BATAVI - VELEDA (Nemici di Roma)





Veleda o Velleda (latino Veleda-ae;) era una vǫlva (sciamana) dei Bructeri, una tribù germanica che, tra il 100 a.c. e il I secolo d.c., si erano stanziati nella Germania Magna nord-occidentale, tra i fiumi Lippe ed Ems, a sud della foresta di Teutoburgo, (oggi Renania Settentrionale-Vestfalia).

La parola Veleda sembrerebbe una traduzione latina della parola celtica Veleta, "profetessa", ma nella sua regione non si parlavano lingue celtiche. Forse il termine indicava un potere di divinazione. La Veleda storica predisse i successi dei Bataviani quando si ribellarono all'impero romano (69). Non sappiamo però se abbia solo profetizzato o incitato attivamente la ribellione.
Comunque fu Valeda che ispirò la rivolta batava, guidata contro l'impero romano da Giulio Civile, principe batavo romanizzato (69/70 d.c.), predicendogli le vittorie che poi effettivamente conseguì sui romani. È certo che Veleda avesse una grande autorità.

Ad esempio, è noto che gli abitanti della città romana di Colonia accettarono il suo arbitrato in un conflitto con i Tencteri, una tribù della Germania "libera". I talenti di Veleda non erano limitati al soprannaturale. Prese molto sul serio il ruolo di leader di un governo ribelle a fianco di Civilis, per arbitrare un conflitto tra la tribù Tencteri e l'insediamento romano di Colonia, che divenne l'attuale Colonia.

In effetti, secondo Tacito, il popolo di Colonia ha specificamente richiesto Veleda come uno dei negoziatori, insieme a Civilis. Nelle sue negoziazioni, Veleda ha contribuito a consolidare l'alleanza di Civilis con Colonia.

IN ROSSO IL TERRITORIO DEI BATAVI

IL PROBLEMA GERMANO

Il problema germano, rimandato da Giulio Cesare per poi riprenderlo nella guerra che stava preparando quando la partenza venne interrotta dal suo omicidio, aveva trovato un infausto e tragico epilogo nella battaglia di Teutoburgo. Se da un lato, il generale romano Germanico aveva vendicato l'offesa e ottenuto gloria militare sul Reno per sè e per Roma, dall'altro lato, i tedeschi avevano massacrato oltre il 10 percento dell'intero esercito romano nella battaglia della foresta di Teutoburgo.

I germani dovevano capire che Roma non dimentica, ma l'area allora conosciuta come "Germania" si era rivelata una spina nel fianco per gli imperatori giulio-claudi. Tra il 69 e il 70 scoppiò la rivolta batava nella provincia romana della Germania inferiore, guidats da Gaio Giulio Civile. I ribelli riuscirono a distruggere quattro legioni, infliggendo sconfitte umilianti all'esercito romano.

VELEDA NEL GIARDINO DEL LUSSEMBURGO
Tacito, che iniziò a raccontare la storia romana circa 30 anni dopo la rivolta dei Batavi, descrisse Veleda come "una fanciulla della tribù dei Bructeri, che possedeva un vasto dominio" e Giulio Civile le riconobbe un alto potere tenendo moltissimo al suo consenso, tanto che nel marzo dell'anno 70, quando i successi previsti da Veleda si avverarono e Julius Civilis catturò la base legionaria di Xanten, costui spedì immediatamente a Veleda il comandante della guarnigione romana, Munius Lupercus, come suo prigioniero.

Ma Munius Lupercus non divenne mai il suo schiavo perchè morì non si sa come mentre si recava a Veleda. Comunque alcuni mesi dopo, i Bataviani catturarono l'ammiraglia della marina romana, che rimorchiarono lungo il fiume Lippe per presentarlo come dono alla profetessa, che viveva in una grande torre vicino al fiume. Inviando preziosi ostaggi e doni a Veleda, Civilis mostrò quanto la valorizzava e la rispettava come alleata. 

Come divinità sulla terra, Veleda rifiutava di ricevere direttamente i suoi supplicanti. Tacito specificò che: “Per ispirarli con più rispetto, gli fu impedito di vederla. Abitava in una torre alta e uno dei suoi parenti, scelto allo scopo, trasmetteva, come il messaggero di una divinità, le domande e le risposte. "

Nella "De Origine et situ Germanorum", Tacito scrive che Velleda «esercitava una vasta autorità, secondo un'antica testimonianza germanica per cui s'attribuiscono a molte donne il dono della profezia e qualità divine». 

In esse, infatti, i Germani vedevano qualcosa di sacro che le rendeva depositarie della saggezza e veritiere mediatrici del sacro. E ancora: «Abbiamo visto noi romani, al tempo del divo Vespasiano, Velleda esser considerata da molti come un dio».

Ma una grossa mano ai romani gli avevano dato antecedentemente le discordie tra le varie tribù:
Tacito racconta che Camavi (della riva settentrionale del basso Reno) ed Angrivari (della regione denominata Angria, all'incirca attuale Vestfaliain alleanza con altre popolazioni vicine, emigrarono nei territori dei Bructeri, dopo averli cacciati e totalmente annientati, per cui lo scrittore latino ringrazia gli emigranti di aver così potuto «offrire diletto allo sguardo romano», senza che Roma dovesse intervenire. Dei Bructeri caddero più di 60.000.


VELEDA CONTRO I ROMANI
«Suvvia preghiamo che rimanga e si conservi tra i popoli stranieri, se non l'amore verso di noialmeno l'odio tra loro, poiché niente risulta di più prezioso che la fortuna possa procurarci, se non la discordia dei nostri nemici tra loro
(Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIII, 3.) 

Tacito : "Veleda era una donna non sposata che godeva di una grande influenza sulla tribù dei Bructeri. I tedeschi tradizionalmente considerano molti del sesso femminile come profetici e, in effetti, per eccesso di superstizione, come divini. Questo è stato un caso emblematico. Il prestigio di Veleda era elevato, poiché aveva predetto i successi tedeschi e lo sterminio delle legioni."

"Credono persino" spiega ancora Tacito  "che il sesso femminile abbia una certa santità e prescienza, e non disprezzano i loro consigli, né fanno luce sulle loro risposte. Ai tempi di Vespasiano abbiamo visto Veleda, a lungo considerata da molti come una divinità. Anche in passato veneravano Aurinia e molte altre donne, ma non con lusinghe servili o con falsa deificazione."

Ma i Batavi, che erano scoppiati in rivolta quando Vespasiano non aveva ancora preso saldamente il potere e avevano vinto quattro legioni romane, dovettero poi arrendersi al generale Quinto Petillio Cereale.

Questi, a capo di un forte esercito costituito dalle legioni VIII Augusta, XI Claudia, XIII Gemina, XXI Rapax e II Adiutrix, attraversò le Alpi, approfittando della mancata guardia dei valichi del Grande e Piccolo San Bernardo e del Monginevro da parte del rivoltoso Giulio Tutore che pur avendo tradito i romani mancò ai suoi compiti verso i rivoltosi. 

Ulteriori rinforzi vennero dalla Britannia, con il distaccamento della XIIII Gemina, e dalla Hispania, con l'arrivo della I Adiutrix e della VI Victrix. Dopo la stipula della pace la situazione tornò normale, ma i Romani mantennero una legione stabilmente in zona.



I VERSIONE

Nel 70 d.c. i ribelli firmarono la pace coi Romani, ottenendo l'amnistia e l'esenzione dai tributi in cambio della fornitura di truppe alleate. Ma Velleda fu catturata e portata in trionfo da Domiziano, morendo poi in prigionia.



II VERSIONE

Dopo la soppressione della rivolta batava, i romani catturarono Veleda (o le offrirono asilo). Questo è successo nel 77. Si dice che abbia servito gli interessi romani negoziando con tedeschi ostili. Non si sa a quale episodio si riferiscano, ma si può notare che nell'83 o nell'84 i romani costrinsero i Bructeri ad accettare un nuovo re filo-romano. Forse la costruzione del forte romano di Kneblinghausen, nel paese Bructerian, ha qualcosa a che fare con esso.



III VERSIONE
Un epigramma greco trovato ad Ardea, ovvero a pochi chilometri a sud di Roma, ridicolizza i talenti profetici di Veleda. È stato detto che ciò suggerisce che Ardea fosse il suo luogo di detenzione. Ma questa è solo una supposizione.



IV VERSIONE

Nel 1926, nel Foro di Ardea (Rm), nei pressi di uno dei templi, fu rinvenuta un'epigrafe, che cita Veleda come condannata a servire nel tempio. Il reperto, studiato da Margherita Guarducci "Veleda" e "Nuove osservazioni sull'epigrafe ardeatina di Veleda" (Rend. Pont. Acc. Arch. XXI, 1945/6 e XXIV-XXVI 1949/51) e da P. Mingazzini "Un altro tentativo d'interpretazione dell'iscrizione di Veleda" (Bull. Comm. Arch. Comunale Roma, 1953/54, v.74) è stato datato alla seconda metà del I secolo d.c.
Questo epilogo non è da escludere perchè i romani avevano un forte senso del business. Se è vero che Veleda avesse delle qualità profetiche o divinatorie, perchè non impiegarle al servizio di un tempio romano i cui proventi andassero, se non a Roma, alla città di Ardea?
VELEDA

ARDEA
"L'area sacra (di Ardea) annovera ben 4 templi e due are, ma ben poche le informazioni relative alle divinità oggetto di culto, con eccezione per il sacello di Esculapio. Si presume che il tempio denominato A, il primo ad essere rinvenuto, fosse dedicato ad una divinità connessa con il cielo notturno, una delle ipotesi è Veiove, per via della stele con incisa una lettera V trovata al di sotto della cella.

Ed infine il tempio B, il più grande, sorto inglobando nella sua parte più sacra un precedente e più antico tempio, di cui ancora si conosce ben poco. Le fonti antiche parlano del grande santuario di Venere e del culto di Inuo, figlio della Dea, probabilmente i due templi principali erano proprio dedicati a queste due divinità, connesse con la fertilità, l'acqua, il sole e la luna".

Ora il tempio più grande e più antico, che ne ha inglobato un altro molto arcaico dovrebbe essere senz'altro il celebre Aphrodisiacum, il tempio di Afrodite e di suo figlio Iuno, risalente al VII secolo a.c., tanto importante da essere ancora attivo nel III secolo d.c., con un imponente afflusso di fedeli provenienti da ogni luogo.

Si può ben capire che Veleda potesse fare da oracolo ad un tempio così importante e largamente visitato, cosa che avrebbe portato grandi introiti alla classe sacerdotale e pure amministrativa. Di certo i romani non avevano bisogno di "camilli" (aiutanti sacerdoti) o di sacerdotesse che sostituissero le romane, ma di certo non era facile trovare una simile e famosa vaticinante.

Ora il tempio di Venus poteva offrire lavoro o come ierodula (sacra prostituta), che però all'epoca di Veleda era già stata messa in disuso dalle leggi, che avveniva spesso nei templi di Venere ma non dove, ed era cosa eccezionale, Venere aveva un figlio, che contrariamente a tutte le tradizioni era figlio anche di Giove.

Pertanto l'unico lavoro che Veleda poteva compiere ne tempio era quello di indovina, che bene si addiceva a una Dea delle profondità (come Dea del mare). Sperimentato dunque a proprie spese che Veleda sapeva vaticinare, non suona strano che i romani le risparmiassero la vita a patto che facesse l'indovina, ovvero la vaticinante nei loro templi, dove la prestazione era profumatamente pagata, data inoltre la fama di Veleda.

Che poi sia stata ridicolizzata in una ulteriore epigrafe si può capire, era straniera e aveva fatto uccidere, coi suoi vaticini, molti romani, illudendo i Batavi di poter vincere in eterno.



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