GENS ANICIA




Le prime notizie sulla gens Anicia si hanno nel II sec. a.c.  e permangono fino al termine del VI sec. d.c.. Questa gens ebbe importanti personaggi politici e militari, compresi tre pontefici, Felice III, Sant'Agapito e Gregorio Magno.
Gli Anicii usarono i praenomina: 
Lucius, Amnius, Quintus, Sextus, Marcus, Gnaeus, Titus, Gaius, Aurelius, Petronius e Flavius per gli uomini e Tyrrenia e Demetrias per le donne. 
E come cognomina usarono: Praenestinus, Gallus, Faustus, Paulinus, Auchenius, Bassus, Proba, Faltonia, Iulianus, Hermogenianus, Olybrius, Maximus, Boëthius e Albinus.
Il primo membro illustre della gens fu Lucio Anicio Gallo, console nel 160 a.c.




PERSONE ILLUSTRI


LUCIO ANICIO GALLO

- (Lucius Anicius Gallus): vissuto nel II sec. a.c, fu console del 160 a.c.; fu il primo membro della propria gens ad ottenere prestigiose cariche pubbliche nella Repubblica romana. Fu pretore nel 168 ac. e fu incaricato da Lucio Emilio Paolo di condurre la guerra contro Genzio, re degli Illiri, che si era rivoltato contro Roma e si era alleato con Perseo.
Lucio Anicio era accampato nei pressi di Apollonia e, ricevuto l'ordine, era deciso a raggiungere Appio Claudio, che si trovava sulle rive del fiume Genuso, in modo da operare all'unisono contro gli Illiri.
Informato però che i pirati illiri stavano razziando le coste tra Apollonia e Dyrrhachium, decise di muovere rapidissimamente la flotta romana contro le navi pirate, catturandone alcune e facendo fuggire tutte le altre.
Quindi sempre in velocità corse in aiuto di Appio Claudio e i Bessaniti, assediati dalle truppe di Genzio. L'arrivo delle truppe romane spaventò il re degli Illiri, che tolse l'assedio e si rifugiò nella sua roccaforte di Scodra, mentre il resto del suo esercito si arrendeva ai Romani.
Lucio Anicio fu clemente con quelli che si arresero e, perciò, tutte le città illiriche seguirono l'esempio dell'esercito: così che l'esercito Romano avanzò molto velocemente verso Scodra.
Sotto le mura della città Genzio affrontò in campo aperto l'esercito avversario, ma fu facilmente sopraffatto. Il re illirico, terrificato dagli avvenimenti e dalla loro velocità, chiese una tregua di tre giorni, che gli furono garantiti. Genzio sperava che, nel frattempo, il fratello Caravanzio giungesse con dei rinforzi. Non vedendolo arrivare e disperando in aiuti dalla Macedonia, Genzio stesso uscì dalla città e si diresse verso il campo romano per arrendersi subito senza condizioni.
Lucio Anicio Gallo entrò in Scodra e per prima cosa liberò i legati fatti prigionieri dagli Illiri ed inviò Perperna, uno dei legati, a Roma per informare il Senato della completa vittoria su Genzio. L'intera campagna era durata meno di trenta giorni! Il Senato stabilì tre giorni di festeggiamenti e, al suo ritorno a Roma, Lucio Anicio Gallo celebrò il proprio trionfo su Genzio.
Nel 155 ac. fu uno degli ambasciatori inviati alla corte di Prusia II, per chiedere conto del comportamento nei confronti di Attalo II, re di Pergamo.


CNEUS ANICIUS

un legato di Paullu nella guerra macedone, del 168 a.c.. (Liv. xliv. 46).


TITIUS ANICIUS

disse che "Cicerone gli aveva dato come commissione di comprare un posto nei sobborghi per lui", 54 a.c.. (Cic. ad Qu. Fr. iii. 1. § 7).


CAIUS ANICIUS

- senatore e amico di Cicerone la cui villa era confinante con la sua. Cicerone gli dette una lettera di introduzione per Q. Corniiiciu in Africa, quando Anicius andava lì con il privilegio di una leyatio libera (Diet, of A nt. s.v. Legatui in b. c. 44. (Cic. ad Q,u. Fr. ii. 19? ad Fain, vi 26, xii. 21.)



ANICIA ANATOLIA

- (Anicia Anatolia): vissuta nel III sec. dc, fu martire nel 249;


SESTO COCCEIO ANICIO FAUSTO PAOLINO

- proconsole d'Africa (260 circa)


ANICIO FAUSTO

- (Anicius Faustus;  298-300; ... – ...) Un politico dell'Impero romano. Prima del 298 fu console suffetto, in quanto il consolato del 298 fu il suo secondo. Tra il 299 e il I marzo 300 fu praefectus urbi.
Fu forse figlio di Sesto Cocceio Anicio Fausto Paolino, e forse va identificato con (o era fratello di) Sesto Anicio Fausto Paoliniano; potrebbe essere stato il padre di Amnio Anicio Giuliano e Sesto Anicio Paolino.


AMNIO ANICIO GIULIANO

- (Amnius Anicius Iulianus): vissuto nel IV sec. d.c. fu discendente di un ramo originario della Byzacena che aveva raggiunto il patriziato alla metà del III sec.dc. Suo figlio fu Amnio Manio Cesonio Nicomaco Anicio Paolino, console del 334.
Giuliano fu console del 322 e praefectus urbi dal 13 novembre 326 all'8 settembre  329. Lucio Aurelio Avianio Simmaco lo definì il più ricco e influente personaggio della sua epoca, e gli dedicò un epigramma.


AMNIO MANIO CESONIO NICOMACO ANICIO PAOLINO 

- (Amnius Manius Caesonius Nichomacus Anicius Paolinus iunior Honorius): vissuto nel IV secolo d.c., fu fu console 334, figlio del precedente; Paolino fu praefectus urbi di Roma nel 334-335 e console nel 334. Fece erigere una statua equestre a Costantino I nel Foro Romano; questa statua, di cui rimane una dedica, era collocata o a occidente della Cloaca o a oriente dei Rostra vandalica.


FLAVIO ANICIO EMOGENIANO OLIBRIO 

(Flavius Anicius Hermogenianus Olybrius): vissuto nel IV sec. d.c., figlio di Sextus Petronius Probus, uno dei personaggi più influenti dell'epoca, console nel 371, e di Anicia Faltonia Proba; suoi fratelli furono Anicius Probinus, Anicius Petronius Probus e Anicia Proba.

Nacque con suo fratello Probinus a Rome, e da adulto condivise con lui il consolato dell'anno 395, tutti e due molto giovani. Per l'occasione venne dedicato ai fratelli un panegirico da Claudiano (Panegyricus de consulatu Probini et Olybrii). Nonostante provenissero da una famiglia senatoriale pagana, Olybrius e Probinus erano Cristiani; d'altronde ai tempi di Theodosius I, era difficile essere eletti se non si era cristiani
Con suo fratello ricevete una dedica nel lavoro Exempla elocutionum di Arusianus Messius, e ambedue ricevettero una lettera (Epistles, v) da Quintus Aurelius Symmachus nel 397.
Flavio sposò Anicia Iuliana avendo un figlio e una figlia, Demetria.


ANICIO PAOLINO

- (Anicius Paulinus; floruit 379-380; ... – ...) fu un politico dell'Impero Romano.

Cristiano e appartenente alla potente gens Anicia, probabilmente figlio di Amnio Manio Cesonio Nicomaco Anicio Paolino, console nel 334, o di Sesto Anicio Fausto Paolino, console nel 325. Fu onorato a Capua come patronus originalis.
Paolino fu il primo proconsole a governare sulla Campania, nel 378/379.
Il 24 aprile 380 era in carica come praefectus urbi di Roma. Nel 382/3 fu onorato con un'iscrizione a Gortyn. Nel 396 partecipò ad un'ambasciata senatoriale insieme a Piniano e Postumiano.


QUINTO CLODIO ERMOGENIANO OLIBRIO

 (Quintus Clodius Hermogenianus Olybrius;  361-384; ... – ...) fu un politico dell'Impero romano.

Era un cristiano, figlio di Clodio Celsino Adelfio e di Faltonia Betizia Proba, una poetessa. Sposò Tirennia Anicia Giuliana, appartenente alla gens Anicia in quanto figlia del praefectus urbi del 382 e console del 408 Anicio Auchenio Basso, da cui ebbe una figlia, Anicia Faltonia Proba.

Fu vir clarissimus, consolare della Campania (prima del 361; patrono di Formia), proconsole d'Africa (361), praefectus urbi (369-370), prefetto del pretorio per l'Illirico e per l'Oriente, console nel 379. Era ancora vivo nel 384, ma morto nel 395.
Durante la prefettura dell'Urbe, che fu quieta e temperata, arrestò due sospetti avvelenatori, ma le indagini andavano per le lunghe a causa della sua malattia, così il caso passò al prefetto dell'annona Massimino; gli succedette Publio Ampelio.
Fu console posterior rispetto al poeta Decimo Magno Ausonio perché questi era prefetto anziano: mentre infatti Ausonio venne nominato prefetto del pretorio in Gallia nel tardo 377, Olibrio venne nominato prefetto per l'Illirico dall'imperatore Graziano probabilmente all'inizio del 378, forse in previsione dello scontro con i Goti in Tracia (che culminò con la sconfitta e morte di Valente nell'agosto alla Battaglia di Adrianopoli); era a Sirmio quando venne nominato console da Graziano.
Prima dell'assunzione del consolato, venne nominato prefetto del pretorio in Oriente.


SESTO ANICIO FAUSTO PAOLINO

- Appartenente alla gens Anicia, suo padre era probabilmente Anicio Fausto, suo fratello Amnio Anticio Giuliano (console del 322). Anicio Paolino era probabilmente suo figlio o suo nipote. Va forse identificato con quell'Anicio che fu il primo senatore di gran nobiltà a convertirsi pubblicamente al Cristianesimo.

Proconsole d'Africa, nel 325 divenne console prior con Giulio Giuliano; tra il 331 e il 333 tenne l'importante carica di praefectus urbi di Roma.


TIRRENIA ANICIA GIULIANA

- appartenente alla gens Anicia in quanto figlia del praefectus urbi del 382 e console del 408 Anicio Auchenio Basso, da cui ebbe una figlia, Anicia Faltonia Proba. Sposò Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio.


ANICIO AUCHENIO BASSO  

- (console 408), il figlio.


ANICIO AUCHENIO BASSO  

- (console 431). il nipote.


ANICIO AUCHENIO BASSO 

- (prefetto 382), il padre. Sposò Tirrenia Onorata.


ANICIA TIRRENIA ONORATA 
- sposò Anicio Auchenio Basso.


FLAVIO ANICIO PROBINO

- (Flavius Anicius Probinus): vissuto nel IV secolo d.c., fu console nel 395;
Probino era figlio di Anicia Faltonia Proba e di Sesto Petronio Probo, uno dei più influenti uomini della sua epoca e console nel 371, e fratello di Flavio Anicio Probino, col quale divise il consolato per l'anno 395; in questa occasione ai due fratelli venne dedicato un panegirico da parte di Claudio Claudiano (Panegyricus de consulatu Probini et Olybrii), da cui si evince che i due fratelli erano nati e cresciuti a Roma e che all'epoca del consolato erano molto giovani.
Sebbene fossero originari di una famiglia appartenente all'aristocrazia senatoriale romana, tradizionalmente pagana, Olibrio e Probino erano cristiani; la nomina a consoli di questi due cristiani potrebbe essere stato un segnale, voluto dall'imperatore Teodosio I, proprio l'anno seguente all'usurpazione e restaurazione pagana di Flavio Eugenio.
Olibrio e Probino ricevettero la dedica dell'opera Exempla elocutionum di Arusiano Messio e una lettera di Quinto Aurelio Simmaco.
Sposò Anicia Giuliana, sua parente, da cui ebbe un figlio e una figlia, Demetria.


DEMETRIADE

Anicia Demetriade o Demetria (latino: Demetrias; Roma, 398 - Roma, dopo il 440) fu una nobildonna romana, membro della potente famiglia degli Anici, in contatto con diversi uomini di Chiesa, di cui fu la patrona e la destinataria di trattati e lettere.
Anicia Demetriade, chiamata «Demetriade» nelle fonti, mentre il nome «Anicia» è stato ricostruito dagli storici (Kurdok, pp. 190-224). nacque nel 398 circa ("Non aveva più di quindici anni nel 413" Agostino d'Ippona, Lettere, 188). figlia di Anicio Ermogeniano Olibrio, patrizio di famiglia senatoriale e cristiano, console nel 395, e di Anicia Giuliana (Sofronio Eusebio Girolamo, Epistulae, 130) e dunque membro delle nobile e influenti gentes Anicia e Amnia; descritta come la più nobile e ricca persona del mondo romano negli anni 410. Comunque anni bui, in cui avvenne il Primo sacco di Roma da parte dei Visigoti guidati da Alarico e il fratello Ataulfo, per cui Demetriade lasciò la città con sua madre Giuliana e con la nonna paterna Anicia Faltonia Proba e si recò a Cartagine, dove le tre nobildonne furono imprigionate dal comes Eracliano, che le liberò solo dopo il pagamento di un enorme riscatto.

Mentre si trovavano a Cartagine, sua madre e sua nonna furono in contatto col vescovo Agostino d'Ippona, che le aiutò a seguire una vita religiosa. Demetriade, che aveva 15 anni nel 413 (Agostino d'Ippona, Lettere, 188), doveva sposarsi, ma seguiva segretamente una vita ascetica, influenzata da Agostino. Non rivelò la propria scelta ai suoi parenti, per paura di contrariarli, ma quando il suo matrimonio fu vicino, decise di raccontare alla madre e alla nonna della sua intenzione di non sposarsi e di prendere il velo. Le sue parenti furono molto contente e, nel 413, prese il velo in una cerimonia presieduta dal vescovo Aurelio di Cartagine.

Per aiutarla nella sua vita spirituale, Giuliana e Proba chiesero a diversi uomini di Chiesa di inviare consigli a Demetriade. Agostino rispose consigliandole di leggere il suo De sancta virginitate, Girolamo le inviò una lunga lettera con molti consigli, mentre Pelagio, un teologo avversario di Agostino, le indirizzò un trattato sotto forma di lettera, la Epistola ad Demetriam.

Più tardi, Demetriade tornò alla sua città nativa, Roma; a questo periodo è fatta risalire l'anonima Epistula ad Demetriadem de vera humilitate, scritta nel 440 da papa Leone I o, secondo un'altra interpretazione, nel 435 da Prospero di Aquitania, in cui si attaccano le posizioni di Pelagio sulla base delle tesi di Agostino.

Demetriade eresse una chiesa dedicata a Stefano protomartire lungo la via Latina, a tre miglia da Roma, su una delle sue proprietà. Morì durante il pontificato di papa Leone I (440-461).


ANICIA FALTONIA PROBA

(... – Africa, 432) aristocratica romana. Apparteneva ad una famiglia di alto rango  imparentata con la gens Petronia, con la gens Olybria e con la gens Anicia. Suo padre era Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio (console nel 379), suo marito Sesto Petronio Probo (console nel 371), da cui ebbe Anicio Ermogeniano Olibrio (console nel 395), Anicio Probino (console col fratello nel 395), e Anicio Petronio Probo (console nel 406); sua nipote era Demetriade e sua nuora Anicia Giuliana, la moglie di Olibrio.

ANICIA FALTONIA
Nel 395 era già vedova.
Cristiana, era in contatto con diversi personaggi della cultura dell'epoca, tra cui Agostino di Ippona, che scrisse su sua richiesta il "De orando deo" e Giovanni Crisostomo. Si trovava a Roma nel 410, in occasione del sacco ad opera dei Visigoti di Alarico I: fuggì in Africa, ma qui venne trattata male da Eracliano, ribelle all'imperatore Onorio, cui dovette pagare un riscatto per evitare che le donne del suo seguito fossero importunate.
Ereditò molti possedimenti in Asia, di cui donò le rendite al vescovo romano per distribuirle ai poveri. Morì in Africa nel 432.

Proba era molto istruita, come molte delle donne della sua famiglia. La nonna Faltonia Betizia Proba era stata una poetessa, Anicia compose forse l'epigrafe per il marito, la nipote Demetriade fu amica di Sofronio Eusebio Girolamo, che la descrive come istruita.  Faltonia Betizia Proba compose un centone che da taluni è attribuito, per ragioni di similitudine con un'opera degli anni 390, ad Anicia Proba.

Agostino indirizzò a Proba le lettere 130 e 131, a Proba e Giuliana la lettera 150 e citò Proba in De bono vid. (24). Giovanni le indirizzò la lettera 169.


ANICIA GIULIANA

- (Anicia Iuliana): vissuta nel IV secolo d.c., fu moglie di Flavio Anicio Ermogeniano Olibrio;


ANICIO OLIBRIO

- (Anicius Olybrius): vissuto nel V sec. d.c., fu senatore, console nel 464 e imperatore romano nel 472;


ANICIA GIULIANA 

- L'unica figlia di Anicio Olibrio; Anicia Giuliana ( Costantinopoli, 463 – 528) fu l'unica figlia dell'augusto Anicio Olibrio, imperatore dell'Impero Romano d'Occidente nel 472. Giuliana è una delle figure di spicco della vita culturale e religiosa della Costantinopoli di inizio VI sec., mecenate dell'architettura e della letteratura.
Era figlia di Placidia, figlia dell'augusto Valentiniano III, e di Anicio Olibrio, imperatore d'Occidente nel 472.

ANICIA GIULIANA
Nel 478, l'augusto Zenone, imperatore d'Oriente, propose il suo matrimonio con Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, per restaurare l'Impero Romano d'Occidente e ottenere così l'aiuto dei patrizi che restavano nell'Italia per una spedizione comandata dal re ostrogota, e incorporare questa provincia governata dal 476 da Odoacre. Giuliana rifiutò questo progetto e sposó il console Flavio Areobindo Dagalaifo Areobindo, dal quale ebbe un figlio, Olibrio, che fu anch'egli console di Costantinopoli nel 491.

Giuliana stessa aspirò a divenire augusta nel 518, il figlio ebbe l'occasione di essere incoronato imperatore d'Oriente come successore di Anastasio I; Flavio Anicio infatti era l'ultimo rappresentante delle dinastie di Valentiniano e Teodosio nonché imparentato con Anastasio per averne sposato la nipote Irene. I desideri di Giuliana vennero frustrati dall'elezione del comandante delle guardie di palazzo, Giustino I.
Giuliana commissionò una basilica dedicata a San Polieucto, che fu la più grande di tutta la cristianità fino alla costruzione di Hagia Sophia. Si trovava nel centro della città di Costantinopoli, a mezzo cammino tra il palazzo imperiale e la basilica dei Santi Apostoli, il mausoleo degli imperatori d'Oriente costruito dall'augusto Costantino I, fondatore della città. Il fregio commemorativo della fondazione specifica che i mosaici dell'atrio erano dedicati alla figura di Costantino e spiega che il proposito di Giuliana era onorare la fede di questo imperatore e quella del suo avo Teodosio I, i primi imperatori cristiani.

Costruì poi una Chiesa dedicata a Santa Maria Theotokos ("madre di Dio"), a Crisospoli, suburbio asiatico di Costantinopoli. Riparó la chiesa di Santa Eufemia, costruita da sua nonna, l'imperatrice Licinia Eudossia, e da suo padre, l'augusto Anicio Olibrio.

Morì a Costantinopoli nel 528. Era parente del filosofo Boezio, anche lui membro della gens Anicia.
Apparve ritratta nel Codex Aniciae Julianae, la prima versione miniata del Dioscoride, un trattato sulle erbe medicamentose, opera donatale dal popolo di Costantinopoli per ringraziarla della costruzione della chiesa dedicata alla Madonna.

Un busto marmóreo, che oggi si trova nel Metropolitan Museum of Art a New York, è stato identificato come il suo ritratto. Rappresenta a una donna patrizia, è del VI secolo e proviene da Costantinopoli. È possibile che si trovasse nell'atrio di San Polieucto, insieme ad un'altra statua la cui testa si trova nel Musée Sait-Raymond di Toulouse e che rappresenterebbe sua madre Placidia.


ANICIO MANLIO TORQUATO SEVERINO BOEZIO

« Nulla è più fugace della forma esteriore, che appassisce e muta come i fiori di campo all'apparire dell'autunno. »
(Boezio, citato da Umberto Eco ne Il nome della rosa) 

TEODORICO
- (Roma 475 - Pavia 525) Fu un filosofo  romano. 
Noto come Severino Boezio, o ancor più semplicemente come Boezio, le sue opere influenzarono la filosofia cristiana del Medioevo, tanto che alcuni lo collocano tra i fondatori della Scolastica. 
La Chiesa cattolica lo venera come santo e martire, festeggiandone la ricorrenza il 23 ottobre. 

In realtà venne ucciso per ordine di Teoderico che un re cristiano, nella lunga epoca in cui i cristiani si scannavano tra loro per facezie, tipo la natura divina del Cristo se veniva nell'utero della madonna, o alla sua nascita, e se alla sua nascita, prima o dopo del taglio ombelicale ecc. In questo caso cattolici contro ariani e Teodorico era ariano. Naturalmente vinse Teodorico.


PAPA FELICE III

- della gens Anicia (Roma, ... – Roma, 1º marzo 492), fu il 48º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 13 marzo 483 alla sua morte. Perchè fu dichiarato santo non si sa, perchè di lui si sa solo che fu:
- fu figlio di un ecclesiastico
- sembra che prima di accedere agli ordini sacri, sia stato sposato ed abbia avuto un figlio, Gordiano, padre a sua volta del futuro Papa Agapito I e di Palatino, a sua volta padre di un secondo Gordiano e nonno di Papa Gregorio I. Ma era un Papato o una monarchia ereditaria?
Insomma questi i suoi meriti.


FLAVIO ANICIO OLIBRIO

- (Flavius Anicius Olybrius): deel V sec. d.c., fu console nel 491; politico dell'Impero romano d'Oriente, imparentato con la Casata di Teodosio e con gli imperatori Anicio Olibrio e Anastasio I.
Il padre di Olibrio era Areobindo, parente del magister militum alano Aspar e console del 506. La madre di Olibrio era Anicia Giuliana, figlia dell'imperatore romano Anicio Olibrio e di Placidia, appartenente alla Casata di Teodosio.

Nel 491, mentre era ancora un infante, Olibrio venne innalzato al consolato. In seguito sposò Irene figlia di Paolo, fratello dell'imperatore Anastasio I: questo matrimonio servì a rafforzare le pretese dell'imperatore nell'anno della sua elevazione al trono tramite la creazione di un legame con la dinastia di Teodosio I.


FLAVIO VOLUSIANO 

- (Flavius Volusianus; ... – 3 aprile 511) fu un politico romano sotto il regno degli Ostrogoti.
Era padre di Flavio Anicio Massimo, console del 523. Tra il 476 e il 483 aveva raggiunto il rango di vir clarissimus, come attestato da una iscrizione sul sedile a lui riservato nel Colosseo.
Fu console nel 503; nel 510/511 aveva raggiunto il rango di patricius, e fece parte di una commissione il cui compito era giudicare alcuni nobili accusati di magia.
Morì il giorno di Pasqua, probabilmente nel 511 (quando Pasqua cadde il 3 aprile).


BENEDETTO DA NORCIA

San Benedetto da Norcia (Norcia, 480 circa – Montecassino, 21 marzo 547) è stato un monaco, fondatore dell'ordine dei Benedettini. Viene venerato come santo.
San Benedetto, fratello di santa Scolastica, nacque verso il 480 nella città Umbra. Il padre Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Abbondanza Claudia de' Reguardati di Norcia; quando ella morì, secondo la tradizione, i due fratelli furono affidati alla nutrice Cirilla.

san benedetto
All'età di 17 anni, insieme con la sua nutrice Cirilla, si ritirò nella valle dell'Aniene presso Eufide, dove secondo la leggenda avrebbe compiuto il primo miracolo, riparando un vaglio rotto dalla nutrice. Lasciò poi la nutrice e si avviò alla valle di Subiaco, presso gli antichi resti di una villa neroniana, della quale le acque del fiume Aniene alimentavano tre laghi. 

A Subiaco incontrò Romano, monaco di un vicino monastero che, vestitolo degli abiti monastici, gli indicò una grotta impervia del Monte Taleo (attualmente contenuta all'interno del Monastero del Sacro Speco), dove Benedetto visse da eremita per circa tre anni, fino alla Pasqua dell'anno 500. A 12 anni fu mandato con la sorella a Roma a compiere i suoi studi, ma come racconta san Gregorio Magno nel II Libro dei Dialoghi, sconvolto dalla vita dissoluta della città «ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell'immane precipizio. Disprezzò quindi gli studi letterari, abbandonò la casa e i beni paterni e cercò l'abito della vita monastica perché desiderava di piacere soltanto a Dio».

Conclusa l'esperienza eremitica, accettò di fare da guida ad altri monaci in un ritiro cenobitico presso Vicovaro, ma, dopo che alcuni monaci tentarono di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato, tornò a Subiaco. Qui rimase per quasi trenta anni, predicando la "Parola del Signore" ed accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci ed un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale.

Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di avvelenamento con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse verso Cassino dove, sopra un'altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani.

Nel monte di Montecassino Benedetto compose la sua Regola verso il 540. I due cardini della vita comunitaria sono il concetto di stabilitas loci (l'obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero) e la conversatio, cioè la buona condotta morale, la pietà reciproca e l'obbedienza all'abate, il "padre amoroso" (il nome deriva proprio dal siriaco abba, "padre") mai chiamato superiore, e cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto ora et labora ("prega e lavora").

A Montecassino Benedetto visse fino alla morte, ricevendo l'omaggio dei fedeli in pellegrinaggio e di alcune personalità come Totila re degli Ostrogoti, che il monaco ammonì, e l'abate Servando.

Benedetto morì il 21 marzo 547 dopo 6 giorni di febbre fortissima e quaranta giorni circa dopo la scomparsa di sua sorella Scolastica, con la quale ebbe comune sepoltura. Secondo la leggenda devozionale spirò in piedi, sostenuto dai suoi discepoli, dopo aver ricevuto la comunione e con le braccia sollevate in preghiera, mentre li benediceva e li incoraggiava.

Il mistero delle reliquie: 
- un frammento di costola (Benedettine del Calvario di Orléans), 
- un altro frammento di costola (Benedettine del Santo-Sacramento di Parigi), 
- l'estremità superiore del radio sinistro (Grande seminario di Orléans), 
- la parte inferiore del radio destro e la parte inferiore del perone sinistro (entrambi all'abbazia della Pierre-qui-Vire), 
- un frammento della parte centrale di un osso lungo (abbazia di Santa Marie di Parigi), 
- l'estremità inferiore del radio sinistro (abbazia di Saint-Wandrille), 
- un frammento di falange dell'alluce sinistro (abbazia Notre Dame de la Garde), 
- un frammento della parte centrale di un osso lungo (abbazia di Timadeuc), la rotula sinistra (abbazia di Aiguebelle), un frammento dell'omero sinistro (abbazia della Grande Trappe). Secondo i monaci
benedettini di Montecassino, invece, le reliquie autentiche sono sempre restate a Montecassino.


FLAVIO ANICIO MASSIMO 

- (Flavius Anicius Maximus; ... – 552) è stato un senatore romano e patricius di Roma, all'epoca parte del regno degli Ostrogoti. Celebrò gli ultimi giochi nell'anfiteatro flavio.

Massimo era discendente dell'imperatore romano  Petronio Massimo e membro come lui della nobile gens Anicia; il padre era Volusiano, console del 503, e aveva un fratello di nome Marciano e uno zio paterno di nome Liberio. Massimo si sposò una prima volta nel 510, poi ottenne, ancora in giovane età, il consolato in Occidente sine collega per l'anno 523: in tale occasione ottenne il permesso di re Teodorico di celebrare l'evento con delle venationes al Colosseo, gli ultimi giochi mai tenuti lì, ma il re si lamentò per lo spreco di denaro.

Tra il 525 e il 535 fu elevato al rango di patricius; re Teodato gli diede in moglie nel 535 una principessa ostrogota, lo nominò primicerius domesticus e gli assegnò le proprietà di Marciano, che in seguito Giustiniano I gli fece dividere con Liberio.

Durante la guerra gotica, nel 537, fu allontanato da Roma con altri senatori per volere di Belisario, il quale temeva se la intendesse con i Goti assedianti, per poi tornarvi alla fine dell'assedio (538). Il 17 dicembre 546, però, il re goto Totila riuscì a prendere l'Urbe, e Massimo e altri senatori si nascosero nella basilica di San Pietro in Vaticano. Catturato e inviato in Campania, si trovava ancora lì quando, nel 552, Narsete liberò Roma: i senatori si incamminarono per l'Urbe, ma i Goti, inferociti dalla morte di Totila, li uccisero tutti.


ANICIO FAUSTO ALBINO BASILIO

- (Anicius Faustus Albinus Basilius): vissuto nel VI sec. d.c., ultimo console romano, nel 541; fu un uomo politico dell'Impero bizantino, l'ultimo console della storia romana, se si esclude il consolato dell'imperatore Giustino II del 566.
Non sono note le sue origini, sebbene il suo nome suggerisca che appartenesse alla famiglia aristocratica romana dei Decii: è probabile che fosse il nipote del console del 480, Basilio, e forse era figlio del console del 493, Albino.

Il 1º gennaio 541 assunse il consolato a Costantinopoli senza collega. Il dittico consolare di Albino Basilio elenca i suoi titoli al momento dell'assunzione del consolato: vir inlustris, comes domesticorum, patricius e console ordinario.. Era a Roma quando Totila entrò in città il 17 dicembre 546, e fu costretto a fuggire.


PASSARA

- Vissuta nel VI secolo d.c., fu moglie di Germano Giustino, cugino di Giustiniano I; e nipote dell'imperatore Giustino I. Passara, della nobile famiglia degli Anicii, gli diede tre figli: Giustino, Giustiniano e Giustina.


PAPA AGAPITO I 

GERMANO GIUSTINO
MARITO DI PASSARA
- (Agapetus Anicius): vissuto nel VI secolo d.c., fu sommo pontefice dal 535 al 536; (Roma, ... – 22 aprile  536) fu il 57º vescovo di Roma e Papa, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse.

Era figlio di un certo Gordiano, un presbitero romano ucciso durante i disordini occorsi ai giorni di Papa Simmaco e che, secondo alcuni genealogisti, era figlio di Papa Felice III: Agapito sarebbe dunque un rappresentante della Gens Anicia e dal fratello Palatino discenderebbe in linea diretta Papa Gregorio I.

Il suo primo atto ufficiale fu quello di bruciare l'anatema che Papa Bonifacio II aveva scagliato contro il rivale Dioscuro. Confermò i decreti del Concilio di Cartagine dopo la liberazione dell'Africa dai Vandali, per cui i convertiti dall'arianesimo erano non idonei ad accedere agli ordini sacri e quelli già ordinati erano ammessi alla sola comunione laica. Accolse anche un appello da parte del vescovo di Riez, condannato per immoralità, ordinando di sottoporre l'imputato ad un nuovo processo.

Nel frattempo, Belisario stava preparandosi ad invadere l'Italia. Il re gotico Teodato supplicò il pontefice di recarsi a Costantinopoli e di usare la sua influenza sull'imperatore Giustiniano.
Partì e nel 536 vi giunse e fu ricevuto con tutti gli onori ma capì che Giustiniano voleva ristabilire i diritti dell'Impero in Italia.
Il Papa tolse tuttavia tolse il patriarca Antimo dalla sede di Costantinopoli e consacrò personalmente il suo successore legalmente eletto. Al fine di allontanare da se ogni sospetto di favorire l'eresia, Giustiniano consegnò al Papa una confessione di fede scritta, che questi accettò con la condizione che "anche se non posso ammettere in un laico il diritto di insegnare la religione, tuttavia osservo con piacere che lo zelo dell'imperatore è in perfetto accordo con le decisioni dei Padri".


PAPA GREGORIO I

(Gregorius Anicius): vissuto nel VI secolo d.c.; detto papa Gregorio Magno ovvero il Grande (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo  604), fu il 64º vescovo di Roma e Papa, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. La Chiesa cattolica lo venera come santo e dottore della Chiesa.


La leggenda dell'incesto

Ancora neonato, sarebbe stato affidato al mare dalla madre, che lo aveva posto all'interno di una cesta nella quale sarebbe stato trovato e poi allevato da un pescatore. All'età di sei anni sarebbe entrato in un convento, successivamente lasciato per inseguire una carriera da cavaliere. Viaggiando fino alla sua terra di origine, vi avrebbe sposato la regina del luogo, che era, a sua insaputa, sua madre. Dopo aver scoperto questo doppio incesto, avrebbe speso diciassette anni nel pentimento prima di essere, infine, eletto papa.
Questo mito ha ispirato il romanzo L'eletto di Thomas Mann.

Gregorio Magno nacque da una famiglia aristocratica forse imparentata con quella senatoria degli Anici, discendendo dai papi Felice II e Agapito. Gregorio era figlio di Gordiano e di Silvia. Dal 572 al 573 fu praefectus urbi di Roma.

Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, decise di trasformare i suoi possedimenti a Roma (sul Celio) e in Sicilia in altrettanti monasteri e di farsi monaco, quindi si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia.
Non poté dimorare a lungo nel suo convento del Celio poiché, dopo essere stato ordinato diacono, papa Pelagio II lo inviò verso il 579 come apocrisario, presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell'imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.

Al rientro a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celioma, ma il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio. Gregorio inviò una lettera all'Imperatore Maurizio in cui lo pregava di non ratificare l'elezione, ma il praefectus urbi di Roma, intercettò la lettera e la sostituì con la petizione del popolo che chiedeva che Gregorio fosse eletto papa.


La peste

Gregorio Magno
In quel tempo Roma era afflitta da una terribile pestilenza. Gregorio fece andare il popolo in processione per tre giorni consecutivi alla basilica di Santa Maria Maggiore, cosa che, ovviamente, aumentò i contagi. Cessata l'epidemia, più tardi una leggenda disse che, durante la processione, era apparso sulla mole Adriana l'arcangelo Michele che rimetteva la spada nel suo fodero come per annunziare che le preghiere dei fedeli erano state esaudite. Da allora la tomba di Adriano mutò il nome in quello di Castel Sant'Angelo e una statua dell'angelo vi fu posta sulla cima.

Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche, e trattò con molti paesi europei; con il re visigoto Recaredo di Spagna, convertitosi al cattolicesimo, Gregorio fu in continui rapporti, e fu in eccellente relazione con i re franchi. Con l'aiuto di questi e della regina Brunechilde, riuscì ad operare la conversione della Britannia, (naturalmente forzata) che affidò ad Agostino di Canterbury, priore del convento di Sant'Andrea. In meno di due anni diecimila Angli, compreso il re del Kent, Edelberto, si convertirono, naturalmente in modo forzato.

Dovette adoperarsi per difesa di Roma, assediata nel 593 da Agilulfo, re dei Longobardi, coi quali poi riuscì a stabilire rapporti di buon vicinato e avviò la loro conversione dall'eresia ariana al cattolicesimo grazie anche al sostegno della regina Teodolinda.


I Longobardi

Mentre Roma era minacciata dai Longobardi e le truppe che dovevano difendere la città erano mal pagate e vi era il rischio che si rivoltassero, Papa Gregorio invocò più volte l'aiuto militare dell'Impero, ma non fu ascoltato. I Longobardi continuavano a devastare l'Italia: nel 590 furono da essi devastate le città di Minturnia (nei dintorni di Formia), Tauriana (Calabria) e Fano, facendo fuggire il clero e facendo prigionieri, che dovettero essere riscattati dal Papa.

Nel 591, inoltre, il duca di Spoleto, Ariulfo, iniziò a condurre una politica espansionistica a danni dei Bizantini, conquistando le città del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e assediando la Città Eterna da cui si ritirò solo dopo aver estorto un tributo; nel frattempo anche Napoli era minacciata dai Longobardi. L'esarca non intervenne in aiuto di Roma, nonostante le richieste di aiuto di Papa Gregorio, il quale, dopo l'assedio, scrisse all'arcivescovo di Ravenna, Giovanni, lamentandosi per il comportamento dell'esarca, che «...rifiuta di combattere i nostri nemici e vieta a noi di concludere la pace».Papa Gregorio, infatti, premeva per una tregua tra Imperiali e Longobardi affinché ritornasse la pace nella penisola e si ponesse fine alle devastazioni belliche, ma Romano non era d'accordo e fece di tutto per ostacolarlo.


L'esarca Romano

Nel 592 Romano, venuto a conoscenza che Papa Gregorio era in trattative con il ducato di Spoleto per una pace separata, si mosse per rompere le trattative, un po' perché non tollerava che il Pontefice  trattasse col nemico senza autorizzazione imperiale, un po' perché concludere la pace in quel momento avrebbe lasciato il corridoio umbro in mani longobarde.

Nel 592 l'esarca riconquistò delle città del Corridoio umbro, rompendo le trattative di pace che Papa Gregorio aveva avviato con i Longobardi. Re Agilulfo, per reazione, giustiziò il duca longobardo traditore Maurisione, reo di aver consegnato la città all'Impero, e poi assediò Roma, nel 593. Gregorio si vide costretto a convincere Agilulfo a levare l'assedio alla Città Eterna pagando di tasca propria 5000 libbre d'oro. Scrisse poi all'Imperatore Maurizio: «Con i miei stessi occhi, ho visto i romani legati come cani da una corda al collo che venivano condotti via per essere venduti come schiavi in Francia».

L'Imperatore Maurizio, concordando con la politica dell'esarca Romano, accusò il Papa di infedeltà all'Impero e di stupidità per i suoi tentativi di negoziazione. Il pontefice replicò: «l'Italia ogni giorno viene condotta prigioniera sotto il giogo dei Longobardi e, mentre non si crede affatto alle mie argomentazioni, le forze dei nemici crescono oltre misura».  
Le trattative di pace non andarono avanti, perché sempre ostacolate dall'esarca Romano, «la cui malizia è persino peggiore delle spade dei Longobardi, tanto che i nemici che ci massacrano sembrano dolci in comparazione con i giudici della Repubblica che ci consumano con la rapina...»
Nel 596, alcuni affissero su una colonna a Ravenna uno scritto satirico insultante il Pontefice e la sua politica per il raggiungimento della pace, il quale volle scomunicare gli autori del gesto.

Nel 596 i Longobardi attaccarono la Campania e la Calabria, espugnando Crotone. Nel 597 la sorella dell'Imperatore Maurizio, Teoctista, inviò al papa 30 libbre d'oro, che permisero al pontefice di riscattare i prigionieri fatti nella presa di Crotone: «...molti uomini e molte donne nobili sono stati portati via come preda e i figli sono stati separati dai genitori, i genitori dai figli e le mogli dai mariti». Il denaro non fu però sufficiente a riscattare tutti i prigionieri.
Alla fine del 598, Longobardi e Imperiali firmarono finalmente una pace, ma dopo tre anni dopo la pace venne violata dall'esarca. La guerra tuttavia durò poco e già a partire dal 603 la pace tra Longobardi e Bisanzio veniva rinnovata ogni anno per tutta la durata del regno di Agilulfo.

Quando l'Imperatore, per fermare la fuga dei decurioni, i quali, per sfuggire alle loro responsabilità, entravano in monastero, promulgò un editto con cui vietava ai funzionari pubblici e ai soldati privati di farsi monaci, Papa Gregorio protestò sulla proibizione ai soldati imperiali di diventare «soldati di Cristo», ovvero di entrare a far parte del clero.

Nel 595 i rapporti divennero maggiormente tesi; quando l'Imperatore lo definì in una lettera "sciocco" per il suo tentativo di fare pace con i Longobardi di Spoleto, il Papa, offeso rispose:
« ...Mi è stato detto di essere stato ingannato da Ariulfo, e sono stato definito "sempliciotto",... che significa indubbiamente che sono uno sciocco. E io stesso debbo confessare che avete ragione... Se non lo fossi, non avrei mai accettato di patire tutti i mali che ho sofferto qui per le spade dei Longobardi. Voi non credete a quello che dico riguardo ad Ariulfo, riguardo al fatto che sarebbe disposto a passare dalla parte della Repubblica, accusandomi di dire menzogne. Dato che una delle responsabilità di un prete è di servire la verità, è un grave insulto essere accusati di menzogna. Sento, inoltre, che viene riposta più fiducia nelle asserzioni di Leone e Nordulfo, invece che alle mie... Ma quello che mi afligge è che la stessa tempra che mi accusa di falsità permette ai Longobardi di condurre giorno dopo giorno tutta l'Italia prigioniera sotto il loro giogo, e mentre nessuna fiducia è riposta nelle mie asserzioni, le forze del nemico crescono sempre di più... »
(Papa Gregorio Magno, Epistole, V,40.)

Lo scontro tra Papa e Imperatore si acuì nel 595 quando il Patriarca di Costantinopoli, Giovanni Nesteute, si proclamò Patriarca Ecumenico, dichiarandosi di autorità pari al Papa. Di fronte alle proteste di Papa Gregorio, il patriarca chiese all'Imperatore il sostegno contro il Pontefice. L'Imperatore scrisse quindi una lettera a Papa Gregorio, esortandolo a porre fine alla querela avendo la Chiesa bisogno di pace, e non di controversie religiose. Papa Gregorio rispose lodando l'Imperatore per la sua volontà di riportare la pace nella Chiesa, ma precisa che è stato il Patriarca a iniziare la contesa, usurpando un titolo non suo:
« ...Quando noi lasciamo la posizione che ci spetta, e assumiamo noi stessi onori indecenti, alliamo i nostri peccati con le forze dei barbari... Come possiamo scusarci per predicare una cosa al nostro gregge, e poi mettere in pratica l'opposto? ... Maestri di umiltà e generali di superbia, noi nascondiamo i denti da lupo dietro un volto da pecora. Ma Dio ... sta infondendo nel cuore del nostro Più Pio Imperatore la volontà di restaurare la pace nella Chiesa.
Questa non è la mia causa, ma quella di Dio stesso. Fu a Pietro... che il Signore disse: "Tu sei Pietro, e su questa pietra fonderò la mia Chiesa". Colui che ricevette le chiavi del Regno dei Cieli... non fu mai chiamato Apostolo Universale; e ora il più Santo Uomo, il mio vescovo collega Giovanni rivendica il titolo di Vescovo Universale. Quando vedo questo sono costretto a urlare "O Tempora, o mores!"
Tutta l'Europa è nelle mani dei Barbari... e, malgrado tutto, i preti ... cercano ancora per sé stessi e fanno sfoggio di nuovi e profani titoli di superbia!
»
(Papa Gregorio Magno, Epistole, V,20.)

Nonostante un decreto dell'Imperatore Foca (successore di Maurizio) avesse riconosciuto il primato della Chiesa di Roma, i patriarchi di Costantinopoli non abbandonarono più il titolo di "Patriarca Ecumenico" che aveva causato la contesa con la Chiesa di Roma; e realizzando che non era possibile vietare loro di utilizzarlo, i Papi stessi, a partire dal 682 ca., cominciarono a utilizzarlo per loro stessi.

Nel 595 papa Gregorio Magno denunciò all'imperatrice Costantina l'elevata pressione fiscale in Sicilia, Sardegna e Corsica, politicamente non facenti parte all'epoca dell'Italia (Sardegna e Corsica facevano parte dell'Esarcato d'Africa): in Corsica i genitori erano costretti a vendere i figli e molti si trasferirono per la disperazione in territorio longobardo, mentre in Sicilia un funzionario di nome Stefano confiscava le proprietà a suo arbitrio:

« Essendo venuto a conoscenza che molti dei nativi della Sardegna ancora ... fanno sacrifici agli idoli..., ho inviato uno dei vescovi dell'Italia, che... convertì molti dei nativi. Ma mi ha narrato che... quelli nell'isola che sacrificano gli idoli pagano una tassa al governatore della provincia per fare ciò. E, quando alcuni sono stati battezzati e hanno cessato di sacrificare agli idoli, il suddetto governatore dell'isola continuava a richiedere da essi il pagamento della tassa... E, quando il suddetto vescovo parlò con lui, egli replicò che aveva promesso un suffragium così grande che non ce l'avrebbe fatta a pagarlo se non agendo in questo modo. Ma l'isola di Corsica è talmente oppressa da così tanti esattori e da così tante tasse, che i suoi abitanti possono difficilmente farcela a pagarle se non vendendo i loro figli. Per cui i proprietari terrieri della suddetta isola, abbandonando la Pia Repubblica, sono costretti a cercare rifugio nella nefandissima nazione dei Longobardi... Inoltre, in... Sicilia si dice che un certo Stefano, chartularius nelle questioni marittime, commetta così tante iniquità e oppressioni, ... confiscando senza alcun processo legale proprietà e case, che se desiderassi elencare tutti i suoi misfatti giunti alle mie orecchie, non mi basterebbe nemmeno un grande libro... Sospetto che tali misfatti non siano giunti alle vostre Più Pie Orecchie, perché se fosse stato così, non sarebbero affatto continuati fino ad oggi. Ma è ora che il Nostro Più Pio Signore [l'Imperatore] venga a conoscenza di ciò, così che possa rimuovere un così grave peso di colpa dalla sua anima, dall'Impero e dai suoi figli. Lo so ch'egli dirà che quel che si ritrae da queste isole, è impiegato nelle spese delle armate per loro difesa; ma è questo forse il motivo del poco profitto ch'elle ricavano da tali riscossioni, essendo tolte altrui non senza mescolanza di colpa... » (Papa Gregorio Magno, Epistole, V,41.)
 Morì il 12 marzo 604.


I canti gregoriani

GREGORIO
Il canto gregoriano  è il canto rituale in lingua latina adottato dalla Chiesa cattolica e prende il nome da Gregorio I. Mentre non si sa se abbia scritto egli stesso dei canti (i manoscritti più antichi contenenti i canti del repertorio gregoriano risalgono al IX secolo), la sua influenza sulla Chiesa fece sì che questi prendessero il suo nome.

Una leggenda narra leggenda di san Gregorio Magno che avrebbe dettato i suoi canti ad un monaco, alternando tale dettatura a lunghe pause; il monaco, incuriosito, avrebbe scostato un lembo del paravento di stoffa che lo separava dal pontefice, per vedere cosa egli facesse durante i lunghi silenzi, assistendo così al miracolo: una colomba (che rappresenta naturalmente lo Spirito Santo), posata su una spalla del papa, gli stava a sua volta dettando i canti all'orecchio.


Attila della letteratura 

Papa Gregorio, oltre che "Magno", venne soprannominato dai suoi contemporanei "Attila della letteratura" per la sua opera metodica di annientamento dell'antico sapere, che sarebbe culminata con l'aver dato alle fiamme la Biblioteca Palatina. 

Papa Gregorio avrebbe messo particolare attenzione anche nel distruggere i monumenti e le statue dell'antica Roma, tanto che il successore al soglio pontificio, papa Sabiniano, sarebbe stato a lungo tentato di distruggere le opere create da Gregorio, in una sorta di damnatio memoriae contro l'enorme scempio da questi perpetrato.
(Luigi Bossi, Della istoria d'Italia antica e moderna Libro III, Cap. XXVIII, Vol. XII, pagg. 730-735, Giegler-Bianchi & C., Milano, 1820)




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