CULTO DI VULCANO - EFESTO



EFESTO

Vulcane, impiger deus deumque faber, mea verba audi: magna dis deabusque domicilia in sacro Olympo extrue -
- O Vulcano, Dio infaticabile, fabbro degli dei, ascolta le mie parole: costruisci delle grandi residenze per gli dei e per le dee nel sacro Olimpo. -

L'origine del nome è dibattuto. Nella tradizione romana era connesso ai fulmini (fulgur, fulgere, fulmen), e pertanto collegato al fuoco. Alcuni lo collegano al cretese Velchanos, un Dio della natura però collegato a Zeus.



VELCHANOS CRETESE

I Cretesi adoravano Zeus sotto il nome di Velchanos, e si pensò pertanto che il Vulcano romano provenisse dal Mediterraneo orientale tramite l'Etruria. Molti luoghi a Creta affermavano di aver dato i natali a Zeus Velchanos bambino, subordinato alla Grande Madre dei Cretesi, che
crescendo però divenne la personificazione della pioggia che fertilizza la terra.
Come tutti i figli delle Dee vergini però morì, acquistando una qualità infera, e il suo sepolcro fu il monte Iouktas, ma successivamente resuscitò come la vegetazione annuale, e i sacerdoti Kouretes festeggiavano l'evento con balli e frastuono di scudi.

Come Dio della fertilità, talvolta fu il toro sacro, che nel mito cretese si unì a Pasifae generando il Minotauro. Velchanos non aveva templi, ma solo altari nei boschi sacri, nelle grotte, e sui monti, adorni di corna. I suoi simboli erano lo scudo, la svastica, la doppia ascia, e la saetta.
Oggi queste origini trovano pochi seguaci, ma non si può dimenticare che Zeus scagliava i fulmini fabbricati da Vulcano, quindi è possibile che un tempo fosse una divinità unica.




EPHAESTUS GRECO

I Romani identificarono Vulcano con Hephaestus, nell'uso della forgia e della metallurgia.
Essendo figlio di Giove, re degli dei, e di Giunone, regina degli Dei, Vulcano avrebbe dovuto essere molto bello, ma il piccolo Vulcano era brutto, col viso rosso e urlava. Giunone era così sconvolta che lo scaraventò giù dalla cima del Monte Olimpo. Vulcano cadde per un giorno e una notte, e fendendo il mare si ruppe una gamba diventando zoppo.

Teti, la Dea del mare, lo trovò sul fondo e lo portò alla sua grotta sottomarina, e lo accudì come fosse suo figlio. Vulcano ebbe un'infanzia felice con i delfini come compagni di gioco e con le perle come giocattoli. Poi trovò i resti del fuoco di un pescatore sulla spiaggia e restò affascinato dal carbone inestinguibile, d'un rosso caldo e splendente.

Vulcano chiuse questo prezioso carbone in una conchiglia, tornò alla grotta subacquea e accese un fuoco con esso, fissandolo per un giorno intero. Il secondo giorno, scoprì che col fuoco e col mantice, certe pietre trasudavano ferro, argento o oro. Il terzo giorno forgiò il metallo raffreddato in: bracciali, catene, spade e scudi. Vulcano coltelli e cucchiai col manico di madreperla per la sua madre adottiva, un carro d'argento per se stesso, e briglie in modo che i cavallucci marini potessero trasportarlo velocemente. Creò anche delle schiave d'oro che l'obbedissero.

Teti, lasciata grotta subacquea, un giorno partecipò a una cena sul monte con una bella collana d'argento e zaffiri, che Vulcano aveva fatto per lei. Giunone ne chiese l'autore per poterne avere una uguale. Dopo alcune reticenze Teti disse la verità: il bambino che Giunone aveva respinto era diventato un fabbro di talento.

La regina degli Dei intimò al figlio di tornare sull'Olimpo, lui rifiutò ma in compenso le inviò un magnifico trono d'oro e d'argento intarsiato di madreperla. Ma come Giunone si sedette il trono la intrappolò. Nemmeno Giove poteva liberarla ma convinse il figlio a liberare la madre promettendogli come sposa la bellissima Afrodite, e così fu. Poi fece tutti i troni per gli altri Dei dell'Olimpo.

Per punire l'umanità per aver rubato i segreti del fuoco, Giove ordinò gli altri Dei di fare un regalo avvelenato per l'uomo. Vulcano con l'argilla dette la forma per la bella Pandora era quello di plasmare il suo da argilla e di darle forma.




VULCANO ROMANO

L'archeologo Andrea Carandini ritiene che Caco e Caca fossero figli di Vulcano e di una divinità o di una vergine locale; Caco e Caca rappresenterebbero l'uno il fuoco metallurgico e l'altra il fuoco domestico, proiezioni di Vulcano e Vesta. Questi racconti mitologici risalirebbero al periodo preurbano del Lazio per cui sul piano divino Vulcano feconda una Dea vergine e genera Giove, il sovrano divino; sul piano umano Vulcano feconda una vergine locale (probabilmente una "principessa") e genera un capo: il re Servio Tullio.

La prima menzione di un legame rituale tra Vulcano e Vesta è il lectisternium del 217 a.c. e Dionigi di Alicarnasso e Varrone affermano che entrambi i culti siano stati introdotti a Roma da Tito Tazio in per un voto in battaglia. Macrobius riporta che la compagna di Vulcano era Maia. Per Piso la sua compagna era la Dea Maiestas. Forse Maiestas e Maia erano la stessa divinità.
La prima attestazione di un'associazione rituale fra Vulcano e Vesta risale al 217 a.c. Altri indizi che sembrano confermare questo legame sembrano essere la vicinanza tra i due santuari e l'affermazione di Dionigi di Alicarnasso, per cui entrambi i culti sarebbero stati introdotti a Roma da Tito Tazio per esaudire un voto fatto in battaglia.

La natura del Dio era connessa dai Romani al potere distruttivo e insieme fertilizzante del fuoco. In nome di questo potere distruttivo i Volcanalia e il culto del Dio avvenivano fuori delle mura originali della città. Contemporaneamente il potere distruttivo poteva essere diretto contro i nemici, per cui gli venivano dedicate le armi dei nemici sconfitti e quelle del generale sopravvissuto al sacrificio della Devotio, la promessa di morire in battaglia per far vincere la guerra. Contemporaneamente Vulcano rappresentava il potere fertilizzante del maschio.

Nelle leggende latine e romane Vulcano era il padre del fondatore di Preneste Caeculus, Caco, un primordiale essere mostruoso che abitava a Roma sull'Aventino, e del re romano Servio Tullio. Alcuni studiosi ritengono che egli sia il Dio sconosciuto che ha impregnato le Dee Fortuna Primigenia a Praeneste e Feronia a Anxur. In questo caso sarebbe il padre di Giove. Tuttavia questo punto di vista è in conflitto con i collegamenti della dea a Giove, come sua figlia (puer Jovis) e sua madre anche come Primigenia.

Il potere fertilizzante del Dio è legato a quello del focolare. Nel caso di Caeculus sua madre fu impregnata da una scintilla che cadde su di lei dal focolare. La madre di Servio Tullio, Ocresia, fu fecondata un organo sessuale maschile miracolosamente comparso nella cenere dell'ara sacrificale per ordine di Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco. La divinità del bambino Servio Tullio fu riconosciuta quando la sua testa era circondata dalle fiamme restandone illeso.
Plinio il Vecchio conferma la storia, ma afferma che il padre era il Lar familiaris.

Col tempo Efesto dimenticò il torto subito dalla madre e si affezionò a lei, e proprio perché la difese durante un litigio col marito, egli fu scaraventato giù dall’Olimpo su Lemmo, però questa volta per mano del padre. In seguito stanco per essere deriso per la sua goffaggine e per i continui tradimenti di Venere, decise di lasciare per sempre l’Olimpo e di rifugiarsi nelle viscere del monte Etna. Qui aiutato dai Ciclopi continuò la sua abilità di lavorare qualsiasi oggetto, forgiatore di armi, armature e gioielli per Dei ed eroi. Ma ogni volta che Venere gli era infedele, il Dio adirato batteva il metallo incandescente con tale forza che scintille e fumo si alzavano dalla cima della montagna, fino all'eruzione vulcanica.

Vulcano era anche protettore dei lavori concernenti i forni: cuochi, panettieri e pasticceri, come attestano Plauto ed Apuleio.



I TEMPLI

Il Volcanal

Il principale e più antico santuario di Vulcano a Roma era il Volcanal, situato nell'area Volcani, nell'angolo nord-ovest del Foro Romano, con un'ara e un fuoco perenne. Secondo la tradizione il santuario era stato dedicato da Romolo, che vi aveva posto una quadriga di bronzo, preda di guerra dopo la sconfitta dei Fidenati, e la sua statua con la lista dei suoi successi bellici scritta in greco.
Dionisio d’Alicarnasso: "Romolo e remo furono inviati a Gabii… perché vi ricevessero un’educazione di tipo greco… le lettere, la musica e l’uso delle armi greche finché non divennero uomini." Questo spiegherebbe il greco.

Al tempo di Plinio il Vecchio (70 d.c.) nel Volcanale c'era un albero di loto che si riteneva più antico della città stessa e le cui radici si diramavano fin sotto il Foro di Cesare, passando sotto le stationes municipiorum, cioè i locali destinati a riunioni di cittadini delle città principali dell'impero.

Secondo Plutarco Romolo era rappresentato incoronato dalla Vittoria, e sarebbe stato il re a piantare nel santuario un albero di loto sacro, che fosse quindi tanto antico quanto la città stessa.

Secondo altri fu Tito Tazio, il co-re di Romolo a volere il tempio, nell'VIII sec. a.c.. Si pensa che all'epoca il Foro fosse ancora fuori della città. Il Volcanal è menzionato due volte da Tito Livio in merito al prodigium di una pioggia di sangue avvenuto nel 183 a.c. e nel 181 a.c.. L'area Volcani era circa 5 m. più alta del Comitium e da essa i re e i magistrati della prima repubblica, prima che fossero costruiti i rostra, si rivolgevano al popolo.

Sul Volcanal c'era anche una statua in bronzo di Orazio Coclite, qui spostata dal Comizio dopo essere stata colpita da un fulmine. Aulo Gellio racconta che furono chiamati alcuni aruspici per il prodigio, ma questi fecero spostare la statua in un luogo più basso dove non batteva mai il sole.
L'inganno fu però scoperto e gli aruspici giustiziati; così la statua doveva essere posta in un luogo più alto e così fu fatto sistemandola nell'area Volcani.
Già nel 304 a.c. nell'area Volcani fu costruito un tempio alla Concordia. Nel corso del tempo il Volcanale sarebbe stato sempre più ristretto dagli edifici circostanti fino ad essere ricoperto. Il culto era comunque vivo ancora nella prima metà età imperiale, come testimonia il ritrovamento di una dedica di Augusto nell'anno 9 a.c..

Agli inizi del XX sec. furono ritrovate, dietro l'Arco di Settimio Severo, antiche fondazioni in tufo probabilmente del Volcanale e tracce di una piattaforma rocciosa, lunga 3,95 metri e larga 2,80, ricoperta di cemento e dipinta di rosso. La superficie ha varie canaline e di fronte ci sono i resti di una canale di drenaggio in lastre di tufo. Forse l'ara stessa di Vulcano.

Il culto di Volcano in quest'area perdurò nel periodo imperiale, come attesta l'iscrizione di una grande tavola di marmo, dedicata a Volcano dall'imperatore Augusto nel 9 a.c. che fu rinvenuta nel 1548 (ora nel museo di Napoli). L'area del Volcanale divenne più ristretta dopo le grandi costruzioni imperiali (tempio tiberiano della Concordia, Arco di Severo). Secondo la tradizione romana, il Volcanale era stato, nel tempo dei Re, un luogo destinato ai pubblici discorsi: e forse per questo Augusto scelse per i rostri da lui rinnovati, una località molto vicina.


Tempio di Vulcano a Campo Marzio

Fu eretto prima del 214 a.c. nel Campo Marzio, presso il Circo Flaminio dove si tenevano giochi in suo onore in occasione della festività dei Volcanalia.

Vitruvio afferma che anche gli aruspici etruschi prescrivono nei loro libri di costruire i templi di Vulcano fuori delle mura cittadine, per evitare che il fuoco si rivolga contro le abitazioni.



FESTE

I Vulcanalia si celebravano il 23 agosto, quando i granai erano a rischio di incendi per la calura. Venivano creati in onore del Dio dei fuochi, in cui venivano sacrificati pesci o piccoli animali che venivano mangiati sul posto dalla gente. Vulcano era tra gli Dei da placare dopo in grande incendio di Roma nel 64 d.c..

RESTI DEL VOLCANALE NEL FORO
In risposta, Domitian (81–96) edificò un nuovo altare a Vulcano sul colle del Quirinale, aggiungendo un vitello e un cinghiale rossicci ai sacrifici dei Vulcanalia.

Per ricordo durante i Vulcanalia la gente stendeva le vesti al sole e iniziava a lavorare al lume di una candela.

In aggiunta ai Volcanalia del 23 agosto, divenne sacro a Vulcano anche il 23 Maggio, nella seconda cerimonia annuale dei Tubilustria, o cerimonia della purificazione delle trombe.

Un flamen Volcanalis fu preposto al culto del Dio e lo stesso officiava il sacrificio alla Dea Maia, ogni anno alle calende di maggio.


I Sacerdoti

Il sacerdote del Dio era chiamato Pontefice di Vulcano e dell'aedium sacrarum: aveva sotto la sua giurisdizione tutti gli edifici sacri della città e poteva concedere o meno l'autorizzazione ad edificare statue per divinità straniere. Aveva carica a vita, forse scelto dal Concilio dei Decurioni, e la su posizione equivaleva al ponifex Maximus a Roma. Era la posizione amministrativa più alta ad Ostia, selezionata tra persone che avevano già svolto cariche pubbliche a Ostia o nell'amministrazione imperiale.
Il Pontefice era la sola autorità che aveva un numero di ufficiali subordinati per aiutarlo nei suoi doveri: tre pretori e due o tre aediles. Questi uffici erano solo religiosi e non civili, su un frammento di iscrizione trovato ad Annaba (antica Hippo Regius) risulta che Svetonio abbia svolto un simile officio. Da Svetonio sappiamo che a Pozzuoli vi era una agora' di Hephaistos, il Forum Vulcani, un posto da cui fuoruscivano vapori di zolfo, insomma una solfatara. Plinio il Vecchio raccontò che presso Modena dei fuochi uscirono dal suolo nella zona sacra a Vulcano.




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