TEMPIO MATER DEI - S. Stefano Rotondo



RICOSTRUZIONE A CURA DI www.katatexilux.com

LA CHIESA OGGI

Santo Stefano Rotondo è un'antica chiesa romana, del V sec. secondo alcuni, di epoca precedente secondo altri, eretta sulla sommità del colle Celio, nel rione Monti.
Gestita fino al 1580 dai paolini ungheresi, la chiesa  appartiene oggi al Pontificio collegio germanico-ungarico in Roma ed è la chiesa nazionale di Ungheria.
Come annuncia il suo nome, è dedicata a santo Stefano ed è di forma rotonda.

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DESCRIZIONE

La Chiesa di Santo Stefano Rotondo è quasi nascosta alla vista dalle antiche mura dell'acquedotto di Nerone, i cui archi vennero poi riempiti a laterizio, e vi si accede tramite un cancello e una stradicciola all'interno di un giardinetto. L'edificio ha pianta circolare, costituita in origine da tre cerchi concentrici, come due pizze circolari sovrapposte di cui la seconda è la metà della prima, e con quattro cappelle sporgenti a croce.

Sembra che l'edificio originario fosse di notevole bellezza con un susseguirsi di spazi aperti e coperti creando un gioco di luce e ombra e di corpi alti e bassi culminanti nel tamburo centrale.

L'edificio era circondato da due ambulacri più bassi ad anello: il più interno, del diametro di 42 m, era delimitato da un secondo cerchio di colonne collegate da archi, oggi inserite in un muro ininterrotto, mentre quello più esterno, del diametro di ben 66 m, oggi scomparso, era chiuso da un basso muro.  Lo spazio centrale era delimitato da un cerchio di 22 colonne architravate, tutte di recupero, su cui poggia un tamburo alto 22,16 m. La facciata, come si osserva nella foto qui in alto,  è un portichetto modesto e diritto con colonne e capitelli anche questi di recupero.

Nell'anello più esterno i colonnati sormontati da un muro delimitavano quattro ambienti di maggiore altezza, iscrivendo nella pianta circolare una croce greca visibile dall'esterno per la differente altezza delle coperture. I tratti intermedi dell'anello più esterno, di altezza inferiore, erano ancora suddivisi in uno stretto corridoio esterno, con copertura a botte anulare, e in uno spazio più interno, probabilmente scoperto.

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Dai corridoi, a cui si accedeva dall'esterno mediante otto piccole porte, si passava agli ambienti radiali della croce greca, e da qui all'ambulacro interno e allo spazio centrale, coperti probabilmente con volte autoportanti, forse da tubi fittili. Gli interni erano riccamente decorati con lastre di marmo cipollino sul pavimento e sulle pareti, come testimoniano i frammenti e i fori per le grappe sulle pareti.

Nello spazio centrale si trovava l'altare, inserito in uno spazio recintato. Il colonnato che circonda lo spazio centrale ha le 22 colonne con fusti e basi di reimpiego per cui diverse tra loro, mentre i capitelli ionici furono appositamente eseguiti nel V secolo per la chiesa. Il che fa pensare ad un edificio preesistente in parte demolito e in parte ricostituito. Anche gli architravi sopra le colonne, probabilmente rilavorati da blocchi reimpiegati di diversa origine, hanno altezze diverse.

Il vano centrale è dunque circondato da due anelli dei quali quello esterno è diviso dai quattro bracci in quattro settori. Il secondo anello e i bracci di croce si aprono verso il corridoio più interno con una fila di arcate mentre i vani interni del secondo anello si affacciano sui bracci di croce con una lunga apertura tripartita a "serliana".

La "serliana" è una composizione architettonica formata da un arco a tutto sesto affiancato da due aperture architravate e da due colonne. Il tutto per un'impressione di leggerezza e monumentalità insieme, utilizzando ad esempio nei vani interni dei settori diagonali coperture con tubi fittili, come la volta centrale autoportante, altrimenti troppo pesante sulle pareti di scarico.
La struttura  a croce greca, dicono gli studiosi, fu particolarmente usata nel IV sec. soprattutto nelle Chiese donate dall'imperatore Costantino, ma prima ancora e soprattutto fu usata dai pagani, come dimostra in modo lampante il famosissimo Pantheon di Agrippa, anch'esso a croce greca con pronao rettangolare, eseguito, per ammissione dello stesso Agrippa, sul modello dei templi romani già antichi per la sua epoca, e i grandi templi italici erano in genere dedicati alla Dea Madre, la genitrice di tutti gli Dei.

SANTO STEFANO ROTONDO OGGI

LA STORIA

La chiesa venne edificata su preesistenti edifici romani, in parte su una caserma romana dei Castra Peregrina, o Peregrinorum, cioè gli alloggi delle truppe provinciali, e sopra un mitreo risalente al 180 d.c. che fu scoperto nei lavori del 1973-1975. Ma soprattutto deve essere stato riutilizzato un tempio rotondo, quindi arcaico o comunque dedicato a una Grande Madre, come era ad esempio Iside. Infatti sono stati trovati resti anche di questo tempio: una testa di Iside proprio accanto alla statuetta del Cautopates, in marmo lunense, di 22 cm. Spesso il culto di Mitra si affiancava al culto di Iside, forse perchè entrambi avevano un culto misterico.

Sappiamo inoltre che nei castra peregrinorum si trovavano anche il tempio di Giove Reduce e il sacello del Genius Castrorum.

Secondo l'ipotesi ricostruttiva di alcuni studiosi sul Macellum Magnum di Nerone, esso era simile all'attuale chiesa di S. Stefano Rotondo al Celio, cioè con pianta circolare contornata di colonne attorno al perimetro sormontato da una cupola. Era un edificio pubblico importante a accogliente, nonchè lussuoso, il che ne spiegherebbe la cura e la bellezza della costruzione. Pertanto hanno ipotizzato che la chiesa fosse in origine un macellum, ma non ci sono tracce di esso nella basilica, mentre dimostra ancora una volta che l'edificio a croce greca era in uso anche in epoca neroniana oltre che augustea.

Proprio a causa della forma della chiesa, si pensò gia dal X sec. che essa fosse il tempio della divinità pagana Faunus o dell'imperatore Claudius divinizzato, in effetti il tempio di Claudio non era molto distante, ma non si sa nulla della seconda attribuzione, visto che l'unico tempio di Fauno di cui si abbia notizia a Roma stava sull'Isola Tiberina.

L'edificio si inserirebbe secondo alcuni nel ritorno al classico dell'architettura paleocristiana, che raggiunse la massima espressione tra il 430 e il 460 con la basilica di Santa Maria Maggiore, la basilica di Santa Sabina, il Battistero lateranense e il mausoleo di Santa Costanza, ma in realtà le prime chiese cristiane, dovendo accogliere i fedeli all'interno, dovevano essere edifici monumentali, che vennero costruiti usando come modello la basilica romana con le classiche tre navate. Semmai gli antichi templi furono copiati solo in alcune soluzioni.

La pianta rotonda apparteneva a Roma agli edifici più arcaici, soprattutto a quelli dedicati a una delle Grandi Dee, come ad esempio Vesta, Cerere, Cibele e poi Iside. Sicuramente i numerosi reperti riutilizzati dimostrano che lì vi fosse uno e più luoghi sacri.

Se il tempio poteva servirsi solo di colonne sottratte ad altri templi, non si sarebbe scelto un modello di chiesa che richiedesse tante colonne con la difficoltà del trasporto che comportava. Invece le colonne giacevano là sotto e bastava prenderle. Inoltre l'idea che i marmisti non lavorassero più già all'epoca di Costantino è altrettanto infondata. E' con la caduta dell'Impero Romano che il potere si trasferisce a Costantinopoli, dove man mano vengono trasportati statue, colonne e bassorilievi, depredando il ricchissimo patrimonio artistico romano. Vero è invece che a Roma era già iniziata la spoliazione dei templi pagani p la loro trasformazione in chiese cristiane, come in questo caso.

Gli accadimenti storici:


V sec.
  • Il committente della Chiesa di Santo Stefano Rotondo era probabilmente legato al Papa Leone I (440-461 d.c.), forse verso il termine del suo pontificato. La costruzione della Chiesa si colloca intorno al 460 d.c., sotto il regno dell'imperatore Libio Severo (461-465 d.c.): due monete di questo imperatore sono infatti state rinvenute nel riempimento della fossa di costruzione del secondo colonnato nel settore sud della Chiesa e l'analisi degli anelli delle travi del tetto indicano che i fusti sono stati tagliati poco dopo l'anno 455 d.c., e il legname nei lavori di carpenteria si utilizza fresco. Ma secondo la testimonianza del Liber Pontificalis, la basilica venne costruita e consacrata dal pontefice Simplicius (468-483). Secondo altri studiosi venne costruita sotto Costantino (306 - 337), cioè oltre un secolo prima, il che non toglierebbe modifiche e restauri dopo un secolo.
VI sec.
  • Tra il 523 e il 529, sotto i papi Giovanni I e Felice IV, sappiamo dalle fonti che la chiesa fu ornata da mosaici e rivestita in marmi preziosi. Nella chiesa aveva predicato papa Gregorio Magno, al quale viene attribuita una cattedra che tuttora vi è conservata, un sedile in marmo di epoca romana, dal quale vennero eliminati nel XIII sec. la spalliera e i braccioli. E' evidente che gli ornamenti provenissero dai templi abbattuti, come dimostra il sedile romano, marmoreo e di epoca imperiale al quale vennero scalpellati i braccioli e il dossale.
VII sec.
  • Nel VII sec. papa Teodoro I (642-649) trasferì a Santo Stefano Rotondo le reliquie dei santi martiri Primo e Feliciano, collocandole nel braccio superstite nord-orientale della croce greca, dove fece erigere un nuovo altare, con un paliotto d'argento, e alle spalle il muro esterno venne demolito per realizzarvi un'abside, per la cappella dei Santissimi Primo e Feliciano.                                                
XI sec.
  • Nell'XI secolo la cappella fu ristretta con tramezzi per ospitare una sacrestia e un coro secondario 

XII sec.
  • Fu restaurata ad opera di papa Innocenzo II negli anni tra il 1139 e il 1143: l'anello esterno e tre dei quattro bracci vennero abbandonati, mentre rimase intatto solo quello che ospitava la cappella dei santi Primo e Feliciano. Il colonnato più esterno venne chiuso con muri in mattoni e fu creato un porticato di ingresso, coperto a volta, a cinque arcate su colonne con fusti di reimpiego in granito e capitelli tuscanici. Nel rifacimento delle coperture dello spazio centrale si costruì, per ridurre l'ampiezza, un muro di tramezzo, aperto con tre archi, di cui quello centrale più ampio dei due laterali, sostenuti da due grandi colonne, con fusti di granito e capitelli corinzi e basi di reimpiego. Infine, per consolidare la struttura, 14 delle finestre aperte sul tamburo vennero murate. Innocenzo II (1130-43) nel dodicesimo secolo aggiunse il portico, a cinque arcate su colonne antiche con capitelli tuscanici, e la triplice arcata interna,
XV sec.
  • Si pensò che la chiesa derivasse dalla riutilizzazione di un edificio romano, convinzione che durò fino al XIX secolo, con la denominazione di "Tempio di Bacco". Nel 1420 la chiesa venne descritta come basilica distrutta e se ne giunse a interpretare i resti come quelli di un tempio dedicato al dio Fauno.
  • Papa Niccolò V (1447-1455) affidò il restauro completo dell'edificio allo scultore fiorentino Bernardo Rossellino, che rifece le coperture e il pavimento, rialzandone la quota, collocò al centro dell'edificio un altare marmoreo, eliminò l'ambulacro esterno e tamponò con un muro le colonne del secondo anello costituenti l'attuale parete esterna dell'edificio. Dei bracci della croce greca ne rimase quindi uno solo utilizzato come vestibolo in corrispondenza dell'atrio. Durante il tempo del suo pontificato in Avignone, il papa fece costruire gli elementi rinascimentali dell`edificio: la porta d`entrata e l`altare principale. 
  • l'architetto rinascimentale Bernardo Rossellino, nel 1453, nel restaurarla su incarico del papa Niccolò V (1447-55), consolidò le coperture ma eliminò l'ambulacro esterno e tre dei quattro bracci della pianta.  
XV sec.
  • Dal 1454 fino al 1580, il convento che stava accanto alla basilica divenne il centro romano dell`ordine ed il luogo di seppellimento dei religiosi paulini. La sconfitta di Mohacs, poi l`espansione della riforma e la conquista di Buda causarono la soppressione dell`ordine.

XVI sec.  
  • Sulle pareti del muro perimetrale, a partire del 1585, gli artisti Pomarancio, Tempesta e Bril dipinsero il Martirologio, 34 affreschi raffiguranti le persecuzioni afflitte dagli imperatori romani ai martiri. voluto dai Gesuiti appartenenti al Collegio Germanico che aveva sede sul Celio, dopo l'assegnazione di Gregorio XIII (1572-85). Un affresco databile ai primi anni del '600 opera del Pomarancio e del Tempesta dimostrano l'impressionante sequenza di scene orripilanti che descrivono nei minimi particolari tutti i tipi di martirio inflitti ai primi cristiani.
  • L'affresco riflette lo spirito della Controriforma per l'esaltazione del martirio e il terrore delle punizioni inflitte; si tratta di 34 riquadri in cui i pittori hanno rievocato in modo molto realistico ogni tipo di tortura: santi schiacciati sotto grandi massi che fanno fuoriuscire le viscere dal corpo e gli occhi dalle orbite, martiri divorati pezzo per pezzo da leoni, affogati con una pietra al collo. bruciati un po' alla volta, accecati, storpiati, lapidati, privati dei denti e, se donne, delle mammelle e così via.
  • Le storie del martirio dei  santi nascondevano però l'Opera alchemica, con le lettere incise sopra l'affresco che ne indica la sequenza. Così per illustrare la Separazione, la I fase dell'Opera, viene tagliata la testa a un martire sdraiato, cosicchè nelle due sequenze successive la testa è sempre un po' di più lontana dal corpo, ma in realtà non si taglia la testa di un uomo supino, nè c'è ragione di dividere la scena in tre fasi, ma in alchimia si sosteneva che l'opera dovesse essere ripetuta tre volte. La II fase dell'Opera, la Riunificazione, viene invece illustrata con una santa coricata tra due lastroni di pietra che la schiacciano in tre scene, e in ognuna i lastroni si ricongiungono sempre più sulla disgraziata.
  • Intorno all'altare venne costruito un recinto ottagonale, decorato con sculture (stemmi papali) e affreschi di Niccolò Circignani, detto il Pomarancio, con 24 scene che imitano rilievi scultorei, in toni di giallo, raffiguranti la storia di santo Stefano e del suo culto. 
XVIII sec.
  • Nel XVIII secolo, a risarcimento della distruzione della chiesa nazionale ungherese di Santo Stefano Minore al Vaticano, fu creata nella basilica di Santo Stefano Rotondo una nuova cappella nazionale ungherese per gli studenti provenienti dal Regno d'Ungheria. 
  • L'attuale altare si deve al 1736 ed è opera di Filippo Barigoni. La chiesa decadde nei secoli successivi e perse le coperture originarie.   


GLI SCAVI

Dal 1958 sono iniziati gli scavi archeologici nel sottosuolo della chiesa e nella zona circostante, finchè nel 1973 fu scoperto un santuario del dio Mitra, il culto di origine orientale importato dai romani, diffuso soprattutto tra i soldati, e che conviveva con la religione ufficiale. Il santuario era collocato all'interno degli edifici dei castra peregrinorum, i primi resti dei quali furono scoperti nel 1905 a sud della Chiesa, durante la costruzione del Pio Istituto dell'Addolorata.

IL MITREO SOTTO SANTO STEFANO ROTONDO
Questi castra, che si estendevano sulla collina del Celio, erano le caserme  ove alloggiavano i soldati distaccati a Roma dalle regioni provinciali, chiamato corpo speciale dei peregrini.
Oltre al santuario di Mitra vi erano anche altri luoghi di culto all'interno di queste caserme come il Templum Iovis Reducis e un santuario del Genius Castrorum.
L'edificio dei castra col santuario di Mitra fu costruito attorno al 160 d.c. mentre la prima installazione del santuario risalirebbe al 180 d.c.
Il Mitreo subì anche una ristrutturazione alla fine del III sec. d.c. raggiungendo le dimensioni complessive di m 9,50 x10, uno dei mitrei più grandi tra quelli scavati finora a Roma. Il santuario era decorato con affreschi fatti di specchiature bianche con disegni a elementi vegetali, divise da lesene in verde e rosso. Vi erano poi due podi laterali sui quali prendevano posto i fedeli, un corridoio centrale e una nicchia sul muro di fondo contenente un altorilievo in stucco policromo rappresentante Mitra tauroctono tra i due dadofori Cautes e Cautopates, i cui frammenti sono stati rinvenuti sul pavimento nel corso degli scavi.

La seconda fase del Mitreo è databile alla fine del III sec., in cui la nicchia della prima fase del mitreo fu coperta con un grande rilievo marmoreo policromo con Mitra tauroctono e i dadofori, trovato a pezzi sul  pavimento. Nella nicchia compare una figura volante con fiaccola, cioè Hesperos, davanti alla Dea Luna sul carro tirato da una coppia di buoi e un animale ai piedi del dadoforo Cauropates, che dovrebbe essere un gallo o una civetta.

Alla seconda fase appartiene anche l'altare a gradini presso cui fu rinvenuta una statua marmorea, alta poco più di un metro, di Mitra che nasce dalla roccia, con accanto una piccola vasca di marmo colma di ossa di gallo e numerose epigrafi di militari fedeli di Mitra. Inoltre furono rinvenuti oggetti riferibili ad altri culti, in particolare una testa marmorea di Iside e una statuetta marmorea di Telesforo, provenienti probabilmente da altri luoghi di culto all'interno dei Castra. Testimonianze archeologiche hanno dimostrato che il santuario di Mitra fu frequentato anche dopo l'abbandono dei Castra, della metà del IV sec. in seguito alle invasioni barbariche, per seguire la sorte di tutti gli edifici romani dell'area, demoliti per il riempimento per la costruzione della Chiesa agli inizi del V sec.
La zona dei Castra diventò poi proprietà della Chiesa grazie all'imperatore come avvenne per la caserma degli Equites Singulares donata dall'imperatore Costantino al Papa per la costruzione di San Giovanni.



OGGI

Si nota un contrasto tra l'architettura monumentale della chiesa e la poca cura nella decorazione architettonica: infatti lo spessore del blocco nel profilo superiore dell'architrave marmoreo risulta di differente spessore (da 95 cm fino a 1,10 m), le modanature dei blocchi sono lavorate grossolanamente e molte delle colonne sono di differente qualità, evidentemente prelevate dai templi pagani demoliti.

Avendo rimosso il pavimento rinascimentale nelle zone nord-est e sud ovest, sono stati ritrovati resti del pavimento antico del V sec. composto di lastre di marmo cipollino di 90 cm di larghezza affiancate da lastre più strette. Ciò ha permesso di ricostruire il disegno originario del pavimento composto da quadrati intersecati diagonalmente. Del pavimento della restante parte non v'è traccia ma anch'esso era probabilmente costituito da grandi lastre di marmo.

Purtroppo il restauro odierno ha snaturato completamente il suolo della chiesa ponendovi un elemento moderno, senza pregio e di gusto opinabile, una serie di grandi colate di cemento su una graniglia di marmi incorniciate da grandi riquadri di metallo.  Si ignora la ragione per cui non siano stati utilizzati gli stessi lastroni marmorei in parte rinvenuti, magari alternati ad altri analoghi di fattura moderna, oppure utilizzando il cotto di epoca più tarda ma comunque molto antico che stava accatastato agli angoli della sala. A tal proposito parlammo con l'ingegnere che si dichiarò molto soddisfatto di aver sostituito un pavimento antichissimo con uno moderno e nemmeno di pregio.

All'interno dell'edificio sono stati inoltre ritrovati resti di opus sectile di marmi pregiati e, nei muri, file di buchi per perni di marmo e ganci che fissavano le lastre di marmo alle pareti confermando il disegno dell'interno della chiesa compiuto da Baldassarre Peruzzi all'inizio del Cinquecento. Solo i sondaggi stratigrafici hanno invece permesso di collocare l'altare dalla chiesa antica nel vano centrale, nell'area sud-ovest recintata.

Di tutti questi reperti però neppure l'ombra, è sparita anche l'epigrafe che prima del restauro riportava su marmo la dicitura: Mater Dei Genitrix, da me vista e di cui nessuno sa spiegarmi alcunchè. Non dimentichiamo che Iside Regina era così definita, prima che la denominazione passasse alla Madonna, e sembra che avessero trovato negli scavi della chiesa un'epigrafe a lei dedicata.

















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