CULTO DEGLI DEI MANI





"Deorum Manium opem, homines pii, semper invocate."
"O uomini pii, invocate sempre l'aiuto degli dei Mani."

Vi sono pareri molto discordi sull'interpretazione degli Dei Mani, che per alcuni studiosi sono Dei, per altri anime dei morti, per alcuni entità buone e per altri malvagie.  Originariamente dunque i Mani sono affini alle divinità infernali, con le quali appaiono congiunti anche nelle formule delle devotiones.

Agostino narra che secondo Apuleio, i Mani sarebbero le anime dei defunti di cui si ignorano i meriti:
« [Apuleio] afferma inoltre che anche l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati Dei Mani se è incerta la loro qualificazione. »
(Agostino di Ippona, La città di Dio)

Essi erano oggetto di devozione sia in ambito familiare che cittadino con offerte sacrificali prevalentemente incruente (vino, latte, miele, pane ecc.) segno di una antica matrice  agricola.
Però coi poeti e con gli storici do età augustea, specie con Virgilio, i Mani, sono sempre più intesi come le anime degli antenati, trasformate ormai in divinità minori. La pratica dell'apoteosi, cominciata dopo Cesare e Augusto, favorì l'identificazione dei Mani con gli eroi, anche se poco sentita a livello popolare.

Spesso sulle sepolture si incideva Diis Manibus, (agli Dei Mani) cioè gli spiriti dei morti divinizzati. La frase si usa abbreviata in DM (Diis Manibus), o DMS (Diis Manibus Sacrum), o DMM (Diis Manibus Monumentum). Queste iscrizioni si trovano spesso anche nei sepolcri cristiani.

Due erano le feste principali nelle quali il loro culto era particolarmente sentito: i Rosaria, durante i quali le tombe dei defunti venivano ornate con rose e viole e i Parentalia che si celebravano ogni anno dal 18 al 21 di febbraio quando si sospendevano gli affari, i matrimoni e venivano chiusi i templi. C'erano poi i Ludi Seculares.


LUDI SAECULARES

Cerimonie solenni ed enigmatiche che cadevano ogni 110 anni, un periodo in cui si chiudeva un ciclo di generazioni e ne iniziava un altro con diverse caratteristiche. Il rituale segnava il chiudersi di qualcosa che mai più può essere, ma che contiene in sé il seme di un nuovo ciclo di generazioni ed eventi. Più prosaicamente si festeggiava la nuova generazione che aveva perduto in 110 anni i genitori e i nonni, per cui era costretta a diventare adulta.

Le cerimonie avevano inizio con l’apertura del Mundus del Tarentum, sacrario sotterraneo posto sulla riva sinistra del Tevere, in cui era seppellito da una coltre di terra un altare di Dite e Proserpina, sul quale veniva dedicato alle Ilithie e alle Parche un sacrificio notturno. Infine durante la terza notte, a conclusione delle cerimonie, si sacrificava alla Terra Madre. Nel corso di queste solennità, nascita e morte, passato e futuro si accomunavano nell'idea del volgere fatale dei fusi delle Parche, nella suggestione del rituale notturno, nell'oscurità del grembo della Terra Madre.

Sembra che il rito derivasse da 500 anni dopo della fondazione dell’Urbe, quando si disputava la supremazia nel Lazio tra i Romani ed i Prischi Latini. Nel luogo medesimo dove generazioni dopo si sarebbero celebrati i Ludi Tarentini, l’esercito di Roma era sul punto di scontrarsi con quello dei popoli Albani in un deserto paludoso, ricco di sorgenti calde e vapori sulfurei.
Apparve allora un essere imponente, vestito di una pelle scura, che comandò loro di sacrificare agli Dei inferi. Dentro una fossa venne subito eretto e consacrato un altare a Proserpina e Dite. Compiuto il sacrificio, la buca fu chiusa con uno spesso strato di terra. Era il Mundus, il sacrario sotterraneo dedicato agli Dei Mani.

Plutarco racconta che, anche al momento della fondazione di Roma, fu aperto un mundus e che dentro di esso i compagni di Romolo vi gettarono zolle di terra e primizie che avevano portato con sè dalle varie zone di provenienza. Plutarco sostiene che al mundus era dato lo stesso nome col quale si denominava l’universo, e Festo aggiunge che rappresentava il mondo invisibile dei Mani, mondo parallelo a quello di superficie.



PARENTALIA

I Mani erano le anime dei morti che talora salivano a vagare sulla Terra, ma pure numi tutelari, onorati con libagioni di latte e vino e con feste, dette Parentalia, celebrate dal 18 al 21 febbraio di ogni anno.

Il culto dei Mani era già diffuso nella Roma arcaica, tanto che già all'epoca di Virglio i Mani erano identificati come divinità dell'oltretomba, e come leggi inflessibili a cui tutti gli uomini erano sottoposti. Durante i Parentalia (festività dedicata agli antenati, parentes) si riteneva che le anime dei defunti potessero girare liberamente tra i vivi.

Il rapporto dei Mani con i morti non riguardavano la nostra idea della morte nè la sopravvivenza dell'anima. I Mani non erano divinità della morte, né spiriti dei morti. Ogni individuo, morendo, non esisteva più come entità personale, ma si disgregava in poteri indefinibili, facenti parte di un'entità unica. Con il culto dei suoi Mani, o dei morti della familia, o della gens, si aveva così modo, presso i Romani, di stabilire e mantenere una relazione indefinita con il defunto, anzi con la globalità dei propri defunti.



LEMURIA

Il 7, 9, 11, 13 e 15 maggio per ben cinque giorni si festeggiavano gli spiriti dei defunti, i Lemures, da cui Lemuria, il nome della festa. In origine il termine Lemures designava gli spiriti dei defunti, sia buoni che malvagi, ma più tardi passò ad indicare solamente quelli malvagi, ossia i fantasmi che perseguitavano i viventi. Nel corso della giornata festiva rimanevano chiuse le porte dei templi, mentre il pater familias si aggirava nel cuore della notte a piedi nudi per la casa, lanciando fave tutto intorno, per liberarla appunto dai lemures.
Queste notizie ci vengono da Ovidio ( Fasti). I Lemures avrebbero avuto anche il nome di Manes in epoca più tarda.

I Lemures (o Larvae) potevano essere anime di persone decedute per morte violenta, che vagavano tra i vivi perseguitandoli e spaventandoli. Ai Lemures si facevano riti propiziatori durante il mese di maggio; nel mese di febbraio, invece, durante le feste Parentalia o Feralia, il 18 e il 21, i discendenti offrivano dei piatti con vivande agli spiriti benevoli dei loro antenati.



IL NOME

Potrebbe derivare dalla lingua Etrusca, Munth che significa “contenitore di cose sacre”, oppure anche “ordine e mondo”, oppure da Mun, “luogo sotterraneo”. Oppure dal latino Manes plurale sostantivato dell'aggettivo arcaico manis = buono. O forse derivava dal sanscrito Mana cioè Spirito, energia, da cui deriva la parola inglese Man e italiana Uomo. La realtà è che anticamente il culto dei Mani si ricollega a quello arcaicissimo della Dea Mania, venerata nelle Compitalia insieme ai Lari e ritenuta madre dei Mani.

Mentre in epoca tarda si trova frequentemente l'espressione parentes et Manes, in origine, i Mani rimasero distinti dai parentes, cioè gli antenati o i parenti, perchè riguardavano indistintamente tutti i defunti. Col tempo la dicitura parentes scomparve sostituita da dis manibus illius.
L’entità sovrumana, vestita di pelle scura, ricorda invece Aita, il Signore degli inferi raffigurato nella tomba dell’Orco di Tarquinia, con il capo e le spalle ricoperti da una scura pelle di lupo.



I LIBRI SACRI

Gli Etruschi credevano che le città, i popoli e le nazioni avessero assegnati un certo numero di secoli, oltre i quali la loro gloria e capacità di espansione cessavano. Questi concetti si trovano espressi in un insieme di scritti sacri, dei quali le ultime stesure sembra risalgano al I secolo a.c.  Questi scritti erano costituiti da diversi testi:
  • Libri Fulgurales per l’interpretazione delle folgori; 
  • Libri Aruspicini per leggere nelle viscere degli animali;
  • Libri Rituales per conoscere e consacrare i templi e gli altari, ma anche l’organizzazione delle Curie, delle Centurie ecc….e di tutte le altre leggi relative al diritto pubblico e a quello pontificale (sembra che da qui i Romani abbiamo attinto i fondamenti per le leggi delle Dodici Tavole); 
  • Libri Fatales, per scrutare oltre il visibile e a decodificare i signa e i portenta:
  • Libri Acheruntici, o Acherontei,  lasciati dall'auruspice Tagete, dove erano illustrati i riti di tale arte divinatoria e che trattavano pure il culto agli Dei infernali, cioè agli Dei Mani..
Il culto degli Dei Mani deriva dunque, almeno in parte, dalla Disciplina religiosa etrusca.

Alla fine del I sec a.c. l’Aruspice Tarquizio Prisco, della famiglia dei Tarchna di Caere, e Aulo Cecina, tradussero dall’Etrusco al Latino parecchi di questi scritti sacri, tra cui gli Ostentoria, tratti dai Libri Fatales, dai quali J. Heurgon ritiene che Virgilio abbia attinto le profezie della IV Egloga. Quando poi Roma si avviava a diventare la padrona del mondo, Augusto volle che questi testi fossero custoditi nel tempio di Apollo Aziaco sul Palatino. Purtroppo, sia i libri dell’Etrusca disciplina come i Libri Vegonici furono fatti distruggere da Teodosio e Onorio.



GLI INFERI

I  romani immaginavano gli Inferi come un luogo un po' triste, dove vagavano le ombre dei morti, per cui si temeva che potessero tornare sulla terra e si cercava di propiziarsele con un sacrificio offerto nove 
giorni dopo la sepoltura; inoltre in determinate festività si compivano riti particolari per convincere i morti 
a lasciare in pace i vivi. 
Il culto dei Mani derivava proprio dall’idea che i morti, se trascurati o dimenticati, inviassero ai vivi dolori e malattie, pertanto, durante i  parentalia, ogni famiglia onorava la tomba degli antenati con fiori e cibi e consumavano nelle vicinanze un banchetto chiamato refrigerium.
Come i greci, ritenevano che le anime dei giusti fossero destinate ai Campi Elisi, mentre i malvagi venissero 
relegati nel Tartaro. Per coloro che morivano giovani c’erano i Campi lucentes.



LA REALTA'

Di tutte queste credenze degli studiosi sui Mani, parecchie sono false, alcune per cattiva interpretazione, altre volutamente distorte visto che il cristianesimo doveva sempre dire il peggio sui miti pagani, descrivendoli cupi se misteriosi, oppure stupidi, depravati, ridicoli, falsi e osceni.

I Mani erano molto venerati sia dai Latini che dai Romani e ovunque, nei sepolcri, o nelle erme a ricordo, o anche entro i templi degli Dei, si ergevano are dedicate ai Mani. Ogni tomba veniva inoltre dedicata ai Mani, con la scritta Diis Manibus o Dibus Inferis. Quando un generale consacrava l'esercito nemico o la città assediata al mondo dei morti invocava Dis pater, Vejovis e Manes.

In quanto al destino dopo la morte i Romani credevano che solo le anime pusillanimi o inique andassero nel cupo Tartaro, mentre le persone oneste, valorose o di buoni costumi, andassero a far parte degli Dei Mani, cioè vere e proprie divinità minori, anche se degli inferi. Questi Dei avevano poteri notevoli che però potevano esercitare solo di notte, mai di giorno.

I Mani, secondo la "religio" romana, erano capaci di prevedere il futuro, ma per ottenere questo occorreva immolar loro delle vittime, che fossero però pure e immacolate, e che venissero uccise solo quando gli animali volgevano lo sguardo a terra. Ma anche la consacrazione di se stessi ai Mani, cioè offrire la propria vita per la vittoria romana,  richiedeva purezza di cuore e di spirito, altrimenti il voto non sarebbe stato accolto.

Esistevano anche i Mani vendicatori, cioè coadiutori delle Furie, ma solo per colpire abominevoli delitti, per il resto i Mani benevoli vegliavano sui vivi e sui sepolcri dei morti. Svetonio narra che alla morte di Tiberio, odiato dal popolo quanto il suo predecessore era stato amato, si udirono le preghiere del popolo ai Mani affinché riservasse al cattivo principe le pene destinate ai colpevoli. Ai Mani era inoltre dedicato il mese di Febbraio. Effettivamente il pater familias faceva riti annuali per allontanare gli spiriti male intenzionati, ma solo all'apertura del Mundus da parte dei sacerdoti, in quanto gli spiriti potevano scorrazzare ovunque e le streghe potevano fare magie, un settore che poco piaceva ai razionalissimi romani.




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