IL CAVALLO ROMANO





OMERO - ILIADE - (IX secolo a.c.) XVII libro:

(Xanto e Balìo erano cavalli immortali donati da Poseidone a Peleo, padre di Achille, in occasione delle sue nozze con Teti)

"Patroclo come videro ucciso, lui che era così valente,
forte e giovane, cominciarono a piangere i cavalli d'Achille.
La loro indole immortale indignazione provò
per questo fatto di morte che di fronte ai loro occhi si mostrò.
Scuotevano le teste, le lunghe criniere si muovevano,
la terra battevano con gli zoccoli, e forte gemevano per Patroclo.
Palese divenne che la sua vita era annientata,
un vile pezzo di carne, l'anima sua volata via, indifeso,
 senza più respirare, diretto dalla vita verso il Nulla, un mare.
Le lacrime degli immortali cavalli vide Poseidone e provò dolore:
alle nozze di Pèleo davvero sconsiderato son stato! 
Era meglio non regalare gli sventurati miei cavalli. 
Cosa vi aspettavate dai disgraziati esseri umani, 
burattini nelle mani della sorte! Voi, 
che vecchiaia non coglie e morte, 
d'effimera vita provate dolore. 
La rete del male vi ha presi”.
Intanto la sete di pianto perpetua non si esauriva
e i nobili cavalli la sorte di morte feriva." 

(Omero - Il pianto dei cavalli di Achille )


EQUORUM ORNAMENTA - COLONNA TRAIANA


PRIMA DEI ROMANI

In base ai dati archeologici  sin dall’inizio del II millennio a.c. il cavallo, ovvero l' "Equus ferus caballus", cioè il cavallo addomesticato, viene impiegato come cavalcatura e assume un particolare ruolo anche in battaglia, sia come animale da sella, sia come tiro di micidiali carri da combattimento. Nell'area del Gran Paradiso il cavallo domestico compare alla fine dell’età del Bronzo, usato dai proto-celti nell'XI – X secolo a.c.

Dal I millennio a.c. il cavallo venne impiegato come cavalcatura presso le comunità stanziali delle Alpi Occidentali. Di cavalli disponevano con certezza i principi celti o proto-celti sepolti nelle grandi tombe a tumulo di Aosta e di Emarèse (AO) o in quello di Perosa Canavese (TO). Nel corso del I millennio a.c. si consolida l'uso del cavallo in guerra, tutti i nemici ne sono forniti.

ORNAMENTA DI BRONZO


EPOCA ROMANA

Con l'occupazione di Roma da parte degli Etruschi, si narra che Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, riformò la classe dei cavalieri.

Egli decise, infatti, di raddoppiare il numero delle tribù fino ad allora in numero di tre: Ramnes, Tities e Luceres e di aggiungerne altre tre, a cui diede un differente denominazione.
Queste ultime furono chiamate posteriores o sex suffragia, ed erano costituite da ulteriori 600 cavalieri.

La riforma successiva apportata da Servio Tullio, oltre a coinvolgere la fanteria, riguardò anche la cavalleria, dove dispose di reclutare gli equites oltre alle precedenti 6 centurie dal fiore dell'aristocrazia cittadina, altre 12 centurie: per un totale 18 centurie. Secondo Alfonso De Francisci, la cavalleria venne organizzata non più in centuriae, ma in turmae.

Per l'acquisto dei cavalli l'erario stabilì, inoltre, lo stanziamento annuo di 10.000 assi a centuria, mentre sancì che fossero le donne non sposate a pagarne il mantenimento degli stessi con 2.000 assi annui a centuria. Tale costo fu più tardi trasferito alle classi più ricche.

In sostanza l'esercito serviano contava ora di 1.800 cavalieri e 17.000 fanti potenzialmente atti alle armi (suddivisi in 5 classi ed in 170 centurie) oltre ad alcune unità speciali per un totale di 193 centurie. Si trattava di 2 compagini legionarie, una utilizzata per difendere la città e l'altra per compiere campagne militari esterne

Infine i romani, tipicamente organizzati con un esercito di sola fanteria straordinariamente disciplinata ed efficiente (legioni), impiegavano il cavallo come cavalcatura degli ufficiali, i quali dovevano disporre di un'elevata mobilità lungo il fronte di battaglia.

I necessari apporti della cavalleria da combattimento erano invece risolti dai romani con squadroni mercenari, che operavano al fianco delle truppe regolari sin dal II secolo a.c., e questo si protrasse per tutta la lunga storia dell’Impero.

Tutte le grandi conquiste vennero associate al cavallo. La storia greca ci ha tramandato la vicenda di Bucefalo, il cavallo del più grande conquistatore dell'antichità: Alessandro Magno, ma sono noti i nomi dei cavalli di numerosi imperatori romani, come Asturcone, il cavallo di Giulio Cesare e come Incitatus, il cavallo di Caligola.



IL CAVALLO ROMANO


L'esercito romano, come al solito in ogni modo e in ogni campo dell'efficienza romana, era una fucina di sperimentazione. I cavalli che utilizzavano i romani e che nel I e II secolo d.c. percorrevano quotidianamente la strada delle Gallie attraverso la Valle d'Aosta erano ormai piuttosto simili a quelli che vediamo oggi.

I romani utilizzavano i cavalli, oltre che nelle gare degli ippodromi (soprattutto gare di bighe che appassionavano per la velocità e la violenza dei contendenti), anche nelle venationes, ovvero nei combattimenti contro le fiere nei circhi. Fu durante l’età romana che venne a formarsi la classe sociale dei cavalieri, tratta dall’aristocrazia, non sempre italica e spesso di origine barbara, ma nobilitata dalla cittadinanza romana in base alla lex pompeia.



CAVALLO DELLA MAREMMA LAZIALE

Il cavallo caratteristico degli antichi romani, almeno all'inizio e per lungo tempo, fu quello della maremma laziale, tanto è vero che nel 2010 è stato inserito dal MiPAF nel "registro delle razze autoctone", come razza originaria della Maremma Laziale.

Esso presenta un mantello baio in tutte le gradazioni, o morello, o sauro o grigio, ha la testa lunga con collo muscoloso e arcuato; criniera lunga e folta; coda bassa, folta e lunga, petto ampio, zampe muscolose e robuste; temperamento: docile e coraggioso.

Nel mondo antico, e a roma in particolare, i cavalli rappresentavano una risorsa bellica fondamentale e spesso cruciale per la superiorità sui campi di battaglia. Se ne studiavano le razze, l'addestramento la bardatura e le decorazioni. I cavalli li avevano quelli che potevano permetterselo, ma in seguito i cavalieri vennero stipendiati e il loro cavallo era fornito dallo stato.

I cavalieri romani, gli equites, provenivano da un ceto elevato della popolazione, un ceto che tenevano a mostrare mediante l'armatura e gli ornamenta del cavallo, ornamenta che potevano essere in bronzo.

Mentre i muli erano fondamentali per il trasporto di carri, raramente per lo stesso scopo erano usati i cavalli, anche perchè l'equis romano viveva un po' in simbiosi col suo cavallo. Gli dava un nome, lo addestrava, ci parlava, lo accarezzava o lo rimproverava, gli forniva il cibo e le cure.

Cesare fornì il suo esercito di medici e di veterinari, perchè costava meno pagare dei professionisti che rimetterci uomini e animali, ma soprattutto perchè il morale delle truppe era più alto se si sentiva rassicurato dalla possibilità delle cure, per se stessi e per i cavalli.

Questa affezione verso questi animali si notava anche nella cura che i cavalieri ponevano nel bardare in modo elegante e prezioso il proprio cavallo. Non solo dava lustro al suo padrone ma spesso le bardature erano degli emblemi che il cavaliere ripeteva sulla propria armatura, come a formare un legame anche visivo tra lui e l'animale.


I CAVALLI CELTICI 

La grande strada delle Gallie che attraversa la Valle d'Aosta, sin dagli ultimi secoli a.c., viene frequenta da cavalli che recano in groppa di volta in volta guerrieri celti conquistatori della pianura del Po e ufficiali che conducono le temibili legioni romane alla conquista delle Gallie, magari con squadroni mercenari, oppure prefetti e alti funzionari dell’amministrazione romana che si muovono attraverso i valichi alpini per ragioni d’ufficio.

La strada precorre il fondovalle e s'inerpica in direzione dei grandi valichi in "Summo Poenino" e in "Alpis Graia". Le cavalcature percorrono questo itinerario, ma difficilmente si addentrano nelle valli laterali, perché il cavallo rimane un animale tipico delle pianure, talora bizzarro e desideroso di correre, e i montanari non lo sanno né trattare, né gestire.

Così dal cavallo, dalla specie primigenia del selvatico europeo, grazie a numerosi incroci con specie esotiche introdotte dalle popolazioni che nel corso dei secoli hanno invaso le terre del continente, gli allevatori dell'antichità hanno ottenuto animali più dotati grandi e veloci, oppure più forti, robusti e adatti al tiro.



LE RAZZE DEI CAVALLI

" Sappiamo che nella corsa il cavallo arabo è il primo del mondo. Di grandezza media, di forme leggere ed eleganti, valoroso, energico, coraggioso e  docile insieme. 

I cavalli delle coste della Barberia (cioè i cavalli arabi) si distinguono per la forza e la velocità, ma sono rarissimi, per cui questa razza è ricercata principalmente per gli stalIoni. 

I cavalli spagnoli vengono subito dopo, massime i cavalli dell' Andalusia, i quali sono robusti e tuttavia leggeri nella corsa, pieni di ardore, di fuoco, di agilitå; i più belli vengono dal regno di Cordova. I cavalli delle Asturie furono più forti ma meno belli. "

(Storia Naturale delle Manifatture - 1840)


Per Sallustio l'uomo deve sforzarsi di emergere sugli animali:

Tutti gli uomini che bramano ergersi sugli altri esseri muniti di anima devono sforzarsi con ogni mezzo per non trascorrere la propria vita nel silenzio, come gli armenti, che la natura ha fatto con il capo chinato verso la terra e schiavi del ventre”.

Dare a un uomo dell'animale è un'offesa, eppure l'uomo è un animale.

Sallustio dimenticava che l'uomo non è affatto più libero degli altri animali, perchè anche se non è schiavo del ventre, e talvolta lo è, si è fabbricato molte altre schiavitù che gli animali non hanno.

Ovvero chi li rende schiavi non è il ventre ma l'uomo.



LE VENATIONES

Le venationes che si tenevano negli anfiteatri e nei circhi si basavano sul principio, molto umano e troppo umano, secondo cui gli animali, in quanto esseri privi di anima e di morale, si potevano uccidere o sacrificare.

Diverso era invece il concetto nelle parate di animali previste nei trionfi, soprattutto dei cavalli che avendo partecipato alle battaglie, erano in parte artefici delle vittorie.

I trionfi dell’antica Roma erano uno spettacolo molto suggestivo ma soprattutto molto emozionante. In questa splendida cerimonia piena di colori e metalli lucenti, si esibivano, al pari degli esseri umani, i cavalli dei vincitori e dall’altro gli animali degli sconfitti.

I cavalli avevano naturalmente la posizione d’onore e rappresentavano l’élite militare che i Romani esibivano come segno della loro potenza. Trovavano posto in parata però anche asini e muli, gli altri equidi utilizzati in guerra insieme ai cavalli.

Per i collegamenti strategici tra le fortificazioni venivano utilizzati equini dolicomorfi, ovvero razze leggere, in genere di origine orientale, perchè veloci ed agili. Negli scontri si utilizzavano invece cavalli mesomorfi, più pesanti e resistenti, perché i dolicomorfi, nonostante il continuo addestramento, facilmente si terrorizzavano durante le battaglie e poi, avendo ossa più fragili facilmente si procuravano fratture.

Nonostante i limiti del loro impiego, comunque, erano l'arma principale delle cavallerie greche e romane, e per la loro cura era prevista, nelle file dell'esercito, la figura ad hoc del "mulomedicus", insomma il veterinario. I cavalli erano quindi molto ben curati e la loro carne non era consumata se non in casi di emergenza.

I romani pensavano a tutto, o almeno pensavano sempre a tutto ciò  che poteva renderli più potenti in battaglia, per cui ogni cosa ed ogni animale venivano accuratamente vagliati. In più ebbero una particolarità spesso carente in altri popoli: pur sentendosi superiori rispetto ai popoli barbari, osservavano attentamente i loro avversari per carpirne qualsiasi comportamento o mezzo che potesse facilitarli in battaglia.

I romani si sentivano superiori per la loro civiltà ed effettivamente lo erano, ma furono dei maestri nel copiare qualsiasi espediente nemico che potesse giovargli: dalle armi alle strategie, ai meccanismi, alle opere di ingegneria e agli animali. I romani usarono e addestrarono cavalli, muli, asini, elefanti, dromedari e cani, il tutto soprattutto per la guerra.

EPONA LA DEA DEI CAVALLI


AI TEMPI DI ROMOLO

La cavalleria romana (composta da equites = cavalieri) era un corpo dell'esercito romano reclutato fin dai tempi di Romolo tra la cittadinanza romana (in seguito tra i socii latini e poi tra i provinciali, ovvero auxiliari), e fu Romolo, il I re di Roma a creare il primo esercito romano, cioè la legione romana.

Questa era formato da 3.000 fanti (pedites) e 300 cavalieri (equites), che vennero arruolati dalle tre tribù che formavano la primitiva popolazione di Roma: i Tities (sabini), i Ramnes (latini) ed i Luceres (etruschi), tutti tra i 17 ed i 46 anni, e in grado di potersi permettere il costo dell'armamento.

Sia le 80 centurie di fanteria (ognuna dai 60 ai 160 fanti) che i i cavalieri, dovevano disporre di un reddito superiore ai 100.000 assi, perchè lo stato non li pagava. Del resto combattere per la patria era un grande onore che dava lustro a sè, alla propria "familia" e alla propria "gens".
Erano equipaggiati di:
- un elmo,
- uno scudo rotondo (clipeus) in bronzo,
- una lancia leggera,
- una spada,
- nessuna armatura ma una semplice trabea (mantello rosso e corto), per cui era facile e comodo salire e scendere da cavallo (Polibio).

La cavalleria era posta ai lati della fanteria legionaria, ed aveva capo un "tribunus celerum", al diretto comando del Rex. Quando però ai romani si unirono i sabini Romolo raddoppiò l'esercito con 6000 fanti e 600 cavalieri; inoltre costituì una guardia personale di altri trecento cavalieri chiamata Celeres (eliminata poi da Numa Pompilio).

LA SELLA ROMANA


IV SECOLO A.C.

Attorno alla metà del IV secolo a.c., durante la guerra latina, l'esercito era diminuito, le legioni avevano un massimo di 5.000 fanti e sempre 300 cavalieri. Polibio nel VI libro delle "Storie" scrive che al principio della II guerra punica (218-202 a.c.) i cittadini romani erano diventati di leva, obbligati a prestare servizio militare, entro il quarantaseiesimo anno di età, per almeno 10 anni i cavalieri e 16 anni per i fanti (o anche 20 in caso di pericolo straordinario).
La funzione della cavalleria legionaria di epoca regia e inizio Repubblica,  aveva compiti di avanguardia ed esplorazione, di scorta, nonché per sabotaggi o inseguimento al termine della battaglia, o per prestare soccorso a reparti di fanteria in difficoltà. I cavalieri usavano briglie e morsi, ma staffe e sella erano sconosciuti per cui non conoscevano le "cariche". 
Tito Livio racconta che ancora nel 499 a.c., il dittatore Aulo Postumio Albo Regillense, ordinò ai cavalieri di scendere dai cavalli ed aiutarie la fanteria contro quella dei Latini in prima linea.« Essi obbedirono all'ordine; balzati da cavallo volarono nelle prime file e andarono a porre i loro piccoli scudi davanti ai portatori di insegne. Questo ridiede morale ai fanti, perché vedevano i giovani della nobiltà combattere come loro e condividere i pericoli. I Latini dovettero retrocedere e il loro schieramento dovette ripiegare. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 20.)
Si trattava delle fasi conclusive della battaglia del lago Regillo del 496 a.c., quella dei famosi Dioscuri. I cavalieri romani risalirono, infine, sui loro destrieri e si diedero ad inseguire i nemici in fuga. La fanteria tenne dietro. Venne conquistato il campo latino.



ETA' REPUBBLICANA (264-146 a.c.)

Ogni legione era formata da 4.200 fanti (al massimo a 5.000) e da 300 cavalieri. Questi ultimi erano divisi in dieci squadroni, e a capo di ognuno c'erano tre comandanti. Il primo ufficiale comandava lo squadrone di trenta elementi, e gli altri due svolgevano la funzione di decadarchi (o decaduchi), cioè capi di dieci cavalieri, e tutti e tre si chiamavano decurioni. In assenza del più alto in grado, gli succedeva il secondo e poi il terzo.

L'armatura dei cavalieri era simile alla greca, e lo scudo di pelle di bue fu sostituito dall'oplon greco, più solido e saldo, ottimo contro gli attacchi da lontano e da vicino. E pure la lancia, un tempo sottile che spesso si spezzava, fu sostituita con una di tipo greco, robusta e rigida, e con un puntale a ciascuna estremità.

Le unità alleate di socii, cioè le Alae, poste appunto alle "ali" dello schieramento, erano costituite dallo stesso numero di fanti, ma dal triplo dei cavalieri (900 per unità). Polibio narra che ai cavalieri romani erano date razioni mensili per sette medimni di orzo e due di grano che venivano detratti dallo stipendium, mentre agli alleati (socii), anch'essi cavalieri, venivano dati gratuitamente un medimno ed un terzo di frumento e cinque di orzo al mese.

LA VITTORIA DI ANNIBALE

ANNIBALE E' ALLE PORTE

Siamo alle Guerre Puniche. La grande capacità tattica di Annibale aveva messo in crisi l'esercito romano. Le sue manovre imprevedibili, fantasiose, repentine, affidate soprattutto alle ali di cavalleria cartaginese e numidica, avevano distrutto interi eserciti romani, pur superiori nel numero, come era avvenuto soprattutto nella battaglia di Canne del 216 a.c., dove perirono 50.000 Romani. Un disastro, per i costi, per i morti e per l'orgoglio dei romani, abituati a vincere con un esercito invece inferiore.

Questo portò ad una rielaborazione della tattica legionaria, ma soprattutto all'impiego di contingenti di cavalleria di regni alleati, dato che tanti giovani romani e italici erano morti per cui mancavano i combattenti. Così avvenne con Scipione Africano nella battaglia di Zama del 202 a.c., dove l'esercito romano, con 4.000 cavalieri alleati numidi, comandati dal valoroso Massinissa, riuscì a sconfiggere per sempre l'esercito di Annibale.



TARDA ETA' REPUBBLICANA (146-31 a.c.)

Verso la fine del II secolo a.c. Roma dovette affrontare una guerra in Numidia dove nessuna recluta era disposta ad andare, perchè i Numidi non erano considerati significativi e il bottino era inesistente. Allora il grande Gaio Mario, console di quell'anno e zio di Giulio Cesare, decise di aprire le legioni a chiunque, tutto a spese dello stato, permettendo a tutti, compresi i nullatenenti, di arruolarsi. Potè così formare un esercito di professionisti pagati e superallenati, e la stessa cavalleria legionaria venne sostituita almeno in parte, con speciali corpi di truppe ausiliarie o alleate.



GIULIO CESARE

Anche Gaio Giulio Cesare, nel corso della conquista della Gallia, apportò alcune modifiche all'esercito. Egli introdusse un cursus honorum per il centurionato, basato sui meriti e non sul census del singolo individuo, si che per gesti di particolare eroismo, alcuni legionari venivano promossi fino al vertice della legione dove si trovava il primus pilus. 

Ma poteva anche avvenire che un primus pilus venisse promosso a "tribunum militum". Il merito permetteva così, anche ai militari di umili origini, di poter accedere all'ordine Equestre. Scemò la discriminazione tra ufficiali e sottufficiali, e si rafforzò lo spirito di gruppo e la professionalità delle unità, dove tutti potevano aspirare a tutto secondo i meriti. Non dimentichiamo che Cesare, per quanto aristocratico, apparteneva al partito dei "populares".
Il lungo contatto con il mondo dei Celti e dei Germani lo indusse a rivalutare il corpo della cavalleria, tanto che ne fece un impiego sempre più ampio, reintroducendo una unità di cavalleria permanente accanto alla fanteria delle legioni ed a quella ausiliaria. Reclutò tra le sue fila soprattutto Galli e Germani, ponendole sotto i decurioni romani, con grado pari a quello dei centurioni legionari.

L'equipaggiamento dei cavalieri cambiò e furono equipaggiati con:
- un sago, una cotta di maglia in ferro,
- l'elmo,
- uno scudo rotondo,
- il gladio,
- il pilum, o un'asta più pesante detta contus.
La sella era di tipo gallico, con quattro pomi, ma senza staffe. I cavalli erano probabilmente ferrati secondo la tradizione gallica.
Cesare introdusse inoltre le "coorti equitate", corpi di cavalleria misti a fanteria, sull'esempio di molte tribù germaniche, tra cui i Sigambri, e furono utilizzate da Cesare con continuità a partire dall'assedio finale di Alesia. In questa unità tattica, dove a ciascun cavaliere era abbinato un uomo a piedi, la difesa ma pure l'offesa, avveniva in modo molto più efficace.

Dopo di lui il nome Cesare divenne sinonimo di imperatore romano. Anche per Asturcone, la fama di Cesare significò fama per sé. Come Bucefalo, riflesse la grandezza del proprio padrone, divenendo soggetto di aneddoti in bilico tra mito leggendario e realtà. 

Morì prima di Cesare poiché fece in tempo a consacrargli una statua eretta dinanzi al tempio familiare di Venere Genitrice nell’omonimo Foro. E’ ancora lo storico Svetonio a dircelo nelle sue ‘Vite dei Cesari’: “Dopo la sua morte ne fece innalzare la statua davanti al tempio di Venere Genitrice’”. 

CATAFRATTO ROMANO

OTTAVIANO AUGUSTO (30 a.c.-14 d.c.)

La cavalleria ausiliaria (formata da provinciali e alleati, i cosiddetti peregrini) della riforma augustea, insieme alla fanteria delle legioni (formate da cittadini romani), divenne il supremo strumento tattico e permanente dell'esercito romano. 

Augusto volle distinguere prima di tutto le carriere superiori dalle inferiori. Egli dettò dei parametri d'avanzamento che comunque, in particolare per l'ordine equestre, videro la loro completa definizione a partire da Claudio, se non dai Flavi. In particolare per le carriere militari, Augusto riorganizzò il cursus honorum del: prefetto di coorte, tribuno angusticlavio di legione, compreso il triplo tribunato a Roma per il Prefetto dei vigili, il Prefetto urbano, il Prefetto del Pretorio e il prefetto d'ala.

Narra Appiano di Alessandria che durante la guerra civile romana, poco prima di Filippi del 42 a.c., Marco Giunio Bruto disponeva di 4.000 cavalieri tra Galli e Lusitani, oltre a 2.000 traci, illirici, parti e tessali; mentre l'alleato Gaio Cassio Longino di altri 4.000 arcieri a cavallo tra Arabi, Medi e Parti.

Si trattava di reparti di cavalleria:

- cavalleria pesante
come gli equites cataphractarii o equites clibanarii (di origine orientale o sarmata, a partire dai principati di Traiano e Adriano), con: 
- una lunga e pesante lancia, chiamata contus (usata a due mani, poiché a volte raggiungeva i 3,65 metri di lunghezza), 
- armatura di maglia di metallo, per cavaliere e cavallo, detta lorica squamata, se formata da "scaglie" di metallo; 
- armatura di maglia di metallo, per cavaliere e cavallo, detta lorica hamata, fatta da anelli del diametro di 3-9 mm.

- cavalleria leggera
come quella numida o maura, con:
- un piccolo scudo rotondo (clipeus), 
- una spada più lunga del gladio, lunga fino a 90 cm,
- una lancea più leggera (normalmente lunga 1,8 metri)
- e in alcuni casi un'armatura (lorica hamata o squamata);

- cavalleria asagittaria
come gli arcieri orientali o quelli Traci a cavallo;
- cavalleria mista
(di cavalieri e fanti) come le coorti equitate. 
Narra Vegezio che tutti i soldati romani, dai cavalieri ai legionari, erano comunque addestrati a montare a cavallo, cosa del resto introdotta a suo tempo da Giulio Cesare.

Queste popolazioni vennero arruolate all'inizio lungo le frontiere perché conoscevano bene i luoghi, ed erano affidate al comando di un re o principe cliente nativo del posto (il praefectus equitum citato dallo stesso Cesare), poi, verso la seconda metà del I secolo, vennero poi sottoposte ad un praefectus alae o ad un praefectus cohortis equitatae dell'ordine equestre. Col tempo furono inviate ovunque lungo i confini.

CATAFRATTO II SECOLO D.C.

« Non soltanto alle reclute, ma anche ai soldati di professione è sempre stata richiesta la capacità di montare a cavallo.

Cavalli di legno erano predisposti in inverno al coperto, d'estate nel castrum.

I giovani dovevano montare inizialmente senza nessuna armatura, fino a quando non avevano sufficiente esperienza, in seguito armati.

Ed è così grande la cura che ci mettono che questi non solo imparavano a salire e scendere da destra ma anche da sinistra, tenendo in mano persino le spade sguainate e le lance.

Si dedicavano a questo esercizio in modo assiduo, poiché nel tumulto della battaglia potevano montare a cavallo senza indugio, visto che si erano esercitati tanto bene nei momenti di tregua. »

(Vegezio, Epitoma rei militaris, I, 18.)

La paga (stipendium) per un cavaliere di ala si aggirava attorno ai 250 denari, mentre per un cavaliere di coorte equitata attorno ai 150/200 denari.
I soldati ausiliari prestavano servizio per 25 anni, al termine del quale ricevevano un diploma militare che ne attestava il congedo (honesta missio), oltre ad un premio (in denaro o un appezzamento di terra, quasi fosse una forma di pensione dei giorni nostri), la cittadinanza romana ed il diritto a contrarre matrimonio (conubium). 


Alae quingenarie

Le alae di cavalleria inizialmente furono solo quingenarie (composte cioè da 500 armati circa). Erano divise in 16 turmae da 32 uomini (comandate ciascuna da 16 decurioni), per un totale di 512 cavalieri. Fornivano alle legioni truppe di ricognizione e di inseguimento, oltre a costituire elemento d'urto sui fianchi dello schieramento nemico.


Cohors equitatae quingenarie

Le coorti equitatae erano anch'esse inizialmente solo quingenarie. Ne abbiamo notizia fin dal principato di Augusto, da un'iscrizione rinvenuta a Venafro nel Sannio. Si caratterizzavano dalle normali coorti ausiliarie per essere unità militari miste, formate da:
- 6 centurie di 80 fanti ciascuna (secondo Giuseppe Flavio da 6 centurie di 100 fanti) 
- 4 turmae di cavalleria di 32 cavalieri ciascuna, per un totale di 480 fanti e 120 cavalieri. 
Furono prese a modello dal combattimento dei Germani, descritto da Cesare nel suo De bello Gallico.

SCUDERIE ROMANE


ALTO IMPERO - I E II SECOLO

Dinastia dei Flavi (69 - 96)
vennero introdotte le unità ausiliarie milliariae, composte da circa 1.000 armati, divise in:
- cohortes peditatae,
- cohortes equitatae
- alae di cavalleria, compste da 24 turmae di 32 uomini per un totale di 768 cavalieri. Al comando venne posto un praefectus alae dell'ordine Equestre, che restava in carica 3 o 4 anni, potendo poi adire all'ordine senatoriale. La paga (stipendium) fu invece aumentata di un quarto, portando così il compenso annuo a 333 denari per un cavaliere d'ala e a 200/266 denari per un cavaliere di cohors equitata.

Traiano (53 - 117)
durante le guerre di conquista di Traiano, fu introdotto il "contus" (lunga lancia da "carica", fino a 3,65 m di lunghezza) per la cavalleria, oltre ad un primo reparto di cavalieri su dromedari ed un contingente di Daci.

Adriano (117-138)
istituì i "numeri", reparti ausiliari di vari numeri di fanti o di cavalieri, che conservavano le proprie caratteristiche etniche e spesso svolgevano compiti specifici. Creò anche un'ala di cavalieri catafrattari (muniti di contus, una pesante e lunga lancia; ricoperti da una pesante maglia di metallo, compresi i cavalli), l'Ala I Gallorum et Pannoniorum catafractaria, formata da cavalieri sarmati Roxolani vennero posti in Gallia e Pannonia dopo le guerre contro di loro nel 107-118.

Marco Aurelio (121 - 180)
Introdusse nuovi reparti di cavalleria sarmatica (degli Iazigi) durante le guerre marcomanniche (nel 175).

Settimio Severo (193 - 211)
Utilizzò frequentemente unità ausiliarie di arcieri e di cavalieri, soprattutto corazzati come i catafrattari (chiamati clibanarii a partire dal regno di Costanzo II), reclutati soprattutto in terre orientali.



GLI EQUITES SINGULARES

Gli Equites singulares Augusti erano la cavalleria personale dell'imperatore, un corpo militare all'inizio di 500 cavalieri, facenti parte della guardia pretoriana, che costituivano la scorta dell'imperatore e ne e garantivano la sua sicurezza durante le campagne militari. Istituiti al tempo della dinastia flavia e ampliati da Traiano, vennero sciolti da Costantino I dopo la battaglia di Ponte Milvio, in quanto gli Equites singulares si erano schierati al fianco di Massenzio.

Erano organizzati in alae di cavalleria, con ciascuna ala divisa in 16 turmae da 32 uomini, 16 decurioni, un decurione princeps, e comandate da un praepositus consularis per un totale di 512 cavalieri. Il loro numero potrebbe essere stato raddoppiato a 1.000 uomini sotto Diocleziano.

Per diventare equites singulares occorreva un'esperienza di almeno cinque anni nell'esercito, reclutati solitamente tra le alae ausiliarie, mentre l'etnia prevalente era prima germanica, poi a partire da Settimio Severo (146 - 211), in maggioranza fu composta da Pannoni, Daci e Traci. Il servizio durava venticinque anni.  Con il reclutamento i soldati ottenevano automaticamente la cittadinanza romana. 

I CAVALLI NELL'ACCAMPAMENTO


IL III SECOLO

Massimino il Trace (173 - 238)
aumentò ulteriormente l'importanza della cavalleria di origine germanica e catafratta di origine sarmata, arruolata dopo aver battuto queste popolazioni durante le guerre del 235-238.

Gallieno (253 - 268)
Non potendo proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero, creò, gli anni 264 - 268,, una riserva strategica di soldati ben addestrati pronti ad intervenire dove serviva nel minor tempo possibile. 
Questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di Diocleziano), formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante dotate di armatura (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae, gli equites Mauri et Osroeni), poiché questi percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliarie. 
Ogni volta che i barbari sfondavano il limes e s'inoltravano nelle province interne, la "riserva strategica" interveniva veloce e massiccia. La base principale scelta da Gallieno fu posta a Milano, equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali di Rezia e Norico. 
I generali che comandavano questa forza, acquisirono un potere incredibile tanto che futuri augusti o usurpatori della porpora imperiale, come Aureolo o Aureliano, ricoprirono questo incarico prima di diventare imperatori. Il numero di cavalieri passò da 120 a 726 per legione dove la prima coorte era composta da 132 cavalieri, mentre le altre nove di 66 ciascuna. Questo incremento fu dovuto proprio alla necessità di avere un esercito sempre più "mobile".

CAVALIERI CARAFRATTI


IL TARDO IMPERO

La riforma militare operata da Diocleziano (244 - 313) fu quella di nominare, come suo vice (in qualità prima di cesare e poi di co-augusto), un valente ufficiale di nome Marco Aurelio Valerio Massimiano (285-286), formando così una diarchia in cui i due imperatori si dividevano il governo dell'impero e la sua difesa.

Per contenere le numerose rivolte all'interno dell'impero, nel 293 Diocleziano nominò come suo cesare per l'oriente Galerio e Massimiano fece lo stesso con Costanzo Cloro per l'occidente.

Vexillationes di cavalleria
Diocleziano trasformò la "riserva strategica mobile" introdotta da Gallieno (di sola cavalleria) in un vero e proprio "esercito mobile" detto "comitatus", costituito da due vexillationes di cavalleria (tra Promoti e Comites), e tre legiones (Herculiani, Ioviani e Lanciarii) e poi un "esercito di confine".

Costantino completò la riforma militare di Diocleziano, suddividendo l'"esercito mobile" in "centrale" (unità palatinae) e "periferico" (unità comitatenses).



LA DECADENZA DELLA CAVALLERIA

La cavalleria cittadina romana cominciò a decadere come arma combattente già in epoca repubblicana.

Molti degli equites prestavano servizio come magistrati o come ufficiali superiori e gli altri provavano una crescente riluttanza a servire nella truppa degli squadroni.

Gli equites, fortemente rivalutati da Augusto, non a caso suo padre era un equis, si trasformarono così in una classe che, quando prestava servizio, esigeva di farlo nel grado di ufficiale.

Il governo romano accettò la trasformazione della cavalleria cittadina, per cui ricorse sempre più agli alleati e agli ausiliari stranieri.

Spesso i cavalieri orientali erano ottimi cavallerizzi ma lo spirito del soldato romano non era sostituibile con gli stranieri.



GLI AUXILIA

Gli auxilia a cavallo erano formati di numidi, che ebbero gran parte nella vittoria di Zama e più tardi nella guerra numantina, e vi si aggiunsero poi cavalieri spagnoli e, dopo Cesare, anche galli e germani.

Formati per nazionalità e spesso comandati direttamente dai loro capi indigeni, conservavano di solito l'armamento nazionale anche se alcuni corpi vennero anche equipaggiati e disciplinati alla romana e organizzati in alae e turmae. L'ultimo tentativo di far rinascere la cavalleria cittadina fu fatto da Pompeo nella guerra contro Cesare che però non dette grande prova di sè nella guerra civile a Farsalo.

Gli auxilia da allora in poi vennero assunti stabilmente per cui scomparve per sempre la cavalleria legionaria. La cavalleria romana repubblicana fu in complesso una mediocre cavalleria. In battaglia ebbe sempre una parte secondaria e le vittorie di Roma furono infatti essenzialmente di fanteria dove era il nerbo dell'esercito.



LE STRATEGIE

Secondo lo schema abituale, la cavalleria si schierava alle due ali dell'esercito, la cittadina a destra, l'alleata a sinistra, con lo scopo di spazzar via la cavalleria e attaccare quindi ai fianchi o alle spalle della fanteria nemica. Se le forze non le permettevano di raggiungere questo risultato, i cavalieri romani cercavano d'impegnare la cavalleria avversaria, trascinandola lontano dal campo di battaglia.

L'attacco avveniva:
- o in ordine chiuso, "confertis equis",
- o in ordine rado, senza intervallo fra gli squadroni, "confertis turmis",
- o con gli squadroni distanziati, "distractis turmis".
- Per la carica si toglievano alle volte i morsi ai cavalli, "effrenatis equis".
- L'attacco si risolveva in una lotta corpo a corpo, "stantibus equis",
- o più spesso in un combattimento a stormi, con alternative di attacchi e di ritirate, "more equestris proelii sumptis tergis atque redditis".

Sovente la cavalleria veniva appiedata una volta raggiunto il fronte per combattere a terra. Con lo sparire della cavalleria italica uniformemente armata e istruita, i reparti a cavallo degli eserciti romani, divennero auxilia con armamento e tattica nazionale, e quindi assai diversi da un contingente all'altro, non viene di regola usata più in massa sul campo di battaglia, ove la superiorità della fanteria era universalmente riconosciuta.

Gli scopi della cavalleria diventarono quelli di molestare il nemico in marcia, rendergli difficile l'approvvigionamento, costringerlo a fermarsi e ad accettare battaglia e infine inseguirlo dopo la battaglia. In seguito alla riorganizzazione dell'esercito fatta da Augusto, la legione romana tornò ad avere un esiguo reparto di cavalleria sebbene il grosso della cavalleria dell'esercito imperiale continuò ad essere costituito dalle:
- alae ausiliarie, quinquagenariae, formate da cinquecento cavalieri,
- alae milliariae, costituite da mille cavalieri, reclutate nelle provincie.

Le alae potevano essere aggregate alle varie legioni e acquartierate nei loro campi. Inoltre un certo numero di coorti ausiliarie di fanteria, dette equitatae, comprendevano normalmente un contingente di cavalleria.

LA CAVALLERIA DELLA GUARDIA IMPERIALE

Anche la guardia imperiale dei pretoriani aveva la sua cavalleria, una turma per ognuna delle sei centurie di una coorte pretoria, e anche i Batavi erano valenti cavalieri germanici del delta del Reno nonché "custodes corporis", guardia del corpo germanica degl'imperatori della casa Giulia.

Tale guardia del corpo venne disciolta da Galba e sostituita poi all'epoca dei Flavî o di Adriano dallo squadrone degli "equites singulares", guardie del corpo imperiali reclutate fra gli abitanti delle provincie settentrionali e poi anche tra gli ottimati cittadini fino all’epoca di Costantino.

Con l'imperatore Gallieno nel terzo secolo d.c., la cavalleria fu aumentata nelle quantità e le legioni furono private dei loro contingenti a cavallo, i quali vennero riuniti in grossi corpi, in modo che la cavalleria potesse essere adoperata a masse e come elemento tattico di prima importanza sul campo di battaglia.

Pochi anni dopo, però, Diocleziano rese i reparti di cavalleria almeno a un certo numero di legioni: la legione dioclezianea di Vegezio contava più di seimila fanti e oltre settecento cavalieri.

Da Costantino la forza armata dell'impero fu divisa in due categorie:
- l'esercito di campagna o di manovra, formata in vexillationes di cinquecento cavalli
- l'esercito presidiario ai confini, con formazione tradizionale in ali.



IL PREDOMINIO DELLA CAVALLERIA SULLA FANTERIA

A capo della cavalleria venne posto un "magister equitum praesentalis". Nel basso impero la cavalleria dovette essere aumentata per fronteggiare gli eserciti di cavalleria delle popolazioni asiatiche e dell'Europa nord-orientale.

La fanteria invece perse la supremazia e quasi sparì dall'esercito bizantino, nel quale il vero guerriero era a cavallo, ma che sapeva combattere anche a piedi. Il contrario della fanteria di Cesare, che sapeva combattere anche a cavallo.

Durante l'epoca bizantina si modificò la corazza dei cavalieri, prima di cuoio duro, che divenne una ampia corazza di metallo su cavaliere e cavalli, donde il nome di catafratti (cataphracti, cataphractarii o clibanarii). Parti metalliche proteggevano anche braccia e gambe, molto simile a quella dei cavalieri medievali.



I GERMANI

Sul campo di battaglia la cavalleria iniziò ad acquisire il predominio per fronteggiare gli invasori dall'Asia, provetti cavalieri, ma presso i germani la superiorità della cavalleria dipendeva in gran parte dall'incapacità di disciplina nella fanteria. Così germani furono essenzialmente cavalieri e celebrati come tali furono, sin dall'inizio del IV secolo d.c.: gli Alamanni, gli Ostrogoti, i Franchi e i Vandali.

Dei Vandali fatti prigionieri si servì Giustiniano che arrivò a formare ben cinque reggimenti di cavalleria da inviare in Oriente. Con la fine dell’Impero Romano d’Occidente, si erano diffusi negli eserciti dell'Europa centrale e specie dell'Italia, corpi speciali di cavalleria levantina, quali schiavoni, stradiotti e argoletti con l'incarico di esplorare e fiancheggiare le pesanti compagnie delle genti d'arme.



BIBLIO

A. Frediani - Le grandi battaglie di Roma antica - Roma - 2009 -
- Elwyn Hartley Edwards - La Nuova Enciclopedia Illustrata del Cavallo - Milano - Mondadori - 1995 - - Giovanni Brizzi - Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
- Giovanni Brizzi- Studi militari romani, Bologna, CLUEB, 1983.
- J. R. González - Historia de las legiones Romanas - Madrid - 2003 -
- Edward N. Luttwak - La grande strategia dell’Impero romano -
- Plutarco - Vita di Romolo -
- Le Bohec - L’esercito romano: le armi imperiali da Augusto alla fine del III secolo - Parigi - 1989 -


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