AUGUSTA PRAETORIA - AOSTA (Valle d'Aosta)



Augusta Praetoria, oggi Aosta, è una città della Val d'Aosta fondata dai Romani nel 25 a.c., agli inizi dell'età augustea La colonia, eretta accanto alla confluenza del torrente Buthier col fiume Dora, è un modello esemplare di urbanistica e per l'importanza dei resti romani ancora visibili è stata definita la Roma delle Alpi. Della città romana Aosta conserva infatti importanti monumenti quali l'Arco d'Augusto, la Porta Pretoria, il teatro, il criptoportico forense, l'anfiteatro, le domus urbane, la cinta muraria quasi interamente conservata, ma molto ancora giace coperto sotto gli edifici moderni. L'impianto urbanistico, rigidamente ortogonale, che suddivideva la città in insulae, è ancora oggi riconoscibile in quello attuale.



AUGUSTA PRAETORIA

Ricostruzione di Augusta Praetoria. In primo piano l'Arco di Augusto, sullo sfondo le mura della città con la Porta Praetoria, il teatro e l'anfiteatro.

Augusta Praetoria Salassorum era il nome completo della colonia, forse ascritta alla Tribus Sergia, voluta da Augusto, a guardia dei nodi viari entro le valli alpine. Nella Regio XI infatti, la Valle d'Aosta, con i passi del Piccolo e del Gran San Bernardo, dominava i percorsi verso i paesi d'oltralpe.

Per giunta la pacificazione dei Salassi, la popolazione originaria del luogo, era ancora instabile, per cui serviva un presidio per la difesa e la romanizzazione di queste vallate montane.



LA STORIA 

Una leggenda narra che i Salassi discendessero da Ercole, a cui seguì Cordelio figlio di Statulo, discendente della stirpe di Saturno. Questo si sarebbe messo a capo dei Salassi e si sarebbe stanziato nella Valle d'Aosta dove avrebbe fondato la città di Cordelia. Nel II sec. a.c. la Valle d'Aosta fu comunque occupata dai Salassi, popolazione gallo-celtica, discendente probabilmente dagli Allobrogi, che abitavano il Canavese e la valle della Dora Baltea. Ben presto dovettero difendersi dalle mire espansionistiche dei Romani, interessati ad assumere il controllo di un territorio così strategico.

AUGUSTA PRAETORIA
Nel 143 a.c. i Salassi furono sconfitti dalle legioni del console Appio Claudio Pulcro, ma riuscirono tuttavia a resistere alla dominazione romana fino al 25 a.c. quando dovettero cedere alle truppe del luogotenente di Augusto: Aulo Terenzio Varrone. Augusto fondò qui una città, le diede il suo nome e vi inviò tremila soldati delle corti pretoriane, da cui il nome "Augusta Praetoria Salassorum".

I romani costruirono qui una cittadella fortificata, che garantisse il transito nelle vie consolari che collegavano l'alta Italia con l'Europa nord occidentale. Aosta infatti raccoglie e sintetizza le migliori esperienze architettoniche della Roma imperiale. La sua piant rettangolare, ha i lati di m 724 x 572 con l'asse maggiore parallelo all'andamento della valle, nell'ansa che precede la confluenza del torrente Buthier con la Dora.

RICOSTRUZIONE DELL'ARCO DI AUGUSTO
L'attuale via centrale corrisponde all'antico "decumanus maximus", quel tratto della strada delle Gallie che, proveniente da Roma, passava sotto l'Arco di Augusto e dalla Porta Praetoria e conduceva alla corrispondente porta occidentale.

La prima cosa che si incontra entrando in città è l'Arco di Augusto, poi si superano le mura attraverso l'imponente Porta Praetoria e si scorge il superbo Teatro. L'area degli spettacoli era infatti periferica, accanto alle porte cittadine, in quanto gli spettacoli radunavano anche le popolazioni rurali.

Aosta mantenne pressochè le dimensioni della città romana per diversi secoli e le sue opere idrauliche furono utilizzate fin quasi all'età moderna. Caduto l'impero romano, le invasioni barbariche la distrussero quasi completamente e nel X secolo, della superba città romana non rimanevano che i monumenti imperiali ed alcuni monconi di edifici privati.



L'ARCO DI AUGUSTO

L'imponente monumento si innalza sul lato est di Aosta, presso il corso del Buthier, perfettamente allineato sull'asse fra il ponte romano e la Porta Praetoria che costituiva l'ingresso est alla città murata.
Costruito nel 25 a.c. per commemorare la vittoria delle truppe romane del console Aulo Terenzio Varrone sui Salassi, fu in realtà un arco onorario intitolato ad Augusto.

L'arco, a un solo fornice, è alto 11,50 m, con una volta alta m 8,81.. Costruito in blocchi di conglomarato, presenta 4 mezze colonne su ciascuna facciata e  3 sui fianchi completate da capitelli corinzi, che sostengono una trabeazione dorica.

L'attico venne sostituito nel 1716 da un tetto d'ardewsia a quattro spioventi, per evitare le infiltrazioni, e rinnovato nel 1912 in occasione dei lavori di consolidamento. Le statue ed i trofei, che ornavano le nicchie e l'attico, vennero asportati durante le invasioni barbariche. Sotto la volta c'era un crocifisso ligneo quattrocentesco detto del Saint Voult (del Santo Volto), collocato nel 1449  per scongiurare le esondazioni del torrente Buthier. Lo spirito romano era ormai sparito, perchè i Romani nelle calamità costruivano e bonificavano, o combattevano, senza aspettare la grazia degli Dei, mentre con la caduta dell'impero si pregava ed espiava ma non si agiva più.
Il Saint Voult è nel museo del tesoro della Cattedrale ed al suo posto vi è una copia). L'arco di Augusto è considerato il simbolo della città di Aosta.



LE MURA E LE TORRI

La cinta muraria di Augusta era costituita da uno strato interno di pietre fluviali e uno esterno di blocchi di travertino, oggi una delle meglio conservate giunte a noi dall'era romana, ancora oggi percorribile quasi interamente, con una passeggiata di circa 3 km.. Tratti in cui i rivestimenti sono ancora ben visibili: Via Carducci, via Carrel, via Monte Solarolo, via Abbé Chanoux. In via Festaz, specialmente al suo incrocio con via Vevey.
Le poderose mura erano alte 6,5 m e spesse 1, 90 metri, con contrafforti ortogonali interni di rafforzamento e per le guardie di ronda.

Le porte principali si aprivano sul Cardo Maximus, la Praetoria e la Decumana, rispettivamente a Nord- Est e Sud-Ovest e, lungo il Decumanus Maximus, con 20 torri finestrate e squadrate a due piani che corrispondevano alle estremità delle vie.

Alcune torri si sono conservate, come quella del Pailleron, restaurata a fine '800, e quella del Lebbroso, rimaneggiata nel Medioevo, che prende il nome dal lebbroso Pietro Bernardo Guasco da Oneglia, rinchiusovi dal 1773 al 1803.

Gli edifici pubblici sorsero nell’area nord-orientale delimitata dal Cardo e il Decumanus maximus, con il foro composto dal criptoportico, dai 2 templi dell’area sacra (il podio di quello orientale è in parte visibile) e dalla platea (attuale piazza Severino Caveri). Nei pressi della Porta Praetoria sorsero il Teatro e l’Anfiteatro, struttura ellittica di cui sono visibili ancora 8 arcate del settore nord-occidentale incorporate in edifici recenti. Nel Museo Archeologico di Aosta sono visibili le fondazioni della porta nord della città.


Torre del Pailleron

Seguendo le mura romane meridionali, dopo la piazza della stazione ferroviaria, appare sulla destra la torre meglio conservata delle mura, detta "del Pailleron" perchè venne a lungo utilizzata come pagliaio.

La torre è a pianta quadrata, aperta su ciascuno dei quattro lati da sei grandi finestre, tre per ogni piano.

Restaurata alla fine del secolo scorso in seguito ai danni subiti da un incendio, è collegata ad un tratto di mura che nel medioevo furono aperte per ricavarvi la cosiddetta "porta ferrière".


Porta Praetoria

La Porta Praetoria era l'ingresso da levante in città ed era aperta al centro dal lato minore orientale della cinta muraria, in asse con la porta Decumana, posta all'ingresso occidentale, distrutta nel secolo scorso.

La porta era costituita da due torrioni, in gran parte conservati, uniti da tre fornici di accesso, di cui quello centrale, più largo e alto, carreggiabile e i due laterali pedonali, più piccoli, ma tutti muniti di cataractae (cancelli) di chiusura.

Le due torri laterali erano collegate sopra al portone dal camminamento di ronda coperto e il cavaedium centrale, un cortiletto di m 19, 20 x 11, 85, che si apriva ai piedi del complesso. E' formata da una doppia cortina muraria parallela di blocchi di conglomerato (puddinga), aperta in basso da tre arcate.

 La cortina esterna è spessa 4,50 m, quella interna 3,45 m. La porta è oggi interrata di quasi tre m per il progressivo innalzamento del manto stradale, dovuto alle inondazioni della Dora; il basamento delle arcate meridionali, riportato alla luce, indica il piano originario romano.

Lo spazio racchiuso fra le due cortine rappresentava il cortile d'armi.

Perfettamente conservata, ha perduto soltanto il suo rivestimento marmoreo, risale al periodo della fondazione di Augusta Praetoria; è forse la più grande porta antica romana.


Porta Decumana

Sul lato occidentale delle mura sorgeva invece la Porta Decumana, distrutta nel 1810, simile alla porta orientale, con tre fornici di entrata e due torri ai lati. Il Cardo Maximus si snodava invece dall'attuale Piazza Roncas, attraverso Via Croix de Ville-Via Challant, fino a Via Bramafam.


Porta Principalis Sinistra

Costituiva l'uscita settentrionale della città, i cui resti sono stati rinvenuti sotto l'ex Caserma Challant. Era a un solo fornice, senza cortile interno, ma con dimensioni simili a quelle di Porta Praetoria.


Porta Principalis Dextera

Costituiva l'uscita meridionale della città, simile alla porta Decumana, con ingresso a un solo fornice di circa 5 m,  presumibilmente chiuso da una cataracta, affiancato da due torrioni.
Sembra che gli ingressi più importanti fossero la Porta Praetoria e la Porta Principalis Sinistra, mentre le altre due, che sboccavano entrambe verso le campagne a Sud lungo la Dora, dovevano avere un ruolo secondario.



TEATRO ROMANO

Il teatro venne costruito in età augustea su un'area in periferia, precedentemente occupata da edifici residenziali,  presso la cinta muraria e le porte urbiche, per alleggerire la città dal flusso massiccio di spettatori provenienti dall'extraurbano. Pertanto è datato all'inizio del I sec. d.c., posteriore di qualche decennio all'organizzazione urbanistica della città.

Poco distante dalla Porta Praetoria, un intero isolato era occupato dalle imponenti strutture del Teatro, di cui rimane parte della facciata principale, alta 22 m, della cavea, della scena e dei corpi laterali porticati. Il Teatro occupava in tutto un'area di 81 m di larghezza e 64 di lunghezza.

La facciata monumentale, conservata per poco meno della metà, presenta in basso una sequenza di arcate sovrastate da tre ordini di finestre di ampiezza diversa. La cavea, che conserva parte delle gradinate originarie ad emiciclo, è inserita in una insolita struttura rettangolare, che forma la facciata esterna dello stesso teatro, e su cui era installata la copertura stabile degli spettatori, era cioè un teatro coperto o "theatrum tectum", come quello di Pompei.

A fronte della cavea vi è la scena, o orchestra, con un raggio di 10 m., conservata solo nelle fondamenta, ed il muro di scena, anch'esso ridotto alle fondamenta, che un tempo si innalzava ornato di colonne, di marmi e di statue, mentre i corpi laterali porticati consentivano il passaggio dall'interno del teatro al muro perimetrale esterno.
Stilisticamente il teatro di Aosta annuncia una nuova architettura nella quale si nota, rispetto a quella repubblicana, la preferenza per le forme massiccie accentuate dal bugnato rustico caratteristico dell'era imperiale. Si è calcolato che il Teatro potesse contenere tre o quattromila spettatori.


L'opera di recupero

Arcate sul lato destro del teatro
Fino all'Ottocento, quando vennero compiute le prime indagini che scoprirono alcuni muri, non si capì la destinazione dell'edificio che venne ristrutturato in parte solo negli anni Venti del XX sec. Altri restauri avvennero tra il 1933 e il 1941, mentre gli scavi gli degli anni Sessanta portarono portato alla luce resti di abitazioni del II o III sec. d.c. e le basi di sei colonne di un porticato che fiancheggiava una via.

Dopo 24 anni di delicati restauri, è nuovamente visibile la monumentale facciata meridionale del teatro romano, scandita da robusti contrafforti e alleggerita da 4 serie di aperture sovrapposte. L'opera venne realizzata in una fase successiva alla fondazione della città e fu ampliata ulteriormente nei secoli successivi.



ANFITEATRO ROMANO

L'Anfiteatro, invece, risale all’epoca dell’imperatore Claudio, metà del I secolo d.c., inserito nel perimetro urbano, dove occupa due insulae periferiche, così da non congestionare il traffico cittadino, ma in stretta connessione con il teatro, con cui creava un vero quartiere per gli spettacoli.
.Costruito in bugnato rustico come il teatro, misurava 86 m in lunghezza e 76  in larghezza, con 60 arcate per ciascuno dei suoi due piani; poteva accogliere 20.000 spettatori, circa il doppio degli abitanti della città.

 Di esso rimangono solo avanzi, pochi, ma imponenti ed eloquenti, che sorgono al nord della città, nel recinto del Convento di Santa Caterina. La parte meglio conservata è una fila di otto arcate, disposte ad arco, con pilastri decorati da colonne di marmo d'Aymavilles. Dietro i muri che ora chiudono le arcate si prolungano le volte decrescenti a forma d'imbuto, che sostenevano i gradini usati come sedili dagli spettatori.
Si può ancora distinguere l'ampiezza dell’Arena: due diametri dell'ovale furono calcolati in metri 47,60,da cui si è calcolato che potesse contenere 20.000 persone. Sapendo che i circhi si calcolavano dovessero ospitare almeno un terzo della popolazione, si deduce che la città contava allora circa 60.000 abitanti.

Nel medioevo l'Anfiteatro era chiamato "Palatium Rotundum" ed i suoi resti vennero occupati dai cosiddetti i signori "De Palatio" che vi costruirono sopra la propria casa. Poichè, come altri edifici pubblici romani, anche l'anfiteatro, per giunta vietato dal cristianesimo anche per semplici spettacoli teatrali, cadde in rovina e venne impiegato come cava di materiale per l'edificio successivo. Divenne da allora il "palatium rotundum", di cui non si ricordava l'originaria funzione, e la famiglia nobiliare che la occupò, assieme alla torre dell'angolo nord-est della cinta muraria, assume appunto il nome di "De Palacio", poi francesizzato in "Du Palais". Dell'edificio romano vengono ancora utilizzati alcuni corridoi sottostanti la cavea, indicati nei documenti medievali con il nome di "crottes" ("cantine").

Poi nel 1247 il visconte di Aosta, Goffredo de Challant, fece costruire sulle rovine dell'anfiteatro un edificio atto ad ospitare alcune canonichesse di santa Caterina, profughe dal Vallese. Il nuovo edificio ingloba alcune arcate della vecchia facciata esterna dell'anfiteatro, come si può vedere ancor oggi. Oltre al convento, vengono costruiti anche una chiesa ed un campanile. Così la cinta del convento arriva a comprendere tutta l'area anticamente occupata dall'anfiteatro, Oggi sono osservabili soltanto otto arcate superiori del settore nord-ovest, incorporate nell'edificio del monastero appartenente al convento delle suore di San Giuseppe. Strutture minori sono affiorate all'interno del frutteto del convento, che ricopre il monumento in seguito alle alluvioni del Buthier ed è interamente da scavare, se ne fosse concesso il permesso, tuttavia negato a tutt'oggi.



FORO ROMANO

Il foro di Aosta fu edificato tra fine del I sec. a.c. e  I secolo d.c. con ampliamenti e modificazioni anche successivi. L'area del foro era delimitata ad ovest dal cardine massimo e a sud dal decumano massimo, nello spazio di ben otto isolati, oggi occupata in parte dalla piazza Giovanni XXIII e dalle costruzioni che vi si affacciano, inclusa la Cattedrale.

RICOSTRUZIONE DEL FORO ROMANO
Il Foro, centro di vita politica, religiosa ed economica della città, aveva una forma rettangolare con terreno in pendenza, per un dislivello di 2,70 me fra la parte più alta, a nord, e quella inferiore, lambita dal decumano massimo a sud.

Il forum  misurava circa m 54, 50 per 130, connesso alle principali vie di traffico, ma non traversato da esse: l'asse proveniente da Eporedia per il Passo del Piccolo S. Bernardo in senso Est Ovest e quello per il Gran S. Bernardo in senso Nord Sud, che infatti costituiscono i limiti Sud e Ovest del complesso pubblico.

Oggi del foro restano poche tracce tracce, per la notevole estensione dell'area e la stratificazione nei secoli di altre strutture urbane.

I RESTI DEL FORO ROMANO
Di esso sono rimaste alcune rovine recintate, un sarcofago, la base di un tempio e soprattutto il criptoportico, posto nel settore nord, dove l'area sacra è rimasta parzialmente sgombra in quanto costituisce le fondamenta della casa dell'arcidiacono, da cui si scende nel grandioso criptoportico, una galleria a due navate sviluppata su tre lati, a pianta quadrangolare, misurante 92,20 x 86,80 m., con poderosi pilastri di tufo che sorreggono le arcate su cui poggiano le volte.

Probabilmente al di sopra di esso erano collocati in superficie due templi. Presso il lato est del Foro si trovano i resti delle terme. La funzione di questa costruzione sotterranea è stata variamente interpretata, quale  passeggio per sfuggire al sole e alla pioggia o quale deposito di grano.



CRIPTOPORTICO

La posizione nascosta di questo secondo portico, ad archi ribassati, sfrutta una soluzione originale che compensa il dislivello del terreno della 'Plaine' distinguendo due livelli del foro, sul più alto dei quali, come su un grosso gradino, dominavano due templi con facciata a sei colonne.

RICOSTRUZIONE DEL CRIPTOPORTICO DEL FORO
Alla fine del I sec. a.c. Terenzio Varrone fece costruire una città secondo il volere di Augusto, con teatro, anfiteatro, terme, foro e dove i Salassi riescono presto ad integrarsi nella società romana.

Il Criptoportico regolarizzava il dislivello del terreno reggendo il doppio porticato che circondava l'area sacra su una fronte aperta sul Decumano Minore e sul Foro sottostante..
Alcuni ipotizzano servisse come magazzino per alimenti o armamenti, altri invece pensano ad un edificio a carattere militare, altri ancora come un passaggio coperto che racchiudeva al centro gli edifici sacri, rappresentando, quindi, un prolungamento del porticato del Foro che proteggeva da pioggia e neve durante l'inverno e dalle giornate di gran caldo in estate.

A fianco del sagrato della Cattedrale, è visitabile il criptoportico forense, una lunga doppia galleria con volta a botte che prolungava il porticato del Foro, proteggendo dalle intemperie e dal caldo.

Il criptoportico doveva essere completato da una terrazza sopraelevata, con; al centro due templi affiancati, di cui ci è noto soltanto il podio di quello orientale. Attigua al foro, sul lato orientale, è venuta alla luce la zona delle terme, sotto l'edificio della scuola XXV Aprile, con un grandioso complesso risalente alla prima metà del I secolo d.c., successivamente trasformato.

L'edificio seminterrato, dall'interno finemente intonacato e illuminato da finestre a bocca di lupo, si sviluppa in forma di ferro di cavallo ed è costituita da un doppio corridoio, con volte a botte sostenute da pilastri, e con un probabile colonnato marmoreo che lo sovrastava. Sembra dai documenti che le strutture del Criptoportico continuarono ad essere utilizzate anche nei secoli successivi.



LA DOMUS ROMANA

E' aperta al pubblico  la grande villa romana in regione "Consolata", una grande villa urbano-rustica edificata 400 m. all'esterno della cinta muraria di Augusta Praetoria, all'incirca all'epoca della costruzione della città, avvenuta nel 25 a.c., e appartenuta certamente a un "dignitario" dell'epoca. Per celare il più possibile la struttura di copertura, si è scelto di annerire le parti moderne e di oscurare l'interno, illuminando solo le strutture antiche.

La villa, che subì modifiche importanti nel II sec. d.c., è organizzata intorno ad un atrio ove si affacciano il “Tablinum”, la sala di ricevimento, il “Triclinium”, dove si consumavano i pasti, con pavimento in opus signinum (cocciopesto), e la “Culina” o cucina, adiacente al bagno caldo e ai magazzini. Questa era formata da un banco in pietra sotto al quale c'era una nicchia collegata con lo spazio sottostante il bagno caldo chiamata praefurnium al cui interno era acceso il fuoco.
Nei “Cubicula” restano tracce del pavimento in cocciopesto, misti a decorazione a mosaico. Nella cubicula più a nord c'è il disegno a rosetta a 6 foglie lanceolate inscritte in un esagono o in un cerchio, come in area campana alla fine del I sec. a.c.. In quella più a sud c'è una ripetizione di motivi a squame.
Nel tablinum vi è un pavimento in opus signinum, ma in precedenza era in opus sectle(marmo). Sul pavimento si ripete il motivo di un rombo all'interno di un quadrato i cui angoli sono rettangoli delimitati da quadrati più piccoli. Questa sala era usata per ricevere gli ospiti. Si ha prova dell'esistenza di altre stanze però mai scavate.

DOMUS DI PIAZZA NARBONNE
La Villa disponeva anche di un impianto termale che rispecchiava lo schema delle terme pubbliche e, nel “Calidarium”,  composto da due vasche: una rettangolare e l'altra semicircolare, sono presenti tracce dell’antico “hypocaustum”: il riscaldamento a pavimento dell’epoca romana. Nel tepidarium c'è un pavimento in opus tessellatum e cioè ricoperto di tessere a mosaico.

Sul lato nord, gli ampi “horrea”, i magazzini, erano utilizzati per la lavorazione e l’immagazzinamento dei prodotti agricoli e artigianali. Uno dei magazzini è rialzato mentre in un altro si trovano i resti di colonnine destinate a sorreggere un pavimento perduto e a creare il cosiddetto "vuoto sanitario", cioè uno spazio che isola il pavimento dall'umidità del terreno e che serve per conservare merci deperibili. Intorno alla villa, di tipo urbano-rustico, infatti si coltivavano terreni e si preservavano i viveri.

Era anche una residenza estiva di un patrizio e vi lavoravano molti schiavi. Poi venne abbandonata e, tra il quarto secolo e il quinto secolo d.c., vi sorsero delle tombe nei dintorni. Solamente nel 1971, nel corso di lavori edili, sono state rinvenute le strutture dell’antica villa romana.


Domus di Via Festaz

All'interno della città si è rinvenuto un vasto caseggiato, presumibilmente su due piani, con tabernae in quello inferiore, rinvenuto nell'insula 51 ( giardino pubblico-Via Festaz ).



ZONA FUNERARIA Fuori Porta Decumana

Si tratta di un’importante necropoli di epoca romana, a circa 200 m dalla Porta Decumana; un rinvenimento analogo a quello di altre necropoli site presso la Porta Praetoria e la Porta Principalis Sinistra. La necropoli è stata utilizzata a lungo, sia in epoca romana che paleocristiana: era abbastanza usuale la compresenza di sepolture pagane e cristiane, così come molto simili erano i riti legati al culto dei defunti. Nell’area si trovano 3 mausolei, ad aula rettangolare, noti come cellae memoriae, ed una basilica paleocristiana, la cui datazione va dalla fine del IV a tutto il V secolo.



LA VIA DELLE GALLIE

Fondata accanto alla biforcazione della strada verso l'Alpis Graia (Passo del Piccolo San Bernardo) con quella verso le Alpi Pennine (Passo del Gran San Bernardo), Aosta divenne  un fondamentale punto di transito internazionale.
La via consolare delle Gallie, costruita negli anni immediatamente successivi alla conquista della regione e all’edificazione di Augusta Praetoria, traversava l’intera Valle d’Aosta, biforcavandosi ad Aosta per raggiungere a ovest l’Alpis Graia (oggi Piccolo S. Bernardo) e a nord il Summus Poenino (oggi Gran S. Bernardo).

La strada romana, di larghezza regolare di circa 4 m, procedeva per segmenti rettilinei per la difficoltà di curvare dei carri dell’epoca. Il tracciato si sviluppava sulla sinistra orografica della Dora, più soleggiata e quindi più sgombra di neve. Allo sbocco delle valli laterali, una serie di ponti valicava gli impetuosi torrenti che scendono dalle montagne. Alcuni ponti romani sono tuttora transitabili mentre di altri rimangono solo i resti.  L’imponenza di queste opere, destinate certo a durare nel tempo, testimonia indubbiamente anche la volontà di impressionare e incutere rispetto.
Numerosi tratti della strada romana, rimasta in uso ancora nel medioevo, sono visibili in vari punti della regione, in particolare dove la valle si faceva più stretta e impervia. Spettacolare è il tratto di strada tra Donnas e Bard dove, per superare un tratto roccioso a fianco della Dora, i romani hanno ricavato la sede stradale scalpellando un imponente tratto di roccia. Un contrafforte ad arco rivela il profilo originale della parete e testimonia l’opera ciclopica che furono capaci di realizzare. Un altro passaggio suggestivo è quello di Pierre Taillée, oltre Runaz, in direzione del Piccolo San Bernardo. Qui la stretta gola è superata con una serie di ardite sostruzioni, alternate a tratti ricavati nella roccia viva.

La strada consolare delle Gallie rimase in uso praticamente fino all'800, ed è oggi visibile in alcune tracce stupefacenti per la titanica perfezione dell'opera creata dai romani: pareti rocciose tagliate, tratti di terreno accidentato spianati, muri di sostegno costruiti sugli strapiombi delle montagne, arditissimi ponti innalzati a scavalcare i torrenti.

La strada procedeva per segmenti rettilinei, collegati tra loro ad angolo acuto. Il fondo stradale, di larghezza compresa tra 3,5 e 4,6 metri, era spesso tagliato nella viva roccia, e vi rimangono i solchi tracciati dai carri.

I tratti più spettacolari sono quelli della Pierre Taillée e di Donnas. La Pierre Taillée è un vertiginoso tratto a strapiombo tra Runaz e Derby; nel Medioevo vi fu collocato un ponte levatoio, per impedire il passaggio in caso di guerre o pestilenze.


Arco di Donnas

L'arco che sovrasta il tratto di strada lastricata a Donnas è una dimostrazione imponente della quantità immane di roccia scalpellata dal fianco della montagna per far posto alla sede stradale. L'arco, ricavato nella roccia viva, ha l'archivolto accuratamente lavorato e rifinito a mostrare una pseudomuratura, splendido esempio dell'abilità ingegneristica romana.

La via Consolare delle Gallie, costruita per collegare Roma alla Valle del Rodano, ha nel tratto di Donnas uno dei suoi punti più caratteristici, intagliata com'è nella viva roccia, per una lunghezza di 221 metri. Le dimensioni dello scavo sono rese evidenti dallo sperone roccioso che è stato lasciato, entro il quale è stato scavato un arco: 4 metri il suo spessore, 4 metri l'altezza e quasi tre metri la distanza tra i due stipiti: nel Medioevo servì come porta del Borgo, che veniva chiusa durante la notte.

Sul lastricato della strada si possono ancora vedere i solchi lasciati dai carri, mentre poco oltre l'arco di trova la colonnina miliare sulla quale la cifra XXXVI rappresenta la distanza in "milia" tra Donnas e Aosta (circa 50 Km).



I PONTI

ono 17 i ponti romani costruiti sulla strada consolare delle Gallie che ancora costellano la Valle d'Aosta. Di alcuni rimangono imponenti rovine, sufficienti comunque a suggerirne l'antica maestosità: è il caso dei ponti di Châtillon e Saint-Vincent. Altri, come quello di Pont-Saint-Martin, costituiscono rarità assolute sia per l'integrità con cui sono giunti sino a noi, sia per la straordinaria ingegneria con cui furono realizzati.

PONTE S. VINCENT
I ponti servivano non solo alla naturale funzione di punto di attraversamento ma erano un segno di potenza e solidità costruttiva. Quest'imponenza nella costruzione, destinata sia a durare sia ad incutere rispetto, è particolarmente evidente nel grande ponte di Pont-Saint-Martin sul torrente Lys. Il monumentale e ardito ponte scavalca le acque del Lys a 23 metri di altezza con un'unica arcata della lunghezza eccezionale di 36 metri. Fino a metà Ottocento costituiva ancora il passaggio obbligato verso Aosta ed è oggi non solo uno dei più belli e meglio conservati del mondo romano ma anche il maggior ponte esistente ad una sola campata: era superato solo da quello costruito da Traiano sul Danubio, poi distrutto durante le invasioni barbariche.

Il ponte-acquedotto di Pontel fu realizzato nel 3 a.C. a spese ed a uso, come risulta da una recente lettura, di Avilio Caimo, potente colono romano il cui nome avrebbe battezzato la vicina località di Aymavilles. Il poderoso ponte romano attraversa il torrente Grand Eyvia. È alto 52 metri e lungo 50, ha una sola arcata ed è caratterizzato da un passaggio pedonale coperto sovrastato da una condotta, utilizzata in origine per lo scorrimento dell' acqua. Era un ponte privato, forse costruito per accedere alle zone minerarie di Cogne.


Ponte Romano di Pont-Saint-Martin

Il più impressionante ponte è sicuramente quello di Pont-Saint-Martin che supera il torrente Lys a 23 m di altezza. Con la sua arcata unica di 36 m è il più lungo ponte romano ancora integro.È un'imponente testimonianza della romanizzazione della Valle d'Aosta.

Incerta la datazione: dal 120 a.c. al 25 a.c. Alla base sono visibili, scavati nella viva roccia, gli alloggiamenti per le travi lignee di impalcatura per la costruzione dell'arcata in pietra. A fine Ottocento, furono collocate alcune chiavi in ferro per consolidare la struttura.

La fantasia popolare ha attribuito la costruzione del ponte al diavolo. San Martino, vescovo di Tours,  si trovò bloccato dal torrente Lys, che con la sua piena aveva travolto l'unica passerella. Il diavolo gli propose che avrebbe costruito, in una sola notte, un solido ponte, ma pretese in cambio l'anima del primo che avesse traversato il ponte. Il santo accettò, ma la mattina dopo, lanciando un pezzo di pane all'altra estremità del ponte, fece sì che il primo ad attraversarlo fosse un cagnolino affamato. Il diavolo, furente, scomparve nel Lys, ed alla popolazione rimase il ponte. La leggenda costituisce tuttora uno dei temi fondamentali del carnevale di Pont-Saint-Martin, che si conclude  con il rogo del diavolo sotto il ponte romano. Per i cristiani tutto ciò che era romano divenne diabolico.


Ponte romano di Pondel

All'imbocco della Valle di Cogne si può ammirare un'opera idraulica e civile unica: un ponte-acquedotto realizzato nel 3 a.c, un paio di decenni dopo la costruzione di Augusta Praetoria, da un imprenditore privato. Il ponte scavalca l'impressionante orrido scavato dal torrente Grand Eyvia.

Nella parte superiore della costruzione scorreva il canale mentre al di sotto c'è un passaggio pedonale coperto.

Con una breve escursione è possibile osservare anche i resti spettacolari del canale romano, scavato nella viva roccia a strapiombo sulla gola del torrente Grand Eyvia.




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1 comment:

Anonimo ha detto...

Non amo fare questo genere di osservazioni, ma in questo caso non riesco proprio a trattenermi... Per curiosità ho letto una parte dell'articolo: quella dedicata alla villa della Consolata.
Sono una dottoranda in archeologia classica, ho dedicato e ancora sto dedicando a questo edificio la maggior parte dei miei studi. Consiglio di rivedere quanto pubblicato, vi sono varie e significative inesattezze.

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