONICUM (15)

« Quando il pallio di lei pende troppo e tocca il terreno, prendilo e sollevalo con delicatezza dal fango della strada. Come ricompensa ai tuoi occhi si presenterà subito, senza che la fanciulla possa evitarlo, lo spettacolo delle sue gambe. »
(Ovidio, Ars amandi)

ROMANA CON BABILONICUM VERDE (16)

- Il Babilonicum era uno scialle orientale in seta liscia o damascata, o in velo ricamato, o in stoffa leggera ma operata, spesso con frange, che dettò la moda per tutto l'impero. Aveva in genere colori sgargianti, e si poneva intorno ai fianchi, facendolo salire o scendere secondo i gusti. 

Questo indumento, stretto attorno al corpo, metteva in risalto fianchi e sedere, per cui risultava molto sexy. Veniva allacciato facendone un nodo sul davanti ma più spesso con spille d'oro o d'argento, guarnite di pietre.


A seconda della leggerezza della stoffa della stola e di quanto era stretto, il babilonicum si poteva ottenere una veste molto più provocante di quanto oseremmo oggi.

Infatti spesso la stola era trasparente, talvolta col seno coperto al di sotto dallo strophium, ma anche no, dipendeva dall'età della donna, oppure anch'esso di velo, e dal sedere coperto col babilonicum, e il davanti dal nodo dello stesso terminante sul davanti come si vede nell'immagine qua sopra.

Talvolta era la stoffa stessa, ricamata o stampata a colori più forti che confondevano un po' la visione del nudo sotto le vesti leggere.

GENIETTA CON PATAGIUM
E SEGMENTUM (18-19)

Naturalmente la trasparenza era data pure dalle pieghe, più la stoffa era arricciata in folte pieghe, più nascondeva il corpo della donna.

Ma anche il colore faceva la sua parte, più era vivace o scuro più copriva il colore della pelle e viceversa.

Invece a volte era lo stesso babilonicum ad essere di leggerissimo velo, che si appiccicava letteralmente alla stoffa già leggera della veste sottostante, tunica o amictus che fosse, e poteva essere avvolta in modo molto stretto, dal seno alle ginocchia (15), disegnando in modo inequivocabile tutte le forme del corpo.

In altri casi veniva stretto sotto al seno anzichè sopra stringendo così decisamente che sollevava il seno mettendolo decisamente in evidenza.

- C'era poi il patagium (18), larga striscia di stoffa purpurea, ricamata in oro, che decorava interamente la scollatura dell'abito prolungandosi fino all'orlo inferiore, e il segmentum (19), una o più strisce di stoffa a colori vivaci, con cui si ornava l'orlo inferiore delle vesti.

- La recta era una tunica bianca sprovvista di maniche, aderente alla vita e lievemente scampanata in basso. 

Era il vestito delle giovani spose romane, con sopra il flammeum, ampio velo color giallo fiamma da appoggiare sul capo e fatto scendere sul retro.

- La rica era invece un'ampia sciarpa di velo ornata con frange, che veniva usata dalle donne nelle cerimonie religiose. Simile alla rica, ma di dimensioni più limitate, era il ricìnium, a volte distintivo di lutto.



LA STOFFA

In epoca arcaica era fatta di lana di pecora o di alcune fibre vegetali, tra cui una specie di lino locale coltivato dagli Etruschi, e veniva lavorata più o meno pesante a seconda del periodo in cui doveva essere indossata.

Con le conquiste romane si importarono nuovi tessuti, richiesti soprattutto dalle classi più ricche.

RATTO DI EUROPA (20)

Prima arrivò il lino dall’Egitto, e in età imperiale arrivarono anche i tessuti di cotone e di seta.

Si importavano tele pesanti per l'inverno dalla penisola iberica, veli finissimi e trasparenti dalle isole greche, seta dalla Siria e dall'Egitto che lo importavano a loro volta dalla Cina e dall'India.

Nelle regioni più fredde si usavano anche pellicce con cui bordare o confezionare i mantelli, o feltro, sia per scarpe e cappelli che per capi di abbigliamento.

Esisteva pure il bisso, una seta prodotta nel Mar Mediterraneo, ricavata dalla secrezione di una conchiglia purtroppo scomparsa.

Se prima i tessuti erano di lana, canapa e lino, in età imperiale diventarono misti: lana e cotone; cotone e lino, cotone e seta.

I più preziosi erano i veli, le stoffe leggere e la seta, il damascato e le stoffe a strisce diversamente colorate, o ricamate o a inserti.

Nell'immagine della fig. (18-19), di un genio femminile, si ammira una bella tunica rossa, molto salita sulle ginocchia come a Roma non usava, ma la tradizione dei Lares era così, però con un bordo superiore rosso lavorato in oro, cioè un patagium, che scendeva lungo la veste, la quale era bordata con strisce di azzurro (segmentum).

Da notare anche gli stivaletti di cuoio con ricche frange leggere, tutta moda dell'epoca.

LA VESTIZIONE (21)

Nell'immagine (20) del Ratto d'Europa si può osservare come le romane usassero spesso generose scollature che lasciavano scoperta una spalla, a volte la veste lasciava già nuda la spalla, a volte invece la spallina scivolava giù col movimento, ma in modo molto calcolato.

Le romane, con grande rabbia dei moralisti, in epoca imperiale divennero maestre di seduzione.

Basti pensare al tintinnio che provocavano al loro passaggio, indossando leggere cavigliere con pendagli d'argento, od orecchini o bracciali tintinnanti ad arte.

Ed ecco una esemplificazione visiva (21) degli indumenti femminili romani di base, a cui si devono aggiungere: 

la cintura e tutti gli eventuali accessori, babilonicum, sciarpe, gioielli, patagium, ombrellino, cappellino, borsellino, bordi dorati o colorati, nastri, rica, frange, cerchi d'oro o retine ai capelli, diademi, ventagli ecc.



LA CINTURA

Per modellare la stola si usava il cingulum (23), una cintura di stoffa, o di pelle o di fibre naturali, liscio, o ritorto, o decorato con borchie od ornamenti in metallo, o pietre dure, oppure una striscia di seta intrecciata con una stoffa di diversa stoffa, magari opaca, o ambedue di seta lucida ma di diversi colori.

IL VENTAGLIO (22)
In genere si usava doppia, cioè con due giri uno sotto al petto e uno alla vita, ma più spesso uno dei giri incrociava sui seni mettendoli in evidenza e poi intorno alla vita.

A volte la cintura passava alla vita, sotto al petto e 'incrociava sulle spalle passando alle attaccature delle braccia.

Le donne variavano molto le loro vesti attraverso le cinture, di modo che con una stessa veste, variando l'applicazione della cintura e gli orpelli che vi ponevano, ne facevano un abito del tutto diverso.

Le cinture non erano quasi mai dello stesso colore della veste perchè ne era un accessorio per abbellimento.

In genere erano intonate ai nastri sui capelli, o alla borsetta (le romane le usavano), o all'ombrellino parasole, o al ventaglio (22) discostandosi dalla tinta del vestito, se erano di colore uguale magari erano lucide su un vestito opaco o viceversa.

I VARI CINGULUM (23)
L’uso della cintura era basilare, tanto che solo malfattori e prostitute non ne usavano (cioè andavano discinti) mentre ne era dispensata la donna gravida (incinta appunto, cioè non cinta da cui il termine usato ancora oggi) che però ricorreva ad una striscia di tessuto sotto il seno.

Questa della vita alta fu anch'essa una moda, che molto andò in epoca antica tra le romane tanto che la vita alta denotò in certe epoche moderne il cosiddetto stile impero, appunto di ispirazione romana.

La Francia con Napoleone, che fece molto uso dei simboli romani, per prima lanciò la moda dello stile impero nelle vesti delle donne e pure nel mobilio.



LE PIEGHE DELL'ABITO

Le pieghe dell’abito erano fondamentali, soprattutto le pieghe della palla, un taglio di stoffa rettangolare che copriva completamente la donna, compreso il capo, e che ne contornava il corpo con varie pieghe e ritorni tenuti su dalle braccia.

LE PIEGHE (24)

Era molto importante la disposizione delle pieghe, tanto che di solito una schiava addetta alla sistemazione delle pieghe nella vestizione della matrona .

Le donne romane infatti si cambiavano spesso e amavano fare belle mostra dei propri abiti nelle strade ma soprattutto alle terme che costituivano i salotti della capitale.

Talvolta le donne si coprivano la testa con un lembo della palla; nei tempi antichi era obbligatorio pena il ripudio, ma in era imperiale si portava esclusivamente nelle cerimonie.

Le pieghe potevano essere standardizzate ma pure di fantasia, e perfino sulle statue si notano le differenze. Notiamo la statua di Livia (24) nella veste della Dea Fortuna, dove un lembo ripiegato orna il fianco della veste.

(25)
L'immagine delle Dee nelle statue seguiva la moda dell'epoca, ovviamente senza tanti orpelli per non toglierne l'austerità e la dignità divina, però la moda delle pieghe era seguita anche nelle statue e nelle immagini pittoriche, ma più che mai nelle statue.

Teniamo conto poi che le statue non erano mai bianche, come sono giunte fino a noi, ma sempre e comunque colorate, perchè le statue dovevano apparire vive per fare il massimo effetto.

Infatti venivano colorate nell'incarnato, nelle vesti e nei gioielli, nonchè nei capelli, in genere biondi o castano chiari.

Questa statua infatti conserva in modo molto flebile una traccia dei colori con cui era stata dipinta.

Oggi a noi sembra di cattivo gusto, ma solo perchè il nostro gusto è influenzato da quello dell'epoca in cui viviamo.

L'immagine della statua n° (25) mette in evidenza tutte le vesti e sopravvesti della donna romana, nonchè le armille, ovvero delle spille dorate applicate sulla veste.

Le statue dipinte erano così veritiere che, come in questa, anche gli ornamenti venivano spesso applicati in bronzo dorato.

Nella statua sono evidenti le diverse vesti: la tunica, l'amictus e la stola. Da notare le pieghe, fittissime della tunica, più lievi nell'amictus e nella stola.

IL TUTUTLUS (26)

I CAPPELLI

Le donne romane non indossavano veri e propri cappelli, ma quasi sempre ponevano nastri sui capelli a diverse altezze (26), su una pettinatura raccolta dietro a crocchia, ma a ricci sciolti sul davanti, prima solo rossi poi di diversi colori, di seta e talvolta di velo ritorto, e pure una fascia piuttosto alta, il tutulus, che formava quasi un cono sui capelli aperto in cima.


Come già dicemmo le romane non amavano i cappelli, perchè preferivano mostrare le chiome e gli ornamenti del capo, però talvolta usavano dei cappellini di paglia, o di stoffa o di feltro, fatti a Tututlus.

(26)
Poteva essere di feltro rivestito magari di seta, o in damasco, o di velo colorato e magari trapunto di perline, o con veli ritorti intrecciati a formare rombi. Oppure ponevano una retina sottile, fitta o a rombi, di seta a cordoncino o di metallo argentato o dorato, ma pure in argento e d'oro, o tutta d'oro.

La retina però non era usuale perchè le romane tingevano i capelli e amavano anzitutto i capelli biondi che era pure il colore dei capelli degli Dei.

Tanto più che sovente spargevano sui capelli biondi una polverina dorata che li faceva splendere come fossero d'oro.

D’estate, i viaggiatori e coloro che assistevano agli spettacoli teatrali indossavano per ripararsi dai raggi del sole cappelli a tesa larga alla maniera dei greci, il pètaso (usato soprattutto dagli uomini). 

Questo cappello poteva essere di cuoio, di feltro e di paglia e per essere ben saldo aveva un sottogola.

Di paglia era anche il cappello conico detto "tholia" che spesso indossano le donne nel periodo caldo.

(27)
In un affresco rinvenuto nella Casa dei Dioscuri a Pompei è rappresentata davanti a una capanna di canne una donna seduta con un cappello in testa dalla forma conica, appunto il ‘tholia’ di paglia.

Insomma nell’antichità il cappello di paglia era già di gran moda, ovviamente si indossava nella stagione mite.

Le pettinature, a parte quelle spesso assurde delle imperatrici, che per quanto assurde venivano però seguite dalle donne della corte (le imperatrici facevano sempre tendenza), erano in genere raccolte sulla nuca e fermate da nastri e diademi, spesso con riccioli svolazzanti che incorniciavano il volto.

Quel che è certo è che nemmeno una schiava portava i capelli sciolti, ma tutte li raccoglievano in qualche modo, perchè sarebbe stato un grave segno di incuria non farlo.

(28)

Le donne romane ponevano nastri sui capelli a diverse altezze, su una pettinatura raccolta dietro a crocchia, ma a ricci sciolti sul davanti, prima solo rossi poi di diversi colori.

Le capigliature impegnative non interessavano solo le giovani ma anche le donne anziane, e anche se avessero subito la perdita dei capelli non dovevano temere: si provvedeva con posticci e parrucche, bionde o nere, come quelli di capelli veri fatti venire dall'India.

Ma i posticci non si usavano solo per la calvizie, perchè erano soprattutto un vezzo, si mettevano finti chignon dietro la nuca avvolti poi con i propri capelli, in ogni caso i posticci servivano a rendere le capigliature più voluminose, fino a ricordare a volte certe monumentali parrucche francesi del '600.

Talvolta il posticcio era il cercine, le trecce annodate sul capo che usavano le antiche romane per porre i pesi sulla testa senza schiacciare troppo il capo, talvolta misto a stracci di stoffa.
Ad esempio  Vibia Sabina, la moglie di Adriano, lo pose sulla fronte come ornamento lanciando una nuova moda.



IL CAPO COPERTO

Le donne romane sposate si riconoscevano in strada perché indossavano un copricapo, anticamente chiamato "rica". A volte a coprire la testa poteva essere il lembo della palla, sistemato come un cappuccio. 
PETTINATURA DI BAMBINA (29)


Sembra che Sulpicio Gallo, come racconta lo storico Valerio Massimo, avesse ripudiato sua moglie in epoca repubblicana perché si era mostrata in pubblico a capo scoperto. In età imperiale le cose cambiarono e le donne, sposate o meno, difficilmente andavano a capo coperto.

Sapevano bene che le chiome erano un segno di attrazione per gli uomini e non si privavano di questa arma di seduzione.

Fece eccezione Livia, la moglie di Augusto, donna di impeccabili costumi, che si ingioiellava poco, copriva bene il suo corpo e girava sempre a capo coperto, come un'antica matrona. D'altronde lei era così, ovvero ad Augusto lei piaceva così.


IL COLOR PORPORA (27)

I COLORI

In età repubblicana, gli unici colori disponibili erano quelli naturali ed i colori della lana lavata e schiarita con procedimenti che impiegavano l’ammoniaca. Con le conquiste, si ebbe un arricchimento non solo nell'importazione di stoffe o sostanze coloranti ma per l’utilizzo di sostanze presenti sul territorio, come appresero dagli Etruschi, estremamente ricchi di decorazioni e accessori.

(28)

Il colore più importante fu il porpora (27), importato dai Fenici; la sua preparazione richiedeva la lavorazione di un mollusco, il Murice, ma richiedendo tanti molluschi per la colorazione, ci si limitò al clavus, la banda color porpora che indicava l’appartenenza ad un determinato ordine, ed era molto costosa. 

Le romane usavano molto i colori e, al contrario degli uomini, molto poco il bianco, a meno che non fosse molto arabescato e ornato.

Però di solito al mattino usavano colori più pastellati, ma poichè usavano cambiarsi d'abito, nella veste serale, specie durante una cena, prediligevano i colori decisi e spesso sgargianti, ben visibili anche al lume delle candele.

Come oggi, si preferivano tinte più tenui nella stagione calda e più scuri nella stagione fredda.

Però le romane non portavano il nero, se non in qualche accessorio, tipo uno scialle, ma anche quello doveva essere ravvivato con un bordo dorato, o una stoffa screziata con altro colore e magari con un bordo e una frangia di colore vivo.

La tintura dei tessuti era praticata soprattutto in Medio Oriente, e i veri maestri della tintura furono gli Egizi, che tingevano il lino con i colori ricavati da diverse piante: 

- l'hennè (Lawsonia inermis, pianta), utilizzato anche per tingere i capelli sul rosso;
- il cartamo (pianta Cartamo Cahartamus), dal quale si ricavavano giallo e rosso,
- lo zafferano, per il giallo in varie gradazioni (pianta nostrana);
- l'azzurro veniva estratto da alcune specie di indigofera (pianta indigofera tictoria), dai lapislazzuli (pietre dure preziose) e da alcuni Sali di rame.

TINTURE AL MIRTILLO (29)

I Cinesi tingevano la seta:

- in giallo e rosso con il cartamo,
- in blue e lilla col mirtillo,
- il giallo col sommaco (pianta anche nostrana)
- l'indaco, ma anche con altri colori naturali la cui provenienza ancore ignoriamo.
Questi colori mediante l'India giunsero anche ai romani. 

Gli Etruschi utilizzavano:

- la robbia (pianta Robia tinctorum) per il rosso,
- il pastello (impasto di ocra, o argilla, o allume) che dava diversi colori,
- il guado (isatis tinctoria) per il celeste e lo zafferano per il giallo.

I popoli italici conobbero la tintura delle stoffe attraverso i contatti commerciali: così, i Tarantini divennero esperti nella tintura con la porpora e l'oricello, un lichene.



I COLORI USATI A ROMA

COLORI PASTELLO E GUADO (30)

Predominavano diversi colori:
- dallo zafferano una bellissima tintura gialla, più aranciata o più pallida a seconda della tinta impiegata;
- un altro giallo veniva ottenuto con la reseda (pianta nostrana);
- altri tipi di giallo si ricavavano dalla curcuma e dalla ginestra;
- dall'uva bianca si otteneva il verde;
- dall'uva bianca mista con l'uva nera il viola;
- con l'uva nera le tinte dal grigio al bruno;
- colla bava del mollusco Murex, si otteneva il color porpora, 
- ma anche con l'oricello (rocella tinctoria, un lichene) che a volte mescolavano alla porpora per diminuirne il prezzo;
- il porpora insieme al mollusco essiccato e tritato, dava una sfumatura bluastra, l'“oltremare purpureo”;
- dal fiordaliso si otteneva l'indaco, che secondo Vitruvio veniva dall'India.

Si usavano pure ocre minerali con ossidi idrati di ferro per ottenere i colori più svariati.
- Dal mallo di noce si otteneva il bruno e il nero.

- Dalla malva si ricavava l'azzurro.

I colori venivano usati anche per decorare i bordi della Palla con disegni a tinte sfumate, motivi geometrici, animali o corpi umani, ma stilizzati, mentre i più ricchi usavano bordi decorati anche con fili d’oro e argento.

GIALLO ZAFFERANO E VERDE UVA (32)

I BOTTONI

Contrariamente a ciò che si pensa i Romani sapevano cucire le stoffe, usando aghi d'avorio o d'osso, per applicazioni di strisce di stoffa, o per cuciture vere e proprie, o per applicazioni di spillette e bottoni preziosi.

Invece non conoscevano le asole, per cui i bottoni erano cuciti sulle stoffe ed erano puramente ornamentali. 
Potevano essere di stoffa, di metallo, anche con pietre incastonate sia in pietra dura che in pietra preziosa o in pasta vitrea, oppure in feltro rivestito di seta. 



CAMBIARE L'ABITO

Un bell'abito costava molto per cui gli antichi non avevano il guardaroba come noi moderni, però le donne avevano come ora la necessità di cambiarsi il vestito.

LA DOPPIA TINTA (31)

Per questo c'erano gli Offectores, artigiani addetti a caricare di colore i tessuti neutri, mentre gli Infectores ne cambiavano direttamente il colore. Un abito già portato poteva essere modificato cambiandone il colore, aggiungendovi una balza di seta colorata o cambiando la cintura e il Babilonicum.

I vasti commerci romani fecero giungere di tutto nel suolo italico, e a Roma, come nelle altre città, le fulloniche (lavanderie-tintorie) tingevano per le dame romane le loro vesti cambiandogli spesso colore, cosa che faceva di un vestito vecchio un nuovo vestito da poter sfoggiare alle terme o nelle numerosissime feste romane.

In Roma, abbandonata l'austerità imposta dai padri fondatori della Repubblica, nel II sec. a.c. la tintoria, la fullonica, era talmente evoluta, che si contavano diverse corporazioni a seconda delle sostanze usate per tingere le stoffe:
- i Crocearii per il giallo,
- i Violarii per il viola
- le Officinae Purpurinae per il porpora.

Le donne Romane poi non avevano solo stoffe in tinta unita ma anche a strisce, a fiori e a motivi geometrici, come dimostrano numerosi busti romani i cui vestiti erano imitati dal marmo, e pure ricamate o intessute a telaio a disegni vari.

(33)
Usando più o meno colorante si ottenevano stoffe più chiare e più scure, che a volte venivano unite per dare delle sfumature diverse ai diversi teli di un'unica tunica, (31) creando toni quasi sfumati.

Questo si faceva nelle stesse fulloniche, dove le stoffe venivano immerse e calpestate dagli schiavi creando stoffe con diverse sfumature di colore, cioè un colore non omogeneo, o invece si usavano due recipienti dove era stato immesso lo stesso colore ma in quantità diverse, per dare lo stesso colore più chiaro o più scuro, ma omogeneo.

Poi la stoffa veniva tagliata in teli di diverse sfumature e questi venivano uniti nel corpetto e sulle maniche con nastri e bottoni, lasciando che la parte inferiore fosse libera in modo da fluttuare col vento facendo un effetto di leggerezza come un petalo di fiore, e pure con un effetto di vedo non vedo. Questo effetto si raggiungeva in genere con le tinture nostrane.

Molte stoffe e tinte venivano però importate e Plinio il Vecchio denunciava con scandalo:

"Oggi si vanno a comprare i vestiti di seta in Cina, si vanno a pescare le perle in fondo al Mar Rosso, a trovare nelle viscere della Terra gli smeraldi, oggi addirittura si è inventati di bucarsi il lobo delle orecchie: non bastava portare i gioielli nelle mani, sul collo o fra i capelli, dovevano essere conficcati anche nel corpo."

I BOTTONI (34)
Ebbene, l'usanza di bucarsi le orecchie lo avevano già le antiche romane, che a volte indossavano più collane contemporaneamente o anelli a tutte le dita, comprese quelle dei piedi. E indossavano anche cerchi d'oro o d'argento sui capelli, e retine d'oro che avvolgevano la mano dall'anello al polso.

I colori comunque venivano usati anche per decorare i bordi della Palla con disegni a tinte sfumate, motivi geometrici, animali o corpi umani, ma stilizzati, mentre i più ricchi usavano bordi decorati anche con fili d’oro e argento.

Ma non dimentichiamo gli accessori, importantissimi per la raffinata matrona romana. Le borse erano di stoffa o di cuoio, in genere intarsiato e dipinto, con borchie di bronzo dorato in varie fogge, chiuse da nastri ritorti o strisce sottili di cuoio colorato. Era una specie di sacca piccola ma molto visibile, a volte addirittura con dipinti sul cuoio dei motivi geometrici o dei simboli.

(35)

LA BELLEZZA DEI COSTUMI

Le statue rendono poco la bellezza delle vesti romane femminili, perchè in origine erano dipinte ed ora sono candide. La statua di Vibia Sabina ad esempio, quella trasferita indebitamente in USA ed ora tornata in Italia, dalle poche tracce di colore rimasto, si vede che era di un bel rosso acceso.

LE VESTI DIPINTE (36)

Se l'imperatrice poteva permettersi, come Augusta e come divina, una veste rosso acceso, figuriamoci le donne mortali romane, che si permettevano di tutto con grande rabbia dei moralisti. Oggi nessuna regina o first lady vestirebbe di rosso nelle cerimonie ufficiali, invece l'imperatrice Vibia si, ed era la moglie di Adriano.

Le donne ponevano tinte su tinte, creando sfumature o piacevoli contrasti nelle stoffe, e si davano un tocco di sensualità annodandosi il babilonicum sul ventre, rimarcando così inequivocabilmente le forme del corpo.

Oppure il babilonicum veniva gettato sulle spalle lasciandolo scendere sulla veste, o poggiato su un'unica spalla, magari damascato o di stoffa operata, talvolta con lunghe frange dorate.

In genere il babilonicum veniva fermato con un'armilla di vari materiali, se possibile di oro e pietre preziose, o magari di bronzo dorato con paste vitree molto simili a quelle, o almeno altrettanto belle.

LA VESTE SBLUSATA (38)

Le pettinature, a parte quelle spesso assurde delle imperatrici, erano in genere raccolte sulla nuca e fermate da nastri e diademi, spesso con riccioli svolazzanti che incorniciavano il volto.

Insomma girando per Roma avremmo visto abbigliamenti di tutti i colori, dai vivaci ai pastello, con vesti e nastri svolazzanti, con gioielli tintinnanti e ventagli, con scialli portati in varie fogge e di vario colore, con veli e sete che forse oggi non oseremmo portare.

Senza contare che una veste fino ai piedi slancia la figura e ondeggia attorno alle caviglie dando notevole grazia alla figura. D'altronde le romane avevano pure suole con tacchi a zeppa che le alzavano se bassine.

E non erano vesti castigate come quelle greche, perchè le romane con cinture e cordoncini dorati mettevano in evidenza vita e seni, e si ingioiellavano parecchio, con guarnizioni povere o preziose, cingendo le braccia, i polsi, il capo, la vita, il collo e le caviglie, a parte le dita, delle mani e pure dei piedi. Le cavigliere prima di noi le hanno inventate i Romani.

Ma non finiva qui, perchè in epoca imperiale si usavano vesti ottenute da sete finemente dipinte (36), o ricamate a filo d'oro, unite a stoffe di velo che ne richiamavano il colore, con bordi dorati e nastri di seta passanti nel corpetto.

Questi venivano poi uniti da armille in oro su cui venivano incastonate ambre, corniole o ametiste chiarissime che fungevano da bottoni, naturalmente si trattava di vesti costosissime che solo i più ricchi potevano permettersi.

(37)

LE SBLUSATURE

Per mezzo delle cinture, in genere di stoffa, in seta ritorta o liscia, o a treccia di tessuto, o a tessuto ritorto, o a striscia doppia, le donne sblusavano (38) i loro vestiti sotto al seno, o al punto vita, o sui fianchi, o ancora più in basso per far spuntare sotto un'altra veste in colore diverso ma armonizzato.

La sblusatura è antichissima e la usavano pure le donne greche. per ottenere un buon risultato però era necessario ricorrevi quando la stoffa dell'abito era molto leggera ma non trasparente, altrimenti si scorgeva la ripiegatura.



LE MANICHE LUNGHE

Il clima di Roma non è mai stato molto freddo neppure nelle stagioni invernali che sono piuttosto miti, inoltre all'epoca, non essendoci i termosifoni, la gente era abituata a climi meno temperati, per il fatto ormai risaputo che più l'essere umano scalda la sua casa, più sente l'esigenza di un clima più mite.

LE MANICHE LUNGHE (38)

I romani scaldavano le loro case solo se il clima era decisamente freddo, e sicuramente sentivano meno freddo di noi, gli uomini poi, abituati all'aperto dalle continue guerre, ne risentivano ancor meno delle donne.

Pertanto sarebbe stato giudicato effeminato che un uomo indossasse tuniche a maniche lunghe, ammesse invece per le donne.

In caso di pioggia o di freddo si ricorreva ad una seconda o più tuniche come nel caso di Ottaviano Augusto che per la sua predisposizione a raffreddori e bronchiti, in inverno indossava almeno quattro tuniche, ma mai le maniche lunghe.

In realtà le donne romane indossavano:

- o le vesti prive di maniche,
- o con delle maniche corte,
- oppure con delle maniche lunghe, che si ottenevano facendo scivolare di più una parte della tunica oltre le spalle. Insomma vestivano in grande libertà.



LE POPOLANE

L'abbigliamento più semplice apparteneva ai tempi più arcaici o al popolino, a parte servi e schiavi che potevano contentarsi di una clamide e poco più.

Ma non si pensi che le donne plebee non avessero i loro sfizi, perchè in ogni caso ponevano nastri e fiori tra i capelli, spille di bronzo o di rame sulle vesti e gioielli anch'essi di rame o bronzo.
Certamente non usavano le raffinate pettinature delle patrizie, anche se nell'impero c'erano famiglie plebee e addirittura liberte più ricche di tanti patrizi.



ALLE TERME

Le donne romane nell'abbigliamento davano il meglio di sè nelle feste o nelle terme, soprattutto in queste ultime perchè alle terme si andava tutti i giorni.

(39)
I romani, e le romane, passavano quasi metà del loro tempo alle Terme, dove si poteva spettegolare, informare, tifare per un magistrato o per un gladiatore, filosofeggiare in biblioteca coi filosofi, ascoltare l'oratore che si offriva come avvocato al pubblico, o guardare gli spettacoli.

Nelle terme si esibivano infatti saltimbanchi, danzatori, musici, poeti, attori, mimi, ma non mancavano venditori di cibo, di scialli e nastri, di oggetti di vimini, di bigiotteria, di stoffe, di scarpe e di profumi.

Il fatto è che alle terme andavano tutti, o almeno tutti quelli che non lavoravano o quando non lavoravano. Ci andavano nobili e plebei, liberti e pure schiavi.

Qui le ragazze potevano mostrarsi agli uomini anche se i bagni erano separati, ma vi erano molti ambienti in comune, librerie, spettacoli, musica, sale di convegni, sale di fast food dove si mangiava anche in piedi e pure si beveva.

Insomma le terme erano un luogo dove farsi vedere e vestirsi in modo un po' più spregiudicato, tanto è vero che ogni tanto un imperatore moralista faceva separare i due sessi in due reparti o a giorni alterni.

Tuttavia l'incontro non poteva determinare un matrimonio se non molto indirettamente perchè a deciderlo erano i genitori, ma per trovarsi un amante andava benissimo, e le donne divorziate, ma a volte pure le sposate, non lo disdegnavano affatto.

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LA SEMPLICITA'

Il massimo della semplicità per le romane era indossare una veste unica con un solo colore. Ma non ci si deve ingannare, perchè in tal caso la veste era di velo, amplissima e in genere di un colore molto caldo, indossato in modo che ad ogni movimento della donna la veste diventasse una nuvola ondeggiante.

Un abito come quello qui presso della fanciulla dormiente,  si può capire che per quanto apparentemente semplice, non passava inosservato. Del resto le romane non volevano mai passare inosservate, e i gioielli facevano il resto.

LA GHIRLANDA SUL CAPO (41)

Per il resto era un industriarsi con accoppiamenti di indumenti variamente colorati e adornati, a volte stampati, o arricchiti con arricciature, balze, bordi dorati, fili argentati o dorati, perle, pietre dure, fibbie e fibule che, appuntate sulla veste, completavano l'abbigliamento.

Naturalmente c'erano anche i fiori di cui le donne si adornavano volentieri, ma pure le borsette, le scarpe e gli ombrellini, il tutto colorato all'occorrenza in modo armonioso col resto dell'abbigliamento.

I fiori e i nastri erano amatissimi tanto che il lavoro dei fiorai era florido.

Uomini e donne si adornavano il capo con ghirlande di fiori, nei banchetti innanzi tutto, ma pure nei circhi e negli stadi, alle terme, nelle cerimonie religiose e pure per andare a passeggio.

In ogni mercato, in ogni foro, e soprattutto alle terme, le fioraie usavano vendere fiori freschi alle belle romane, affinchè potessero agghindarsene scegliendo i colori più intonati con i loro abiti.

(42)

Usavano tanto le ghirlande da poggiare sui capelli quanto i mazzolini annodati sulla veste, sulle borsette o alle cinture. Alcune ponevano fiori sui sandali e sui ventagli, tanto è vero che gli uomini romani spesso donavano fiori alle loro amorose, molto di più forse di quanto si usi oggi.

Le donne dell'aristocrazia, nonchè della classe commerciale più abbiente, amava cambiarsi spesso d'abito, tanto che a casa avevano intere casse colme di tuniche, mantelli, scialli e così via.

Molte di queste stoffe non richiedevano di essere stirate, perchè usavano una sorta di "stoffe gualcite", ma altre richiedevano la classica stiratura.

Infatti i romani stiravano le vesti, utilizzando piastre di bronzo con lunghi manici che venivano riscaldate e poi passate sulle stoffe ben stese. 

Grazie agli affreschi di Pompei, ci siamo fatti un 'idea della lavanderia romana di 2.000 anni fa, il Funiculum.

Era una bottega in cui i romani portavano i vestiti a lavare e stirare, e dove veniva praticata la stiratura a freddo o “lisciatura”. 

Per pieghettare le tuniche i romani avevano adottato la stessa tecnica degli Egizi, trattavano il tessuto e poi lo stiravano, lisciandolo. 

Ma il trattamento veniva fatto con una soluzione un po' strana: una mistura di acqua, liscivia e urina umana.

Naturalmente le vesti non emanavano un cattivo odore perchè di solito vi si aggiungevano delle essenze odorose, sia alla mistura, sia dopo sulle vesti asciutte.

(43)

Le romane amavano impomatarsi e profumarsi, per questo avevano nella domus casse e cassette per riporre le vesti, che venivano piegate e rinchiuse una sopra l'altra. Naturalmente se abbienti avevano la cassa per le tuniche, quella per i ricini, quella per i babilonicum e quella per le cinture, con nastri di diversa grandezza e colore.

C'era poi la cassa invernale con i mantelli di pelle e di pelliccia e le vesti di lana per ripararsi dal freddo. Ma non avevano nè impermeabili nè ombrelli. Al massimo avevano i cappucci dei mantelli che tiravano su per coprirsi il capo.

Avevano in più le casse per riporre le scarpe e gli stivali, e le borse e gli ombrellini estivi.

Non possedevano neppure i guanti, gli unici di cui si ha notizia erano semplici sacchetti da legare ai polsi, solo più tardi si separò prima il pollice, poi le altre dita. 

Sembra che i Greci non li usassero, mentre i Romani, che li usavano, distinguevano tra digitalia (per le dita) e manicae (interi). Però non ne fecero un fatto di moda, cosa che verrà solo nel medioevo.

Infatti li usavano solo gli agricoltori per ripararsi le mani, o comunque nei mesi freddi il popolino. Le donne non ne usarono se non quando il suolo italico fu invaso dalla moda dei barbari del nord.

Montare e smontare un abbigliamento completo era un vero piacere per le romane del periodo imperiale e le donne vi passavano un tempo discreto sia per pettinarsi, che per truccarsi che per vestirsi e infine ingioiellarsi.

Le vesti avevano i loro ornamenti, non solo cinture e nastri ma pure fibule e bottoni di varie fogge e con vari materiali.

FIBULA IN ORO CLASSICA (44)

LE FIBULE

Le fibule, un elemento essenziale per fermare i vestiti, erano nei periodi più arcaici di bronzo e più tardi di ferro, ma si diffusero poi d'argento o d'oro e, in età imperiale, anche decorate con gemme. 

Le dimensioni potevano variare dai 2 ai 50 cm, anche se raramente superavano i 20 cm.

FIBULA IN ORO A FOGGIA DI APE (45)
Queste avevano un modello base di zampa di tavolo, cioè una parte diritta e una arcuata e decorata, perchè in realtà servivano come spille di sicurezza, ma in seguito divennero unicamente motivo di ornamento, anche se servivano a reggere un lembo della veste o un mantello.

Naturalmente poi la fantasia si sbizzarrì e si inventarono svariate fogge di fibule, come la fig. (45), eseguita a foggia di civetta, o quella eseguita a foggia di ape.

La forma più classica però era quella arcuata della fig. (44), che però divenne nel tempo più preziosa ed elaborata. Le fibule potevano anche avere le forme più strane, per esempio di animali.
Sovente avevano la forma di civetta o gufo, sacri a Minerva.

FIBULE IN BRONZO A FORMA DI CIVETTA (46)
Le fibule potevano essere allacciate ovunque, sulla borsetta, su un nastro, sulla cintura, sulla veste o sulla sopravveste, sul lungo mantello o sul mantello corto, o sul cappellino, o sulle scarpe.

FIBULA IN ORO E ZAFFIRO (47)
Anzi se ne potevano indossare diverse, e ne indossavano diverse, in genere intonate tra loro, per esempio solo di animali, o di simboli orientali, o tutte con cristalli di rocca, o tutte in pietre dure, tutte in oro o tutte in argento, o tutte con pendagli e così via,

Poi c'erano le fibbie per allacciare le cinture di cuoio, o la borsa di cuoio, o le scarpe.

Anch'esse erano in rame, ferro, argento o oro. con pietre o meno.

Anch'esse potevano essere diverse e di diversa foggia, e come le fibule, una sola di esse poteva valere un capitale, ne fa fede la fibula (47), con un splendido zaffiro a cabochon con varie pietrine di contorno, su oro massiccio, il cosiddetto "oro matto" dei romani.



I GIOIELLI

AMULETO (48)
L'oro lavorato dai romani era particolare, in quanto lavorato non a 18 carati come il nostro attuale ma a 22 carati, il che significa che su 1000 parti di metallo in lega, 916,667 sono in oro. 

La percentuale di 916,667/1000 è quella con il massimo contento di oro che permette la lavorazione dello stesso, infatti l'oro puro non è lavorabile perchè troppo cedevole.
In Italia la legge consente come caratura minima i 18 kt (750,000/1000) che è la caratura di gran lunga la più usata, mentre ad esempio negli USA sono consentiti anche i 9 kt. Nell'argento i romani lavoravano i 925 kt., mentre in Italia si lavora quasi esclusivamente a 800 kt, mentre nei paesi anglosassoni si è mantenuta per l'argento la caratura di 925 su 1000.

Questa alta caratura non solo impreziosisce il gioiello ma gli dà quel tono particolarmente caldo dell'oro antico, che sembra satinato e di un dorato più scuro.

Naturalmente il tutto era corredato con una vistosa serie di gioielli, perchè le romane si coprivano di collane, bracciali, anelli e catenelle varie.

Infatti le collane potevano essere a diversi giri, corte o lunghe fino alla vita, tutte d'oro o con pietre preziose, o con perle, o in argento o in bronzo, o in pasta vitrea di diversi colori e forme.

ANELLO DOPPIO (49)
A volte erano una catena d'oro o d'argento cui veniva appeso un amuleto (46) per portare fortuna, o una statuina di divinità cui si era devoti.

I classici bracciali romani erano le "armille" bracciali a molla che si ponevano sull'avambraccio, raffiguranti per lo più un serpente, in oro o in argento o in bronzo, dove spesso l'occhio del serpente era in smeraldo o in pasta vitrea.

Il serpente, sacro alla Dea Tellus, poteva essere a spirale unica o con due o tre spirali, raramente di più.

Ma vi erano pure i bracciali posti liberi sul braccio come usa oggi, e anche qui ci si sbizzarriva con le varie pietre e i vari metalli preziosi o meno.

DIADEMA LAUREATO (50)
Le donne romane non potevano uscire senza orecchini e anche qui di tantissime fogge, ma particolari erano degli orecchini molto leggeri in argento che accoglievano al loro interno delle palline, anch'esse in argento, che, al passo di chi l'indossava, tintinnavano piacevolmente di un suono argentino.

Aggiungiamo che le cavigliere, cioè le catenine che a volte si indossano oggi appunto alle caviglie, non sono odierne ma già le indossavano le romane, in genere con tanti pendagli, neanche a dirlo, anch'essi tintinnanti.

Sugli anelli si può immaginare le mille fogge, compresi gli anelli doppi con due castoni, o contenenti un elisir, senza contare che le donne potevano indossare diversi anelli contemporaneamente, ma non solo sulle dita delle mani, ma pure sulle dita dei piedi.

L'anello dell'immagine (40) è il cosiddetto anello doppio, particolare perchè ha un doppio castone con due diverse pietre, così diverse che una sembra un granato a cabochon (ricurvo) mentre l'altro, anch'esso ovale è piatto e potrebbe essere una pasta vitrea.

Stranamente i romani accoppiavano indifferentemente le pietre preziose alle paste vitree, che erano si costose, ma non paragonabili alle altre.

RETINA IN ORO PER CAPELLI (51)
Sui diademi poi c'era tutto un mondo, perchè le romane, su cerchietti d'oro, facevano applicare delle retine leggere, anch'esse d'oro, che contenevano i capelli acconciati.

Naturalmente le reticelle potevano essere anche in argento dorato, anch'esso metallo molto duttile e malleabile che poteva pertanto essere ridotto a filo. (51)

Oppure sui cerchi applicavano vari pendagli attaccati a catenine di diversa lunghezza, in modo che si sparpagliassero sulle chiome.

Talvolta le romane si facevano intrecciare fili di perle tra i capelli, o trecce d'oro morbido,

Oppure vi facevano saldare delle foglie o dei fiori sempre in oro o argento (50), che formavano una specie di ghirlanda o di "corona laureata".

DIADEMA A DOPPIO CERCHIO (52)
Altro uso erano i puri e semplici cerchi d'oro sui capelli, a filo o piatti, a un cerchio (in realtà un semicerchio, come quello che oggi usano le bambine), a due cerchi o a tre cerchi, uniti alle estremità da una vite in modo da poterli aprire di più o di meno come aggradava (52).

L'uso di cerchi e cerchietti riguardò anche i bracciali, anche questi a filo o piatti, sottili e leggeri, in oro o argento o misti, rame compreso. La maggior parte però usava l'argento, sempre per quel principio di far "ascoltare" la propria presenza.

L'argento infatti a contatto con altro argento produce quel particolare suono, che infatti si dice argentino, che altri metalli non hanno.

Questi cerchi da braccio potevano essere lisci o lavorati, per esempio ritorti o incisi se erano piatti. Potevano essere sciolti o uniti da barrette. Ma i romani, anzi le romane, avevano anche il culto dei cammei e della pietre dure.

(51)

I CAMMEI

I cammei erano e sono, perchè ancora se ne producono, dei gioielli realizzati attraverso l'incisione di una pietra stratificata, in genere di l'onice, o di una conchiglia, in particolare la Cypraecassis rufa, la Cassis madascarensis e la Cassis cornuta.

Queste conchiglie, della famiglia della Cassis, hanno una superficie costituita da due strati di colore distinti, il che permette di isolare nitidamente dal fondo la figura in rilievo.

CAMMEO DI AUGUSTO (53)
Ma c'erano anche i cosiddetti "niccoli", che si usava intagliare in alcuni diaspri che hanno una struttura colorata a strati.

C'erano poi anelli e bracciali in pietra dura senza l'aggiunta di metalli. Venivano importati dall'oriente e costavano poco.

Ma sui gioielli ci riserviamo di approfondire in articoli a parte. In questo post desideriamo solo far capire quanto i gioielli facessero parte dell'abbigliamento.

L'epoca imperiale operò un grande riscatto sulla donna sotto molti profili, compreso il fatto che poterono divorziare, il che dette loro una grande libertà. Le donne si emanciparono nel lavoro e pure nel divertimento.
Giovenale è sconvolto che la donna viva accanto al coniuge coi suoi pari diritti:
« Vivit tamquam vicina mariti » (Giovenale, VI)

Ma per giunta vogliono lasciarsi andare alle avventure come fanno i loro consorti:
« Ut faceres tu quod velle, nec non ego possem Indulgere mihi; clames licet et mare caelo Confundas, homo sum » (Giovenale, VI)
« Si era d'accordo che tu facessi quel che volevi, ma che anch'io potessi darmi al bel tempo. Grida quanto ti pare, sconvolgi pure mare e cielo: sono un essere umano anch'io! »


10 comment:

Anonimo ha detto...

mi sa che vestivano meglio di adesso.

Anonimo ha detto...

Hai ragione

Anonimo ha detto...

Bellissimo e molto ricco di informazioni, ma qualcuno può indirizzarmi a conoscere meglio i riti del battesimo in epoca romana? grazie!

Anonimo ha detto...

sembra il vestiario di una tribù di masai che finisce in un clima via via più rigido...

Unknown on 1 maggio 2017 14:28 ha detto...

molto interessante

Anonimo ha detto...

non c'è scritto niente sul sacerdote, ma vi pare normale una cosa del genere??????????????????!!!!!?!?1'''1'1'1'1'

Anonimo ha detto...

AVETE RAGIONE, LA MODA È DEGENERATA

Anonimo ha detto...

Non c'è scritto niente sul sacerdote perché tratta un'epoca in cui non esisteva questa figura (ἱερεύς) in quanto casta sacerdotale con regole precise.

Anonimo ha detto...

Buonasera. Ritengo che il vostro sito sia veramente dettagliato ma mi farebbe piacere avere qualche informazione in più sulla bibliografia di riferimento ad esempio dell'abbigliamento maschile e femminile. Grazie

Unknown on 1 dicembre 2018 13:45 ha detto...

👍👍

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