LA VILLA DI TIBERIO (Sperlonga - Lazio)




Sperlonga è una cittadina del Lazio in provincia di Latina. La città vanta nei suoi pressi un insediamento leggendario ( Amyclae) che sarebbe stato fondato dagli Spartani. Tuttavia le uniche testimonianze archeologiche risalgono all'epoca dell'imperatore Tiberio che veniva spesso a Sperlonga. Secondo alcuni archeologi potrebbe essere stata davvero la mitica Amyclae, visto che insediamenti così importanti altrove non sono stati rinvenuti.



AMYCLAE

Amyclae era una città del Latius, che secondo la tradizione era situata nella zona dei monti Aurunci e della piana di Fondi, nel Lazio meridionale. Secondo le fonti sarebbe stata una colonia greca, fondata dai Laconi, sotto la guida dei Dioscuri e di Glauco, figlio del re di Creta Minosse: le fu dato un nome che ricordava molto quello di Amicla, figlio del fondatore di Sparta, Lacedemone.

MURA CICLOPICHE DI AMYCLAE?
I Laconi si fusero poi con gli indigeni Ausoni, e il loro re Camerte, giovane e biondo figlio del rutulo Volcente, si sarebbe alleato con Turno contro Enea, che lo uccise come fece con Turno. La leggenda narra che Amyclae sarebbe stata abbandonata per un'invasione di serpenti, oppure perché i suoi abitanti, legati ad una setta pitagorica votata al silenzio, si sarebbero rifiutati di dare l'allarme all'arrivo dei nemici e sarebbero quindi stati sterminati in un attacco.

Sono due versioni molto poco attendibili. I serpenti non sono cavallette, basta coltivare il suolo per eliminare qualsiasi tipo di serpente. I serpenti non amano gli uomini e se un umano si avvicina scappa, infatti non hanno mai invaso un sito abitato.

Secondo altri gli abitanti di Amyclae, seguendo i dettami della setta pitagorica che vietava di uccidere gli animali, non si sarebbero curati di uccidere i serpenti che infestavano le paludi, e sarebbero stati completamente distrutti dai loro morsi velenosi (Amyclae a serpentibus deletae). Ma anche questa è pura invenzione perchè Pitagora proibiva di cibarsi degli animali, non di ucciderli per difesa. Inoltre nelle paludi ci sono solo bisce, che non sono affatto velenose.

GROTTA DI TIBERIO
In quanto al mancato allarme da parte della setta pitagorica è evidente che i Pitagorici non erano ben visti e che qualche colpa dovevano dargliela, perchè non tutti cittadini erano Pitagorici e non tutti i Pitagorici erano scemi. Inoltre la città era già data per scomparsa da tempo nel II sec. a.c. , quindi attaccata da forse antichi o nuovi nemici e distrutta.

Comunque fin dal '500 gli studiosi hanno cercato di individuare il regno di Camerte nella pianura prospiciente a Fondi, e intorno ai suoi laghi e pure dentro di essi, magari sommerso. Lungo la via Flacca, in prossimità di Sperlonga, ed ai piedi di alcune propaggini collinari dei Monti Ausoni, è situato un piccolo lago d’acqua dolce, noto con il nome di San Puoto.

Una leggenda narra che sepolti nei suoi fondali, a circa trenta metri di profondità, si trovino i resti di un’antica città, forse la tacitae Amyclae descritta da Virgilio e Cicerone. Cioè avevano sommerso il paese per uccidere i serpenti dimenticando che avrebbero ucciso anche gli uomini? E dove sta scritto che il lago fosse una zona asciutta? Questa è ancora peggio delle precedenti.
La città è stata variamente collocata e venne identificata anche con Sperlonga, il che non è del tutto da escludere. L'indizio dei serpenti farebbe solo pensare a un paese ancora attaccato al culto della Madre Terra, quindi un paese molto arcaico.

RESTI DELLA VILLA

CAMERTE

Camerte, ovvero Camers, è un personaggio menzionato da Virgilio nel X libro dell' Eneide, come uno dei più importanti nemici dei Troiani sbarcati nel Lazio. Egli sarebbe re di un regno tra i più estesi
Nel 2006, due docenti dell'Università di Bologna e della Seconda Università di Napoli (Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli), hanno condotto ricerche su una collina immediatamente sovrastante Fondi, il monte Pianara: la vetta dista dal centro storico della cittadina laziale solo 2,5 km in linea d'aria e raggiunge rapidamente l'altitudine di 320 m s.l.m., con fianchi piuttosto ripidi.

Sulla sommità del monte sono stati rinvenuti imponenti resti di un'estesa città e si è ipotizzato che il sito potesse essere identificato con Amyclae. Sulla cima del monte si conservano tratti di una cinta di mura poligonali per una lunghezza di circa 2,7 km e in alcuni tratti alte ancora fino a 4,5 m. La città era articolata a terrazzamenti, con muri di contenimento anch'essi in opera poligonale, sui quali si disponevano le case e le strade.



La città, o almeno la parte scoperta dagli archeologi, si estendeva presumibilmente per circa 33 ettari e sembra essere fiorita tra il VI e il IV sec. a.c., importante in quanto difendeva il passaggio tra il Lazio meridionale e la Campania. Sarebbe infatti decaduta con l'apertura della via Appia nella sottostante pianura nel 312 a.c. e a causa dello sviluppo di Fundi (Fondi), che la sostituì nei commerci. Inoltre un violento terremoto fece precipitare un tratto della cinta muraria in una dolina carsica, e forse distrusse gran parte della città.

Molti ritengono Amyclae puramente mitica, ma la storia ci ha insegnato che dietro le tradizioni mitiche c'è sempre qualcosa di vero. Del resto sono molti i centri che secondo tradizioni già antiche sarebbero stati fondati da illustri eroi greci o troiani reduci dalla guerra di Troia. Ma ciò può avere più di un fondamento.

PIANTA DEL COMPLESSO

SPERLONGA ROMANA

Molto importante per la antica Sperlonga fu la costruzione della strada Flacca (Valeria) che facilitò notevolmente i suoi commerci, tanto più che in zona si producevano due vini famosi e molto pregiati: il Cecubo ed il Fundano. Poichè la zona era costituita da spiagge divise da promontori rocciosi, i ricchi romani vi edificarono, grazie alla comunicazione viaria, ville isolate ( la Villa Prato, scavata da archeologi francesi, la villa in località Acque Salse ecc.).

Fra i romani facoltosi, come dicevamo, arrivò poco dopo lo stesso imperatore Tiberio (42 a.c.-37 d.c). Sua madre Livia veniva da Fondi e forse lui stesso vi era nato. Può darsi che la villa dove si insediò fosse già appartenuta al nonno della madre (tale M. Aufidio Lurcone).

RESTI DELLA VILLA
Comunque la villa, ovvero la "Spelunca" come la chiamava Svetonio, da cui Sperlonga, venne completamente ristrutturata ed adattata alle nuove esigenze. Tuttavia, dopo una frana, che l'imperatore dovette giudicare di cattivo auspicio, Tiberio lasciò Sperlonga per stabilirsi in altre sue ville.

Gli storici riferirono infatti che mentre l'imperatore Tiberio era a un simposio nella grotta di Sperlonga  si staccarono alcuni massi dalla volta travolgendo tre schiavi, ma il prefetto Seiano al quale Tiberio aveva già delegato molti poteri, fece col suo corpo scudo all'imperatore, acquisendo maggior prestigio ai suoi occhi.

Dopo l'incidente l'imperatore si rifugiò nelle sue ville campane di Nola e Capri. Fu evidentemente un'ottima trovata di fare da scudo all'imperatore, Seiano era molto scaltro, tanto se crollava un masso li stendeva comunque entrambi.

COME APPARIVA IL COMPLESSO DELLE STATUE DELLA GROTTA DI TIBERIO

LA VILLA DI TIBERIO

La villa si estendeva lungo la bellissima spiaggia laziale per 300 metri di lato, e comprendeva la residenza imperiale di tutta la corte, le caserme per la truppa con le stalle,  l'impianto termale e le piscine antistanti la grotta, destinate all'itticoltura e la splendida grotta decorata. Venne abbandonata nel 26 d.c., perchè erano franati dei sassi dalla volta, ma probabilmente per effetto di un'alluvione che ne aveva compromesso la stabilità, inducendo Tiberio a trasferirsi a Capri.

LA GROTTA DI TIBERIO OGGI

DESCRIZIONE

La villa era costituita da diversi edifici disposti su terrazze rivolte verso il mare. Le prime strutture sono relative ad una villa di epoca tardo-repubblicana, forse appartenuta a Aufidio Lurco, nonno materno di Livia.

La villa predisponeva una serie di ambienti intorno ad un cortile porticato, tra i quali sono compresi ambienti di servizio, più volte ristrutturati, una fornace e un forno per la cottura del pane. Agli inizi del I sec. d.c. venne aggiunto un lungo portico a due navate e la grotta naturale che sorgeva presso la villa venne trasformata con interventi in muratura con varie statue.

Per visitare buona parte dei ruderi della villa imperiale bisogna accedere tramite il museo (particolarmente ricco di statue) dove troviamo fra l'altro la Grotta di Tiberio.



LA GROTTA DI TIBERIO

Utilizzata da Tiberio e la sua corte come sala per relax e convivi, era di una bellezza incredibile, avendo fatto porre al suo interno alcuni gruppi marmorei (in parte ritrovati e o ricostituiti) di nobilissima arte e per la maggior parte dedicati alle vicissitudini di Ulisse.

I gruppi marmorei riguardavano i seguenti episodi:
- l'accecamento di Polifemo,
- l'assalto del mostro Scilla,
- il ratto del Palladio nel tempio troiano di Atena
- il ratto di Ganimede
- Ulisse che trascina il corpo di Achille

La grotta comprende una vasta cavità principale, preceduta da una ampia vasca rettangolare (peschiera) con acqua marina, al cui centro era stata realizzata un'isola artificiale che ospitava la caenatio (sala da pranzo) estiva.

Il museo è stato poi aperto nel 1963 e si compone anche di alcuni grandi ambienti realizzati per l'esposizione degli antichi marmi a soggetto "omerico" ecc. L'attuale area archeologica è prossima ad un'oasi naturale e quindi l'ambiente è nell'insieme molto interessante. E' da segnalare altresì che nelle piscine della grotta sono stati immessi numerosi pesci.



La vasca comunicava con una piscina circolare (diametro di 12 m), posta all'interno della grotta, dove era stato collocato il gruppo di Scilla. Sulla cavità principale si aprivano due ambienti minori: a sinistra un ambiente a ferro di cavallo, con in fondo un triclinio, e a destra un ninfeo con cascatelle e giochi d'acqua, in fondo al quale si apriva una nicchia che ospitava il gruppo dell'accecamento di Polifemo.

Tra la piscina circolare e la vasca quadrata erano collocati due gruppi scultorei più piccoli: il Rapimento del Palladio e il gruppo di Ulisse che trascina il corpo di Achille (copia del quale, mutila e frammentaria è l'attuale statua del Pasquino a Roma). Una scultura con Ganimede rapito dall'aquila di Zeus era invece posta in alto sopra l'apertura della grotta.

L'INTERNO DELLA GROTTA

IL VANDALISMO

Come al solito in Italia le scoperte archeologiche sono quasi sempre casuali, sia perchè si scava poco, sia perchè il terreno italico ha un sottosuolo quasi continuo di reperti romani. Fu infatti durante la costruzione della strada litoranea tra Terracina e Gaeta del 1957 che venne scoperta una grande quantità di frammenti marmorei, straordinari per la qualità delle sculture e le dimensioni dei blocchi.

Si trattava di cinque gruppi scultorei che decoravano la grotta, originali ellenenici o copie di età tiberiana, che furono trovati in frantumi (circa 554 significativi e migliaia informi, per un totale di 15.000 frammenti marmorei). Un lavoro di demolizione ostinato e delinquenziale, che ha privato l'umanità di un bene culturale unico e di immenso valore.

VENERE GENITRICE
Insieme erano stati spaccati o comunque sotterrati molte decorazioni, bassorilievi e altre suppellettili che facevano parte della villa. Come questa venere genitrice che, essendo Ava di Cesare e di Ottaviano ed essendo Tiberio adottato dall'Augusto, in qualche modo diveniva anche lui in un certo modo discendente della Dea.

I gruppi scultorei furono ridotti in pezzi volontariamente, su questo nessuno dissente perchè nemmeno il peggior terremoto del mondo potrebbe fare tanto, e nemmeno un vandalismo occasionale, perchè occorsero mesi e mesi di duro lavoro per farlo. Non furono nemmeno spaccati per farne calce, sia perchè non occorrevano pezzi così piccoli, sia perchè il materiale era praticamente tutto lì, solo in gran parte non ricostruibile.

Chi avrebbe avuto interesse a distruggere un pregiatissimo capolavoro classico greco-romano?
Secondo alcuni archeologi poco lucidi, l'avrebbero fatto, non si sa chi nè in quale epoca, per riempire il bacino della grotta e poterlo riutilizzare. Riutilizzare per cosa? Sembra la deduzione di un delirante. 

- Primo, era evidentissimo che anche se sbriciolavano tutte le statue il bacino non si riempiva,
- Secondo. se volevano empire il bacino sarebbe stato molto più semplice farlo con la sabbia, è molto più facile sollevare la sabbia e buttarla all'interno che sbriciolare a mano tonnellate di marmo.
- Terzo, per quale ragione avrebbero voluto riempire il bacino? Cosa potevano farci con una grotta sulla riva del mare? Sulla terra ferma e presso un casolare ci si può ricoverare il bestiame, ma davanti alla spiaggia che ci si fa, ci si gioca a nascondino?

Si  è ipotizzato che la frantumazione sia stata opera di monaci che nell'alto medioevo frequentavano la zona. Di certo, se fossero stati loro,  non avrebbero ardito farlo per proprio conto, anche perchè l'operazione deve essere stata molto lunga e faticosa, e chiunque dal mare avrebbe potuto vederli. Sicuramente ricevettero autorizzazione dai vertici della chiesa.

A riprova, nel XVIII sec. un piccolo anfratto a nord fu utilizzato come cappella, ne resta infatti un'iscrizione, "Ave Cruxolo Sancta". Inutile chiedersi la ragione che può spingere qualcuno a istituire una cappella nella grotta acquatica della villa di un imperatore romano, ma la risposta è semplice. I romani erano visti come il diavolo e la nuova religione doveva o cancellare o esorcizzare.

Le strutture della villa rivelano una continuità di frequentazione dagli inizi del I sec. a.c., periodo a cui sembra risalire il nucleo originario del complesso, fino ad almeno il VI sec. d.c..Sembra che dei monaci, in epoca tardo-antica, dovettero impiantarsi sui resti della residenza imperiale, causandone infiniti danni, fino a quando, forse nel IX secolo, per il pericolo delle incursioni saracene, sembra che si trasferissero nel sito meglio protetto dell’attuale Sperlonga.

La villa, scavata solo in piccola parte, si estendeva anche al di fuori dell’area archeologica statale ed i suoi ruderi affiorano sulla spiaggia verso Sperlonga, nonché al di là della via Flacca, dove è presente un insieme di strutture idriche. Più a est, oltre le propaggini del monte Ciannito, il massiccio nel quale si apre la stessa grotta, in località Bazzano, si trovano inoltre i resti di un altro grandioso complesso, anch'esso denominato Villa di Tiberio, che potrebbe aver fatto parte della medesima residenza imperiale. 

ANDROMEDA INCATENATA, SCULTURA RITROVATA NELLA VILLA DI TIBERIO

LE SCULTURE

Comunque le sculture si rivelarono essere degli originali greci di età ellenistica (180 a.c. circa), quindi di immenso valore. Per ospitare le sculture venne appositamente realizzato un museo, nel 1963, il Museo archeologico nazionale di Sperlonga. Ne valeva la pena! Il museo conserva anche le suppellettili e ad altri pregevoli manufatti appartenenti all'apparato ornamentale della villa, che documentano la vita del complesso fino all'inizio del I sec..

Così le sculture della grotta di Tiberio, comprese nella loro augusta bellezza e nel loro immenso valore, seppure frantumate in migliaia di frammenti, vennero pazientemente ricomposti aiutandosi col marmo sintetico.

Già al momento della scoperta si vide la notevole rassomiglianza dei frammenti scultorei rinvenuti con il celebre Laocoonte dei Musei Vaticani, ritrovato nel 1506 nelle terme di Tito a Roma e descritto da Plinio il Vecchio. I frammenti di un'iscrizione rinvenuti a Sperlonga portavano infatti i nomi degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, gli autori del Laocoonte.

IL GRUPPO DI POLIFEMO


IL GRUPPO DI POLIFEMO

Il gruppo scultoreo, di dimensioni molto maggiori del vero, venne ricostruito nel museo con un calco gesso, completo di integrazioni ricostruite in base ai frammenti esistenti, come dimensioni e collocamento.

Per ricreare il gruppo ed individuare la collocazione dei singoli personaggi che ne fanno parte ci si è avvalsi come fonte iconografica di un frammento di sarcofago romano del III sec. d.c., dello stesso tema, oggi presso il Museo Civico di Castello Ursino a Catania.

Polifemo, ebbro e sdraiato su una roccia, è circondato dai compagni di Ulisse, che si muovono con circospezione.

Ulisse si trova più in alto ed è vicino alla testa del ciclope per assicurarsi che la punta incandescente del palo, retto da due compagni più in basso, vada a segno nell'occhio. 

Un altro compagno, assiste alla scena alzando il braccio in segno di paura, mentre con l'altra mano regge l'otre di vino con cui è stato fatto ubriacare il gigante.

Ulisse, a differenza degli altri marinai che sono nudi, è vestito con una tunica corta e un mantello, con in testa il tipico berretto conico (pileus).

TESTA DI ULISSE
La sua testa ha molte affinità con quella del Laocoonte, realizzato dagli stessi scultori, come testimonia un'iscrizione frammentaria trovata a Sperlonga, che riporta gli stessi nomi citati da Plinio a proposito della statua vaticana.

Come già detto, questa scena è ricostruita a scala reale in gesso, mentre tutt’intorno sono esposti separatamente gli elementi originali ad essa pertinenti, stimolando il visitatore ad un esercizio di ricontestualizzazione visiva dei vari protagonisti.

GRUPPO DI SCILLA, A SINISTRA L'ORIGINALE, A DESTRA LA RICOSTRUZIONE

IL GRUPPO DI SCILLA

Questo drammatico gruppo scultoreo, che doveva ergersi al centro di uno specchio d’acqua circolare all’interno della grotta, è ora allestito in uno spazio che funge da snodo tra le varie parti del Museo (Sala Scilla). Esso campeggia su un’area a forma di esagono irregolare, sovrastata da un’enorme e luminosissima cupola di vetro, anch’essa poliedrica, e caratterizzata da un pavimento sapientemente cosparso di breccia, che evoca la superficie del mare. 

Le statue vengono valorizzate dall’abbondante luce naturale che scende dalla cupola e possono essere ammirate come meritano da tutte le angolature e in parte anche dall’alto grazie al ballatoio. Il gruppo di Scilla, una delle più grandi e complesse sculture antiche giunte fino a noi, è stato ricomposto assemblando i calchi di infiniti frammenti, eseguiti con una mistura di resina e polvere di marmo.
Un lavoro di grande capacità ricostruttiva e di infinita pazienza. 

Esso rappresenta il mostro che avviluppa la nave di Ulisse nelle spire della sua coda e ne divora gli uomini con le sue tante teste ferine. Sul timone della nave in parte ricostituita, giusto in basso a sinistra dell'opera, si leggono i nomi degli artisti che idearono il ciclo scultoreo. Sulla parete dietro il gruppo di Scilla corrono i versi in greco dell'Odissea:

"Ed ecco Scilla mi prese dalla concava nave sei compagni che erano i migliori per forza di braccia".

Probabilmente il gruppo scolpito nel marmo era una copia di un gruppo in bronzo di età ellenistica (II secolo a.c.), che i testi antichi citano essere stato collocato nella spina dell'ippodromo di Costantinopoli.



ULISSE CHE TRASCINA IL CORPO DI ACHILLE

Un altro gruppo raffigura probabilmente Ulisse mentre trascina fuori della mischia il corpo di Achille, il piede dell'eroe distorto in posizione innaturale, a denunciare la ferita al tallone che ne ha causato la morte.

Il famoso "tallone d'Achille" era l'unica parte vulnerabile dell'eroe greco. 

Dell'originale sono stati ritrovati solamente i frammenti della testa e del braccio sinistro di Ulisse, insieme con le gambe di Achille con il tallone, il cui tendine era stato reciso, poggiato sul terreno.
A Roma la statua di Pasquino altro non sarebbe che parte della copia di questo gruppo. Per altri però Pasquino è Achille che sta sul corpo di Patroclo morente. Comunque i restauratori del complesso non sostennero la tesi di Pasquino ma la tennero presente come ispirazione.

IL RATTO DEL PALLADIO

IL RATTO DEL PALLADIO

Il Palladio era un simulacro che aveva il potere di difendere un'intera città, tanto è vero che Ulisse riuscì ad ottenere la distruzione di Troia solo dopo averlo trafugato.

Si trattava, come si vede, di una bella statua di legno di fattura molto arcaica ma molto bella, non intera ma senza gambe, alta tre cubiti, che ritraeva Pallade, altro nome della Dea Atena, con il petto era coperto dall'egida, reggente una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra.

Dunque Atena, uccidendo per sbaglio la compagna di giochi Pallade, come segno di lutto assunse ella stessa il nome di Pallade e fece costruire questa immagine, ponendola sull'Olimpo a fianco del trono di Zeus.

Elettra, la nonna di Ilo, il fondatore di Troia, venne violentata da Zeus, e le capitò di sporcare del sangue vaginale il simulacro della vergine Pallade. Atena, molto sensibile, scaraventò istericamente Elettra e il Palladio sulla Terra.

Già. Apollo Sminteo aveva oracolato ad Ilo: « Abbi cura della dea che cadde dal cielo e avrai così cura della tua città, poiché la forza e il potere accompagnano la dea, dovunque essa vada »

Ulisse e Diomede, sapendo che col Palladio sarebbe stato impossibile conquistare Troia si travestirono da mendicanti, entrarono nella città, presero l'immagine della dea e, scavalcando le mura, la portarono nel loro accampamento.

Il gruppo statuario di Sperlonga, quasi interamente smarrito, rappresenterebbe l'impresa di Ulisse per trafugare il Palladio, e questa statua acefala viene interpretata come Ulisse nella composizione del ratto del Palladio dove Diomede stringe nella mano sinistra il simulacro di Atena, appunto il Palladio.

Secondo la tradizione di Arctino di Mileto, citato da Dionigi, invece, Ulisse e Diomede non rubarono il vero Palladio poiché Enea portò con sé la statua in Italia che venne posta nel tempio di Vesta nel foro romano. La tradizione Latina voleva invece che Diomede riconsegnasse il simulacro a Enea. Sembra che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione da parte dei cristiani.



IL RATTO DI GANIMEDE

Una statua di marmo policromo, che bene rende il lussuoso abito del giovane e il piumaggio dell'uccello, immortalando Ganimede rapito dall'aquila di Zeus.

Secondo il mito, il re degli Dei, invaghito del bellissimo giovinetto, un giorno prese le sembianze di un'aquila gigantesca e afferratolo saldamente, lo portò i cielo fino a fargli raggiungere l'Olimpo.

Qui il giovinetto divenne, insieme ad Ebe, uno dei due coppieri degli Dei, il che gli consentì di diventare anchìehli un Dio, cioè immortale.

In origine questa statua  era stata collocata in un'ampia nicchia soprastante la grotta, ad ornarne l'apertura.

Si sa che a Tiberio piacevano i ragazzini e la morale romana non se ne scandalizzava, purchè questi fossero schiavi o almeno di famiglie plebee.

La statua è stata fatta, come le altre, tutta a pezzi, particolarmente nel volto di Ganimede, così frantumato da non poter essere ricostituito.
Tuttavia ciò che ne resta ne fa capire l'arte incomparabile e la grande bellezza.

Secondo alcuni la testa qui a fianco, sempre rinvenuta nello speco della villa di Tiberio, dovrebbe appartenere a Ganimede.

La cosa è a nostro avviso praticamente impossibile, perchè non si tratta della testa di un giovinetto.

Ganimede era un adolescente imberbe, mentre questa è la testa di un uomo maturo, nemmeno troppo giovane.

Dato invece il fatidico berretto conico, il pileus, tutto farebbe pensare alla testa di Ulisse, e si potrebbe pensare compreso magari nello sforzo di trascinare il corpo morto di Achille dalla mischia della battaglia, per potergli dare degna sepoltura.

Ma non è così, perchè di quella testa sono state ritrovate alcune parti e non ha a che fare con questa che è quasi integra.

In pratica non si sa a quale gruppo si riferisca, magari era solo un busto che ornava la grotta.



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