LE FONTANE ROMANE





- Il chiarissimo barone Visconti osserva che « se di una tale classe di monumenti si publicasse unita insieme la raccolta, tutte mettendo a confronto le invenzioni trovate a decorare le fontane antiche; se ne avrebbe una splendida testimonianza della cura e della bella maniera che già. fu posta onde accrescere la naturale vaghezza, la leggiadria e certa particolare ilarità che proprie sono di ben disposte e ben ornate fontane. Si avrebbe pure in una tale raccolta come una serie, quando di gentili idilì, e quando d' arguti epigrammi, rappresentati e messi in azione dall' arte. Nel lavoro entrerebbe come non ultima parte quella, stata totalmente negletta, di rappresentare nel disegno di queste sculture, fatte per ornamento delle fontane, le acque che in varii modi e con volume diverso ne scaturivano. La composizione di quei gruppi, di quelle statue, di quelli bassorilievi veniva dalla mostra delle acque stesse resa completa, senza delle quali non cosi si vede com'era; ma così anzi si vede come non era, e ne riesce di necessità sproporzionata e manchevole » -

LABRUM - TERME DEI CISIARII (Ostia)
Con il termine labrum e il suo diminutivo labellum i Romani indicavano bacini e vasche circolari per contenere acqua, realizzati in terracotta, bronzo, marmo, pietra e porfido, generalmente su piede, destinato a contenere acqua da utilizzare nel bagno privato e nelle terme pubbliche. Labra erano anche le fontane, bacini ornamentali di residenze private, vasche d’acqua lustrale, recipienti vari ed urne funerarie.

Labrum viene da lavabrum, vasca da bagno, che nelle più antiche terme romane (Pompei) si trovava nel calidarium per l'acqua fredda. I labra avevano pure forma emisferica, lineare sul fondo e nel resto arcuata, variando solo in profondità e in ampiezza. Talvolta il labrum veniva ornato da baccellature o scanalature, kymatia ionici sul labbro, anse con serpenti, teste di leone, maschere barbute.

Le numerose fontane che ornano Roma, per la maggior parte riutilizzano vasche e bacini che in tempi remoti adornavano i fori, le strade e i giardini di Roma e delle altre città dell’Impero. Molte di queste vasche sono state reimpiegate nelle Chiese, come basi di altari o fonti battesimali.

LABRA - CASTELLO DI SAN GIUSTO (Trieste)
Le funzioni del labrum possono essere a livello igienico-terapeutico, relative al bagno e alla pulizia personale, sia utilitarie, per l’uso domestico e agricolo, che ornamentale, come fontana.
La funzione igienica e quella ornamentale si attestano sia in ambito pubblico (terme, fori) che privato (domus con bagni e giardini). La funzione religiosa, cultuale e votiva, è derivata dal mondo greco e destinata al pubblico.

La valenza cultuale dei labra si è perpetuata immutata fino al mondo cristiano, con il cui termine oggi si designano le acquasantiere all’ingresso delle Chiese e in particolare il fonte battesimale. Anzi diciamo pure che molti labra romani sono stati trasformati dalla Chiesa in sarcofaghi reliquiari, in altari, in fonti battesimali, e pure inseriti in fontane di nuova fattura, questo quando le cose sono andate bene, infatti la maggior parte di essi sono stati fatti a pezzi. Talvolta i pezzi sono stati riassemblati, talvolta sono stati talmente spezzettati e dispersi, per quanto si trattasse di marmi preziosissimim che non è stato possibile ricostruirli.



I LABRA DALLE FONTI

I labra con funzioni pratiche igienico-terapeutiche sono i più ampiamente documentati: le fonti antiche e i ritrovamenti attestano un’ampia diffusione delle vasche tonde nelle terme pubbliche e nei bagni privati, ove oltre alla funzione refrigerante e terapeutica, rivestivano anche un’evidente funzione ornamentale, sottolineata dalla monumentalità e preziosità dei materiali usati per alcuni esemplari. Le fonti menzionano anche labra in funzione di fontane pubbliche e private.

LABRUM TRASFORMATO IN FONTE BATTESIMALE
Livio (XXXVII 3,7) ricorda due labra marmorei che P. Cornelio Scipione l’Africano, nel 190 a.c., prima della partenza per l’Asia in qualità di legato del fratello Lucio, aveva fatto collocare di fronte ad un nuovo arco che aveva fatto erigere in Campidoglio. L'arco, connesso con due immagini di cavalli e sette statue di bronzo dorato, doveva scavalcare il clivus Capitolinus e probabilmente costituire un ingresso monumentale al Campidoglio.

Plinio il giovane (Ep. V 6,20) descrive nel cortile di una sua villa, ai piedi dell’Appennino toscano, un labrum marmoreo, da cui traboccava l’acqua, posto tra quattro alberi di platano.

Bianchini, Veron. 355 ricorda una vasca di porfido nell'atrio dei pp. Certosini alle Terme " ch'era alla vigna di pp. Giulio". Il medesimo compilò nel giorno 26 aprile 1706 il catalogo dei monumenti scritti e figurati, che sopravanzavano " in Villa Medicea in monte Sancti Valentini extra portam flaminiam ". Sono 12 sculture
e 17 iscrizioni (ivi, 347, e. 23).
Probabilmente la vasca dei Certosini era identica al labrum porfireticum trovato a sant'Adriano negli scavi del Comizio « et postea ad villa(m) lulia(m) translatum », del quale parla il Panvinio nel codice vaticano ligoriano 3439.

Labra nelle stanze da bagno delle ville private sono considerati da Cicerone (Fam. XIV, 20) una necessità.
Ammiano Marcellino (XVII 4,6), alla fine del IV secolo, ricorda che “in hac urbe inter labra ingentia... obeliscos vidimus”.

Ma labra erano anche recipienti per contenere le pietanze, per la lavorazione degli alimenti e per la fabbricazione del vino e dell’olio: Catone (De re rustica 10,4; 11,3; 13,2; 66,2) cita fra l’attrezzatura per coltivare un uliveto o un vigneto, un labrum eluacrum (vasca per lavare), un labrum lupinarium (per il residuo  lasciato dall’olio fatto sgocciolare dalle olive torchiate), labra aquaria e labra olearia.

Columella nel De re rustica, XII 15,3; XII 52,10; 52,11-12; 54,2) ricorda un labrum per deporvi i fichi durante l'essiccazione e i labra per la lavorazione dell’olio e degli unguenti.
Virgilio (Georg. II, 6) menziona i labra per il mosto: ...spumat plenis vindemia labris.
I Cataloghi Regionari enumerano, in età costantiana, da 856 a 951 balnea e 11 grandi stabilimenti termali per una popolazione che contava un milione e mezzo di individui.

Rare le testimonianze archeologiche di fontane isolate, costituite di vasche tonde di grandi dimensioni e in marmi preziosi, collocate negli spazi pubblici più importanti, le piazze forensi, dove si svolgeva la vita associativa e soprattutto politica della città. In tali casi esse svolgevano una funzione pratica (utilitas) di approvvigionamento idrico per la popolazione, ma soprattutto di abbellimento.



I RESTI ARCHEOLOGICI

A Roma l’impluvium nell’area del Comizio raccoglieva l’acqua defluente da un ampio labrum, che alcuni studiosi hanno identificato in quello porfiretico conservato nella Sala Rotonda ai Musei Vaticani, altri in quello in piazza del Quirinale.

Uno dei labra più antichi proviene da Roma: è quello rinvenuto nella casa tardo-repubblicana di Emilio Scauro, alle pendici del Palatino, databile intorno al 50 a.c.

In giallo antico è il labrum di piccole dimensioni, conservato nell’Antiquarium forense, proveniente dal Foro Romano.

Il grande supporto di porfido, ora nell’Antiquarium del Celio doveva sorreggere un’enorme vasca, anch'essa di porfido, collocata nella piazza antistante l’Hadrianeum.

Incerta è l’identificazione dei frammenti del labrum porfiretico recentemente rinvenuto nel Templum Pacis con la fontana ricordata in una notizia di Procopio (BelL. Goth., VIII, XXI, 11 ss.), relativa al Foro della Pace; la localizzazione nei pressi dell’ingresso del Templum Pacis, lungo il lato nord-occidentale, di un impluvium di fontana ricavato nella pavimentazione della piazza, fa supporre che il bacino porfiretico possa essere pertinente a questo impluvium e che insieme potessero costituire una fontana monumentale eretta davanti ai propilei del foro: esempio eloquente di commistione di funzioni, decorativa, rappresentativa e sacra.

Nella piazza del Foro Triangolare a Pompei è collocato sullo stilobate del portico settentrionale un labrum.
I labra realizzati in granito del Mons Claudianus possono inserirsi cronologicamente nel periodo di intensa attività estrattiva e produttiva, tra la metà del I sec. d.c. e i primi decenni del III d.c., con una concentrazione in età adrianea e antonina.



LE MOSTRE

La “mostra” terminale degli acquedotti consisteva nelle fontane poste al termine del condotto principale o in corrispondenza dell’inizio delle diramazioni secondarie o del “castello” di distribuzione. Oltre alle fontane “a facciata”, addossate a pareti e sviluppate nel senso della larghezza, si giunse, nel III sec. d.c., ad  
edifici utilizzabili anche come luoghi di ritrovo e di soggiorno, adatti per feste e riunioni in ambienti freschi e ombrosi: i “nymphaea”, richiamo a grotte e boschi abitati dalle “ninfe” .

Dei 15 ninfei esistenti a Roma nel IV sec., solo di 4 si conosce il nome: “Nymphaeum Iovis”, “Nymphaea tria”, “Nymphaeum Flavi Philippi” e “Nymphaeum divi Alexandri”, l’unico del quale si conosce anche con esattezza la dislocazione è stato identificato con i ruderi in Piazza Vittorio derri “Trofei di Mario”.

I ninfei rappresentarono il punto più alto dell’evoluzione delle fontane, ma molte altre erano ad uso privato. La grande disponibilità di acque consentiva infatti la distribuzione idrica sia nelle case e ville private, dove all’aspetto utilitaristico si aggiungeva quello ornamentale, dalle molte poste nelle insulae popolari, in cui una “fontanella” dislocata generalmente nel cortile del fabbricato serviva per il rifornimento d’acqua di tutto il “condominio” a quelle splendide delle domus e soprattutto degli Horti.

A metà del IV sec. i Cataloghi regionari dell’epoca censivano dalle 1.204 alle 1.352 (secondo la versione) fontane pubbliche, da quelle di strada a quelle monumentali, senza contare le numerosissime delle case private, i 15 ninfei pubblici, le piscine e le terme.



IL LABRUM PER FONTANA

Dalle testimonianze archeologiche, letterarie ed epigrafiche è possibile comprendere il funzionamento dei labra: l’approvvigionamento dell’acqua avveniva attraverso una conduttura fittile o plumbea (fistula aquaria), dotata di rubinetti e valvole di arresto (epitonium), la quale entrava all’interno del piede e terminava in un boccaglio posto al centro della vasca, nel mezzo del disco rilevato.

Questo sbocco era in genere costituito di un tubo di bronzo o di piombo, da cui fuoriusciva a pressione uno zampillo verticale (saliens) scenografico, come mostrano le pitture parietali. A volte il foro di uscita del tubo di alimentazione sul fondo poteva essere decentrato, come testimoniano alcuni esemplari ostiensi: le due vaschette della Domus delle Colonne e del Ninfeo degli Eroti. In tal caso non c’era uno zampillo a pressione, ma l’acqua doveva sgorgare dal fondo, riempiendo lentamente il contenitore.

In altri casi, invece, nel mezzo della vasca poteva formarsi una colonna d’acqua o esserci un vaso, da cui fuoriusciva lo zampillo. Esistono inoltre testimonianze di conche di dimensioni inferiori poste al di sopra del labrum principale: a questo scopo erano forse utilizzati alcuni dei bacini più piccoli rinvenuti: ad esempio la conca porfiretica nel Museo Torlonia.

L’afflusso idrico poteva anche essere esterno alla vasca stessa, priva in tal caso di fori sul fondo, come accade in quasi tutti gli esemplari pompeiani. Il labrum allora veniva addossato ad una parete, dalla quale fuoriusciva la cannula di alimentazione (come nel caso del labrum nel frigidarium delle terme di Pergamo alimentato da una cannula fuoriuscente da una nicchia nel muro), il cui finale poteva essere in forma di oggetti vari (vasi, pigne, etc) o di maschere (ferine: pantera, lupo, come nella schola labri del caldarium delle terme Suburbane di Ercolano; o maschili barbate: Oceano, Sileno).

Nei giardini erano coltivate piante sempreverdi, fiori stagionali multicolori e numerosi alberi da frutto. L’acqua necessaria, zampillante da getti a volte fuoriuscenti da statuette, veniva raccolta in bacini, canali e laghetti, che costituivano l’elemento predominante della decorazione accessoria dei giardini romani, insieme a statue, crateri, rilievi, mobili da esterno e recinti, secondo il modello greco noto in santuari, ginnasi e parchi, con l’aggiunta di elementi tipicamente italici.

Vasche di dimensioni minori venivano collocate nei giardini delle domus, prive di alimentazione interna  esterna, che dovevano essere riempite manualmente o con la pioggia (come ad esempio alcune vasche nel giardino della casa dei Vettii).
Anche i bacini lustrali dovevano essere riforniti manualmente e per essi non era prevista la scenografica ricaduta dell’acqua in eccesso.

Le vasche conservate non forniscono una testimonianza esplicita di come avvenisse in antico il deflusso delle acque eccedenti. Esse generalmente presentano un unico foro sul fondo per l’afflusso, solo raramente è documentato un ulteriore foro per il deflusso: a volte, quando è presente, si può pensare ad un particolare impiego del labrum all’interno di una più complessa struttura.
Come nel caso della vasca rinvenuta presso l’Heraion di Olimpia, che presenta due fori: uno per lo zampillo centrale, l’altro per il deflusso. L’acqua di scarico del labrum si raccoglieva in un condotto circolare al di sotto dello stilobate, da cui veniva incanalata alla tubazione del sottostante bacino. La mancanza di un secondo foro nella maggior parte delle vasche esaminate permette di affermare che il deflusso delle acque di scarico solitamente non era regolamentato con canalette, ma avveniva per tracimazione, con la ricaduta scenografica dell’acqua in eccedenza dai bordi della vasca nel basso bacino di raccolta.

D’altronde, la forma del labbro, con la sua estroflessione e la superficie arrotondata per permettere una migliore ricaduta dell’acqua, testimonia la fondatezza di questa supposizione. Nelle stanze da bagno delle terme l’acqua scorreva liberamente sui pavimenti fuoriuscendo sia dalle piscine in muratura, dotate di condutture di afflusso, ma non di sbocchi di uscita, sia dai labra: ne consegue che i pavimenti erano sempre umidi e bagnati, anche a causa dell’umidità stessa degli ambienti. Il libero scorrimento dell’acqua sui pavimenti termali è confermato dall’inserimento di soglie rialzate tra tepidaria e caldaria nei bagni di alcune case e dalla presenza di tubi di scarico a livello del pavimento conservati nei tepidaria.



IL BAGNO PRIVATO

E’ dagli ultimi decenni del III sec. a.c. che nel mondo romano iniziò a diffondersi l’uso dei bagni pubblici, definiti in età imperiale thermae. Il bagno pubblico si affiancò e progressivamente si sostituì a quello domestico, il quale, però, sopravvisse nelle dimore private più ricche.

Il bagno domestico in età più antica era praticato, nella maggior parte dei casi, in un unico, piccolo ambiente buio, posto accanto alle cucine, per sfruttarne il calore, e fornito di tinozze o catini di metallo o in muratura, raramente di vasche marmoree, per lavarsi, e a volte di panchine per il bagno di sudore; bagni privati di questo tipo sono attestati nelle ville rustiche di età repubblicana del Lazio. Seneca (Epistolae 86, 4-12) in un’epistola scritta dopo la metà del I sec. d.c. ricorda con rimpianto l’austerità di P.Cornelio Scipione Africano, che nel suo balneolum angustum e buio si lavava, secondo la consuetudine antica, parzialmente ogni giorno e ogni otto giorni faceva il bagno completo.

Dalla fine del III- inizi del II sec. a.c. si diffuse l’uso del bagno intero da effettuarsi in un’apposita stanza da bagno e in ambienti più complessi. Con il termine di balineum/balneum le fonti indicano un bagno completo, installato sia in dimore private che in edifici pubblici appositi, composto nei primi tempi di sole due stanze (una per gli uomini e una per le donne) ed usato semplicemente per lavarsi; stanze per i bagni di vapore, riprese dai Greci, furono introdotte successivamente, nel II sec. a.c.

Successivamente, come testimoniano le villae e le domus tardo-repubblicane e imperiali, il bagno privato fu ampliato e articolato in vari locali: laconicum (sauna), caldarium (bagni di acqua calda), tepidarium (bagni di acqua tiepida), a volte con un apodyterium (spogliatoio), frigidarium (bagni di acqua fredda).

Labra erano assai frequenti anche in altri ambienti delle case e ville romane: negli atria, nei giardini di cortili e peristili, ove rivestivano una funzione sia ornamentale, che utilitaria, come vasca di transito per l’acqua di irrigazione, che attira gli uccelli: elemento particolarmente amato nei giardini, in base alle testimonianze pittoriche e letterarie (PLIN. , Ep. V, 6, 22-23); fontane con labra zampillanti, insieme a statue, panchine, alberi ed aiuole, decoravano i cortili-giardino costruiti all’interno delle più ricche insulae ad appartamenti.

Le città vesuviane offrono vivide testimonianze dell’esistenza di spazi verdi pubblici in aree sacre, nelle terme, in ristoranti, locande, alberghi e negozi. Grandi ville con ampi giardini, ricchi di statue e fontane, e pitture di giardini sono attestate ad Oplontis, Stabia, Boscoreale, Boscotrecase, Sarno, nell’area suburbana di Pompei e di Ercolano, rivelando un’evidente differenza tra le ville di città, rivolte verso l’interno della casa, con peristilio-giardino, e chiuse all’esterno, e quelle di campagna (rusticae), circondate da giardini e completamente integrate con il paesaggio circostante, grazie anche ai portici.



LE TERME

I labra collocati nelle terme potevano essere posti in vari ambienti, ma il luogo prediletto era il caldarium: qui oltre all’alveus, cioè alla grande piscina comune per immersioni in acqua calda, è spesso presente anche un bacino tondo su alto piede. Esso veniva inserito nella nicchia absidale, definita da Vitruvio (V, 10, 4) schola labri, un luogo di attesa con sedili marmorei, in cui il labrum era collocato sotto un’apertura, in modo che i bagnanti, che si disponevano intorno ad esso non potessero oscurare con la loro ombra la luce, che arrivava dai lati oppure obliquamente dall’alto: la sua prima comparsa è testimoniata ad Olimpia nel 100 a.c. circa.

TERME DI POMPEI
La forma vitruviana dei caldaria con alveus-piscina e labrum nell’abside è attestata soprattutto nell’area campana, a partire dall’ultimo quarto del I sec. a.c. Il labrum nell’abside del caldarium doveva servire inizialmente, per l’evaporazione acquea, che favoriva la traspirazione dei bagnanti, e, contemporaneamente o successivamente al cambiamento di funzioni del labrum stesso, per una pulizia preliminare e per le aspersioni rinfrescanti, necessarie a causa dell’alta temperatura che si raggiungeva nell’ambiente.

I labra erano, inoltre, presenti anche nelle stanze fredde delle terme: in genere negli apodyteria, più raramente nei tepidaria, nei frigidaria e negli atria, dove rivestivano funzione di lavabo, fontanella per bere e rinfrescarsi, o di scenografico gioco d’acqua. Piccoli labra sono attestati anche nelle latrinae pubbliche, spesso connesse ai complessi termali: qui il labrum, in funzione di lavabo, costantemente ricolmo d’acqua, serviva anche ad alimentare la canaletta, scavata lungo il basamento dei sedili, in cui venivano immerse le spugne immanicate, usate per la pulizia e a volte ricordate anche nelle fonti antiche.

In altri casi il labrum era posto davanti ad un pilastro, in genere sormontato da una statua (di Venere, ninfe, satiri, amorini: come ad esempio nel ricco peristilio-giardino della casa dei Vettii e nel peristilio della casa pompeiana della Fortuna; statue bronzee di Apollo e Diana alimentavano i bacini nel portico del tempio di Apollo a Pompei) o da un vaso, da cui usciva il getto d’acqua, oppure davanti ad un’erma (come ad esempio nel giardino della casa dei Vettii e nell’atrio delle terme Suburbane di Ercolano), dal cui pilastro sgorgava lo zampillo.



TIPI DI LABRA

Le vasche tonde pervenute sono realizzate in pietre e marmi bianchi e colorati; tra i marmi, particolarmente diffuso è il marmo bianco, nei suoi vari tipi e provenienze: quello lunense, quello delle cave microasiatiche e greche. Si distinguono, per qualità esecutiva, per ricchezza di forme e dimensioni spesso notevoli, i labra realizzati in marmi colorati, soprattutto in quelli più preziosi, come porfido, granito grigio, cipollino, pavonazzetto, giallo antico; la basanite e il granito rosa sono meno attestati.

La maggiore preziosità dei labra è data dalle dimensioni, dalla presenza di elementi ornamentali aggiunti e dal tipo di marmo usato: l’acqua esaltava il colore del marmo, conferendogli brillantezza ed intensità cromatica. La qualità tecnica è sempre di alto livello per i labra in pietre e marmi colorati, mentre per quelli in marmi bianchi la resa è a volte mediocre o addirittura sommaria nel caso delle vasche in pietre calcaree.

In genere i labra nei materiali più economici sono di piccole dimensioni e di forma e resa più semplificate, mentre la maggior parte delle opere di grandi dimensioni sono realizzate in materiali costosi, come porfidi e graniti e sono scolpiti con grande maestria e perizia tecnica.

Si hanno, però, anche testimonianze di labra di piccole dimensioni resi in materiali preziosi, come porfido, verde antico, basanite, portasanta e giallo antico. Le opere più prestigiose erano destinate soprattutto a contesti pubblici, quali piazze forensi, terme e residenze imperiali. Quelle più semplici erano utilizzate soprattutto in contesti privati, per scopi ornamentali (in atria e peristili) e funzionali (bagni).

LABRUM BACCELLATO
Le officine per la  produzione dei labra, dislocate presso le cave o nei centri d’importazione, si basavano sulle richieste del mercato o su commissioni specifiche per i prodotti più pregiati. Questa organizzazione nella produzione dei labra e dei supporti permetteva lo stoccaggio di una certa quantità di pezzi pronti o quasi pronti e una diffusione su larga scala in grado di soddisfare le numerose richieste del mercato sia pubblico, che privato.
Che i labra venissero in genere eseguiti in connessione con i supporti pertinenti è testimoniato dai pezzi naufragati a Punta Scifo, dai rinvenimenti in cava dei semilavorati (ad esempio il materiale rimasto nel distretto estrattivo di Moria a Lesbo) e dagli esemplari conservatisi completi di vasca e sostegno: tenoni sporgenti dal fondo del labrum e incassi combacianti, scavati sul piano superiore del supporto, permettevano l’incastro perfetto dei due elementi.

Grazie a questa efficiente organizzazione del lavoro in serie i costi potevano essere ridotti e i tempi di produzione contratti. I labra più pregiati, per i materiali utilizzati (pietre dure egiziane), per le dimensioni grandi, spesso monumentali, e per l’elevata qualità formale, venivano realizzati soltanto su precise ordinazioni da parte di committenti, che certo appartenevano allo strato superiore della popolazione, anzi spesso si trattava di committenze pubbliche, ufficiali.
I labra e i supporti realizzati in materiali locali da botteghe indigene, rinvenuti in centri periferici e provinciali, sono in genere di piccole dimensioni, raramente medie, eseguiti più modestamente ad imitazione dei prodotti in marmo.

Questa produzione minore, locale, di labra e supporti è attestata in Italia settentrionale, in Campania, nelle province nordiche ed anche in Grecia e in Cirenaica. La cronologia dei labra dipende dal tipo di materiale utilizzato: nel caso del prestigioso porfido la datazione va dall’età traianea a quella costantiniana, con una concentrazione nel II sec. d.c. Gli esemplari in basanite vanno datati tra l’età flavia e quella adrianea, con la massima diffusione dell’uso di questa pietra.

I labra e supporti dei centri vesuviani costituiscono un preciso punto di riferimento cronologico, essendo il grosso degli esemplari circoscrivibili tra il terminus ante quem del 79 d.c. e il terminus post quem dell’età augustea, quando, con la realizzazione dell’acquedotto del Serino, aumentò notevolmente la disponibilità delle risorse idriche
I labra conservatisi nelle strutture antiche di Ostia si possono ascrivere sostanzialmente a due periodi: al II secolo d.c., quando, grazie ai continui miglioramenti e ampliamenti della rete idrica cittadina, a Ostia si diffusero fontane e ninfei pubblici e privati di vario tipo, o al III-IV sec., quando si registrò un incremento in ambito domestico, aristocratico, delle fontane e dei ninfei.

Nella media età imperiale si può datare la maggior parte dei labra realizzati nei più prestigiosi marmi colorati, particolarmente amati in età adrianea e antonina, quando, grazie all’impulso conferito da Adriano alla monumentalizzazione dei “complessi d’acqua”, a Roma e in tutto l’impero ci fu un’eccezionale fioritura di fontane, fontanelle e ninfei, nei quali spesso i labra costituivano un complemento fondamentale.



LA DECADENZA

L’uso e l’ampliamento di tali opere idrauliche continuò ininterrotto fino alla tarda antichità, caratterizzando l’aspetto e la vita di Roma. E’ soltanto nel 537, durante l’assedio del goto Vitige, che furono manomessi gli acquedotti, con la conseguente riduzione e il progressivo abbandono delle fontane e delle opere idrauliche presenti nell’Urbe. Tuttavia l'uso delle terme, con la nuova religione che considerava il nudo peccaminiso, si abbandonarono molto prima.

Nonostante la dissoluzione dell’impero d’Occidente alla fine del V secolo d.c., Roma riuscì a sopravvivergli e l’acqua dei suoi acquedotti continuò a scorrere ancora per molto. Teodorico, alla fine del V sec., fece eseguire restauri alla rete idrica urbana: l’antica capitale evidentemente conservava intatti i suoi bagni, le sue fontane e i suoi acquedotti.
I venti anni di guerra (535-555) tra goti e greci di Bisanzio prostrarono definitivamente l’Urbe: devastata più volte, ormai priva di importanza economica e politica, essa si ridusse ad un sobborgo.

Alla metà del VI secolo Roma né poteva, né voleva mantenere in buono stato i suoi grandi acquedotti. Alla fine del millennio la maggior parte del sistema di approvvigionamento idrico aveva cessato di funzionare e con esso anche le numerose fontane avevano smesso di zampillare. Ma i labra disseminati nell’Urbe, rimasti visibili nei secoli o riscoperti occasionalmente, furono riutilizzati a partire dal ‘400 fino ad oggi, in funzione di abbeveratoi e fontanili pubblici o di suggestive fontane in piazze e nobili dimore, conservando intatte le loro antiche prerogative, in una città che da sempre è ammirata per la bellezza e la scenografica monumentalità delle sue numerose fontane.



FONTANE DELL'EPOCA

Durante l'età repubblicana i Romani sfruttarono le poche sorgenti naturali esistenti nel sottosuolo delle aree abitate per costruire le prime fontane. Molti dei loro nomi si trovano nelle fonti letterarie e in alcuni casi si conosce con ragionevole approssimazione anche dove erano situate.

Plinio narra di Agrippa « lacus s.ptingehtos fecit, praeterea salientes centuiuquinque  » . Ciò significa avere egli fatto di nuovo 700 fontare ed aggiunte 105 cannelle a quello preesistenti. Cf. Digesto 19,1.17.9.Sigilla, columnas quoque et personas ex quaium rostiis aqua salire soltt »; e 83, 7, 12 « fìstulae et canales et crateres, et sì qua sint alia ad aquas salientes necessaria  »  cf. Festo, 290,6 « Servilius lacus in quo loco fuit eflSgies hydrae posita a M. Agrippa » . Plinio, li.N, 36,24. 9. — Bull. mun. 3, 186. - Cf. Ann. Inst. 1867, 398 sg.

- Meta Sudante

- Aquae Lautolae
acque calde sorgenti che confluivano in una fontana in quella parte del Foro dove c'era il sacello di Giano.

Aqua Fontinales
La festa Fontinales si svolgeva il 13 ottobre presso la porta Fontinalis delle mura serviane, il che conferma la presenza di un'importante sorgente presso la porta e che probabilmente era sotto il carcere, anticamente un tempio.

- Aqua Sallustiana
Nei giardini di Sallustio c'era una sorgente con fontana, detta aqua Sallustiana che scendeva nella valle, tra il Quirinale ed il Pincio.

- Amnis Petronia
Antica Fons Euripi che fluiva dove sorse il Circo Massimo

- Fons Olei
A S Maria in Trastevere sorgeva un ospizio per soldati feriti chiamato Taberna Meritoria, dove un giorno del 38 a.c. sgorgò un getto di petrolio dal terreno. A questo prodigio fu dato il nome di fons olei (sorgente di olio) testimoniato in diverse antiche cronache, che narrano come il liquido "...per spacio di un giorno et una nocte con rivo larghissimo in fino al Tevero corse".
Sia gli àuguri che la gente diedero all'evento ogni sorta di significato, magico o religioso; secondo la prima versione cristiana, il prodigio preannunciava la nascita di Cristo. Per questo i cristiani chiesero all'imperatore Alessandro Severo (III sec.) di concedere loro la Taberna e costruirvi la chiesa.

- Fons Scaurianus
testimoniato con precisione sull'Aventino attraverso un'epigrafe rinvenuta a S Prisca.

- Fons Muscosus
Menzionato solo da Plutarco, sembra fosse nel Foro Boario.

- Fons Camenarum
un tempo entro il Lucus Camenarum, presso Porta Capena.

- Fons Lupercalis
citata da Famianus Nardinus nel lib. VIII, che servì le abitazioni preistoriche sul Palatino.

- Fons Apollinaris
fonte salutare dedicata ad Apollo, oggetto di culto e forse connessa con l'Apollinare.

- Fons Lollianus
posta nella XII Regio.

- Fons Pici et Fauni - Fonte di Pico
La fontana di Pico, sull'Aventino, presso la Piscina Publica.
Ovidio
"Lucas Aventino suberat niger ìlicis umbra 
Quo posses viso dicere: numen adest. 
 In medio gramen, rauncoque adoperta virenti, 
 Manabat saxo vena perennis aqnae."  

- Fonte di S Damaso
fuori Porta Cavalleggeri, citata da Prudenzio.

- Tullianum
Nel Carcere Mamertino o Tulliano, entro il Foro Romano, aveva una fonte nella grotta inferiore risalente al VIII-VII sec. a.c.

ADIACENTE CIRCO MASSIMO (Roma)
- Fons Mercurii
presso porta Capena, nell'attuale via di S Gregorio.

- Fontana dell'Acqua Marcia
Fra le sue decorazioni originali, nessuna delle quali è rimasta in sede, erano due gruppi marmorei raffiguranti armi ed armature prese come trofei alle popolazioni barbariche, quindi frutto delle campagne belliche romane. Nel tardo XVI sec. questi gruppi furono trasferiti a piazza del Campidoglio, dove si trovano tutt'ora. Studi successivi hanno appurato che, essendo più antichi del ninfeo che decoravano, con ogni probabilità Alessandro Severo li aveva a sua volta presi da qualche altra fontana o edificio già esistente.

- Piscina Publica
situata nella parte meridionale della città, la cui funzione era probabilmente quella di cisterna più che di una vera e propria fontana. Nella prima età imperiale (I secolo) era già scomparsa, ma l'imperatore Ottaviano Augusto diede il suo nome alla XII Regio (cioè rione) dell'area urbana, per cui ne rimase a lungo impresso il ricordo nella memoria degli abitanti locali.
Lanciani - Quando e da chi fosse fondata la piscina publica non mi sembra esser noto: certamente lo fu prima dell' introduzione dell'acqua appia perchè il fatto stesso di aver dato il nome alla regione circostante, che poi fu la duodecima augustea, è documento di remota antichità. I1 Canina giudica essere « assai difficile a riconoscersi la sua vera posizione ». A me sembra esservi pochi monumenti di Roma, il sito e l'esatto perimetro dei quali possano meglio determinarsi, non ostante la mancanza di qualsiasi resto di costruzione. Essendo noto che la regione duodecima era tutta al difuori delle mura serviane; essendo nota parimenti la linea secondo la quale queste mura attraversano la valle della porta capena, non possiamo non collocare la piscina publica in quella bassura rettangolare compresa fra la via di porta s. Sebastiano (via Nova) ad est: le mura serviane a nord ed ovest: la via di s. Balbina a sud, conforme è dimostrato nella tav. I, fìg. 4. -

- La fontanina.

- Fontana di via Capo d’Africa
all’incrocio tra via Capo d’Africa e via dei SS. Quattro Coronati, alle pendici nord-occidentali del Celio, era un’esedra semicircolare con una vasca esterna. È documentata in un disegno del XVI sec. di Baldassarre Peruzzi. Attualmente non v’è alcuna traccia.

- Fontana del Ludus Magnus:
una piccola fontana triangolare, posta in corrispondenza della curva nord-occidentale del “Ludus Magnus”, il piccolo anfiteatro per le esercitazioni dei gladiatori fatto costruire da Domiziano nei pressi del Colosseo. È l’unica rimasta delle probabili quattro esistenti intorno alla struttura, ed è testimoniata in un frammento della ”Forma Urbis Severiana”, la pianta marmorea della città risalente al III sec.

. Fontana di via San Basilio
scoperta e subito distrutta durante i lavori di costruzione di un palazzo per uffici, della fontana, databile alla seconda metà del III sec., rimaneva solo la base di un’esedra con una vasca all’interno collegata ad un’altra vasca laterale. Faceva forse parte del complesso degli “Horti Sallustiani”.

- Fons (Lacus) Iuturnae
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/5b/BronJutarna.jpg
la fontana di Giuturna, dedicata alla sorella di Turno, re dei Rutuli, venne edificata dopo il 168 a.c. forse da Lucio Emilio Paolo Macedonico sfruttando direttamente l’alimentazione fornita da un’acqua che sgorgava alla base del lato nord del Palatino. Era una grande vasca quadrata con una più piccola, rettangolare, posta al suo centro.
 Lanciani - Del culto di questa fonte di Giuturna abbiamo non solo la testimonianza di Frontino, di Properzio {lympha salvòris) di Varrone, multi aegroti..., hanc aquan\ petere solert, ma anche quella dei marmi. Il eh. Tomassetti ha scoperto nella galeria lapidaria vaticana un bacino lustrale di travertino, segnato col n. 164, dedicato dai due Tiberii Giulii Stafilo e Ninfio, padre e figlio, a Giuturna DIVTVR. La forma e la natura del monumento ci costringono a riferirlo alla fonte vicina ai Castori. -

- Fontana di via del Teatro di Marcello
la fontana, del III sec, venne inserita in un ambiente preesistente di almeno un secolo. Situata nei pressi dell’attuale chiesa di Santa Rita da Cascia in Campitelli, alle pendici occidentali del Campidoglio, non ve n’è più traccia.

- Fontana dell’ex Vigna Bettini
alle pendici meridionali del Celio, nelle vicinanze della “Fonte Egeria”, da cui era probabilmente alimentata, venne interrata per la costruzione di un convento. Si trattava di una camera rettangolare (preceduta da un’altra), con un’abside in fondo.

- Nymphaeum Divi Alexandri
:costruito dall’imperatore Alessandro Severo entro il 226, i resti sono ancora visibili nell’angolo nord-ovest dei giardini dell’attuale Piazza Vittorio. Concepita come “mostra” di una diramazione secondaria dell’acquedotto Claudio e Anio novus, era una struttura di 20 m. di altezza (su tre piani) per 25 di larghezza e 15 di profondità. Papa Sisto V, nel 1589, provvide ad asportare cospicue parti del monumento per la realizzazione di altre opere.
 
DOMUS TARDOREPUBBLICANA
Ninfeo dei Licinii
noto come “Tempio di Minerva Medica”, è un ambiente circolare, del IV sec., coperto da una cupola, con una vasca centrale in cui l’acqua zampillava da varie statue circostanti. Era inserito negli “Horti Liciniani”, la villa che la Gens Licinia possedeva nell’area tra Porta Maggiore e l’attuale sede ferroviaria della stazione Termini.

Septizodium 
eretto da Settimio Severo all’inizio del III sec., forse su una struttura risalente al 40, era una fontana monumentale “a facciata”, lunga circa 90 m., posta alla base sud-orientale del Palatino, sotto i palazzi imperiali. Si trattava di un’imponente struttura, verosimilmente di tre piani colonnati, dedicata alle sette divinità planetarie. Già in rovina nel VII sec., fu definitivamente demolito nel 1588 da papa Sisto V per la riutilizzazione dei materiali pregiati rimasti.

Lacus Curtius
Era l'ultima parte della palude che una volta si estendeva su tutta l'area dove in seguito venne edificato il Foro a seguito di un evento riportato in tre diverse versioni dalle fonti storico-leggendarie, è stato monumentalizzato nel 184 a.c. (e in tre interventi successivi) con la recinzione delle acque in una sorta di vasca circolare. una sorgente o, secondo altri, una semplice vasca di raccolta dell'acqua piovana, anch'essa nell'area del Foro.
Secondo la tradizione, la sorgente ebbe origine quando un fulmine spaccò la terra, nel 445 a.c, e il console Gaio Curzio fece recintare l'area. La caduta di un fulmine era considerata presaga di eventi negativi, perciò in tali casi un consiglio di dieci sacerdoti bidentales presidevano alla recinzione del punto, e alla sepoltura di una pietra come rappresentazione simbolica del fulmine. Seguiva il sacrificio di una pecora, per l'occasione indicata come bidental, e tale nome veniva poi preso anche dal sito stesso.

- Lacus Aretis
nota solo da un’iscrizione funeraria che non ne consente la localizzazione, potrebbe riferirsi ad Arete, madre di Nausicaa e moglie di Alcinoo.

- Lacus Cuniculi
anche in questo caso è nota per una citazione su un’iscrizione funebre; è localizzabile in un’area indefinita di Campo Marzio e potrebbe trattarsi di una delle fontane realizzate in occasione della costruzione dell’acquedotto dell’Aqua Virgo, circostanza anche richiamata dallo stesso nome della fontana.

- Lacus Fundani
citata da Tacito e in alcune iscrizioni, doveva trovarsi nell’area ora occupata dalla chiesa di San Silvestro al Quirinale. Il nome potrebbe derivare dal patronimico del costruttore.

- Lacus Ganymedis
citata nei Cataloghi regionari, doveva trovarsi nei pressi dell’attuale basilica dei Santi XII Apostoli; in quella zona l’architetto Pirro Ligorio, nel XVI sec., riferisce infatti di aver visto una grande vasca con una statua di Ganimede al centro.

- Lacus Orphaei
citata nei Cataloghi, forse la “mostra” di un acquedotto, doveva trovarsi nell’attuale piazza di San Martino ai Monti, la cui omonima chiesa, tra l’altro, aveva in precedenza il nome di “San Silvestro in Orpheo”.

- Lacus Pastoris (o “pastorum”)
anche questa fontana è citata nei Cataloghi; si trovava alla base del Colle Oppio, probabilmente nei pressi dell’attuale basilica di San Clemente al Laterano.

- Lacus Promethei
ancora citata nei Cataloghi, si trovava alla base del Celio, nei pressi dell’antica Porta Capena, lungo l’attuale viale della Passeggiata Archeologica.

- Lacus Servilius 
era situata nel Foro Romano, alle pendici del Campidoglio, lungo l’ancora esistente “Vico Iugario”; il nome le deriva probabilmente dal costruttore, il censore  Gneo Servilio Cepione che la edificò nel 125 a.c. in occasione della realizzazione dell’acquedotto dell’”Aqua Tepula” che probabilmente la alimentava. Si sa che nei pressi della fontana furono esposte le teste mozzate dei senatori vittime delle proscrizioni sillane;
- Nymphaeum Philippi”: localizzabile probabilmente tra le attuali Salita del Grillo e via Sant’Agata dei Goti, alle pendici del Quirinale, è citato in tre iscrizioni relative a lavori di restauro effettuati verso la fine del IV sec.

NINFEO DI ANNIA REGILLA
- Ninfeo di Annia Regilla
Questa fontana monumentale è spesso chiamata "il ninfeo di Herodes Atticus", ma l'iscrizione dedicatoria nomina solo Regilla, mogli di Herodes.
Olympia, Greece: Archaeological Museum.

- Ninfeo della Basilica di Sant'Anastasia al Palatino
databile all’epoca dell’imperatore Commodo (fine II sec.), è una struttura su due piani sul lato posteriore della Basilica.

- Ninfeo del Clivo Argentario
risalente alla prima metà del II sec., è una struttura a ferro di cavallo sul lato dell’antica strada.

- Ninfeo del Tempio di Claudio
è un muro di circa 200 m. di lunghezza, articolato in nicchie ed esedre circolari e rettangolari, addossato al lato orientale del Tempio del Divo Claudio, riutilizzato come fontana monumentale da Nerone per la Domus Aurea e riportato alla luce nel 1880 in occasione dell’apertura della via Claudia, alle pendici occidentali del Celio.

- Ninfeo di via degli Annibaldi
i resti dell’ampia struttura semicircolare, di cui rimane solo la parte terminale di destra, sono stati ritrovati nel 1894, in occasione dell’apertura della strada di cui porta il nome. Si tratta di un monumento, forse inserito in una struttura privata, risalente alla fine della Repubblica, già distrutto ed interrato forse a seguito dell’incendio del 64 e poi inglobato nelle fondazioni della Domus Aurea.

- Ninfeo di via della Consolazione
situato nei pressi dell’abside della chiesa di Santa Maria della Consolazione, alle pendici sud-occidentali del Campidoglio, la struttura, rettangolare con tre ambienti sui lati, risaliva al IV sec. Fu scoperto nel 1943 e successivamente smantellato per l’ampliamento della strada.

- Ninfeo di via Giovanni Lanza
scoperto nel 1884 e subito distrutto per lavori di viabilità, era un’esedra con nicchie e due ambienti ai lati, con statue di putti e teste di pantera da cui usciva l’acqua, affiancata da un’altra esedra laterale. Databile all’inizio del IV sec., doveva forse trattarsi di un ninfeo all’interno di una struttura privata.

- Ninfeo di Porta San Lorenzo
risalente al I sec., venne poi inglobata nelle Mura aureliane nei pressi della Porta. Si trattava di una “parete” in cui si aprivano delle nicchie, una delle quali ancora parzialmente visibile, ritrovata nel 1884 in occasione della demolizione di un tratto delle mura per l’ampliamento della porta stessa. L’alimentazione era assicurata dagli acquedotti dell’Aqua Marcia, dell’Aqua Iulia o dell’Aqua Tepula i cui condotti passavano sopra l’arco della Porta.



FONTANE ATTUALI DA SPOGLI ROMANI


- La Fontana del Belvedere
Paolo V nel 1609 dissotterrò nel teatro di Belvedere il magnifico labro monolitico di granito orientale, scoperto circa il 1510 nelle terme di Tito, e da Giulio II trasportato al Vaticano, formandone l'attuale fontana di Belvedere. Fece passare sul ponte Sisto un tubo capace di 282 oncie, che aveva termine con la mostra-castello allo sbocco cistiberino del ponte, eretto con architetture di Domenico Fontana e poi distrutto.

Costruì il ramo vaticano della Paola, capace di 630 oncie, destinandone 300 alla fontana nord della piazza di s. Pietro, eretta coi disegni di Carlo Maderno nipote del Fontana. Costui si valse di una tazza di granito orientale, già. servita per uso di vasca sotto Innocenzo VIII, e per mezzo di tre fistole una di m. 0,24, due di m. 0,28 fece zampillare l'acqua all'altezza di m 14,27 dal piano della conca inferiore, Coi disegni dello stesso architetto, nel 1614, Paolo V inondò di fontane i giardini e palazzi vaticani, eresse il bacino in piazza Scossacavalli, e distribuì l'acqua nella regione leonina e nel ghetto.

- La fontana di piazza S Maria in Trastevere
del XV sec.si avvale di una precedente fontana romana alimentata, fino al IV sec., dall’acquedotto dell’”Aqua Alsietina”. A base inizialmente quadrata con due catini circolari sovrapposti, riceveva acqua da canalizzazioni derivanti da sorgenti sul Gianicolo, ma a causa della bassa pressione si dovette modificare l’aspetto della fontana, con l’eliminazione del catino più alto. L’aspetto attuale è dovuto a vari restauri, nonché ad uno spostamento all’interno della piazza ed al passaggio dell’alimentazione all’“Acqua Felice”.

FONTANAA DU PIAZZA S. MARIA MAGGIORE (Roma)
- La Fontana di Papa Giulio III
all’incrocio tra la via Flaminia e via di Valle Giulia. La fontana mantiene pochi elementi della struttura originaria che si componeva di una vasca di granito posta tra due colonne corinzie che sorreggevano un timpano, ai cui lati due nicchie contenevano le statue della “Felicità” e dell’”Abbondanza”, il tutto sormontato dalle statue della dea Roma e di Minerva, con al centro, separato da piramidi ornamentali, un Nettuno. Sotto il timpano, in posizione centrale, lo stemma pontificio con un’iscrizione celebrativa del papa Giulio III. Dalla bocca di un’antica testa romana di Apollo l’acqua si gettava nella vasca sottostante. Tutto il complesso era racchiuso in un porticato. Due radicali interventi hanno stravolto nel tempo l’aspetto del monumento, che ora si presenta addossato all’angolo smussato di un palazzo, privo di tutte le statue e del porticato, con un’iscrizione del tutto diversa, lo stemma di un altro pontefice (Benedetto XIV) e una composizione comprendente un mascherone, una mostra d’armi e due delfini al posto della testa di Apollo.

Fontana del Babuino
realizzata nel 1576 con parti recuperate da antichità romane (una statua di sileno giacente, il “babbuino” appunto, e una vasca quadrangolare di origine termale), venne inizialmente posta sulla facciata del palazzo di proprietà della famiglia del papa Gregorio XIII, all’epoca era Paolina. Smembrata nel 1877, solo nel 1957 l’intera composizione fu ricomposta e riposizionata su un lato della chiesa di S Atanasio dei Greci, sempre in via del Babuino.

Fontana dei Dioscuri
in piazza del Quirinale. Realizzata nel 1590, era una vasca quadrilobata con al centro un elemento che sorreggeva un catino più piccolo, il tutto sollevato di tre gradini. La struttura era addossata alle imponenti statue dei Diòscuri già in loco, e che vennero spostate e girate verso il palazzo. Nel 1782 il gruppo dei Diòscuri venne separato, in mezzo fu posto un obelisco e la fontana originale fu smantellata (e andò perduta) per essere sostituita da una struttura simile alla precedente, ma in cui il catino centrale sommitale era costituito da una vasca in granito che dal 1578 si trovava, inizialmente come abbeveratoio, in Campo Vaccino.

- Fontana della Dea Roma
in piazza del Campidoglio: due vasche uguali, rettangolari col lato lungo lobato, inserite una nell’altra, addossate alla facciata del Palazzo Senatorio, sotto al nicchione contenente la (troppo piccola) statua allegorica della dea Roma, in realtà una statua romana di Minerva cui furono sostituiti degli attributi.

LA NAVICELLA (Roma)
- Fontane dei Leoni
ai due lati della base della Cordonata di accesso alla piazza del Campidoglio. Sono due leoni egizi in basalto, che gettano acqua dalla bocca in due grossi vasi di pietra. Opera realizzata nel 1588 da Giacomo Della Porta, coi due leoni del tempio romano di Iside.

- La Navicella
trasformata in fontana solo nel 1931. Nata come semplice abbellimento della piazza antistante la Basilica di S Maria in Domnica, sul colle Celio, si tratta della copia (realizzata da Andrea Sansovino nel 1513) di una scultura di epoca romana rinvenuta in loco. Solo nel 1931, quando ormai tutta la città era servita dagli acquedotti, un ramo dell’Acqua Felice che raggiungeva il Celio consentì la trasformazione dell’opera in una fontana, con l’aggiunta di una piscina.

- Fontane di piazza Farnese
Da due vasche di epoca romana prelevate dalle Terme di Caracalla e posizionate nella piazza nell’ultima metà del XVI sec., solo nel 1626 Girolamo Rainaldi realizzò altrettante fontane gemelle, approfittando del prolungamento dell’acquedotto sul lato sinistro del Tevere. Le due vasche, oblunghe, furono inserite in vasconi che imitavano la stessa forma; al centro di ogni vasca, un elegante balaustro sorreggeva un’ulteriore piccola vasca molto allungata. Ben sette i punti di fuoriuscita dell’acqua: oltre allo zampillo apicale, due nel reperto romano e quattro nella vasca a terra.

- Fontana di piazza Sant’Eustachio. 
Una fontana di epoca imperiale romana, venuta alla luce nel 1985 nel corso di scavi effettuati nei pressi di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, ed appartenente al complesso delle Terme di Nerone. L’ampia vasca monolitica in granito di origine egizia, di circa 5,30 m di diametro, venne rinvenuta in 8 frammenti, che furono restaurati, rimessi insieme e posti su un basamento in marmo di Carrara. L’intero gruppo venne trasferito in piazza Sant’Eustachio e sistemato all’interno di un bacino ottagonale che raccoglie l’acqua zampillante dal centro della vasca. Dono del Senato alla città, fu inaugurata il 22 dicembre 1987, 40º anniversario della Costituzione della Repubblica Italiana, come ricordato in una lapide posta su uno dei palazzi che si affacciano sulla piazza;

FONTANA DI PIAZZA FARNESE (Roma)
- Fontana di Porta San Sebastiano
subito fuori la Porta: un sarcofago in marmo bianco corredato di reperti antichi compreso un bassorilievo con due figure, un uomo ed una donna, forse i proprietari del sarcofago;

- Fontana di via Bocca di Leone
la cui sistemazione risale al 1842, e nella quale un mascherone getta acqua in un pregevole sarcofago che a sua volta riempie una vasca sottostante.

- Fontana del Testaccio
fatta erigere sul muraglione dell’omonimo lungotevere nel 1869 da papa Pio IX, in corrispondenza dell’incrocio con via Florio, a memoria, come spiegato nell’epigrafe, degli importanti scavi dell’archeologo Pietro Ercole Visconti. Sullo sfondo di un muro in laterizio, con lesene bugnate, cornice e stemma pontificio con due leoni rampanti, è sistemato un sarcofago di epoca romana (rinvenuto dal Visconti) poggiato su due sostegni in una piscina di base;

- Fontana di Tor di Nona
eretta nel 1925 per ricordare, con una lunga epigrafe, l’antico teatro Apollo, demolito nel 1888 per la sistemazione degli argini del Tevere. La stele è sovrapposta ad un sarcofago di epoca romana e inserita nel muraglione del Tevere.

- Fontana Chiavica del Bufalo
in via del Nazareno, restaurata nel 1957 da un beveratore di epoca incerta, XV o XVI sec. che utilizzava un sarcofago. Il curioso nome le deriva dal ricordo di una fognatura (una “chiavica”, appunto) fatta costruire nella zona dalla famiglia Del Bufalo, in ricordo della quale fu scolpita sulla parete di appoggio una testa di bufalo.

FONTANA DI S. EUSTACHIO (Roma)
Arcosolio di Benedetto XIV
in via Flaminia, risalente al 1552, che, nella versione attuale, utilizza appunto una vasca termale in cui getta acqua un mascherone inserito in una valva di conchiglia;

- Fontana del Mascherone
in via Giulia, all’incrocio con la via omonima: commissionata dalla famiglia Farnese (che non mancò di ornarla col suo simbolo araldico), si tratta di un mascherone in marmo bianco di epoca romana che getta acqua in un semicatino che a sua volta tracima in una vasca in porfido anch’essa di origine romana. Fu realizzata nel 1626 ed alimentata con la diramazione dell’Acqua Paola.

- Fontana dei Fori Imperiali (o del Nicchione) VEDI

- Fontana del Mascherone di Santa Sabina
addossata al muro adiacente l’ingresso della basilica, in piazza Pietro d’Illiria. Nel 1593 Giacomo Della Porta utilizzò l’antica vasca in granito con maniglioni in bassorilievo, rinvenuta presso l’Arco di Settimio Severo, per una fontana all’interno del Foro Romano, dotandola di un mascherone. Nel 1816 fu smembrata: la vasca venne utilizzata per la Fontana dei Dioscuri, mentre il mascherone ornava un’altra fontana nei pressi del porto della Lungara. Solo nel 1936 i due pezzi furono ricomposti e collocati nella posizione attuale.




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