MONS ESQUILINUM - (Esquilino)





I SETTE COLLI

Roma fu costruita sopra sette colli, la cui identificazione più antica riporta il Palatino, il Germalo. la propaggine del Palatino verso il Tevere, la Velia (verso l'Esquilino), il Fagutale, l'Oppio ed il Cispio (oggi tutti compresi nell'Esquilino) e la Subura (in direzione del Quirinale).

Con l'espansione di Roma l'urbanistica mutò ed ecco i sette colli riportati da Cicerone e Plutarco:
Aventino Campidoglio Celio Esquilino Palatino Quirinale Viminale.
Un'altra sella montuosa collegava le pendici del Campidoglio con quelle del Quirinale e venne asportata nel II sec. per edificare il complesso del Foro di Traiano: il mons che compare nell'iscrizione della Colonna di Traiano e di cui questa mostrerebbe l'altezza originaria, sembra riferito a questa altura. Invece ai tempi di Costantino i sette colli comprendevano il Vaticano ed il Gianicolo, ma non il Quirinale ed il Viminale.

In origine i sette colli formavano un unico altopiano che in seguito all'erosione prodotta dai vari corsi d'acqua e dopo il sollevamento dei sedimenti fluviali del Tevere che hanno scavato in modo irregolare i vari tipi di tufo, si è diviso in valli ed alture determinando l'aspetto attuale. Il sottosuolo presenta grandi quantità di tufi litoidi e di tufi antichi misti a strati di argilla gialla e di sedimenti lavici che testimoniano l'attività eruttiva dei vulcani, ora trasformati in laghi. La vastità e la consistenza di questi giacimenti tufacei spiega il grande successo di questo materiale di facile lavorazione che fu presente in tutte le attività costruttive dei romani.



MONS ESQUILINUM

La regione Esquilina, la più alta ed estesa dell'Urbe, è la parte sud del complesso di rilievi che si staccavano dalla piana dove sorgono attualmente le Terme di Diocleziano, e da cui si diramavano anche il Quirinale e il Viminale. Il colle si divideva nelle tre alture minori del Cispio, nella parte settentrionale, cioè la zona dove sorge oggi la chiesa di S. Maria Maggiore, del Fagutal in quello occidentale, confinante con la Velia, e dell’Oppio, nel settore meridionale, dove sorgono le Terme di Traiano.

DIOMEDE RITROVATO SUL
COLLE OPPIO
Non si deve confondere il colle Esquilino con l'entità amministrativa del Rione Esquilino. Quest'ultimo occupa il colle nella sua parte nordorientale, mentre la parte sudoccidentale del colle è occupata dal Rione Monti, uno dei più antichi di Roma. I due rioni sono separati dalla via Merulana, una lunga via che collega tra loro le basiliche patriarcali di S. Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano.

Abitata già in epoca protostorica, come dimostrano alcune tombe dell’VIII sec. a.c., la collina dell’Esquilino deriverebbe il nome dalla contrapposizione inquilinus- exquilinus, essendo stato a lungo un sobborgo della città posto al di fuori dei più antichi limiti territoriali urbani. La radice sarebbe ex-colere, che significa appunto abitare fuori (dalle mura). Altri sostengono che provenga da "aesculi" (eschi), arbusti di leccio sacri a Giove, o che derivi da "excubiae", le guardie inviate da Romolo per difendersi dai sabini di Tito Tazio. La tradizione attribuisce al re Servio Tullio, verso la metà del VI sec. a.c., l’annessione del colle all'urbe.

Nella prima suddivisione Serviana, detta delle «quattro regioni» (Suburana, Esquilina, Collina, Palatina), il colle fu compreso in gran parte nella II regione, e tale rimase fino al 7 a.c., quando Augusto cambiò assetto urbanistico, dividendo il territorio in 14 regioni. In questo nuovo assetto l’Esquilino venne compreso quasi del tutto nella V regione (Esquiliae), corrispondente alla parte est della città che si estendeva fino «ad Spem Veterem» dov’è l’attuale Porta Maggiore.

Qui si incontravano i più importanti acquedotti della città: l’Acqua Marcia, la Tepula, la Giulia e l’acquedotto dell’Aniene vecchio che si snodavano sul colle alimentando abitazioni ed edifici pubblici di tutta la zona. Con la costruzione delle Mura Aureliane, l’Esquilino perse parte del suo territorio, tagliato dalle mura che seguivano un percorso obbligato per necessità difensive.
La regione Esquilina, la più estesa dopo quelle del Transtiberim (XIV) e dell’Alta Semita (VI), doveva essere la zona più fittamente popolata di tutta la città, con fitte insule nelle parti basse, e ricche domus concentrate soprattutto sulle sommità della colle.

Rispetto all’ampiezza e alla densità di popolazione, l’Esquilino non aveva molti edifici pubblici, tra questi ricordiamo le Terme di Tito e di Traiano, il grande mercato del Macellum Liviae, il tempio di Giunone Lucina sul vicus Patricius,  quelli di Diana e della Fortuna eretti da Servio Tullio, il tempio della Tellus e quello di Minerva Medica presso la via Merulana.
La regione era traversata da numerose e importanti strade, che in alcuni casi hanno contribuito a determinare il tracciato delle vie medievali e moderne. Lungo il confine nord-occidentale correva l’Argiletum, che, partendo dal Foro Romano, si biforcava nei due rami del vicus Patricius (attuale via  Urbana) e del clivus Suburanus che, passando tra le due alture del Cispio e dell’Oppio, traversava il popolare quartiere della Suburra e usciva dalla Porta Esquilina (Arco di Gallieno) delle Mura Serviane.

Da questo punto iniziava la via Labicana, che prendeva nome dalla colonia di Labicum posta a 15 miglia da Roma, che in epoca imperiale uscirà dalla Porta Maggiore delle Mura Aureliane. A nord, lungo il tratto delle Mura Serviane, compreso tra le porte Esquilina e Viminale, in corrispondenza dell’Aggere (il terrapieno posto a rinforzo del settore orientale dell’antica cinta difensiva), due strade fiancheggiavano le mura all’interno e all’esterno della città.
Una lunga strada attraversava poi la regione in senso nord-sud, dall’attuale piazza Vittorio alla zona dell’ospedale di S. Giovanni, tagliando la moderna via Merulana.



COLLE OPPIO

Il Colle Oppio è una delle tre alture che, con Fagutal e Cispius costituivano il Mons Esquilinus.

Il colle fu sede di uno dei villaggi da cui sorse Roma, e la memoria di questa nobile discendenza resta ancora in epoca repubblicana, come dimostra un'iscrizione rinvenuta presso le Sette Sale, alle Terme di Traiano, che cita il restauro del sacellum compitale fatto a spese degli abitanti (de pecunia montanorum).

Nella suddivisione augustea della città il Mons Oppius fu compreso nella Regio III, denominata Isis et Serapis dal grande tempio che sorgeva alle sue pendici sudorientali, tra le odierne via Labicana e via Merulana.

Il parco di Colle Oppio si estende su una buona parte della superficie anticamente occupata dalle Terme di Traiano e di Tito e custodisce i resti della Domus Aurea.

Già sede (in direzione del Vicus Suburanus) del Portico di Livia, l'altura fu occupata in epoca neroniana dalla Domus aurea e dalle successive Terme di Tito e di Traiano. Vi si stabilirono poi, in epoca cristiana, il Titulus Eudoxiae (oggi San Pietro in Vincoli) e il Titulus Equitii (oggi San Martino ai Monti).



Dal cd. "Criptoportico" delle Terme di Traiano
da un art. di Simone82

E' stata presentata a Roma la scoperta di un frammento di mosaico del cosiddetto "Criptoportico" delle Terme di Traiano sul Colle Oppio, un'area miracolosamente sopravvissuta alle distruzioni e all'urbanizzazione postclassica, nella quale le testimonianze archeologiche si sono conservate quasi intatte: merito in parte dello stesso imperatore Traiano e poi della trasformazione a vigne e orti perdurata fino alla creazione del Parco durante il Ventennio. Il frammento di mosaico, inizialmente attribuito ad Apollo ma quasi certamente invece da identificare con Diomede e il ratto del Palladio (o per alternativa Oreste e il ratto della statua di Artemide Taurica), si trova sulla parte destra di una parete lunga 16 m: lo scavo ha raggiunto una quota di 2 m, ma si ritiene che possa proseguire molto in profondità, forse per altri 10 m. Di sicuro, i frammenti decorativi sono stati solo parzialmente riportati alla luce, per cui è possibile che altri frammenti della decorazione parietale siano ancora conservati sul muro.
Nelle numerose stanze che compongono quest'area sotterranea del colle, sono già emersi altri famosi frammenti di mosaici e dipinti: il notissimo affresco della "Città Dipinta" nel febbraio 1998, il mosaico con Musa e Filosofo nel maggio 1998, l'esplorazione del mosaico con scena di vendemmia nel gennaio 2005. 


Dopo l'abbandono della Domus Aurea voluta dal defunto imperatore Nerone, oltre alle monumentali opere dei Flavi (Anfiteatro Flavio con relativi Ludi e Terme di Tito su tutte), si impiantano una serie di edifici che proseguono l'orientamento N-S della precedente Domus, per lo meno fino al 104 d.c., quando un secondo grande incendio che colpì l'area distrusse quel poco che rimaneva del sogno neroniano e diede la possibilità all'imperatore ispanico di progettare, insieme ad Apollodoro di Damasco, quell'incredibile rivoluzione architettonica che furono per l'epoca le Terme di Traiano, rimaste in uso fino al V-VI sec. d.c.


Il quartiere era così organizzato: l'edificio con affresco, di tipo rappresentativo e non decorativo, aveva una tipologia pubblica, databile in base all'analisi della cortina laterizia ad epoca vespasianea, forse parte degli edifici della Prefettura Urbana, forse la stessa "Biblioteca" delle Terme. Nei muri interni di questo edificio è stato ritrovato il frammento di mosaico con scene di vendemmia, decorante parte della sua volta: nei riempimenti dell'ambiente si trovano certamente parti del mosaico, crollate con il tempo, molte delle quali già recuperate ed ora in fase di restauro. A metà galleria, antistante detto edificio, si trova un vasto ambiente, su cui affacciava un ninfeo sotterraneo (la cui nicchia centrale, lungo la parete di fondo, presenta un rivestimento in mosaico azzurro con girali), sulla faccia del quale si trova il mosaico parietale con Musa e Filosofo su un prospetto architettonico di sfondoi.


Appare evidente la somiglianza del soggetto con Diomede, l'eroe greco figlio di Tideo, invincibile guerriero della tradizione omerica, legato a numerose tradizioni delle terre italiche (Spina, Arpi, Canosa, Venosa e Brindisi si dice fossero state fondate da lui). 

Nell'immagine seguente è visibile il tema del "ratto del Palladio" in una statua di Kresilas, nella copia romana di un originale greco di V sec. a.c. dalla collezione Albani alla Glyptothek di Monaco, messo a confronto proprio con il mosaico del criptoportico:


La somiglianza pare molto più diretta in questo caso rispetto ad un Apollo Kitharoidos, che ha tutt'altra raffigurazione (si veda ad es. la statua della collezione Ludovisi a Palazzo Altemps, la copia di Timarchides ai Musei Capitolini o l'aureo di Augusto). Il dubbio è generato dalla posizione della mano sinistra, che regge qualcosa: la cetra (come da prima identificazione), che collega il mosaico con Apollo, oppure una faretra o simile, che l'avvicina di più a Diomede? In tal modo risulterebbe errata l'identificazione di questo edificio con un Musaeum e forse anche la sua identificazione con un ambito residenziale.



DOMUS DI VIA GRAZIOSA

La domus di via Graziosa sull'Esquilino è di epoca repubblicana, decorata da una serie di affreschi con paesaggi dell'Odissea che oggi sono conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana dei Musei Vaticani.

L'abitazione fu scoperta nel XIX secolo. I pannelli che raffigurano episodi dell'Odissea erano collocati nella parte alta della parete dell'ambiente principale, secondo una disposizione che ha un parallelo nei rilievi nilotici dell'atrio della villa dei Misteri di Pompei.

I soggetti sono le Ulixis errationes per topia citate anche da Vitruvio, cioè i viaggi di Ulisse con sfondo di paesaggi. L'uso di questi paesaggi decorava e ingrandiva le stanze, sfondandone prospetticamente le pareti.

Uno dei pannelli più belli è quello dell' Assalto dei Lestrigoni, con varie figure disseminate in un vasto paesaggio, comprendente una visuale aerea di paesaggio quasi arcadico, denso di rocce, alberi, pastori ed animali.

Le tonalità scelte si armonizzano bene tra di loro e la tecnica scelta è di tipo quasi "impressionistico", con un metodo molto usato fino a tutta l'epoca medio-imperiale. La rappresentazione è precisa, col nome di ciascun personaggio in greco, forse ispirato dalle illustrazioni della biblioteca di Alessandria.

La datazione degli affreschi risalirebbe alla metà del I sec. a.c. circa, quando in altri monumenti si trova una certa inclinazione all'omerismo, riprendendo modelli orientali del II secolo a.c. (casa del Criptoportico, casa di Ottavio Quartione, portico del tempio di Apollo, Tabulae Iliacae).



COLLE CISPIO

Festo, secondo notizie dateci da Varrone, racconta che il colle Oppio e il colle Cispio che si trovano sull'Esquilino furono chiamati così perché durante una battaglia per difendere Roma dai ribelli Albani, il colle Oppio fu difeso dal condottiero omonimo che capeggiava i Tuscolani e il colle Cispio fu difeso dal condottiero Levio Cispio che capeggiava gli Anagnini.
Sotto la chiesa di Santa Maria Maggiore vi sono i resti, scoperti negli anni 1966-1971, di un edificio porticato dove fra l'altro si possono vedere parti di un affresco tardo imperiale dedicato ad un calendario con scene agresti. Del porticato invece residuano numerose tegole esposte in un ampio ambiente. In uno degli spazi scavati, fra l'altro, sono stati rinvenuti alcuni graffiti fra i quali uno con il quadrato del Sator. Tale edificio era comunque poco distante da altri luoghi del colle Cispio ricordati in diversi documenti: il Forum Esquilinum , il Macellum Liviae, la basilica di Giunio Basso trasformata nella chiesa di Sant'Andrea Catabarbara, il santuario di Giunone Lucina molto frequentato dalle partorienti..



COLLE FAGUTALE

SAN PIETRO IN VINCOLI
Il colle prendeva il nome, in latino Fagutal, da un bosco di faggi e su cui sorgeva il tempio di Giove Fagutale. Corrispondeva alla parte dell'Esquilino, vicina al colle Oppio, dove oggi si trova la chiesa di San Pietro in Vincoli.

Fin dall'antichità romana, la cima del Fagutale è sempre stata teatro di eventi di grande fermento popolare e religioso; negli strati del suo sottosuolo si sono infatti succeduti nel tempo: un luogo di culto a Diana, la domus di Tarquinio il Superbo, gli Orti di Mecenate e le Terme di Tito, senza considerare la presenza, nelle immediate vicinanze, della Domus Aurea di Nerone e del Colosseo.



COLLE VELIA

Ecco il taglio della Velia, quando fu aperta Via dei Fori Imperiali (1932). La Velia, più che un vero e proprio colle, era una sella di forma rettangolare che congiungeva il Fagutale, la propaggine più meridionale dell'Esquilino, con le pendici del Palatino.
La Velia anticamente era un colle dal carattere sacro, poiché ospitava due dei templi più importanti della città: vi il più antico tempio dedicato a Jupiter Stator, una versione di Giove come il dio che fermava la ritirata o la fuga (stare-stator).

LAVORI ALLA BASE DEL COLLE VELIA (1930)
La leggenda diceva che il tempio era stato costruito dallo stesso Romolo durante la guerra contro i Sabini, quando i Romani erano stati costretti a ritirarsi (Livio I, 72). Più tardi , nel 294 a.C., il semplice santuario di Romolo fu sostituito da un tempio vero e proprio (Livio, X, 36).
Sulla Velia si trovava anche l'importante tempio di Vesta, ove le Vestali custodivano il sacro fuoco.

La Velia fu completamente rasa al suolo durante gli anni trenta, tanto che oggi è difficile persino immaginare che sia esistita. Ai tempi operarono molto velocemente, e gli archeologi che poterono seguire gli scavi trovarono testimonianze antichissime della città, sino ai tempi preistorici.

La Velia parzialmente conservata sul lato nord della via dei Fori Imperiali ove sorge Villa Rivaldi in via del Colosseo, raggiungeva nel punto più alto (dove è la Basilica di Massenzio) l’altezza di 40 m s.l.m.
Un altro quartiere confinante con la Velia, noto dalle fonti letterarie con il nome di Carinae, tradizionalmente identificato con le pendici dell’Oppio, si estendeva dall’area occupata dalla chiesa di S. Pietro in Vincoli verso quella di via del Colosseo. Recenti scavi archeologici hanno chiarito il percorso del Vicus ad Carinas, dalla via Sacra al quartiere delle Carinae; la strada, che correva a ovest della Velia, era racchiusa, nel tratto verso il Foro, tra il Templum Pacis e gli Horrea Piperataria, poi sostituiti dalla Basilica di Massenzio.

Nel riassetto voluto da Augusto, la Velia, insieme con le Carinae, venne compresa nella IV Regione Templum Pacis, mentre nella divisione repubblicana le Carinae appartenevano alla Regione I Suburana e la Velia alla Regione IV Palatina. Negli strati inferiori, inoltre, si rinvennero resti di un teschio di Elephans antiquus e di altri animali preistorici.

TEMPIO DI VENERE E ROMA
Le fonti riportano che sulla Velia si trovava la residenza del re Tullio Ostilio e il connesso Tempio dei Penati.
L’aedes deum Penatium, di cui non si conosce esattamente l’epoca della fondazione, risale comunque all’età arcaica. Un rifacimento è attestato nel 167 a.c. a seguito della caduta di un fulmine che aveva colpito l’edificio.

Esso subì una ristrutturazione da Augusto, nel restauro dei santuari cittadini avviato nel 28 a.c. dal princeps, che restaurò i più antichi culti di Roma. Nella topografia sacra della zona sono da ricordare altri santuari, sedi di culti tra i più antichi della religiosità romana e italica: Ianus Curiatius, Iuno Sororia, Venus Calva, Mutinus Titinus (Dio fallico, poi assimilato a Bacco), e forse anche di Orbona (entità divina preposta alla tutela degli orfani), di Vica Pota (forse antica divinità della Vittoria), di Diana, dei Lari, di Tellus e altri ancora.

Il 21 aprile del 121 d.c., infine, venne iniziata da Adriano la costruzione del Tempio di Venere e Roma. Il tempio, che fu l’ultimo edificio di culto pagano sorto sulla Velia, venne eretto su una piattaforma artificiale di 145 x 100 m, realizzata inglobando le strutture che erano servite quale vestibolo della Domus Aurea dove era collocato il Colossus Neronis.
Gli scavi degli anni Trenta hanno restituito testimonianza di altri importanti complessi archeologici, tra i quali va ricordato il Compitum Acilium. L’ara, dedicata nel 5 a.c. ai Lari di Augusto dalla famiglia degli Acilii, era localizzata sulla sommità della Velia nella zona corrispondente all’attuale incrocio tra via dei Fori Imperiali e il clivo di Acilio. 


Le domus del Velia

DOMUS DEL VELIA
Gli sventramenti hanno riportato alla luce numerosi resti di edifici abitativi, tra i quali una fastosa domus con ambienti affrescati, comprendente fasi costruttive risalenti al I sec. d.c. La casa, rinvenuta alle spalle della Basilica di Massenzio, è nell’area della rinascimentale Villa Rivaldi.

Un’altra domus fu rinvenuta nel 1934 durante i lavori d’innalzamento del colonnato del Tempio di Venere e Roma.

I resti ora visibili si trovano davanti all’ex convento di Santa Francesca Romana, presso la Basilica di Massenzio, a una profondità di 3,75 m.

SEZIONE
L’ambiente, accessibile attraverso una botola, è costituito da una sala ottagonale dalla quale si dipartono quattro criptoportici inglobati nelle fondazioni in calcestruzzo del tempio adrianeo di Venere e Roma e nelle costruzioni neroniane che si estendevano fino sotto la Basilica di Massenzio.

Nel disegno ricostruttivo, eseguito all’epoca dello scavo, sono stati segnalati altri ambienti, purtroppo oggi non più agibili: una scala che immetteva in una sala, posta a un livello superiore, decorata con pitture a encausto, e il criptoportico orientale, quello verso il Colosseo, dove si conservava parte della volta, e che presentava una pavimentazione con mosaici rossi e neri.

PIANTA DELLA DOMUS
Della lussuosa casa oggi è visibile la sala ottagonale (inizialmente forse coperta da una cupola) con le pareti in conglomerato cementizio, originariamente rivestito di lastre marmoree, e il corridoio occidentale con le pareti in cortina laterizia, attualmente molto deteriorata.

La sontuosità della domus è attestata dalla presenza di una ricca pavimentazione in opus sectile di marmi (si conservano frammenti di palombino e di lavagna) e paste vitree blu e verdi.
Nel corridoio conservato, quello occidentale, è rimasta una parte di una vasca in marmo bianco incastrata nella pavimentazione. La datazione sarebbe della II metà del I sec. a.c. (o forse più precisamente all’età augustea).




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