CLAUDIO





Nome completo:
Tiberius Claudius Caesar Augustus Germanicus
Altri titoli: Pontifex Maximus, Pater Patriae
Nascita: Lugdunum 1 agosto 10 a.C.
Morte: Roma 13 ottobre 54
Predecessore: Caligola
Successore: Nerone
Coniuge: Plauzia Urgulanilla (15-28)
Elia Petina (28-31), Valeria Messalina (31-49)
Giulia Agrippina (49-54)
Figli: Claudio Druso, Claudi, Claudia Antonia,
Claudia Ottavia, Britannico.
Dinastia: giulio-claudia
Padre: Druso maggiore
Madre: Antonia minore
Regno: 41-54 d.c.

Tiberio Claudio nacque a Lugdunum nel 10 a.C, da Druso ed Antonia Minore. Nell'adolescenza aveva avuto una salute malferma che gli si era ripercossa sul fisico lasciandolo debole e fragile, nonchè timoroso e insicuro, ma per giunta era un po' inetto.
Sua madre lo definiva un essere incompiuto, e per definire uno stupido, diceva: "E' più scemo di mio figlio Claudio." La nonna Livia l'aveva ignorato e la sorella Livilla, sapendo che avrebbe potuto governare, aveva compianto il popolo.

"Cara Livia, come mi hai chiesto, ho discusso con Tiberio se dare un qualche incarico a tuo nipote Claudio in occasione dei giochi di Marte, e siamo giunti ad una comune decisione: se è normale, ma ne dubito, è necessario trattarlo come suo fratello e concedergli incarichi e responsabilità secondo il suo rango; se invece non lo riteniamo in possesso di tutte le facoltà fisiche e mentali, sarà bene non esporre al ridicolo né lui né la nostra famiglia…." Così scrisse Augusto in una lettera a sua moglie Livia riferendosi a Claudio, figlio di Druso e quindi nipote della stessa Livia che, al momento del suo matrimonio con Augusto, era di Druso già incinta.

Di certo l'avevano trattato molto male, e questo sicuramente aveva peggiorato le cose. Nemmeno Augusto si era mai interessato a lui, lontano da tutti sia dalla vita pubblica che dalla famiglia. affidato per giunta a precettori severi.

Tiberio gli aveva conferito gli onori e le insegne consolari, ma senza carica, in più era stato eletto augure e nominato erede di terzo grado, ma solo per dovere di parentela.
Sotto Caligola era stato console due volte ed era diventato senatore, ma senza accattivarsi simpatie nè dal popolo nè dai parenti. In famiglia veniva deriso e in Senato contava poco.

Quando Caligola fu assassinato, i Pretoriani corsero a teatro colpendo tutti quelli che incontravano, anche dei senatori estranei alla congiura. Poi entrarono nella sala minacciando una strage, ma in quel momento fu annunciata solennemente la morte di Caligola.
Alcuni ufficiali dissero ai Pretoriani di uscire dal teatro e di preoccuparsi della successione dell'Impero anzichè vendicare un tiranno che tutta Roma detestava, e che facessero in fretta, perchè rischiavano il linciaggio dal popolo.

Popolo e Senato ne avevano abbastanza delle crudeltà di Tiberio e di Caligola, per cui molti pensarono di restaurare la Repubblica. Poichè i cospiratori si erano messi a disposizione del Senato, questo si radunò in Campidoglio, nel tempio di Giove Capitolino, per decidere la fine dell'impero. Sembrava cosa fatta e i consoli iniziarono già a istruire le milizie inneggiando alla libertà.

CLAUDIO SCOPERTO DAI PRETORIANI
Intanto i Pretoriani si erano placati ma non sapevano che fare, a loro l'imperatore faceva comodo, perchè erano la sua guardia personale, e perchè proprio per questo erano ben pagati e avevano poteri e privilegi. Così molti si recarono al palazzo imperiale, dove un soldato trovò per caso un uomo nascosto dietro una tenda, che tremava di paura.
Era Claudio, zio dell'odiato Caligola ma fratello di Germanico, che i soldati ancora ricordavano con benevolenza. Si era nascosto temendo di essere ucciso anche lui dai pretoriani inferociti, infatti si gettò ai piedi del soldato implorandolo di risparmiarlo.

Il Pretoriano non aveva intenzione di ucciderlo, anzi riconosciutolo chiamò i compagni, era ciò che volevano e lo acclamarono imperatore; poi lo misero in una lettiga dei feriti e lo trasportarono al loro campo fuori porta Nomentana, per toglierlo dai pericoli.

Così il Senato si trovò diviso, tra quelli che volevano la Repubblica e quelli che volevano Claudio sul trono. Ci furono persino tre senatori che si candidarono alla successione. Cherea e Cornelio Sabino tentarono di farli ragionare ma non trovarono ascolto. Il Senato tentò ancora di opporsi ai Pretoriani ordinando a Claudio di recarsi nella Curia e sottomettersi al volere dei Senatori.

Claudio rispose che non era più padrone di sé stesso, ma anche fosse stato libero non avrebbe obbedito al Senato. Ormai si vedeva imperatore: al campo dei Pretoriani accorrevano gladiatori e liberti schierandosi dalla sua parte, e le milizie urbane, prima per la Repubblica, si univano ai Pretoriani.
Solo Cherea si sforzava di trattenerle dicendo quanto fosse folle parteggiare per un imbecille dopo che si erano liberate da un pazzo. Il popolino intanto si accalcava intorno alla Curia ed acclamava l'imperatore. Anche al popolo piaceva l'impero, perchè portava il circo e gli spettacoli: insomma panem et circensem (pane e giochi circensi).

Quando fu sicuro che la forza e la maggioranza dei cittadini erano con lui, Claudio, secondo i consigli di Erode Agrippa, re dei Giudei, che alloggiava a Roma, arringò le truppe, si fece prestare giuramento e promise a ciascun soldato un premio di quindicimila sesterzi, inaugurando la prima corruzione del suo impero.
Così il sogno della Repubblica naufragò e i Senatori recatisi al campo di Porta Nomentana, conferirono la corona imperiale a Claudio che a capo dei Pretoriani, rientrò a Roma.



CLAUDIO

Discorso dell'Imperatore Claudio al Senato Romano per la concessione del diritto senatorio ai Galli Edui.

"I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto sia tra i cittadini romani che nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati chiamati in senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tusculo e, a parte i tempi più antichi, dall'Etruria, dalla Lucania e da tutta l'Italia. L'Italia stessa ha da ultimo portato i suoi confini alle Alpi, in modo che, non solo gli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel nostro nome. Abbiamo goduto di una solida pace all'interno, sviluppando tutta la forza contro nemici esterni, proprio quando, accolti come cittadini i Transpadani, si poté risollevare l'impero stremato, assimilando le forze più valide delle province, col pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo. C'è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonense? Ci sono qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell'amore verso questa nostra patria. Cos'altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri? Romolo, fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza, quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un'improvvisa novità, ma una pratica normale del popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti? Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s'è conclusa in un tempo più breve che quella contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli latini dopo i plebei, degli altri popoli d'Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò per cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi".

Claudio aveva cinquant'anni quando fu eletto, e sembrava un vecchio cadente. Era balbuziente, sempre tormentato da dolori allo stomaco così forti da farlo pensare al suicidio, con uno sgradevole sorriso e la bocca che schiumava bava quando era preso dall'ira.

Contraddittorio fino alla follia, rifiutò di essere chiamato imperatore, onorò i familiari morti come primo atto del suo imperio, conferendo onori divini alla nonna Livia, proibì qualsiasi festeggiamento per la sua elezione, in quanto anche giorno della morte del nipote Caligola, proclamò l'amnistia per chi aveva invocato la Repubblica, però fece giustiziare i congiurati di Caligola, pur facendo annullare tutti gli atti del suo predecessore.

Fu spesso crudele, provando piacere di fronte ai patimenti dei torturati, adorava i combattimenti al circo e spesso costrinse la gente comune a combattere nell'arena. Ossequioso però con Senato e Magistrati, salutandoli come se lui fosse un cittadino qualsiasi.

Condannò Cassio Cherea che volle essere ucciso con la stessa spada con cui aveva colpito Caligola. Cornelio Sabino, che era stato graziato, volle morire anche lui disdegnando di vivere sotto la tirannide.
Claudio si oppose alla damnatio memoriae di Caligola, ma fece togliere le sue statue come si fa in una damnatio memoriae.

Richiamò gli esuli, liberò dal carcere tutti coloro per cui non esistevano prove di colpa, restituì i beni confiscati, consegnò ai loro padroni gli schiavi e i liberti che avevano denunziato i padroni medesimi.
Rifiutò il titolo di Britannico e quello di Padre del Senato accettando quello di "Padre della Patria e del Popolo", proibì che il Senato giurasse nel nome di lui e lui giurò sempre nel nome di Augusto.
Portò a termine l'arco di trionfo in marmo in onore di Tiberio che era rimasto incompiuto; ma vietò che il giorno della morte di Caligola fosse posto tra i festivi.



L'IMPERO

Studiò molto e, consigliato da Tito Livio, cominciò una storia romana, che poi interruppe iniziandone un'altra che cominciava dalla monarchia; scrisse in greco, in venti libri, la storia di Cartagine e in otto quella degli Etruschi, compose otto volumi sulla sua vita dei quali Svetonio elogia lo stile elegante, scrisse una Difesa di Cicerone, fece introdurre nell'alfabeto latino tre nuove lettere e sull'alfabeto pubblicò un volume di studi. Purtroppo nulla ci è rimasto di questi scritti se non la notizia del loro componimento.

Fece leggi a favore degli schiavi: si considerava omicida chiunque uccideva il proprio schiavo, e gli schiavi ammalati esposti presso il tempio di Esculapio nell' isola Tiberina diventavano liberi. Quest'ultima legge in favore degli schiavi ammalati, che, per risparmiare il medico, venivano lasciati alle cure dei sacerdoti di Esculapio sull'isola Tiberina (attuale Fatebenefratelli), era già all'epoca stata varata da Augusto e poi successivamente abrogata.

L'onorario massimo degli avvocati fu fissato a diecimila sesterzi e condannò chi, redigendo un testamento, vi includesse legati in proprio favore.
Proibì l'acquisto di edifici per demolirli e venderne il materiale; la statua in pubblico fu limitata ai cittadini benemeriti per opere di pubblica utilità; consentì di legittimare la prole ai soldati che non potevano contrarre matrimoni.
Proibì di concedere mutui con interessi al figlio mentre il padre era vivo, stabilì che il patrimonio dei figli minorenni, in caso di sequestro, fosse detratto dai beni del padre, ammise la madre di figli defunti a succedergli con gli altri parenti e vennero dichiarate nulle le obbligazioni delle mogli in favore dei mariti, il che fu un grande passo di liberazione nei confronti della donna. Anche in questo emulò Ottaviano che aveva già concesso alle donne la sottrazione alla tutela maritale e il divorzio.

Inoltre velocizzò l'iter giudiziario assistendo lui stesso ai processi, spesso facendo da giudice.
Svetonio ne scrisse gran bene: "Rese sempre la giustizia con grande zelo, anche nei giorni di feste sia casalinghe che religiose. E non si attenne sempre rigidamente alle leggi, ma qualche volta le mitigò o le inasprì... Concesse la riaperture delle cause a quelli che l'avevano perduta davanti ai giudici privati perché avevano trascurate le formalità prescritte e condannò al publico ludibrio i consapevoli di frode maggiore, accrescendo la pena voluta dalle leggi." ma aggiunge che nei giudizi l'imperatore era "ora acuto e prudente, ora volubile e furioso, ora leggero e stravagante."

Inoltre provvide che non avvenissero disordini nei teatri, censurò il lusso, fece dimettere parecchi senatori, creò nuove famiglie patrizie, e fece il censimento della popolazione per sei milioni di cittadini, non compresi le donne e i giovani sotto i 17 anni.

Istituì una coorte di vigili a Pozzuoli ed un'altra ad Ostia. Durante l'incendio del quartiere Emiliano, rimase due notti in piazza a dirigere le operazioni dei vigili e poiché il numero non era sufficiente, ordinò che venissero impiegati gli schiavi e la plebe degli altri quartieri, promettendo premi ai più attivi.



OPERE ARCHITETTONICHE

Durante il suo principato la carestia travagliò Roma e nel 51 fu così grave che la folla lo circondò nel Foro e lo coprì d'ingiurie. Allora per favorire l'approvvigionamento fece costruire alla foce del Tevere il porto romano che costò trenta milioni di sesterzi, e assunse a proprio carico i danni che le tempeste avrebbero cagionato ai mercanti.

Vennero costruite delle fontane, fu abbellito il Circo Massimo, furono riparati gli acquedotti e costruiti due nuovi che raccolsero due corsi d'acqua distanti da Roma quaranta e cinquanta miglia: Acqua Claudia e Anio Novus, che costò cinquantacinque milioni e mezzo di sesterzi.

Il prosciugamento del Lago di Fucino, durato undici anni con trentamila uomini, con un canale di 5600 m., fallì per gli errori nella costruzione delle dighe che provocarono l'allagamento delle circostanti campagne.
Fece strade in Gallia e nella regione del Reno, riparò templi ed edifici pubblici, restaurò la diga del Lago Lucrino.



RELIGIONE

Fece ricostruire a spese dello stato il tempio di Venere Ericina in Sicilia, abolì il culto di Caligola, e ripristinò gli antichi riti: fra cui il sacrificio d'una scrofa e l'orazione dei Fedali nel Foro nei trattati di alleanza, e la processione col Pontefice Massimo per placare l'ira degli Dei per i cattivi auspici.

Proibì il culto druidico e il sacrificio di vittime umane in Gallia: fu invece tollerante degli altri culti, accordò privilegi agli ebrei consentendone il culto anche a Roma, e fece processare e condannare a morte Isidoro e Lampone che capeggiavano in Alessandria i moti antisemiti.
A causa dei tumulti tra Cristiani ed Ebrei però li fece cacciare da Roma. Ebrei e Cristiani infatti predicavano il loro credo come unico e vero, per cancellare qualsiasi altra religione. Nessuna delle religioni pagane si era mai imposta con la forza, nè aveva cercato di abolire le altre religioni. La persecuzione di cristiani ed ebrei nacque da questo, perchè predicavano contro le altre religioni e pretendevano di abolirle, compreso il culto dell'imperatore.



I GIOCHI

Claudio acquistò la benevolenza del popolo con i giuochi e le pubbliche feste. Diede numerosi e splendidi spettacoli, ripristinando quelli in disuso e inventandone nuovi. Agli spettacoli era assiduo e gioviale, non si mostrava superbo, ma affabile e popolare, rivolgeva motti agli spettatori e distribuiva premi in denaro. Fece ricostruire il teatro di Pompeo distrutto in un incendio.
Narra Svetonio: "Spesso fece fare le corse del Circo sul Monte Vaticano e come intermezzi tra una corsa e l'altra fece eseguire combattimenti di belve. Adornò il Circo Massimo di balaustre marmoree e di mète dorate sostituendole a quelle di legno; assegnò posti ai senatori che prima non avevano seggi speciali. Ai combattimenti dei carri aggiunse giuochi troiani, e la cavalleria pretoriana, comandata dai suoi Tribuni e dallo stesso Prefetto, che combatterono contro le belve africane. Si videro anche cavalieri tessali inseguire nel Circo tori infuriati, stancarli, saltare lor addosso, afferrarli per le corna ed abbatterli."

Curò molto gli spettacoli dei gladiatori dati da Claudio. Uno annuo nel campo dei pretoriani alla porta Nomentana, un altro nel campo Marzio. Nel Campo Marzio fece rappresentare la vittoria sul re di Britannia, a cui egli assistette in abito di guerriero.
Nel 47 festeggiò l'ottavo centenario della fondazione di Roma con una sfarzosa celebrazione.
Dette due grandiosi spettacoli per festeggiare il prosciugamento del lago Fucino; una naumachia e un combattimento di gladiatori.
Prima che iniziasse la lotta le navi sfilarono davanti la tribuna di Claudio e Agrippina, salutando l'imperatore con la rituale frase : Ave Caesar, morituri te salutant. Claudio rispose: "Habetis vos" (avete voi) e i combattenti interpretando come concessione di grazia, gettarono via le armi.
Claudio adirato minacciò d'incendiare le navi e la battaglia ebbe inizio. Le acque del Fucino si empirono di sangue e di cadaveri. I sopravvissuti vennero graziati.
Il combattimento dei gladiatori fu dato su ponti gettati sul lago; ma lo spettacolo venne interrotto dalla furia, delle onde, le quali travolsero le dighe ed allagarono nuovamente la campagna.

Il popolo romano amava chi non lesinava doni e si prodigava per le feste. Ciononostante Claudio visse fra timori e sospetti pensando a volte di abdicare. Nei primi tempi pranzava sotto la custodia dei Pretoriani e si faceva servire dai soldati.

Sospettava soprattutto i Senatori, nella Curia entrava scortato da ufficiali delle coorti pretorie. Con tutto ciò vi furono attentati, congiure e rivolte e non solo senatori, ma plebei, cavalieri ed anche ufficiali dell'esercito.



LE GUERRE

L'amministrazione delle province e la politica mirò a romanizzarle e legarle da rapporti sempre più stretti a Roma.
Fu severo contro le prevaricazioni dei governatori, accordò il diritto di cittadinanza a Spagnoli, a Galli e a Greci, ma volle imparassero la lingua e i costumi di Roma. Proibì che i forestieri assumessero nomi di famiglie patrizie romane e tolse i tributi ai Troiani perché consanguinei del popolo romano.

Nella Mauritania, dopo l'assassinio del re Tolomeo, la popolazione si era ribellata ed aveva proclamato re un liberto dell'ucciso. Contro i ribelli Claudio mandò ben tre eserciti in anni successivi e li sconfisse.
La Mauritania fu divisa in due province: la Tingitana con capitale Tingi (Tangeri) ad Occidente e la Cesariense con capitale Cesarea (Scherschel) ad Oriente. A ciascuna di esse fu preposto un Procuratore Imperiale.

In Tracia, ucciso il re Remetalce III, le tribù si sollevarono, ma furono ridotte all'obbedienza e costituite in provincia sotto il governo d'un Procuratore Imperiale.
Vennero sedate dal Governatore della Siria Ummidio Quadrato, le lotte in Palestina tra Samaritani e Giudei. Morto il re dell' Iturea, questo paese venne incorporato alla Siria.
Alla morte di Erode Agrippa nel 44, la Giudea fu ridotta a provincia, il resto del regno fu dato al figlio Agrippa II.

I Parti che avevano occupato l'Armenia vennero cacciati dalle legioni romane e sul trono venne rimesso Mitridate, ucciso però dal nipote Radamisto, poi scacciato dai Parti. Sul trono d'Armenia venne posto Tiridate.

Il regno del Bosforo, da cui era stato cacciato Mitridate II, era stato dato da Roma a Cotys, suo fratello: Mitridate tentò di riconquistare il trono, ma fu sconfitto dalle milizie romane che fecero prigioniero Mitridate II.



LA BRITANNIA

Un principe di nome Borico, scacciato dai Britanni, era andato a Roma e, per vendicarsi, aveva persuaso Claudio a fare una spedizione oltre la Manica. L'imperatore inviò Aulo Plauzio, che, con un esercito di settantamila uomini, sbarcò im Britannia e con l'aiuto di un principe della regione, pose il campo nel paese dei Regni che diventò la base d'operazione dell'esercito romano.

A sud parte dell'esercito, comandato dal luogotenente Vespasiano, espugnò Clausentum e conquistò l' isola di Vectis; Plauzio, col rimanente delle truppe, attaccò i Trinovanti, si spinse fino alla Tamesa (Tamigi) e presso la foce ingaggiò battaglia a Togoduno, e vinse nel 43.
Nel frattempo Claudio s'imbarcava per recarsi sul teatro della guerra, rimase diciassette giorni in Britannia, ma il viaggio era durato sei mesi. Il Senato gli conferì il titolo di Britannico ma l'imperatore lo rifiutò e lo diede al figlio; volle invece il trionfo, anche se non aveva fatto nulla. A perpetuo ricordo della vittoria fece erigere un arco trionfale, di cui si conservano le vestigia.

La Britannia divenne provincia romana e Plauzio fu il primo governatore. A Plauzio successe nel governo Astorio Scapula, il quale cominciò a costruire fortificazioni ed ordinò ai popoli vinti la consegna delle armi. Ma essi si ribellarono e con loro gli Iceni già alleati dei Romani.
Ricominciò così la guerra. Cataracato, capo dei Siluri che Plauzio aveva sconfitto sul Tamigi, fu sconfitto di nuovo e fuggì presso i Briganti ed ottenne ospitalità dalla regina, che però lo tradì e lo consegnò ai Romani.
I Siluri passarono allora alla guerriglia nei boschi e nelle paludi che costò ai Romani molte perdite. Finalmente i Romani, capeggiati da Didio Gallo, li ricacciarono oltre confine.

Intanto in Germania un certo Gannasco, capo della tribù dei Canninefati, che era stato nell'esercito romano, con una flottiglia armata colpiva le coste settentrionali della Gallia.
Il governatore della Germania inferiore Domizio Corbulone, generale risoluto ed energico, fece una lotta spietata contro Gannasco, che ebbe distrutta la flotta e si rifugiò tra i Chauci.
Corbulone trattò allora coi Chauci, chiedendo la loro sottomissione e la consegna di Gannasco. Intanto Corbulone invase i Frisii, li sconfisse, si fece dare ostaggi e pose un presidio romano nella regione.
A questo punto le trattative coi Chauci promettevano bene, perchè Gannasco era stato ucciso, ma da Roma venne l'ordine di Claudio di ritirarsi con tutte le truppe sulla sinistra del Reno. Spesso l'imperatore stroncava sul più bello le imprese dei suoi generali, probabilmente geloso del loro prestigio e timoroso che avessero brame sul suo trono.

Costretto a ritirarsi, Corbulone impiegò il tempo facendo scavare dai suoi soldati un canale tra il Reno e la Mosa. Per ricompensarlo degli utili servigi Claudio gli concesse le insegne trionfali.

Le guerre di conquista di Claudio erano finite e cominciava il rafforzamento delle frontiere del nord con parecchie colonie militari: sul Reno Augusta Treverorum (Treviri) e Colonia Agrippina (Colonia), nella Pannonia Claudia Savaria (Stein) e Scarbandia (Odenburgo). Altre colonie vennero istituite nell'Oriente, nella penisola balcanica e nella Mauritania.



I LIBERTI DI CLAUDIO

Eccetto Ottaviano Augusto che creò il liberto Mena ammiraglio, e il liberto Licinio procuratore in Gallia, i liberti erano stati impiegati dagli imperatori solo nella corte, mentre senatori e cavalieri erano amministratori dello stato e consiglieri dell'imperatore.
Claudio invece preferì i liberti ai senatori e ai cavalieri, e si fidò e affidò tanto da farne i veri detentori del potere.

Scrive Svetonio:
"Onori cariche, grazie, castighi, tutto dipendeva da essi, tutto era fatto per loro capriccio e per loro vantaggio, spesso senza che Claudio ne sapesse nulla.... I suoi atti erano revocati, i suoi giudizi erano cancellati, e si inventarono e si cambiarono lettere sue con cui venivano concessi pubblici uffici.... Claudio così firmò la condanna capitale di trentacinque senatori e di oltre trecento cavalieri con sì grande leggerezza che, essendo un centurione venuto ad annunziargli la morte di un consolare e dicendogli di avere eseguito i suoi comandi, egli rispose di non aver dato nessun ordine, tuttavia approvò questo omicidio perché dai liberti fu assicurato che i soldati, vendicando spontaneamente imperatore, avevano fatto il loro dovere».

I più potenti liberti erano: Narcisso, Pallante, Callisto, Polibio, Antonio Felice, Arpocrate e Pasides.

NARCISSO aveva la funzione di primo ministro e dirigeva l'ufficio di corrispondenza, costruendosi un patrimonio ricchissimo.

PALLANTE presiedeva al fisco ed aveva accumulato una ricchezza di trecento milioni di sesterzi. Si era talmente montato la testa da sostenere di esser discendente di Evandro, re degli Arcadi, stabilitesi nel Lazio, secondo la leggenda, settant'anni prima della guerra di Troia.
Lagnandosi Claudio delle condizioni in cui versava l'erario, gli fu risposto che l'erario se voleva esser ricco doveva far società con Narcisso e Pallante.

CALLISTO era maestro delle cerimonie.

POLIBIO era bibliotecario e aveva tanta influenza sull'imperatore, di cui era stato amico di scuola, che Seneca, esiliato in Corsica, per ottenere la grazia dovette ricorrere a lui. Spesso egli fu visto camminare per le vie di Roma tra i consoli che si sentivano onorati della sua compagnia.

ANTONIO FELICE era fratello di Pallante e per questo fu nominato Procuratore imperiale della Giudea, della Samaria e della Galilea. In origine umile liberto, diventò così potente da sposare tre regine.

Ad ARPOCRATE Claudio concesse di andare per le vie di Roma in lettiga e di dare spettacoli.
L'eunuco PASIDES, in occasione del trionfo sui Britanni ricevette dall'imperatore un'asta.

I liberti furono la piaga principale dell'impero di Claudio, la seconda furono le ultime due mogli, che comandarono insieme ai liberti commettendo delitti e soprusi.

Claudio ebbe due fidanzate e quattro mogli. Le fidanzate furono Emilia Lepida, pronipote di Augusto, la quale fu abbandonata per offese recate dalla famiglia di Lepido alla casa imperiale, e Livia Medullina, discendente del dittatore Marco Furio Camillo, che morì il giorno stesso che era stato fissato per le nozze.

La prima moglie fu Plauzia Urgulanilla la quale fu ripudiata per sospetto di omicidio e per infedeltà coniugale. Da lei due figli : Druso, fidanzato alla figlia di Seiano ed ancor giovinetto morì, forse ad opera del futuro suocero, e Claudia, che nacque cinque mesi prima del divorzio della madre e che l'imperatore, sospettandola figlia del liberto Botere, non volle riconoscere e la fece esporre nuda davanti alla porta della suocera.
La seconda moglie fu Elia Petina che lo fece padre di Antonia e fu anch'essa ripudiata. Antonia fu poi sposa a Gneo Pompeo ed ebbe in seconde nozze Fausto Silla.



MESSALINA

La terza moglie fu Valeria Messalina, figlia di Valerio Messalla Barbato, cugino dell' imperatore, e discendente, per parte della madre Domizia, da Ottavia e Marc'Antonio.
Fu corrotta, pazza, lasciva e crudele. Amante degli spettacoli, a volte correva sul cocchio nel Circo e una volta, rovesciatesi il cocchio, cadde a terra. Passava apertamente da un amore all'altro, girava di notte in cerca di avventure, si concedeva ai liberti suoi complici, premiando gli amanti o vendicandosi su chi la rifiutasse.

Dette a Claudio due figli: Ottavia e Britannico. Quest'ultimo fu molto amato dal popolo, il quale, vedendolo spesso nei teatri sulle ginocchia dell'imperatore, plaudiva e faceva voti per lui.


Messalina si macchiò di molti delitti:
  • Catorio Giusto, prefetto del pretorio, che aveva minacciato di svelare le tresche dell'imperatrice, venne ucciso.
  • Vittime della gelosia furono la bellissima Giulia, figlia di Germanico e l'altra Giulia, figlia di Druso e moglie di un figlio di Germanico. Le fece accusare di adulterio senza processo, le fece poi esiliare ed uccidere.
  • Seneca, il filosofo, accusato di tresca con una delle due Giulie, venne confinato in Corsica.
  • Il patrizio Appio Silano, per averla rifiutata come amante e averne sposata la madre Domizia, fu messo a morte.
  • Anche Gneo Pompeo, marito di Antonia figlia di Claudio, venne messo a morte insieme ai genitori dall'imperatore, per volere di Messalina.
  • Per impossessarsi dei magnifici giardini del console Valerio Asiatico, Messalina lo fece accusare di tresca con la bella Poppea Sabina e di aver tentato di amicarsi le truppe. Fu condannato alla pena capitale e ottenne solo di morire facendosi tagliare le vene.
  • Anche Poppea Sabina fu messa a morte a causa della sua bellezza.
  • Il liberto Polibio pur avendo goduto i favori di Messalina, fu da questa fatto uccidere.
Poi Messalina s'innamorò morbosamente di Cajo Silio. Era considerato il più bell'uomo di Roma e Messalina perse la testa. Tutti sapevano dei suoi amori, solo Claudio non sapeva nulla.
Stavolta però i suoi liberti non tennero il segreto, perchè temevano che Messalina si sbarazzasse del marito e dei suoi consiglieri.
Mentre l'imperatore era ad Ostia, Messalina si dice contraesse matrimonio con l'amante dando feste magnifiche. Comunque le cortigiane Cleopatra e Calpurnia e il ministro Narcisso riferirono a Claudio sulla condotta di Messalina. Claudio fu talmente spaventato da chiedere se lui o Silio fosse l'imperatore.

Narcisso chiese a Claudio che gli si desse per poco tempo il comando delle coorti pretorie, poi condusse l'imperatore in casa di Silio e gli mostrò gli oggetti di valore che Messalina aveva sottratti alla casa imperiale e regalati al suo amante, infine condusse Claudio al campo dei Pretoriani.

L'imperatore, dietro suggerimento di Narcisso, informò i Pretoriani della condotta della moglie e giurò loro che non avrebbe più sposato nessuna donna, aggiungendo che autorizzava i soldati ad ucciderlo se avesse violato il giuramento.
I Pretoriani chiesero la punizione dei colpevoli e vennero ordinati i processi sommari per Messalina e i suoi amanti.

Caddero così Cajo Silio, il senatore Giunco Virgiliano, Saurello Trogo, Sulpizio Rufo, Decio Calpurniano, Tazio Proculo, Pompeo Urbico, e il mimo Mnestere.
Era poi la volta di Messalina e Claudio, dopo tante condanne, disse a tavola : "fate sapere a quella disgraziata che venga domani a scolparsi".

Narcisso si vide perduto. Egli sapeva che Messalina sarebbe stata perdonata se fosse riuscita a parlare all'imperatore, così dette ordine a un Tribuno e ad alcuni centurioni di uccidere Messalina.
Quando l'imperatrice comprese la sentenza, impugnò il ferro che la madre le porgeva e si vibrò alcuni colpi ma non mortali. Allora il tribuno la uccise con la sua spada.
A Claudio, ch'era ancora a tavola, fu portata la notizia della morte di Messalina. L'imperatore rimase calmo, quasi indifferente; ma alcuni giorni dopo, trovandosi a cena, domandò ai servi perché la loro padrona fosse assente. Era completamente rimbecillito.
Il Senato, per ricompensare Narcisso, gli decretò le insegne questorie.



AGRIPPINA

Claudio dimenticò il giuramento fatto ai Pretoriani di non riprendere moglie, e sposò Agrippina, figlia di Germanico e perciò nipote di Claudio. Era nata a Colonia, era bellissima, intelligente, colta ed ambiziosa.
Era stata l'amante del fratello Caligola, sposa di Gneo Domizio Enobardo da cui aveva avuto il figlio Domizio, rimaritatasi con Crispo Passiono, presto era rimasta vedova e ricca; accusata di aver tramato contro il fratello, era stata mandata in esilio e soltanto quando Claudio era stato eletto imperatore aveva potuto fare ritorno a Roma.

Seppe ammaliare Claudio che diventò suo succube. Giunse a persuaderlo perché desse la figlia Ottavia, già fidanzata al Pretore Silano, in sposa a Domizio, figlio del primo marito.
Silano fu accusato d'immoralità, fu dimesso da Pretore, il fidanzamento fu rotto, e Silano si suicidò.

La legge considerava incestuose le nozze tra zio e nipote, come erano Claudio e Agrippina, ma il divieto fu abrogato dal Senato.
Agrippina ebbe il titolo di Augusta, partecipò attivamente alla vita politica ed esercitò il comando insieme al marito. Assisteva alle udienze imperiali, riceveva gli ambasciatori, e discuteva con ministri e Senatori sugli affari dello Stato.

Anche lei ebbe amanti, si vendicò delle rivali e tolse di mezzo quanti le facevano ombra. Lollia Paulina, che aveva aspirato alla mano di Claudio, venne mandata in esilio e poi uccisa; la nobile e bella Calpurnia venne messa a morte; la stessa sorte toccò a tutte le matrone che primeggiavano per bellezza.

Narcisso e Callisto che l'avevano osteggiata prima del matrimonio, pur rimanendo a corte, non conservarono i privilegi, mentre Pallante ne divenne l'amante e guadagnò dal Senato le insegne pretorie.
Ma Agrippina per regnare dopo la morte del marito faceva di tutto per assicurare la successione al figlio Domizio.
Un ostacolo era Britannico, adorato dal popolo. Ottenne l'appoggio dei pretoriani e fece adottare Domizio Nerone da Claudio. Così Domizio divenne fratello di Ottavia, che venne adottata da un altra famiglia.



DOMIZIO NERONE

Quando prese la toga virile fu designato console dal Senato col diritto di entrare in carica a 20 anni; ricevette il titolo di principe della gioventù, l'impero proconsolare fuori di Roma e fu ammesso nei collegi dei sacerdoti.

All'adozione di Nerone si era opposto Narcisso, ma Agrippina infatti per isolare Britannico, fece mandare in esilio o mettere a morte i suoi precettori, dandogli persone di sua fiducia.
Narcisso però valendosi del favore dell'imperatore, cominciò a perorare la causa di Britannico e tanto fece che Claudio si convinse.

Svetonio narra che l'imperatore si era pentito del matrimonio con Agrippina e dell'adozione di Nerone e che, rispondendo un giorno ai liberti, - che lo lodavano per avere condannato una donna impudica, disse esser suo destino aver mogli colpevoli ma impunite. -
E narra che abbracciato Britannico, Claudio gli dicesse in greco "colui che ha ferito guarirà la piaga" e che si proponesse di dargli prima dell'età stabilita la toga virile "affinchè il popolo romano avesse finalmente il vero Cesare."

Ma Agrippina dalle spie di corte seppe dei mutati sentimenti del marito in favore di Britannico e si preparò alla lotta contro Narcisso. Narcisso si era ammalato e, proprio quando la sua presenza era indispensabile a corte per il trionfo di Britannico, fu costretto a recarsi ai bagni di Sinuessa.
Agrippina allora approfittò dell'assenza di Narcisso per disfarsi di Claudio, facendolo uccidere il 13 ottobre del 54.

Secondo alcuni venne avvelenato dall'eunuco Aiolo mentre banchettava con i pontefici in Campidoglio. Secondo altri, Agrippina somministrò al marito un piatto di funghi avvelenato, ma poichè l'effetto tardava chiamò il fido medico Senofonte che gli fece ingoiare un altro veleno.
Claudio aveva 64 anni e aveva regnato 14 anni.





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2 comment:

Anonimo ha detto...

Tutto sommato un imperatore istruito e saggio, forse non intelligentissimo ma a Roma fece del bene.

Unknown on 27 novembre 2015 15:59 ha detto...

Lol questo è per la 2a B del moro che invece di uscire sono qui a ripassare come dei coglioni

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