CULTO DI ERCOLE





HERACLE GRECO

Zeus, invaghitosi di Alcmena, bellissima moglie di Anfitrione, aveva profittato dell'assenza di lui per introdursi nel suo letto assumendone le sembianze per ingannare la moglie, che dal Dio aveva generato Heracle.

Hera ingelosita avrebbe inviato al nuovo nato, mentre ancora era in culla, due grossi pitoni per ucciderlo, ma Ercole, già dotato di forza sovrumana, li strangolò. Pertanto Heracle era un semidio, figlio di un Dio e di una mortale.

In seguito, per aver ucciso i suoi tre figli, Ercole, per decisione della Pitia, sacerdotessa di Apollo, fu condannato da Euristeo, re di Tirinto, a compiere dodici fatiche o imprese praticamente impossibili. Sembra che il mito delle fatiche sia stato scritto per la prima volta nell'Eracleia, poema andato perduto del 600 a.c., da Pisandro di Rodi. Le imprese che conosciamo derivano pertanto da testi diversi.
Le fatiche sono rappresentate sulle metope del Tempio di Zeus ad Olimpia, del 450 a.c., 12 appunto, come le imprese, o come le costellazioni. Forse per la stessa ragione per cui anche gli apostoli erano dodici.

Le imprese come riportate dallo Pseudo-Apollodoro:

I - Uccidere il Leone di Nemea e riportarne la pelle.
Il leone di Nemea, dotato di pelle invulnerabile, devastava il paese e divorava gli abitanti e i loro armenti. Eracle, non potendo forarne la pelle, che era la parte invulbnarabile del mostro, lo strozzò con le mani e dopo averlo scuoiato si rivestì della pelle che divenne una corazza impenetrabile. La testa del leone diventò invece il suo elmo.

II - Uccidere l'Idra di Lerna.
L'idra era un mostro dalle tante teste dotate di un alito mortale, che distruggeva i raccolti e le greggi. Quando Eracle cominciò a tagliare le teste con la spada si accorse che da ognuna ne ricrescevano due, per cui, con l'aiuto dell'auriga Iolao, suo compagno e aiutante, le bruciò con rami infuocati; la testa centrale, invulnerabile al fuoco, invece la schiacciò con un masso. Una volta uccisa, intinse nel sangue del mostro le sue frecce, che da allora provocavano ferite che non si rimarginavano.

III - Catturare il cinghiale di Erimanto.
Il cinghiale gigantesco devastava e uccideva nelle regioni vicine, ma Ercole doveva catturarlo e non ucciderlo. Così lo afferrò e immoblizzò, poi lo legò e se lo caricò sulle spalle. Mentre l'eroe era sulla via del ritorno, fu invitato dal centauro Folo che gli offrì del vino, il cui odore però aveva attirato altri Centauri. Ne era nata una rissa durante la quale Eracle ne aveva uccisi alcuni e altri li aveva ricacciati a Malea, presso il centauro Chirone, ridotto in fin di vita perché ferito per errore da Ercole.

IV - Catturare la Cerva di Cerinea.
La Cerinea era un monte, tra l'Arcadia e l'Acaia, dove viveva una cerva sacra ad Artemide, che aveva le corna e gli zoccoli d'oro. L'ordine era di catturarla viva. Eracle le diede la caccia per un anno, inseguendola fino alla terra degli Iperborei, e alla fine riuscì a catturarla.

V - Scacciare gli uccelli del lago Stinfalo.
Lo Stinfalo era un lago dell'Arcadia, dove vivevano le Arpie, che avevano artigli, becco e anche penne di bronzo, che scagliavano come frecce, e si nutrivano di carne umana. Eracle ne uccise alcune con frecce, clava e pietre, e le altre le cacciò spaventandole con alcuni sonagli di bronzo, opera di Efesto, che gli erano stati donati da Atena.

VI - Ripulire in un giorno le Stalle di Augia.
Augia era il re degli Epei nell'Elide, e le sue immense stalle erano piene del letame accumulatosi da anni dai ricchissimi armenti del re. In un solo giorno Eracle riuscì a ripulirle, inondandole con la corrente di due fiumi che egli stesso aveva fatto deviare, che portarono via tutto il letame. Poi rimise a posto i fiumi e gli armenti poterono tornare alle stalle.

VII - Catturare il Toro di Creta.
Il toro di Creta, nulla che vedere col Minotauro, che era stato mandato da Poseidone al re Minosse. Poichè però il re non gliel'aveva sacrificato come promesso, Poseidone lo fece impazzire, distruggendo le campagne e chiunque incontrasse. Eracle riuscì a catturarlo. a legarlo e a riportarlo vivo a Micene.

VIII - Rubare le cavalle di Diomede.
Diomede era il re dei Bistoni in Tracia, che possedeva un armento di cavalle che nutriva di carne umana, fornita loro dal re uccidendo tutti gli stranieri che passavano per la sua terra. Eracle le legò, diede loro in pasto lo stesso Diomede e le portò vive al re Euristeo, esaudendo la sua richiesta.

IX - Rubare la cintura di Ippolita.
Ercole doveva recarsi nel territorio delle Amazzoni per rapire il cinto d'oro della regina, dono di Ares, secondo miti posteriori, per simboleggiare il potere. In realtà nel mito originale il cinto era quello che le Ore avevano donato a Venere alla sua nascita, un cinto che rendeva affascinanti. Il cinto era voluto da Admeta, figlia di Euristeo, e non dal re, il che conferma il significato dell'oggetto.

Nel racconto posteriore Ercole giunse nel regno di Temscira, la città delle Amazzoni, con un seguito di armati, tra cui Teseo, Peleo e Telamone. Stranamente si permise loro di raggiungere incolumi la reggia.
Si dice che la regina Ippolita, invaghita dell'eroe, gli offrisse il cinto e pure il suo letto, ma per equivoco le Amazzoni credettero ad un attacco, così contrattaccarono i Greci costringendoli alla fuga sulle loro imbarcazioni. Nel combattimento però le Amazzoni ebbero la peggio, la loro regina fu uccisa da Ercole, e le combattenti furono costrette a consegnare i loro capi: Melanippe e Antiope.

Quest'ultima fu costretta a seguirli ad Atene dove fu donata a Teseo come schiava. Per l'affronto ricevuto le Amazzoni penetrarono in Grecia in armi, riuscendo a farsi strada fino all'Acropoli di Atene, ma qui vennero di nuovo sconfitte, Antiope morì e si ritirarono a Nord, nella terra che si chiamò da allora Terra delle Amazzoni.

X - Rubare i buoi di Gerione.
I grandi armenti nell'isola di Eritea, vicino al Marocco, erano custoditi da un gigante pastore e da un cane a due teste. Per prenderli Eracle si recò nell'estremo occidente sul carro del Sole, ammazzò i guardiani e portò via i buoi. Poi trafisse con le frecce Gerione, che l'aveva inseguito, e riuscì a guidare le bestie fino alla reggia di Euristeo. Nel viaggio di ritorno subì un assalto dei briganti liguri Alchione e Dercino, figli di Poseidone, che gli volevano rubare i buoi, e un tafano inviato da Era, che disperse parte dell'armento.

XI - Rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi.
I pomi erano stati regalati da Gea ad Hera per le sue nozze con Zeus, custoditi dalle Esperidi in un giardino nell'estremo occidente presso il monte Atlante, e guardati dal drago Ladone. Eracle si recò in quell'estremo paese, uccise Ladone, prese tre pomi e li portò a Euristeo. Secondo altri miti il drago venne addormentato con un flauto ma non ucciso.
In un mito uleriore Ercole chiese al titano Atlante di andare a raccogliere i frutti mentre lui lo sostituiva nel sostegno della volta celeste. Al suo ritorno, Atlante rifiutò di riprendere il suo posto. Ercole allora gli chiese di riprendersi il suo carico giusto il tempo di afferrare un cuscino, dopodichè fuggì con le mele d’oro.
Durante l'impresa uccise il gigante Anteo, figlio di Gea, che l'aveva sfidato. Il gigante era invincibile finché teneva i piedi a terra, per cui Eracle lo sollevò in aria e lo strangolò.
Poi, giunto al Caucaso, trovò Prometeo incatenato ad una rupe per la condanna di Zeus, per aver donato il fuoco agli uomini, e lo liberò.
Tuttavia i pomi furono in seguito riportati da Atena al loro posto, dove sarebbero rimasti per sempre, perché a nessun mortale erano concessi i frutti che davano la conoscenza degli arcani e la percezione del bene e del male.

XII - Portare a Micene Cerbero vivo.
Cerbero era un mostruoso cane a tre teste che stava a guardia dell'Ade. Per ordine di Zeus Ercole fu aiutato da Ermes e da Athena, che gli permisero di giungere agli Inferi dove incontrò la gorgone Medusa, poi Meleagro, dove liberò Teseo e si battè col pastore di Ade. Infine il Dio Ade gli impose di catturare Cerbero senza uso delle armi e con l'impegno di restituirlo subito al regno degli Inferi. Eracle strinse alla gola Cerbero, lo condusse da Euristeo ma poi, fedele alla promessa, lo riportò nel mondo dei morti.



SIGNIFICATO DELLE FATICHE

Spesso interpretate come una via spirituale, sembrano piuttosto un passaggio dal matriarcato al patriarcato. Spesso infatti l'eroe combatte contro animali, in genere simbolo di istintualità, che in epoca antichissima erano ritenuti sacri.

Alcuni mostri sono retaggi di divinità antiche come l'Idra, demonizzazione della Dea delle acque, o Anteo protetto dalla Madre Terra, o i serpenti pitoni che erano il simbolo di Gea la Madre Terra, o la Cerva di Cerinea del culto di Artemide, o i pomi delle Esperidi, antiche Dee, guadate dalle sacerdotesse. Vi è un rimando ad antichi culti soppressi o impossessati dal patriarcato, come il Toro Cretese di società chiaramente matriarcale, ma soprattutto colpisce il Cinto di Ippolita, quando in effetti il patriarcato si scaglierà contro le amazzoni, cioè le donne fuggite dallo strapotere maschile che si abbattè ovunque e soprattutto ad Atene, quando 2500 anni fa le donne non portavano il velo, gareggiavano nude anche con i maschi e avevano diritto di voto.
Altri eroi come Teseo si vanteranno di aver distrutto il pacifico popolo delle Amazzoni, ree di aver rifiutato il nuovo patriarcato.


La tomba della madre di Ercole

Plutarco racconta che nel VI sec. a.c. fu scoperta la tomba di Alcmena, madre di Ercole, e che dentro vi si trovò un messaggio in lingua sconosciuta che venne inviato in oriente per essere decifrato. Sulle tavolette c’era un invito ad organizzare un agone in onore delle Muse. Il fatto che la tomba si riferisse alla madre dell’eroe, soppiantata da Hera, che ne usurpò i riti, la dice lunga. Anche il nome Heracle, fa pensare al figlio di Hera. Probabilmente Alcmena, il cui nome significa “la forza dell’ira” era una antica Dea guerriera declassata a donna. Si dice discendesse da Niobe, altra antica Dea, declassata e punita dal nuovo Dio Apollo, divinità iperborea.



ICONOGRAFIA

Ercole è rappresentato generalmente nudo, munito come unica arma di una clava, e recante a tracolla, o sul braccio, una pelle di leone. Talvolta indossa la testa dell'animale sul capo, annodandone le zampe attorno alla vita.



NOMI DI ERCOLE

Hercules Tasio - onorato a Taso.
Hercules Invicto - che non conosce sconfitta.
Hercules Nemeo - in ricordo della pelle di leone
Hercules Clavatus - portatore di clava
Hercules Claviger - portatore di chiavi
Hercules Saxaanus - delle rocce
Hercules Lapidarius - delle pietre
Hercules Campanus - dei campi
Hercules Barbatus - con la barba
Hercules Bullatus - fanciullo con la bulla
Hercules Puerinus - bambino
Hercules Malliatus - portatore di martello
Hercules Cubans (o Recubans) - chinato
Heracles pugilis - pugile





ERCOLE ROMANO



INNO ORFICO A ERCOLE

"Eracle d’animo vigoroso, di grande forza, prode Titano,
dalle mani potenti, indomito, ricco di fatiche gagliarde,
dalle forme cangianti, padre del tempo, eterno e benevolo,
indicibile, d’animo selvaggio, molto pregato, onnipotente,
che hai un cuore che tutto vince, forza grande, arciere, indovino,
che tutto divori, di tutto generatore, fra tutti supremo, di tutti soccorritore,
che per i mortali hai dato la caccia e posto fine alle specie feroci,
desiderando la pace che nutre i giovani splendidamente onorata,
che da te stesso nasci, infaticabile, il migliore germoglio della Terra,
lampeggiante di scaglie primigenie, Paion di gran nome,
che intorno al capo porti l’aurora e la nera notte,
passando attraverso dodici lotte da oriente ad occidente,
immortale, esperto, infinito, incrollabile;
Vieni, beato, recando tutti i sollievi alle malattie,
scaccia le malvagie sciagure agitando il ramo nella mano,
e manda via le Chere penose con velenose frecce alate".

Secondo Varrone, Ercole, seguito dai principi Argei, aveva raggiunto il suolo italico stabilendosi nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio. Secondo Plutarco (opera non pervenuta) Pitagora stimò l'altezza di Ercole. Si diceva che Ercole avesse misurato con i propri piedi lo stadio Olimpico di Pisa, trovandolo lungo seicento piedi. Poiché gli altri stadi greci erano più piccoli di quello di Pisa ma venivano considerati tutti lunghi seicento piedi, Pitagora stabilì che Ercole dovesse essere più alto della media in proporzione a quanto lo stadio di Pisa è più lungo degli altri.

A ricordo di ciò c'erano due feste religiose: il 16 e 17 marzo una processione che percorreva i 27 sacraria (dalla regio suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). La seconda festa, detta dei Lemuria, il 14 maggio, con un'altra processione, si concludeva, presso il ponte Sublicio, con il lancio nel Tevere, da parte delle Vestali, di 24 fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli Argei, il che fa pensare ad una festa di liberazione da invasori. I 27 "sacrari degli Argei", elencati in parte da Varrone, corrispondono ad un'antichissima divisione dell'Urbe, precedente a quella delle 4 "regioni serviane" (da Servio Tullio) del VI sec. a.c.

Ovidio riporta la leggenda del responso di Giove Fatidico che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrirgli tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes. Ercole avrebbe sostituito le persome con fantocci di giunco ponendo fine così ai sacrifici umani di giunco.

Aggiunge, facendo parlare il Dio Tevere, che il rito sarebbe invece in ricordo della pratica della sepoltura in acqua, come desiderio degli eroi argivi sul territorio della futura Roma di esser sepolti nel fiume onde poter tornare in morte al paese natale di là del mare.

Nessuna delle due leggende convince, sia perchè Dionigi ad esempio racconta che gli Argivi gettavano gli uomini dal ponte come poi di fece coi fantocci, sia perchè un rito cruento e barbaro non sarebbe stato mai ricordato dai Romani che disprezzavano le usanze barbare. Tantomeno convince l'idea delle sepolture in acqua, che era sacra sia per gli antichi Greci che per i Romani, che non avrebbero mai inquinato le acque del Dio Tevere. Anche Festo, nel Sexagenarius, nega il sacrificio umano dei sessagenari, la vecchiaia all'epoca era sinonimo di saggezza, tanto più che il Senato si chiamò tale proprio perchè costituito da Seniores, cioè da anziani.


TITO LIVIO - AB URBE CONDITA -

. " Stando alla leggenda, proprio in questi luoghi (Roma quadrata) Ercole uccise Gerione e gli portò via gli splendidi buoi e perché questi riprendessero fiato e pascolassero nella quiete del verde e per riposarsi anche lui stremato dal cammino, si coricò in un prato vicino al Tevere, nel punto in cui aveva attraversato a nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a sé.

Lì, appesantito dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente; un pastore della zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda, ma, dato che spingendo l'armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto il padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli per la coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta.

Al sorgere del sole, Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente il gregge ed essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più vicina, caso mai le orme portassero in quella direzione. Quando vide che erano tutte rivolte verso l'esterno ed escludevano ogni altra direzione, cominciò a spingere l'armento lontano da quel luogo ostile. Ma poiché alcune tra quelle messe in movimento si misero a muggire, come succede, per rimpianto di quelle rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre rimaste chiuse dentro la grotta fece girare Ercole.

Caco cercò di impedirgli con la forza l'ingresso nella grotta ma mentre tentava invano di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un colpo di clava. In quel tempo governava la zona, più per prestigio personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell'arrivo in Italia della Sibilla aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di profetessa.

Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale, gli domandò chi fosse.

Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: Salute a te, Ercole, figlio di Giove; mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.Ercole, dopo aver teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che avrebbe portato a compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l'altare.

Lì, prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole; ad occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più illustri della zona.Per caso successe che i Potizi giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere erano stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato.


Così, finché durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici.I Potizi, istruiti da Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne officio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse.Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo destino.

Sistemata la sfera del divino in maniera conforme alle usanze religiose e convocata in assemblea la massa, che nulla, salvo il vincolo giuridico, poteva unire nel complesso di un solo popolo, diede loro un sistema di leggi e pensando che esso sarebbe stato inviolabile per quei rozzi villici solo a patto di rendere se stesso degno di venerazione per i segni distintivi dell'autorità, diventò più maestoso sia nel resto della persona sia soprattutto grazie ai dodici littori di cui si circondò.

Alcuni ritengono che egli adottò il numero in base a quello degli uccelli che, col loro augurio, gli avevano pronosticato il regno.A me non dispiace la tesi di quelli che sostengono importati dalla confinante Etruria (donde furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questo tipo di subalterni quanto il loro stesso numero; essi ritengono che la cosa fosse così presso gli Etruschi dal momento che, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore a testa."


TEMPLI


Templum Herculis Invicti

Festa celebrata il 12 agosto in onore di Hercules Invictus. Si ricordava la dedicatio del tempio.
A Ostia Antica il Tempio di Hercules Invictus fu edificato al tempo di Silla, subì numerosi restauri in età traianea e nei periodi successivi.

Ad Ostia il culto di questo Dio fu importantissimo, soprattutto per le spedizioni militari, come si può vedere anche da alcuni rilievi e statue, sistemati all'interno del tempio stesso, donati da protagonisti di scontri bellici.

Il culto continuò anche in età imperiale e dopo il diffondersi del Cristianesimo, come si è potuto riscontrare, da alcune iscrizioni e da un restauro da parte delle autorità pubbliche di Roma, del IV sec. d.c..


Templum Herculis Magni Custodis ad Circum Flaminium

Festa celebrata il 4 giugno in onore di Hercules Magnus Custos, Ercole Grande Protettore. Si ricordava l'anniversario della dedicatio del tempio sito presso il Circus Flaminius. Detto anche tempio di Ercole delle Muse, che si dice da Eumenio edificato da Marco Fulvio Nobiliore ad imitazione di quello di Ercole Musagete che era in Grecia. Il tempio, di grandi proporzioni, era circondato da un portico, ma non se ne sono mai trovati i resti.


Templum Herculis Victoris

Festa celebrata il 13 agosto in onore di Hercules Victor, Ercole Vincitore. Si ricordava la dedicatio del tempio nel foro boario.


Templum Herculis Cubans

Uno strano tempio sotterraneo, citato dai Cataloghi regionari che lo pongono in trastevere, dove si nascondevano tesori p comunque oro, nonchè la statua del Dio chinata "Herculem Subterram Medium Cubantem Sub Quem Plurimum Aurum Positum Est"


Tempio di Ercole a Cori

Fu costruito durante la dittatura di Silla, tra l'89 e l'80 a.c. sulla cima del colle su cui era sorta l'acropoli di di Cora, odierna Cori, centro pelasgico e poi romano, a 398 m di altitudine, voluto da due magistrati locali, come è citato sull'architrave della porta.

Il tempio, elegante e visibile da ogni parte per la sua posizione egemonica, deve il buono stato di conservazione alla trasformazione in chiesa, non seguendo perciò il destino di tanti templi pagani abbattuti dal cristianesimo per estirpare i culti dei "pagus".

E' orchestrato con quattro colonne sul fronte e due colonne su ciascuno dei due lati delimitando il pronao che conduceva alla cella, di dimensioni ridotte come tutte le celle dell'epoca.

Sono rimasti integri le otto colonne di ordine dorico, la trabeazione ed il frontone, che richiamano in parte i templi etruschi e in parte quelli romani di era repubblicana.


Tempio detto di Vesta
Alcuni saggi nel Foro Boario (di fronte alla chiesa di S. Maria in Cosmedin) hanno permesso dí chiarire l'andamento (finora incerto) delle mura repubblicane nel tratto compreso tra Aventino e Campidoglio: le mura seguivano il Tevere, mantenendosi parallele al corso del fiume. Ciò ha permesso di chiarire vari problemi relativi alla topografia della zona, in particolare la posizione delle porte (la Trigemina presso la chiesa di S. Maria in Cosmedin, la Flumentana accanto al tempio di Portunus - cosiddetto tempio della Fortuna Virile).
Ne risulta anche la probabile identificazione del tempio circolare di marmo, prossimo al Tevere, con la Aedes Herculis Victoris ad portam Trigeminam. Studi recenti hanno chiarito la datazione di questo tempio (fine del II sec. a.c.). Si tratta cíoè del primo edificio templare tutto in marmo costruito a Roma, ad opera certamente di un architetto greco, che utilizzò in parte maestranze locali.
Comunque l'identificazione è ancora controversa.


Tempio di Ercole A Petra Hercules

Il tempio di Ercole era ubicato sulla Petra Herculis, conosciuto con il nome di scoglio di Rovigliano, ossia un isolotto calcareo posto a circa 200 m dalla costa, a pochissima distanza dalla foce del fiume Sarno, nella zona chiamata Rovigliano.

Secondo la leggenda Ercole, terminate le fatiche, staccò un pezzo di roccia dal monte Faito e lo scagliò in mare formando così l'isola. Il recente nome di Rovigliano invece deriva, secondo gli archeologi, o dal cognome di una antica famiglia romana, la gens Rubilia o dal console Rubelio, proprietario dello scoglio, o dal termine latino robilia, piante leguminose, simili alle cicerchie, che crescevano abbondanti nella zona dell'ager. 

Del tempio di Ercole rimangono un pezzo residuo di muro in opus reticulatum e il ritrovamento, durante lo scavo delle fondamenta di una torre, di una statua in bronzo raffigurante Ercole, andata perduta. Che nell'antichità l'isola fosse dedicata a Ercole lo testimonia Plinio il Vecchio:

« In Stabiano Campaniae ad Herculis petram melanuri in mari panem abiectum rapiunt, iidem ad nullum cibum, in quo hamus sit, accedunt. »
« A Stabiae, in Campania, allo Scoglio di Ercole i melanuri, mangiano il pane gettato in mare, ma, non si accostano a nessun cibo infisso sull'amo. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXII libro)

Sull'isolotto purtroppo nel VI sec. venne costruita un'abitazione privata, nel XII sec., per il principio cattolico della distruzione dei santuari pagani, sul tempio venne edificato un monastero, poi una chiesa e infine nel XVI sec. fu costruita una torre, ancora visibile, a difesa delle incursioni saracene. Nel 1931 vi fu perfino aperto anche un ristorante, che ebbe però ben poca fortuna: lo scoglio di Rovigliano versa come al solito in condizioni di degrado.

ERCOLE IN SARDEGNA

"Il culto d'Ercole era assai divulgato in Sardegna. Spano aggiunge rispetto ad esso le seguenti osservazioni nella sua lettera : « Noti solamente che il culto di Ercole era molto esteso in Sardegna , abbiamo insula Herculis ( Asinara), Portus Herculis, una montagna Erculenta ec. oltre le diverse statuette di bronzo che si sono trovate; io ne possiedo tre, trovate in diverse località. Un'altra fu spiegata dal Cara nel Bullettino am I. p. 51, altre ne esistono nel 11. Museo. » "





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