I ROMANI IN AMERICA






Quel che hanno fatto i Vichinghi intorno all'anno mille, e cioè un'impresa assurda e impossibile, o almeno così parrebbe, quella di aver raggiunto e quindi scoperto l'America prima di Cristoforo Colombo, possono averlo fatto i romani ancora prima dei Vichinghi, anzi c'è chi sostiene di averne le prove.

Si obietta sulla difficoltà del navigare così a lungo perchè all'epoca non esisteva la bussola, ma tutti i popoli antichi possedevano carte stellari che funzionavano come carte nautiche. Si teneva la rotta attraverso le stelle, ma pure attraverso la conoscenza dei venti e ci si aiutava con le carte geografiche che non erano delle migliori ma qualcosa facevano.

Gli antichi Romani, ma anche i Greci, gli Indiani ed i Babilonesi, erano al corrente che la terra era una sfera che si spostava nell’etere. E tutti, anche prima che Aristotele lo scrivesse, erano certi che si potesse raggiungere l’India navigando verso Ovest. Nella Grecia arcaica in verità si riteneva che la terra fosse piatta, ma si ritiene che il primo a stabilire che la Terra avesse forma sferica sia stato Pitagora (VI sec. a.c.). Almeno 4 o 5 secoli a.c. si sapeva pure che la terra girava attorno al sole e non viceversa.

A Roma, nella "Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio spiegava che il moto di rotazione della Terra attorno al proprio asse è dimostrato dal sorgere e tramontare del Sole ogni 24 ore (un millennio e mezzo prima di Copernico).



LA TERRA PIATTA

La Christian Catholic Apostolic Church, gruppo religioso fondato da un predicatore scozzese, stabilì nel 1895 una comunità teocratica a Zion, nell'Illinois con 30 000 aderenti in tutto il mondo.  Si avvalse di una radio privata per propagandare la verità della terra piatta e volle che l'astronomia zetetica fosse insegnata nella scuola della comunità.

Nel 1956 un membro della Royal Astronomical Society, fondò la Flat Earth Society (Società della Terra piatta), a raccogliere l'eredità della scomparsa Universal Zetetic Society. La  NASA, negli anni sessanta, produsse fotografie della terra vista dallo spazio, provandone  la forma sferica. Tuttavia, per la Società il programma spaziale era una montatura e gli sbarchi sulla luna una finzione per far credere all Terra sferica. Questa teoria del complotto ebbe successo anche tra persone che non aderivano alla teoria della Terra piatta e fruttò alla Società numerose iscrizioni.

Nel 1971 subentrò a capo della società un texano che trasformò la società in un movimento che raccoglieva sostenitori di pseudoscienze contro le scienze consolidate. Ipotizzò un complotto contro la "Terra piatta" e pubblicò un articolo su Science Digest nel 1980: «L'idea di un globo rotante è una cospirazione fallace contro cui Mosè e Colombo si batterono...».
Ma la Chiesa cristiana aveva un occhio molto attento alle sacre scritture da molti secoli. La Christian Catholic Apostolic Churche aveva cercato di difendere la Bibbia come verbo sacro che non poteva sbagliare: se Giosuè aveva detto al sole e non alla terra di fermarsi, doveva essere così. Era il sole a girare attorno alla Terra e non il contrario. La fede doveva prevalere sulla scienza.Dalla Bibbia (Libro di Giosuè, cap. X)

12 Quel giorno, quando il Signore diede a Israele la vittoria sugli Amorrei, Giosuè pregò il Signore e gridò alla presenza di tutti gli Israeliti:
'Sole, fermati su Gabaon! e tu, luna, sulla valle di Aialon!

13 Il sole si fermò, la luna restò immobile, un popolo si vendicò dei suoi nemici'.
Questo avvenimento è descritto nel 'Libro del Giusto'; per quasi un giorno intero 
il sole restò in alto in cielo, senza avviarsi al tramonto.14 Un giorno come quello non c'è mai stato né prima né dopo di allora, quando il Signore ubbidì a un essere umano e combatté al fianco d'Israele.

La situazione era così seria che chi metteva in dubbio le conoscenze scientifiche della Bibbia incorreva nell'eresia, Vedi Galileo Galilei che dovette abiurare e mentire per salvare la pelle.

Poichè stava scritto sulla Bibbia la Chiesa tacciò di eresia chiunque sostenesse che fosse la terra a girare attorno al sole e non il contrario. Siccome l'eresia conduceva al rogo, nel medioevo e oltre, tutti, o quasi sostennero la teoria terricentrica, ovvero antropocentrica, perchè l'uomo si vedeva al centro del mondo terra e del mondo universo.

Per i romani la faccenda era diversa: Cicerone, Plinio, Tolomeo, Seneca, Strabone, Plutarco, Diodoro Siculo e Giulio Cesare, solo per citarne alcuni, erano certi che il mondo fosse sferico (cioè la Terra) e che ruotasse intorno a se stessa e intorno al Sole. Pertanto spiegarono molto bene che il giorno e la notte dipendono dal fenomeno di rotazione. Escogitarono invece diverse spiegazioni per il fatto che l’acqua degli oceani rimanesse allo stesso livello tutta intorno a questa “palla” che ruotava su se stessa nello spazio.
Però i romani di problemi religiosi non ne avevano e i loro studiosi, romani e non, potevano affermare di tutto. I loro Dei erano liberali.

VILLAGGIO VICHINGO-CANADESE

I VICHINGHI

Questa località della foto conserva i resti di un villaggio vichingo, l'unico accreditato al di fuori della Groenlandia, dove una ricerca archeologica di molti anni che ha rinvenuto abitazioni e oggetti utili alla sopravvivenza. L'insediamento risale a oltre 4 secoli prima dei viaggi di Cristoforo Colombo. Ora si sa che i Vichinghi andarono in America e la scoprirono verso l'anno mille. Essi erano un popolo tribale, dove ogni padre aveva diritto di vita e morte sui figli.
Molti pensano che il villaggio sia il leggendario Vinland, l'insediamento dell'esploratore Leif Ericsson (Islanda, 970 – 1020), sorto intorno all'anno 1000. La saga dei groenlandesi, narra che Leif cominciò a prepararsi nell'anno 1000 per seguire a ritroso la rotta di Bjarni. 

MAPPA DELL'ESPANSIONE VICHINGA
Trovò una terra coperta da lastroni piatti di roccia e la chiamò Helluland (terra delle pietre piatte), poi una terra piatta e boscosa, e la chiamò Markland (terra dei boschi), che si ritiene sia il Labrador.

Quando, dopo vari viaggi di esplorazione, tornarono su quella terra, Leif e i suoi uomini sbarcarono e vi si insediarono costruendo delle case. Rimasero lì per tutto l'inverno e osservarono il territorio e fu così che un guerriero scoprì l'uva: per questo, Leif nominò quella regione Vinland.

Un'altra saga nordica sull'esplorazione vichinga del Nord America, la Saga di Erik il Rosso, racconta che fu Leif a scoprire l'America, mentre mentre faceva ritorno in Groenlandia dalla Norvegia, intorno all'anno 1000, ma non se ne hanno le prove.

L'insediamento dell'Anse aux Meadows, questo il nome che venne dato al villaggio dagli scopritori, consisteva di almeno otto edifici, tra cui una fucina e una segheria, che doveva rifornire un cantiere navale.

Il sito venne utilizzato per soli tre anni e si crede, in base alle ricerche sia archeologiche che letterarie, che l'abbandono sia stato causato dalle pessime relazioni con i nativi americani che non gradivano ospiti.




I ROMANI

Invece alcuni ricercatori sostengono di essere in possesso di evidenti prove di uno sbarco romano nel II sec. d.c., o poco prima, in America, molto prima dunque dei Vichinghi.. La teoria è incentrata anzitutto, ma non solo, sul ritrovamento di una spada, che si pensa appartenesse a un legionario romano.

In effetti una spada, evidentemente risalente all'antica Roma, è stata rivenuta sulla costa orientale del Canada; è solo uno dei tanti indizi che indicano la presenza degli antichi Romani in America nel I - II sec. d.c. : ottocento anni prima di quello che è considerato il primo contatto tra Vecchio e Nuovo Mondo ad opera dei Vichinghi, e prima della riscoperta di Cristoforo Colombo nel 1492.

La maggior parte degli storici è però scettica, e crede che il manufatto possa esser stato immesso dopo la scoperta dell’America, insieme alle altre presunte prove. La spada in questione è stata largamente esaminata e risulta autentica, e così gli altri reperti. Viene da chiedersi chi avrebbe interesse a sacrificare preziosi manufatti per dimostrare il primato romano nella scoperta del nuovo continente. Tanto più che non c'è più nessuno a difendere la romanità, neppure in Italia.
La spada romana è stata rinvenuta sulla costa dell'isola di Oak, in Nuova Scozia, durante delle indagini del programma "La maledizione dell'isola di Oak" di History Channel per un tesoro che sarebbe lì sepolto.

L’Isola di Oak è in realtà al centro di una pluriennale caccia al tesoro, cominciata nel 1975, che ha ispirato il programma televisivo in onda su History Channel, giunto alla terza stagione. Jovan Hutton Pulitzer, che ha guidato lo show, e si è confrontato con gli accademici della “Ancient artefact Preservation Society”, ha ora pubblicato un documento in cui rimette insieme tutti gli indizi e le prove trovate per confermare la presenza romana sull’isola molto prima dell’avventura di Cristoforo Colombo.

LA SPADA ROMANA

LA SPADA 

Jovan Hutton Pulitzer, a capo delle ricerche, definisce la spada "un incredibile manufatto romano." Egli basa i propri studi sulle proprietà dei manufatti metallici che corrispondono a quelle di altri antichi manufatti romani. "Ha la stessa firma di arsenico e piombo di quelle romane. Siamo stati in grado di testare questa spada contro un altra simile e corrisponde, ".

Un'analisi della fluorescenza a raggi X (XRF) ha confermato che la composizione del metallo della spada è coerente con quella delle spade votive romane. Il test XRF usa radiazioni per eccitare gli atomi nel metallo e vedere come vibrano. I ricercatori possono quindi determinare che metalli sono presenti. Nella spada ci sono zinco, rame, piombo, stagno, arsenico, oro, argento e platino, pienamente rispondenti alla metallurgia romana: il bronzo moderno usa il silicone come elemento principale delle leghe, ma il silicone nella spada non c'è.

Alcune spade simili sono state rinvenute in Europa, ma non sono da combattimento perchè il ferro era migliore del bronzo. Quest'arma presenta una raffigurazione di Ercole sull'impugnatura e si ritiene sia una spada cerimoniale data dall'imperatore Commodo ai migliori guerrieri e gladiatori. Resta da capire come mai un legionario si porti dietro una spada da cerimoniale, se non per colpire l'immaginazione degli indigeni che non avevano a che fare con le spade.

In Italia il Museo di Napoli, che l'ha ritenuta autentica, ha creato delle repliche di una di queste spade e le ha poste nella sua collezione, però qualcuno si è chiesto se quella dell'isola di Oak non fosse anch'essa una replica.

Sebbene le repliche di Napoli siano identiche nell'aspetto alla spada di Oak,  i test sulla composizione della spada provano con certezza che non si tratti di una replica. La spada contiene anche un magnete per l'orientamento verso il nord, utile per la navigazione, che non è presente nelle repliche. Il magnete duro doveva servire per magnetizzare piccoli segmenti di ferro che dessero la direzione nord - sud. Si può obiettare che i romani non potevano conoscere le proprietà del magnete come bussola, ma non è esattamente così. 

A parte che i romani conoscevano i magneti, infatti Plinio il Vecchio scrisse sull'uso di magneti per curare problemi agli occhi, Greci e Romani già conoscevano la proprietà di attrarre il ferro che hanno i magneti naturali, e quindi di magnetizzare un pezzettino di ferro. 

Viene da pensare che se i romani si tenevano un magnetizzatore nella navigazione, sapevano che se magnetizzavano un pezzettino di ferro e lo ponevano in bilico su una vite, questo avrebbe tenuto sempre la stessa direzione. 

E sembra conoscessero un altro sistema, una bacinella d'acqua con un pezzetto di sughero sopra cui ponevano l'ago di magnete. La leggerezza del sughero e il galleggiamento permettevano l'allineamento del magnete. Era la direzione nord sud che non conoscevano ma conoscevano la Ursa Minor con la stella Polaris che indicava il nord.

Per chi afferma che i romani non la conoscessero basta ricordare che quando Pompeo, come afferma Lucano, scappando a seguito della sconfitta di Farsalo, navigava da Alessandria verso la Sirte, si orientò con le due Orse, tenendo a sinistra la stella Canòpo.

C'è da riflettere che aggiungere un magnete a una spada sia una trovata brillante. Un piccolo magnete è facile da perdere, una spada molto più difficile. Se invece si perdeva il pezzettino di ferro da magnetizzare un altro si poteva reperire, o se ne potevano portare più di uno.

I produttori di History Channel hanno ottenuto la spada da un residente locale che l'aveva ricevuta dalla sua famiglia dagli anni 40. Ritrovata attraverso una pesca illegale, si era taciuta la scoperta, fino al recente interesse mediatico sull'isola di Oak. La spada sarebbe stata trovata da un paio di pescatori, padre e figlio, alcuni decenni fa, ma venne tenuto nascosto per paura delle sanzioni ai cacciatori di tesori abusivi del Canada. 

TANIT E CAVALLO

MONETE CARTAGINESI

Monete d’oro di Cartagine sono state scoperte inoltre anche sulla terraferma nei pressi di Oak Island. Il team ha in programma di pubblicare la sua relazione all’inizio del prossimo anno. 

Il tesoro delle monete cartaginesi è stato rinvenuto alla fine degli anni 90 vicino l'isola, da una persona che usava il metal detector per hobby. 

Il dott. Burden, della Royal Canadian Geographical Society, ha confermato l'autenticità di due monete cartaginesi di 2.500 anni fa.

GRAFFITO DEO LEGIONARI (fig. 2)

IL GRAFFITO

Lo studioso sostiene inoltre che una serie di immagini scolpite dagli indigeni sulle pareti della caverna fig. (1 ,di Mi’kmaq, raffigurino proprio i legionari. Mentre la spada è inequivocabile, sulle immagini esistono delle perplessità.

Eppure a guardar bene l'immagine (2) gli uomini sembrano in marcia perchè perfettamente allineati, ognuno con uno scudo e una lancia sollevata. Difficilmente degli aborigeni si comporterebbero con tale disciplina. In qualsiasi antico graffito i guerrieri sono in ordine sparso, da ogni parte del mondo. Inoltre il capo sembra avere qualcosa in più sulla testa, che potrebbe essere benissimo un elmo piumato.

MAPPA DI OAK (Nuova Scozia - Canada )


LA NAVE ROMANA

Come riporta il giornale Boston Standard, alcuni esperti, che lavorano per un programma tv di History Channel, avrebbero trovato proprio nei pressi dell’Isola di Oak i resti di una nave di origine romana, che con tutta probabilità visitò quelle terre già durante il I sec. se non prima.

Il relitto è ancora lì e non è stato mai portato alla luce – ha concluso -. Siamo riusciti ad individuarlo e a osservare come si tratti, senza ombra di dubbio, di una nave romana. Purtroppo non sarà facile farsi dare un permesso di scavo dal governo della Nuova Scozia”. 

A sostegno della sua tesi, c’è anche la scoperta nel tempo di altri oggetti di epoca romana sull’isola, tra cui  un fischietto di un legionario nel 1901, e resti di piante usate per condire cibo e prevenire lo scorbuto. , uno scudo romano e una piccola scultura romana ritrovata a Città del Messico nel 1933. Ci sarebbe anche la presenza di una specie invasiva di piante che un tempo era usata dai Romani. 

Pulitzer spera che gli oggetti rinvenuti sull'isola e nelle vicinanze attirino l'interesse degli studiosi di tutto il mondo, e che l'area venga dichiarata un sito archeologico e quindi protetta, perché si possa indagare ulteriormente.



LE INDIE
LO SCUDO TROVATO IN OAK ISLAND

C'è da pensare che i Romani che andarono in America, se ci andarono, non sapevano che si trattava di una nuova terra. Le ritenevano sicuramente le coste orientali dell’India, errore in cui incapperà all'inizio pure Colombo. Altrimenti ne avrebbero dato notizie diffuse, ma era una realtà assolutamente impensabile, la scoperta di un nuovo continente.


Anche se molti scienziati Greci avevano teorizzato che tra l’India e l’Europa doveva esserci un continente che divideva l’oceano in due, i Romani credevano di più ad Aristotele secondo cui si poteva raggiungere l’India navigando verso Ovest.

D'altronde pensarono di aver trovato l'India esattamente come del resto la trovò Alessandro Magno, una strada già battuta. Alessandro via terra, i romani via mare.
Inoltre sia i Greci sia i Romani avevano navi foderate di piombo per proteggerle dai molluschi che divorano il legno in mare, il che dimostra che si trattava di navi che non navigavano costa a costa, ma rimanevano per lungo tempo in mare e quindi si esponevano sulle lunghe distanze.

Del resto Giulio Cesare fece una importante battaglia navale contro i Veneti (cioè i Galli) in pieno oceano Atlantico al largo delle coste francesi. Cesare narrò tutto puntualmente, teso com'era a pubblicizzarsi in veste eroica e vittoriosa presso i romani. La flotta romana era comandata dall’ammiraglio Bruto e disponeva di ben 240 navi, la flotta dei veneti aveva invece 220 navi, ma più grandi di quelle romane.
Vinta la battaglia Cesare chiede rinforzi a Roma per conquistare la Britannia e da Roma gli viene inviata una flotta che trasportava due legioni, cavalli compresi. Tutto questo è descritto nel De Bello Gallico senza enfasi particolare perché era cosa normale andare oltre lo stretto di Gibilterra e navigare in pieno oceano.

D'altronde le Colonne d’Ercole (l'uscita dal Mediterraneo dallo stretto di Gibilterra) furono superate dai Fenici, dai Cartaginesi, dagli Etruschi, dai Greci, dagli Egiziani e dai Romani. Ma il popolo romano era molto curioso, basti pensare che giunsero fino al Mare del Nord girandosi tutta l'attuale Inghilterra, che penetrarono in Africa alla ricerca delle sorgenti del Nilo, che giunsero probabilmente pure in Cina e che avevano un porto commerciale in India, Arikamedu, dove ogni anno, in era Imperiale, approdavano 150 navi mercantili scortate da navi militari romane.

Sappiamo che navi romane giunsero in Indonesia dove si procuravano il prezioso pepe e le varie spezie. Ma tracce della presenza romana sono state trovate in Corea, in Nuova Zelanda, e in Australia. I romani circumnavigarono l’Africa e a Nord sottomisero le Orcadi spingendosi, a quel che sembra, fino in Islanda. Tiberio, navigò con la sua flotta lungo tutto il mar Baltico. I romani avevano un porto alle Isole Fortunate (le Canarie) e a Madeira. Erano davvero un popolo di navigatori ed esploratori.

E poi:


Da: L’AMERICA IN REALTA' FU SCOPERTA DAGLI ANTICHI ROMANI, ECCO LE PROVE

In una conferenza a margine della rassegna bolognese di cinema archeologico “Storie dal Passato“, il divulgatore scientifico Elio Cadelo, dà una interessante anteprima della nuova edizione del suo libro “Quando i Romani andavano in America“, ricco di sorprendenti rivelazioni sulle antichissime navigazioni dell’umanità.

Un indizio forte si deve alle nuove analisi del Dna dei farmaci fitoterapici rinvenuti in un relitto romano davanti alle coste toscane: il naufragio avvenne a causa di una tempesta fra il 140 e il 120 a.c., quando Roma era ormai la superpotenza del Mediterraneo dopo la distruzione di Cartagine.

Su quella sfortunata nave viaggiava anche un medico, del quale il relitto ha restituito il corredo: fiale, bende, ferri chirurgici e scatolette chiuse contenenti pastiglie molto ben conservate, preziosissime per la conoscenza della farmacopea romana

Le nuove analisi dei frammenti di Dna dei vegetali contenuti in quelle pastiglie 
hanno confermato l’uso, già noto, di molte piante officinali, tranne due che – ha spiegato Cadelo nella sua relazione alla Rassegna, organizzata da Ancient World Society – hanno destato forte perplessità fra gli studiosi: l’ibisco, che poteva solo provenire da India o Etiopia, e, soprattutto, i semi di girasole“. 

Ma il girasole, secondo le cognizioni fino a ora accettate, arrivò in Europa solo dopo la conquista spagnola delle Americhe: il primo a descriverlo fu Pizarro, raccontando che gli Inca lo veneravano come l’immagine della loro divinità solare. Abbiamo successivamente accertato che il girasole era coltivato nelle Americhe fin dall’inizio del primo millennio a.c, ma ancora non avevamo alcuna traccia della sua presenza nel Vecchio Mondo, prima della sua introduzione a opera dei Conquistadores. 

E’ questo un altro tassello che si aggiunge ai moltissimi altri, spiegati nel libro di Cadelo, che documentano traffici commerciali insospettati: come il sorprendente rinvenimento – altra novita’ – di raffinati gioielli in vetro con foglie d’oro, provenienti da botteghe romane di eta’ imperiale: erano in una tomba principesca giapponese, non lontano da Kyoto. Si tratta di perline che i mercanti navali romani portavano spesso con sè, come oggetto di scambio. Ma non e’ necessario pensare che fossero proprio romani, i mercanti che le portarono fino in Giappone: quei gioielli potrebbero essere stati scambiati anche su altri approdi, prima di arrivare in Estremo Oriente. 

Peraltro, monete romane sono state restituite da scavi effettuati anche in Corea e perfino in Nuova Zelanda. Altre prove delle antiche frequentazioni navali americane di Fenici e Romani sono gia’ descritte nella prima edizione del libro di Cadelo, dove – fra l’altro – si sfatano alcune sconcertanti nostre ignoranze sulle cognizioni astronomiche dei nostri antenati: per esempio, c’e’ una poco frequentata pagina della “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio dove si spiega che il moto di rotazione della Terra attorno al proprio asse e’ dimostrato dal sorgere e tramontare del Sole ogni 24 ore (un millennio e mezzo prima di Copernico). 

E Aristotele si diceva certo che fosse possibile raggiungere l’India navigando verso ovest: se Cristoforo Colombo avesse potuto esibire quella pagina aristotelica, si sarebbe risparmiato tanta fatica durata a convincere i regnanti di Spagna a concedergli le tre caravelle.
UNA RIPRODUZIONE DELLA SCRITTA SULLA PIETRA

UNA PIETRA DALL'ANTICO ORIENTE?

Nel 1803, nell'Isola di Oak è stata rinvenuta una pietra ora nota come la 'Pietra dei 90 piedi'. Era stata trovata 90 piedi sotto terra (27 metri e mezzo circa) nella cosiddetta 'Cava dei Soldi'. I primi cacciatori di tesori dell'isola erano un gruppo di giovani che avevano visto una depressione nel terreno e una carrucola in una grande quercia lì vicino.

Per curiosità, scavarono nel terreno e trovarono delle piattaforme di legno a intervalli regolari di profondità e anche la pietra, che portarono in superficie. La cavità si riempì poi di acqua marina prima che gli scavatori potessero raggiungerne il fondo. Si teorizza che contenesse un tesoro e che fosse protetta da una trappola: un tino in cui calarsi e che avrebbe fatto annegare chiunque avesse provato a raggiungere il tesoro andando giù.

La pietra portata su conteneva dei simboli di origine ignota. Il reverendo A.T. Kempton di Cambridge, nel Massachusetts, ha affermato di aver decifrato lo scritto nel 1949, dichiarando che il tesoro era sepolto a circa 12 metri circa sotto terra.

Sebbene siano sopravvissute delle raffigurazioni di quella pietra, l'originale andò perduta nel 1912. Ma, a sorpresa, Pulitzer ha annunciato a Epoch Times di averla ritrovata, e le sue analisi – dice – mostrano che abbia forti legami con l'antico Impero Romano.

La pietra gli è stata consegnata da una persona coinvolta nella ricerca del tesoro sull'isola, che Pulitzer non può nominare pubblicamente (ma in privato Epoch Times è stato informato della sua identità). La famiglia dell'uomo ha recentemente parlato con Pulitzer e gli sta permettendo di analizzare la pietra.

Pulitzer afferma che la scritta sulla pietra è stata male interpretata nel 1949: secondo il ricercatore, il reverendo Kempton avrebbe interpretato come errori alcuni simboli, e altri li avrebbe mal compresi.

La scritta è stata analizzata con un programma che l'ha comparata a un database di vari linguaggi: c'è stato un riscontro del 100 per cento con una scritta legata all'antico impero romano. La sua esperienza in tecnologia e statistica ha aiutato Pulitzer a condurre l'analisi, secondo cui la scritta sarebbe uguale a un linguaggio proto-cananeo, anche detto 'proto-sinaitico'. Un antenato, cioè, di molte lingue del Vicino Oriente.

La scrittura sulla pietra dei 90 piedi sarebbe in una lingua di antichi marinai, derivante dal proto-cananeo, usata come lingua franca per la comunicazione tra i porti di vari popoli durante il periodo dell'Impero Romano, e mischia proto-cananita con proto-berbero (l'antenato linguistico delle lingue berbere del Nord Africa) e altri proto-linguaggi.



EROTE DORMIENTE IN PORFIDO IMPERIALE (IV sec.)
La scritta sulla pietra è ancora soggetta ad analisi presso università del Medio Oriente, da parte dei massimi esperti mondiali sulle antiche lingue del Levante. Pulitzer afferma che il suo team ha decodificato la scritta, ma sta attendendo la relazione finale prima di rivelare il significato e dove sono state fatte le analisi.

L'iscrizione era stata persa nell'antichità e riscoperta solo nei primi anni del 20° secolo da Hilda e Flinders Petrie. Dato che la Pietra dei 90 piedi è stata scoperta nel 1803, non poteva trattarsi di una falsificazione.

Pulitzer suppone che sia fatta di un tipo di pietra particolare chiamata porfido imperiale, che non esiste in Nord America. Le ulteriori analisi sulla pietra includeranno la verifica della sua composizione minerale.

Il naturalista romano Plinio Il Vecchio (23-79 d.c.) ha documentato in "Storia Naturale" la scoperta di porfido imperiale da parte del legionario romano Caio Cominio Leuga nel 18 d.c. La cava di Mons Porpyritis in Egitto è l'unica fonte nota.

Questo tipo di pietra era molto ben considerata dai Romani per i monumenti. La precisa posizione della cava era stata dimenticata dal IV secolo fino al 1823, quando venne riscoperta dall'egittologo John Gardner Wilkinson.


PROIETTILI DI BALESTRA

All'inizio di questo secolo, un cercatore di tesori ha scoperto un albero enorme, l'ha tagliato e ne ha scoperto tre colpi di balestra all'interno.

Evidentemente erano stati sparati da una balestra contro l'albero, poi l'albero, accrescendo il suo tronco, ha inglobato interamente le frecce.

SPILLONE RAPPRESENTANTE UNA BALESTRA ROMANA
La balestra era uno strumento romano, di certo mai usata dai nativi.

L'albero pare avesse circa mille anni quando è stato abbattuto (sig!).

I proiettili si trovavano in un punto a tre quarti dello spessore dell'albero, e questo suggerisce che l'albero sia stato colpito 300 anni prima di venire abbattuto, sebbene non sia noto quanto tempo fa sia stato abbattuto.

Una datazione più precisa dei colpi è stata realizzata in un laboratorio dell'esercito americano che si occupa di testare le armi. Nel programma "La maledizione dell'isola di Oak, Rick" e Marty Lagina, star del programma, hanno mostrato a Pulitzer i risultati dei test. Il laboratorio ha affermato che i dardi provengono dall'Iberia (Spagna), più o meno nel periodo di tempo in cui subiva le incursioni dei romani.



TOMBE SOTTOMARINE

Al largo dall'isola di Oak ci sono dei tumuli funerari sommersi. James P. Scherz, esperto di opere ecologiche e professore di ingegneria civile presso l'Università di Wisconsin-Madison, ritiene che questi sepolcri non siano stati fatti dai Nativi Americani.

«Ritengo che i tumuli sott'acqua siano di un antico stile marinaio, non nativo alla Nuova Scozia o appartenente alla tradizione Nord Americana».

Scherz ha detto in una relazione completa, che ci sono prove che suggeriscono che i Romani avessero raggiunto la Nuova Scozia.

La relazione ha tra i suoi autori anche Pulitzer e altri scienziati, e verrà pubblicata in primavera; Epoch Times l'ha visionata in anteprima.

TUMULO MARINO
«Guardando ai livelli oceanici noti in quell'area, grazie a dei dati sull'aumento del livello della superficie oceanica canadese, è possibile datare i tumuli a un periodo che va dal 1.500 a.c. al 180 d.c.» ha spiegato Scherz.

La cultura nativa locale dei Mi'kmaq non aveva la tradizione di costruire sepolcri. Il modo in cui sono fatti è simile a quello in cui li formavano le culture antiche dell'Europa e del Vicino Oriente. Scherz ha anche fatto notare che i tumuli avevano un allineamento astrologico. La squadra di Pulitzer ha studiato i tumuli sott'acqua usando dei metodi di scansione dalla superficie, e anche immergendosi per osservarli e fotografarli.

Mai sentito che i romani seppellissero i morti in acqua. Viene da pensare che solo chi non voglia far rintracciare i corpi dai carnivori debba sbarazzarsene nell'acqua, quando non si ha il tempo di scavare una fossa nè di innalzare una pira, oppure per una forte tradizione marinara.
L'aver navigato così a lungo poteva benissimo aver trasformato i legionari più in marinai che soldati. Di certo i nativi non ponevano nell'acqua i propri morti.



UNA PIETRA CON UNA MAPPA DI NAVIGAZIONE?

Per Pulitzer. questa pietra ha delle incisioni che sembrano di origine romana. Egli sta lavorando con degli esperti di lingue antiche per confrontare i simboli con altre incisioni romane e sospetta che si tratti di indicazioni per l'orientamento durante la navigazione. Ma viene da chiedersi per chi venissero scritte, per altri o per loro stessi affinchè non ne perdessero la memoria?

INCISIONI SU UNA PIETRA RINVENUTA NELL'ISOLA
DI OAK, PROBABILI LETTERE ROMANE
I Romani potrebbero aver chiesto l'aiuto di marinai di altri popoli sottoposti al loro dominio per intraprendere il viaggio, dato che loro stessi non erano grandi costruttori di navi o grandi marinai. I Cartaginesi erano invece noti per la loro abilità nella costruzione delle navi e, essendo sotto il dominio romano, è possibile che abbiano partecipato al viaggio, ipotizza Pulitzer.

Myron Paine, un medico e ingegnere  afferma nella relazione che è possibile che degli antichi marinai potessero, in tempi pre-Colombiani, «viaggiare a salti» fino all'isola. Avrebbero intrapreso un percorso con delle fermate in Gran Bretagna, Islanda, Groenlandia, Isola di Baffin, Cape Breton e infine Isola di Oak.

I romani d'epoca imperiale furono in realtà ottimi costruttori di navi, ne riprodussero e ne modificarono tantissime da ogni parte del mondo. Nei porti romani le navi non solo arrivavano e partivano ma si costruivano.

ANFORE ROMANE

SCOPERTE SIMILI IN BRASILE

L'Isola di Oak non è l'unico, né il primo posto nel Nuovo Mondo in cui sono stati rinvenuti artefatti romani. .Nei primi anni 80, l'archeologo Robert Marx disse di aver trovato una grande collezione di anfore a Guanabara Bay, a 24 km da Rio de Janeiro. Le anfore erano dei vasi a due manici usati dai romani per trasportare diversi prodotti.

Elizabeth Will, esperta di anfore romane che lavora presso l'Università del Massachusetts, ha confermato l'autenticità al New York Times: «Sembrano antiche, e considerandone il profilo, la struttura a parete sottile, e la forma dei bordi, suggerisco che appartengano al III sec. d.c.».
Il dott. Harold E. Edgerton del Massachusetts Institute of Technology, pioniere della fotografia sottomarina, ha anche lui sostenuto le affermazioni del prof. Marx.

Il governo brasiliano ha vietato a Marx di indagare ulteriormente sulle scoperte. Un ricco uomo d'affari, Americo Santarelli, ha affermato che le anfore fossero delle repliche fatte da lui, ma ne ha rivendicato solo quattro. Marx dice che ce ne sono in gran numero, in un solo punto: alcune sulla superficie del fondale, altre sepolte anche a più di un metro di profondità, suggerendo che si siano depositate parecchio tempo prima.

Marx sostiene anche che la Marina brasiliana non voglia che si indaghi ulteriormente sulla cosa. In articolo del New York Times, Marx ha riferito la confidenza di un funzionario governativo: «Ai brasiliani non importa del passato. E soprattutto non vogliono spodestare Cabral [Pedro Alvares, navigatore portoghese del XVI secolo] come scopritore».

E poi:





DA: COMPARE UN ANANAS IMPOSSIBILE NELL'ANTICA ROMA

Pratesi Fulco


(20 dicembre 1998) - Corriere della Sera

"Compare un ananas "impossibile" in un mosaico dell' antica Roma Pochi giorni fa, visitando il Palazzo Massimo alle Terme a Roma  e soffermandomi nella galleria 1a del secondo piano, quello dedicato agli affreschi, mosaici e stucchi del mondo classico, ho notato un pavimento a mosaico - fine I sec, a.c. e inizi I sec. d.c., proveniente dalla località Grotte Caloni, presso Roma - che mi ha letteralmente stupefatto. 
In esso, al centro di un piacevole motivo geometrico in bianco e nero, compare un riquadro centrale dove compare un cesto di frutta  dove compaiono alcuni fichi, delle mele cotogne, un grappolo di uva nera, alcune melagrane e... un ananas. 

Un ananas "impossibile" perche' questa pianta vive allo stato selvaggio nel Messico, nella regione di Panama, nella Guyana, in Brasile, eccetera, e arrivò nel Vecchio Mondo dopo i viaggi di Colombo. Si può favoleggiare di spedizioni oltreoceano o di importazioni nell' Africa occidentale, ove l' ananas e' coltivato soprattutto nelle regioni tropicali atlantiche, ma di certo ci deve essere una spiegazione meno fantasiosa. "

Qualcuno ha scritto che non doveva essere un ananas ma una pigna sopra cui un fantasioso romano aveva posto un ciuffetto d'erba, il che davvero sa di assurdo, anche perchè si tratta di una cesto di sola frutta.

Invece ci sono brani della letteratura del ‘500 in cui si parla del ritrovamento di tombe romane in America, e Plinio dice che il mais era molto coltivato nella pianura Padana. Ora il mais proviene dal Messico centrale, dove 10000 anni fa venne coltivato dalle popolazioni indigene. Come era arrivato a Roma?

Claudio Tolomeo (100 ... – Alessandria d'Egitto 175) fu un astrologo, astronomo e geografo greco di epoca imperiale, che visse e lavorò ad Alessandria d'Egitto, nella Prefettura d'Egitto dell'Impero Romano. E' considerato uno dei padri della geografia e fu autore di importanti opere scientifiche.

Ora nel planisfero di Claudio Tolomeo è rappresentata la costa del Sud America e la città di Cattigara, da cui si importava l’oro da tutto l’Oriente ma anche dal Mediterraneo, ed è proprio Tolomeo a indicare la rotta per giungere in America da quella parte.

Ma fa testo soprattutto l’Imperatore Giuliano, il quale affermò che “l’Oceano Atlantico è più grande del Mar Mediteranno, ma al pari di esso è stato completamente esplorato ed è sotto il dominio di Roma.”

I Romani erano abili battitori, cioè nell'esercito abbandonavano i compagni per lanciarsi alla scoperta del territorio. Le loro escursioni in territorio nemico erano romanzi. Riuscivano a tornare e riferire sull'esercito nemico, sul territorio e sulle risorse. Cesare ne fece un grande uso e da allora tutti gli altri.
D'altronde i legionari sapevano fare di tutto: costruivano accampamenti, case, torri, ponti, strade, forni, pozzi, sapevano di falegnameria, di metallurgia e di fonditura. Potevano forgiare armi bianche e armi d'assedio, sapevano fabbricare barche o navi, osservatori o trabocchetti, ed ebbero sempre un grande spirito di avventura.




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3 comment:

Unknown on 20 giugno 2016 17:45 ha detto...

Ciò che appare come un ananas nel mosaico di Grotte Celoni è stato interpretato anche semplicemente come una pigna...

Vaag Falkner on 25 giugno 2016 17:39 ha detto...

caro Unknown, quindi tu metteresti una pigna in un cesto di frutta...
sei strano.
e poi nel testo dell'articolo che commenti è scritto: "Qualcuno ha scritto che non doveva essere in ananas ma una pigna sopra cui un fantasioso romano aveva posto un ciuffetto d'erba, il che davvero sa di assurdo, anche perchè si tratta di un cesto di solò frutta."; questa parte ti è sfuggita? quali altre parti hai perso?
grazie anticipatamente per la risposta

aldoamico on 30 agosto 2016 22:30 ha detto...

Le invasioni barbariche impedirono l'espansione dell' impero all'intero pianeta.

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