LUCIO VOLUMNIO FLAMMA VIOLENTE



STATUA DELLA GENS VOLUMNIA

Nome: Lucius Volumnius Flamma Violens
Nascita: -
Morte: 273 a.C.
Gens: Volumnia
Coniuge: Virginia
Professione: Politico e Militare Romano
Consolato: 307 a.C. 296 a.C.


Fu figlio di Gaio Volumnio e membro della Gens Volumnia, un'antica famiglia patrizia romana di origine etrusca, ed esattamente del ramo Fiamma che però divenne plebeo, soprannominato Violens.

Venne eletto Console nel 307 a.c., con il collega Appio Claudio Cieco, grande nemico dei plebei. Mentre il console Appio rimaneva a Roma, e a Quinto Fabio Massimo Rulliano, console dell'anno precedente, era stato prolungato l'incarico nel Sannio, Lucio Volumnio guidò la guerra contro i Salentini (abitanti del Salento, la parte meridionale della odierna Puglia, tra il mar Ionio a ovest e il mar Adriatico a est) facendo vincere ai romani parecchi scontri e conquistando numerose città nemiche.

Fu eletto una seconda volta nel 296 a.c., sempre con Appio Claudio Cieco come collega. Nello stesso anno si sposò con Virginia. In quell'anno il senato assegnò a Volumnio la campagna nel Sannio, mentre ad Appio quella in Etruria, dove i popoli Etruschi si erano nuovamente sollevati in seguito all'arrivo di un grosso esercito Sannita, eterno nemico di Roma che da sempre sobillava i popoli vicini alla rivolta.

Dopo aver fronteggiato gli eserciti nemici in piccole scaramucce senza un esito vero, Volumnio, già recato nel Sannio dove lasciato ai due consoli dell'anno precedente il potere proconsolare, con l'incarico di tenere il Sannio, col suo esercito soccorse l'esercito in Etruria guidato da Appio. 

Nonostante l'inimicizia tra i due consoli, l'esercito romano riunito ebbe la meglio su quello etrusco-sannita in uno scontro in campo aperto, nei pressi di Caiazia.
Dopodichè Volumnio, nel 295 a.c., con poteri proconsolari, sconfisse i Sanniti nei pressi di Triferno. 

Poi, insieme all'altro proconsole Appio Claudio, affrontò il resto dell'esercito sannita, scampato alla battaglia del Sentino, detta anche delle nazioni, durante la III guerra sannitica, che oppose l'esercito romano con gli alleati piceni, a un'alleanza composta da Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri.

« Guida le schiere contro i Galli e lava col sangue dei nemici il sangue nostro. »
(Accio, Eneadi framm. 3)

Morì nel 273 a.c. si suppone non in battaglia visto che doveva avere non meno di 74 anni.



IL CARATTERE E LE IMPRESE

Dalle narrazioni di Tito Livio, in accordo con altre antiche fonti, emerge che Lucio Volumnio fosse uomo di grande diplomazia e di grande interesse per Roma e il benessere dei romani, che spesso antepose ai propri interessi. Ciò emerge soprattutto nei dissidi con Appio Claudio, patrizio arrogante e litigioso. grande nemico della plebe e avido di apparire più che di vincere i nemici, sempre timoroso di essere offuscato dall'altrui gloria.  

Nonostante ciò Lucio, accorso al suo probabile richiamo, per quanto schernito da Appio sul suo valore di generale, non solo non raccolse l'offesa ma si mostrò, alle suppliche dei soldati, ben disposto ancora ad aiutare lasciando le scelte degli avversari proprio ad Appio. 

Non solo Lucio non perse una battaglia, ma amato grandemente dai legionari per il grande rispetto e generosità che egli aveva con essi, mise sempre da parte i personalismi e per Roma andò sempre, spesso senza incarico specifico, là dove occorreva il suo aiuto, pur avendo già combattuto a lungo. Pertanto i legionari che lo seguivano, pur essendo stanchi della battaglia, non si tirarono mai indietro alle sue richieste di riprendere i combattimenti, sia per la generosità del comandante che consegnava loro l'intero bottino, sia per la grande stima e affetto che provavano verso di lui.

Va rimarcato inoltre un altro aspetto del suo carattere, perchè a volte i grandi uomini non sono altrettanto in famiglia. Egli sposò la patrizia Verginia che per amor suo perse il patriziato, ma lo amò tanto da difenderlo sempre dalle invidie anche delle altre donne, mostrando tra l'altro un carattere si forte da fondare nella sua stessa casa un tempio alla Venere Pudica, che trovò ampio seguito nelle altre donne.



TITO LIVIO (Ab Urbe Condita)

Concluse le elezioni, ai consoli uscenti venne data disposizione di proseguire la guerra nel Sannio, con la concessione di sei mesi di proroga al loro incarico. E così anche l'anno successivo, durante il consolato di Lucio Volumnio e Appio Claudio, Publio Decio, lasciato dal collega nel Sannio in qualità di console, continuò come proconsole a saccheggiare senza tregua le campagne, fino a quando riuscì finalmente a espellere l'esercito sannita, che non aveva mai avuto il coraggio di affidarsi allo scontro aperto.
I Sanniti respinti si diressero in Etruria: pensando con quell'esercito tanto massiccio, mescolando preghiere e minacce, di poter meglio raggiungere lo scopo più volte vanamente inseguito per vie diplomatiche, chiesero che venisse convocata un'assemblea dei capi Etruschi.

Una volta riuniti, ricordarono agli Etruschi per quanti anni avessero combattuto contro i Romani in difesa della loro libertà: avevano tentato ogni via, pur di riuscire a sostenere soltanto con le proprie forze una guerra tanto onerosa, arrivando perfino a chiedere il sostegno (a dire il vero ben poco efficace) dei popoli circostanti.
Avevano chiesto al popolo romano di ottenere la pace, quando non erano più in grado di sostenere la guerra; avevano ricominciato a combattere, perché una pace da servi era ben più pesante di una guerra da liberi; la sola speranza residua era riposta negli Etruschi.

Sapevano che era la gente più ricca d'Italia quanto ad armi, uomini e denaro, e che come vicini avevano i Galli, un popolo nato tra il ferro e le armi, già disposto alla guerra per la sua stessa natura, e in particolare nei confronti dei Romani, che essi ricordavano, certo senza vana millanteria, di aver sottomesso e obbligato a un riscatto a peso d'oro. 

Se solo negli Etruschi albergava ancora lo spirito che in passato aveva animato Porsenna e i suoi antenati, non mancava nulla perché essi, cacciati i Romani da tutta la terra al di qua del Tevere, li costringessero a lottare per la propria salvezza, invece che per un insopportabile dominio sull'Italia.
L'esercito sannita era lì, pronto per loro, con armi e denaro per pagare i soldati, disposto a seguirli su due piedi, anche se avessero voluto portarlo ad assediare addirittura Roma. Mentre i Sanniti andavano agitando e macchinando questi propositi, la guerra portata dai Romani stava devastando il loro paese. 

Infatti Publio Decio, quando venne a sapere tramite gli informatori che l'esercito sannita si era messo in marcia, convocò il consiglio di guerra e disse:
" Perché restiamo a vagare per le campagne, portando la guerra da un villaggio all'altro? Perché non attacchiamo le mura delle città? Il Sannio ormai non è più presidiato da nessun esercito: ritirandosi dalle loro terre, si sono inflitti da soli l'esilio. "

Poiché tutti approvavano la sua proposta, guidò l'esercito all'assalto di Murganzia, una città ben fortificata; e l'entusiasmo dei soldati fu tanto, sia per l'attaccamento alla persona del comandante, sia per la speranza di poter raccogliere un bottino più cospicuo di quello ricavato dalle incursioni nelle campagne, che la città venne espugnata in un solo giorno. I soldati sanniti sopraffatti e catturati furono 2100, e si aggiunse altro bottino in grande quantità.
Per evitare che l'eccessivo peso della preda rallentasse la marcia dell'esercito, Decio convocò i soldati e parlò:
" Volete accontentarvi di quest'unica vittoria e di quest'unico bottino? Volete coltivare sogni all'altezza dei vostri meriti? Tutte le città del Sannio e le fortune rimaste nelle città sono vostre, perché finalmente avete cacciato via dal Sannio le loro legioni sconfitte in così numerose battaglie. Vendete questi beni e attirate i mercanti a seguire la marcia dell'esercito agitando ai loro occhi la prospettiva di lauti guadagni: io vi procurerò sempre nuovo bottino da vendere. Partiamo per Romulea, dove vi aspettano non maggiore fatica e maggiore guadagno. "

Venduto il bottino, furono i soldati stessi a sollecitare il comandante, e si partì alla volta di Romulea. Anche lì, senza dover ricorrere ad assedi e macchine da lancio, appena le truppe si avvicinarono alla città, non ci fu forza che riuscisse a contenerne l'urto: accostarono subito le scale alle mura nei punti che si trovavano più vicino a ogni soldato, e ne raggiunsero in un attimo la sommità.
La città fu presa e saccheggiata; gli uomini uccisi furono circa 2300, i prigionieri 6000; i soldati romani si impadronirono di un cospicuo bottino, che misero in vendita, come già quello precedente; di lì vennero portati a Ferentino, sempre sostenuti dall'entusiasmo, non ostante non fosse stato loro concesso alcun riposo.
In quella città le difficoltà e i rischi furono maggiori: le mura erano difese con estremo accanimento, e la posizione era protetta da fortificazioni e dalla conformazione stessa del luogo; ma gli uomini, abituati a far bottino, riuscirono a superare ogni ostacolo. Circa 3000 nemici vennero uccisi attorno alle mura, mentre la preda venne lasciata ai soldati.

Secondo alcuni annalisti, il merito maggiore della cattura di queste città fu di Massimo: riferiscono che Murganzia sarebbe stata espugnata da Decio, Ferentino e Romulea invece da Fabio. C'è poi chi attribuisce quest'impresa ai nuovi consoli; altri ancora non a entrambi, ma al solo Lucio Volumnio, cui sarebbe stato affidato il comando della spedizione nel Sannio.

Mentre nel Sannio venivano compiute queste imprese (non importa sotto il comando e gli auspici di chi), in Etruria molti popoli stavano preparando una grossa guerra contro i Romani; la mente dell'operazione era il sannita Gellio Egnazio. Quasi tutti gli Etruschi avevano deciso di prendere parte a quel conflitto, che aveva contagiato le popolazioni della vicina Umbria, e anche truppe ausiliarie formate da Galli attirati dai soldi; tutta questa gente si stava radunando presso l'accampamento dei Sanniti.

Quando la notizia dell'improvvisa sollevazione arrivò a Roma, dato che il console Lucio Volumnio era già partito alla volta del Sannio con la II e la III legione e con 15000 alleati, si decise che Appio Claudio partisse quanto prima per l'Etruria. Lo seguivano due legioni, la I e la IV, e 12000 alleati; l'accampamento venne posto non lontano dal nemico. 

L'arrivo del console servì più perché giunse opportunamente a trattenere con la sola paura del nome di Roma alcune popolazioni dell'Etruria che avevano già intenzione di entrare in guerra, che perché sotto il suo comando fosse stata realizzata qualche abile o riuscita operazione; molti scontri si svolsero in punti e momenti sfavorevoli, e i nemici, fiduciosi com'erano nelle proprie forze, diventavano giorno dopo giorno sempre più temibili; ormai si era già quasi arrivati al punto che i soldati romani non avevano fiducia nel comandante, né il comandante nei soldati.
In tre diversi annalisti ho trovato che Appio avrebbe inviato al collega un messaggio col quale lo richiamava dal Sannio; tuttavia non mi sento di accettare come vera la notizia, perché i due consoli romani, che ricoprivano quella stessa carica già per la seconda volta, si trovarono in disaccordo sullo svolgimento dei fatti: Appio negava di aver mandato il messaggio, mentre Volumnio sosteneva di esser stato convocato da una lettera di Appio. 

Volumnio aveva già espugnato nel Sannio tre piazzeforti, uccidendovi circa 3000 nemici e facendone prigionieri 1500; in Lucania c'era poi stata un'insurrezione organizzata da plebei e indigenti: a sedarla, con grande soddisfazione degli ottimati, era stato Quinto Fabio, spedito in quella zona come proconsole, con il vecchio esercito.
Volumnio lasciò al collega l'incarico di mettere a ferro e fuoco il territorio nemico, e partì coi suoi uomini per l'Etruria, per raggiungervi il collega. Il suo arrivo venne salutato con entusiasmo da tutti; ma Appio che, immagino, in base alla sua coscienza avrebbe dovuto o sentirsi a buon diritto in collera (nel caso non avesse scritto nulla), oppure dimostrarsi ingiusto e ingrato (qualora stesse cercando di nascondere la cosa pur avendo chiesto soccorso), gli andò incontro senza ricambiare il saluto e disse: 
" Come va, Lucio Volumnio? E la situazione nel Sannio? Cosa ti ha spinto ad abbandonare il fronte di guerra che ti è stato assegnato? "

Volumnio replicò che le cose nel Sannio procedevano bene, e aggiunse di essersi presentato perché convocato da un suo messaggio; se però si trattava di un falso allarme, e non c'era bisogno di lui in Etruria, allora sarebbe immediatamente ripartito. 
" Vai pure, allora, " replicò Appio " nessuno ti trattiene: non ha senso che tu, che sei a malapena in grado di fronteggiare la tua campagna, ti debba vantare di esser venuto a portare aiuto agli altri. "

Augurandosi che Ercole potesse fare andare tutto per il meglio, Volumnio disse che preferiva aver perduto tempo invano, piuttosto che fosse successo qualcosa per cui in Etruria un solo esercito consolare non fosse sufficiente. Mentre erano già sul punto di congedarsi, i due consoli vennero circondati dai luogotenenti e dai tribuni dell'esercito di Appio.

Alcuni di essi imploravano il loro comandante di non respingere l'aiuto offerto spontaneamente dal collega (aiuto che sarebbe stato necessario richiedere); la maggior parte, attorniando Volumnio in atto di partire, lo supplicava di non tradire il paese per un'insulsa rivalità col collega: se solo ci fosse stato qualche disastro, la responsabilità sarebbe stata addossata più su chi aveva abbandonato l'altro che su chi era stato abbandonato; la situazione era tale, che ormai tutto il merito di un successo o il disonore di un insuccesso sarebbero toccati a Lucio Volumnio; nessuno si sarebbe preoccupato di sapere quali fossero state le parole di Appio, ma solo quale sorte fosse toccata all'esercito;
Appio lo aveva congedato, ma a trattenerlo erano la repubblica e l'esercito: bastava solo mettesse alla prova la volontà dei soldati. Con queste parole di monito e queste suppliche essi riuscirono a trascinare nell'assemblea i due consoli riluttanti. Lì vennero pronunciati dei discorsi più argomentati, ma identici nella sostanza a quelli già pronunciati nella discussione ristretta; e poiché Volumnio, il quale aveva maggiori ragioni, quanto a doti oratorie non sembrava meno dotato del brillante collega, Appio disse ironicamente che i soldati gli dovevano gratitudine, se ora avevano un console eloquente, da muto e senza lingua ch'era prima: nel corso del precedente consolato, non era mai riuscito ad aprire bocca, mentre adesso teneva discorsi che conquistavano il favore delle masse;
Volumnio allora ribatté: 
" Come preferirei che tu avessi imparato da me ad agire con decisione, piuttosto che io da te a esprimermi in maniera raffinata! "
Poi propose di stabilire in questo modo chi dei due fosse non tanto il miglior oratore (non di questo aveva bisogno lo Stato), quanto il miglior generale: poiché le zone di operazione erano l'Etruria e il Sannio, Appio scegliesse pure quella che preferiva.

Lui, Volumnio, con il suo esercito avrebbe condotto la campagna indifferentemente sia in Etruria che nel Sannio. Allora i soldati cominciarono a gridare che la guerra contro gli Etruschi doveva essere condotta collegialmente da entrambi. E Volumnio, vedendo che tutti erano di questo avviso, disse: 
" Poiché ho sbagliato nell'interpretare le intenzioni del collega, non lascerò che restino dubbi circa le vostre: fatemi capire col vostro grido se preferite che io resti oppure che me ne vada. "
L'urlo che allora si levò fu così potente, che i nemici uscirono dalle tende. Presero le armi andandosi a schierare in campo. Anche Volumnio fece dare il segnale di battaglia e ordinò di uscire dall'accampamento; pare che Appio abbia avuto un attimo di esitazione, constatando che la vittoria sarebbe stata merito del collega, che egli intervenisse nel combattimento o no; poi, temendo che le sue legioni seguissero Volumnio, diede anch'egli il segnale di battaglia ai suoi che lo stavano chiedendo con impazienza.

I due eserciti non avevano potuto schierarsi in maniera ordinata; infatti da una parte il comandante dei Sanniti si era allontanato con alcune coorti per andare alla ricerca di rifornimenti e i soldati si gettavano nella mischia seguendo più l'istinto che gli ordini e la guida di un comandante; dall'altra, gli eserciti romani non erano stati portati in linea di combattimento nello stesso istante e non c'era stato nemmeno il tempo sufficiente perché le forze venissero schierate.
Volumnio si scontrò col nemico prima dell'arrivo di Appio, e così nel fronte di combattimento non ci fu continuità; e poi, come se il destino avesse voluto invertire i nemici di sempre, gli Etruschi andarono a fronteggiare Volumnio, mentre i Sanniti, dopo un attimo di esitazione per l'assenza del loro comandante, si presentarono nella zona di Appio. 

ETRUSCHI
Pare che nel pieno dello scontro Appio levò le mani al cielo tra le prime file (in modo che tutti lo vedessero), pronunciando questa preghiera:
"O Bellona, se oggi ci garantisci la vittoria, prometto di dedicarti un tempio".
Dopo aver rivolto questa preghiera, quasi lo sospingesse la Dea, eguagliò il collega in atti di valore, e i suoi uomini furono pari al generale; comandanti fecero il loro dovere, mentre i soldati si impegnarono al massimo perché la vittoria non avesse inizio dall'altra parte dell'esercito. Così travolsero e misero in fuga i nemici, che non potevano reggere l'urto di forze superiori a quelle con cui di solito combattevano in passato.

Incalzandoli quando cominciavano a cedere e poi inseguendoli mentre fuggivano disordinatamente, li ricacciarono verso l'accampamento; lì l'arrivo di Gellio e delle coorti sannite fece sì che la battaglia si riaccendesse per un po' di tempo. Ma anche queste nuove forze vennero in breve sopraffatte, e i vincitori si lanciarono all'assalto dell'accampamento; mentre Volumnio in persona spingeva le sue truppe contro la porta, e Appio infiammava gli animi dei suoi soldati continuando ad acclamare Bellona vincitrice, fecero breccia attraverso il terrapieno e il fossato.
L'accampamento fu preso e saccheggiato; il bottino prelevato fu cospicuo e venne lasciato ai soldati. Furono uccisi 7800 nemici, fatti prigionieri 2120. Mentre entrambi i consoli e tutte le forze romane erano impegnati sul fronte della guerra etrusca, i Sanniti, allestito un nuovo esercito, cominciarono a mettere a ferro e fuoco i territori soggetti al dominio romano: scesi in Campania e nell'agro Falerno attraverso il territorio dei Vescini, colsero un ingente bottino.
Mentre Volumnio stava rientrando nel Sannio a marce forzate, per Fabio e Decio si stava già infatti avvicinando il termine della proroga dell'incarico, le notizie relative all'esercito sannita e alle devastazioni nel territorio campano lo fecero deviare per andare a proteggere gli alleati. Non appena giunse nella zona di Cale, vide coi propri occhi i segni dei recenti disastri, e venne informato dai Caleni che il nemico stava trascinando un carico tale di bottino da riuscire a stento a mantenere l'ordine di marcia; per questo i comandanti sanniti affermavano senza remore che si doveva rientrare quanto prima nel Sannio per scaricarvi il bottino, e non rischiare lo scontro con un esercito tanto appesantito.
Anche se queste informazioni erano verisimili, il console volle saperne di più e mandò in giro dei cavalieri col compito di intercettare i predatori sparsi per le campagne; dopo averli interrogati, venne a sapere che il nemico era accampato nei pressi del fiume Volturno e che aveva intenzione di partire di lì a mezzanotte, con direzione il Sannio.
Verificate le informazioni, si mise in marcia andandosi a fermare a una distanza dai nemici tale che, per la prossimità, non potessero rendersi conto del suo arrivo e li si potesse sorprendere mentre uscivano dall'accampamento.
Poco prima dell'alba si avvicinò all'accampamento e inviò degli uomini che parlavano la lingua osca a esplorare i movimenti del nemico. Ed essendosi mescolati agli avversari, cosa che non fu difficile nella confusione della notte, essi vennero a sapere che gli sparuti reparti armati erano già usciti, e che adesso stavano uscendo quelli incaricati di vigilare sul bottino, ovvero una schiera statica, in cui ciascuno pensava soltanto alle proprie cose, senza che ci fossero una volontà comune e un comando ben definito.

Sembrò quello il momento più indicato per l'attacco; poiché era infatti già quasi chiaro, il console fece dare il segnale e si riversò sulla formazione nemica. Appesantiti dal bottino, i Sanniti, pochi dei quali erano armati, cercarono in parte di accelerare il passo spingendo avanti il carico del bottino, e in parte invece si fermarono, non sapendo se fosse più sicuro procedere o rientrare al campo; mentre esitavano, furono sopraffatti; i Romani avevano già superato la trincea, gettando lo scompiglio e mietendo vittime nell'accampamento.

A sconvolgere la colonna dei Sanniti era stata, oltre al repentino attacco nemico, anche l'improvvisa sollevazione dei prigionieri, che essendosi in parte già liberati toglievano i lacci ai compagni, mentre in parte afferravano le armi legate ai basti e, mescolandosi alla colonna, contribuivano a rendere la situazione più caotica della battaglia stessa.
Poi però realizzarono un'impresa eccezionale: assalito il comandante Staio Minacio che si aggirava tra i suoi cercando di incitarli, dispersero i cavalieri del suo seguito, lo circondarono, e fattolo prigioniero in sella al suo cavallo lo trascinarono di fronte al console romano. La prima linea sannita tornò indietro richiamata da quel frastuono, e la battaglia che sembrava già decisa riprese, anche se i nemici non riuscirono a reggere a lungo.
Vennero uccisi circa in 6000, mentre 2500 furono fatti prigionieri (tra di loro anche quattro tribuni militari), trenta insegne conquistate, e, motivo di gioia ancor più grande per i vincitori, furono liberati 7400 prigionieri e riconquistato il grosso bottino strappato agli alleati; i legittimi proprietari vennero convocati con un editto a riconoscere le proprie cose e a riprenderle entro un termine preciso.
Gli oggetti che nessuno si presentò a reclamare furono lasciati ai soldati, che vennero obbligati a vendere la preda, per evitare che si concentrassero su qualcosa di diverso delle armi. La spedizione nell'agro campano aveva suscitato grande trepidazione a Roma; inoltre, proprio in quei giorni, dall'Etruria era arrivata la notizia che dopo la partenza dell'esercito di Volumnio gli Etruschi erano corsi alle armi, e che Gellio Egnazio, comandante dei Sanniti, cercava non solo di spingere gli Umbri alla ribellione ma anche di allettare i Galli con la promessa di una grossa ricompensa.
Preoccupato da queste notizie il senato ordinò la sospensione delle pubbliche attività e bandì la leva generale degli uomini di ogni classe sociale. Ad essere arruolati non furono solo gli uomini liberi e i più giovani, ma vennero formate anche coorti di veterani, e i liberti furono inquadrati in centurie; inoltre fu predisposto anche un piano di difesa per Roma, e a capo della città venne posto il pretore Publio Sempronio.
Ma a liberare il senato di parte delle sue preoccupazioni giunse una lettera con la quale il console Lucio Volumnio riferiva che i predoni della Campania erano stati fatti a pezzi e dispersi. Pertanto i senatori, a nome del console, decretarono pubblici ringraziamenti agli Dei per l'esito favorevole dell'impresa, e revocarono la sospensione dei pubblici affari, durata diciotto giorni; e venne celebrato il rito della supplica.
Si iniziò poi a discutere circa il modo di proteggere la regione devastata dai Sanniti, e venne deciso di fondare due colonie nei territori di Vescia e di Falerno, una presso la foce del Liri (alla quale andò il nome di Minturno), l'altra sulle alture di Vescia, vicino al territorio di Falerno, dove si dice si trovasse la città greca di Sinope, chiamata poi dai coloni romani Sinuessa.
I tribuni ricevettero l'incarico di presentare all'approvazione del popolo un decreto in base al quale il pretore Publio Sempronio avrebbe nominato tre magistrati col compito di presiedere alla fondazione di quelle colonie; tuttavia non era facile trovare la gente da iscrivere: dominava l'impressione di essere spediti non in una colonia agricola, ma come a un avamposto permanente in una zona minacciata dai nemici.
A distogliere il senato da questi problemi furono la guerra in Etruria, che stava diventando sempre più preoccupante, e i frequenti messaggi di Appio che consigliava con insistenza di non trascurare i moti di quella regione: quattro popoli, Etruschi, Sanniti, Umbri e Galli, stavano unendo le proprie forze, e avevano già posto due accampamenti distinti, perché un unico campo non era in grado di contenere tutta quella massa di armati.
Per questo motivo, e anche per presiedere le elezioni (la data era già alle porte), venne richiamato a Roma il console Lucio Volumnio; questi, prima di chiamare le centurie al voto, dopo aver convocato l'assemblea generale, pronunciò un lungo discorso sulla gravità della guerra in Etruria; disse che fino a quel momento, fino a quando cioè aveva gestito insieme al collega la campagna in Etruria, la guerra era stata così dura, che per sostenerla non erano stati sufficienti un unico comandante e un unico esercito; in seguito, stando a quanto si diceva, si erano aggiunti gli Umbri e i Galli con un grosso esercito; tenessero bene a mente, quindi, che quel giorno venivano scelti i consoli destinati a fronteggiare quei quattro popoli.
Personalmente, se non fosse stato convinto che il voto del popolo stava per designare al consolato l'uomo che in quel momento era giudicato senza alcun dubbio il miglior generale a disposizione, lo avrebbe nominato immediatamente dittatore. Nessuno dubitava che Fabio sarebbe stato eletto all'unanimità per la quinta volta: e infatti le centurie prerogative e quelle chiamate al voto per prime lo avevano nominato console insieme a Lucio Volumnio.
E Fabio pronunciò un discorso simile a quello di due anni prima; poi, visto che nulla poteva contro il volere unanime del popolo, chiese infine che gli fosse assegnato come collega Publio Decio: sarebbe stato un sostegno per la sua vecchiaia. Nella censura e in due consolati condotti insieme aveva avuto modo di sperimentare come nulla fosse più utile agli interessi dello Stato che l'armonia tra i colleghi.
Il suo temperamento di vecchio avrebbe fatto fatica ad abituarsi a un nuovo compagno di comando; con una persona già nota sarebbe stato invece più facile concordare le strategie di guerra. Il console si dichiarò d'accordo con le parole di Fabio, elogiando Publio Decio per i suoi effettivi meriti, insistendo sui vantaggi che derivano dall'armonia tra i consoli nella gestione delle campagne militari e sui danni che nascono dal loro disaccordo, e ancora ricordando come poco tempo prima si fosse giunti a un passo dal disastro proprio per la divergenza di vedute tra lui e il collega; Decio e Fabio avevano invece un solo cuore e una sola mente, e poi erano uomini nati per la vita militare, grandi nell'azione e poco portati agli scontri a base di lingua e parole.
Queste sì erano personalità tagliate per la carica di console: i furbi e gli scaltri, gli esperti di diritto e di eloquenza, come Appio Claudio, bisognava tenerli per il governo della città e per la vita pubblica, per l'elezione dei pretori deputati all'amministrazione della giustizia. L'intera giornata trascorse in questi discorsi. Il giorno successivo le elezioni di consoli e pretori si tennero secondo le disposizioni del console.pur essendo tutti assenti, vennero eletti consoli Quinto Fabio e Publio Decio, pretore Appio Claudio; in base a un decreto del senato e a una deliberazione della plebe, a Lucio Volumnio venne prorogato il comando delle truppe per un anno.
Nel corso dell'anno si verificarono molti prodigi; per evitarne le possibili conseguenze, il senato decretò due giorni di suppliche: vennero offerti a spese dell'erario vino e incenso, mentre uomini e donne andarono in massa a supplicare gli Dei. Quella supplica rimase nelle cronache per una lite scoppiata tra le matrone all'interno del santuario della Pudicizia patrizia, situato nel foro Boario in prossimità del tempio rotondo di Ercole. Le matrone avevano escluso dalla partecipazione ai riti sacri Virginia, figlia di Aulo, una patrizia moglie di un plebeo, il console Lucio Volumnio, perché, celebrato il matrimonio, non faceva più parte del patriziato.
Ne nacque un breve screzio che, per colpa dell'irascibilità tipica delle donne, si trasformò in una violenta lite: Virginia a buon diritto si vantava di essere entrata da patrizia e casta nel santuario della Pudicizia patrizia, in quanto sposata a un solo uomo in casa del quale era stata condotta ancor vergine, e di non aver alcun motivo di vergognarsi del marito, né della sua carriera e né dei suoi successi in campo militare.
A queste parole piene di orgoglio fece seguire un gesto bizzarro.nel suo palazzo di via Lunga, dove abitava, fece ricavare uno spazio sufficiente alla costruzione di un tempietto, vi collocò un altare e, convocate le matrone plebee, lamentandosi dell'affronto subito dalle matrone patrizie, disse:
"Consacro quest'altare alla Pudicizia plebea e vi esorto affinché alla competizione di valori che in questa città tiene impegnati gli uomini corrisponda, tra le donne, un confronto in materia di pudicizia, e vi invito a impegnarvi a fondo perché questo altare venga onorato in maniera più conforme alla religione e da donne più caste, se è mai possibile, di quello patrizio."
L'altare venne in seguito venerato più o meno con lo stesso rituale di quello più antico, e non aveva diritto di compiervi sacrifici nessuna matrona che non fosse di specchiata castità e avesse contratto più di un matrimonio; col tempo il culto fu allargato anche alle donne che avevano perduto la castità, e non soltanto alle matrone, ma anche alle donne di ogni classe, fino a quando non cadde in disuso.



LA BATTAGLIA DI SENTINO

Anche per chi non si discosta dalla realtà dei fatti, la gloria di quella giornata in cui ebbe luogo lo scontro di Sentino è grandissima; ma alcuni autori, a forza di esagerazioni, hanno superato i limiti del credibile, arrivando a scrivere che tra le file nemiche vi erano 330000 fanti, 46000 cavalieri e 1000 carri (ivi inclusi Umbri ed Etruschi, che a loro detta avrebbero preso parte anch'essi alla battaglia); per poi aumentare pure le forze romane, ai consoli associano come comandante il proconsole Lucio Volumnio, unendo alle legioni consolari l'esercito di quest'ultimo.
Nella maggior parte degli annali, però, la vittoria viene attribuita soltanto ai due consoli: nel frattempo Volumnio era occupato nella spedizione nel Sannio e, dopo aver costretto l'esercito sannita a riparare sul monte Tiferno, lo travolgeva costringendolo alla fuga, senza lasciarsi mettere in soggezione dalla natura impervia del terreno. Quinto Fabio, lasciato a Decio il compito di presidiare l'Etruria col proprio esercito, riportò a Roma le sue legioni e ottenne il trionfo su Galli, Etruschi e Sanniti. I soldati lo seguivano nella sfilata. Nei rozzi canti militari la valorosa morte di Decio venne celebrata non meno della vittoria di Fabio, e tra le lodi rivolte al figlio venne richiamata la memoria del padre, il cui sacrificio e i cui successi in campo pubblico erano stati adesso eguagliati.

Dal bottino raccolto in guerra ogni soldato ricevette ottantadue assi di rame, un mantello e una tunica, che in quel tempo erano riconoscimenti militari non certo disprezzabili. Pur avendo conseguito questi successi, né in Etruria né nel Sannio c'era ancora la pace: infatti, dopo il ritiro dell'esercito voluto dal console, i Perugini avevano riaperto le ostilità e i Sanniti erano scesi a compiere saccheggi in parte nel territorio di Vescia e di Formia, e in parte nella zona di Isernia e nella valle del Volturno. A fronteggiarli venne inviato il pretore Appio Claudio con l'esercito di Decio.

Fabio, ritornato in Etruria per il riaccendersi delle ostilità, uccise 4500 Perugini e ne catturò circa 1740, che vennero riscattati al prezzo di 310 assi a testa: il resto del bottino raccolto venne lasciato ai soldati. Le truppe sannite, delle quali una parte aveva alle calcagna il pretore Appio Claudio mentre l'altra Lucio Volumnio, raggiunsero l'agro Stellate; lì si accamparono nei pressi di Caiazia le forze sannite riunite, mentre Appio e Volumnio allestirono un unico accampamento. Si combatté con estremo accanimento, perché i Romani erano spinti dal risentimento per un popolo che si era già tante volte ribellato, mentre i Sanniti si battevano ormai per salvare le poche speranze residue.

Vennero uccisi 16300 Sanniti, e 2700 fatti prigionieri; tra i Romani i caduti furono 2700. Se quell'anno fu fortunato per i successi in campo militare, a funestarlo e a turbarne la serenità furono una pestilenza e una serie di prodigi; arrivò infatti la notizia che in molti luoghi era piovuta terra e che numerosi soldati dell'esercito di Appio Claudio erano stati colpiti da fulmini: per queste ragioni vennero consultati i libri sibillini.....



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