FORMA URBIS SEVERIANA



RICOSTRUZIONE DELLA FORMA URBIS SEVERIANA

Rodolfo Lanciani fu uno studioso dell'antica Roma e segretario della Commissione Archeologica Comunale, dalla sua fondazione nel 1872, e ingegnere della Direzione Generale dei Musei e Scavi presso il Ministero della Pubblica Istruzione tra il 1887 e il 1890.

PARTI DELLA FORMA URBIS
In questi ruoli poté seguire tutti i numerosi ritrovamenti avvenuti nel corso dei lavori per Roma capitale, che descrisse con grande vivacità.

I risultati dei suoi studi sulla dislocazione dei monumenti antichi della città furono pubblicati tra il 1893 e il 1901 con il titolo di Forma Urbis Romae: si tratta della pianta di tutti i resti conosciuti dell'epoca romana e fino al VI sec., composta da 46 tavole in scala 1:1000.

Benché nel tempo alcune interpretazioni di Lanciani siano state messe in discussione, l'opera ha il grande pregio di evidenziare le sovrapposizioni moderne sugli edifici degli antichi romani.
La Forma Urbis Severiana, ovvero Forma Urbis Romae, o Pianta marmorea severiana, ovvero Forma Urbis Marmorea, è una pianta di Roma antica incisa su lastre di marmo risalente all'epoca di Settimio Severo, tra il 203 e il 211, che era collocata nel Tempio della Pace (o "Foro della Pace").

Il settore più conservato del Foro della Pace è oggi inglobato in due monumenti: Tor de' Conti. posta all’inizio di via Cavour, al di sotto della quale è ancora visibile la struttura in opera quadrata di una delle esedre del portico, e la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, edificata tra il 526 e il 530, sull’angolo meridionale del Foro all’interno dell’aula retrostante il muro della Forma Urbis.

Il sito era forse costituito da due ambienti: l’uno, quello retrostante la parete con la Forma Urbis, identificato con la Biblioteca, come dimostrano le nicchie scavate nelle pareti per ospitare armadi per libri, esattamente come nella Biblioteca del Foro di Traiano;

l’altro in origine absidato, che si appoggiò al cosiddetto Tempio di Romolo nel Foro Romano, del quale ancora si può ammirare la parete esterna della porta di accesso in blocchi di peperino e travertino.

Il nucleo più imponente dei resti del Foro è dunque addossato alla Basilica di Massenzio, giunto finora a noi perché inglobato dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Della prima aula inglobata resta la parete sud-occidentale alta 18 m. x 13, (in piedi romani circa 61 piedi di larghezza per 43 di altezza), in cui si scorgono i fori per le grappe che sostenevano le lastre marmoree orientate in modo da alternarsi in senso verticale e in senso orizzontale, con incisa la mappa di Roma. Nelle prime otto le lastre erano disposte alternativamente verticali e orizzontali, mentre nelle ultime tre erano tutte orizzontali.  Il disegno della pianta venne inciso sulle lastre dopo che erano state collocate sul muro.

La Forma Urbis era la versione monumentale dei documenti catastali del tempo depositati negli archivi della Prefettura, collocata nel Foro da Settimio Severo nel 211.

PARETE CHE ACCOGLIEVA LA FORMA URBIS
ORA SAN COSMA E DAMIANO
I frammenti delle lastre, tutte rettangolari e di marmo, anche se di dimensioni diverse, erano in tutto 151, divise per 11 filari, e sono stati rinvenuti a partire dal 1562.

Attualmente sono conservati al Museo della Civiltà Romana in attesa di essere definitivamente ricomposti in sede appropriata.

Nonostante si sia conservata molto parzialmente, la Forma Urbis costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia dell’antica Roma.



LA PIANTA

La pianta rappresenta in una scala di 1:240 (ossia un piede corrisponde a 2 actus) ed è orientata, diversamente dagli usi moderni, con il sud-est in alto. Viene rappresentato in dettaglio il piano terra di tutti gli edifici, compresi colonnati e scale interne.

STAMPA DI 46 FRAMMENTI DELLA FORMA URBIS,
UNA PARTE DEI 1.186  RITROVATI
La datazione della pianta è posteriore al 203, data della costruzione del Settizonio, la cui pianta si conserva su uno dei frammenti, e anteriore al 211, anno della morte di Settimio Severo.

Questi viene infatti citato come regnante, insieme al figlio maggiore Caracalla nella dedica conservata su uno dei frammenti (SEVERI ET [AN]TONINI AV[GG] NN [...], ossia "A Severo e Antonino, nostri augusti").

La mancanza del'altro figlio, Geta, che fu associato al trono nel 209, potrebbe far propendere per una datazione anteriore a tale data.

La pianta venne probabilmente eseguita in occasione della ricostruzione di alcuni settori del Tempio della Pace che erano stati danneggiati da un incendio nel 192.

È possibile che la pianta severiana ne rimpiazzi una più antica dell'epoca di Vespasiano, il costruttore del complesso monumentale.

La Forma doveva essere connessa con la pianta catastale ufficiale di Roma, forse conservata nella medesima sala, che doveva però essere redatta su papiro, più facilmente aggiornabile, e riportare inoltre i dati riguardanti i proprietari degli edifici e le loro misure, un vero e proprio Catasto.



I FRAMMENTI

Attualmente si conservano 1.186 frammenti delle lastre, che corrispondono a circa il 10-15% del totale.

MAPPE TRATTE DALL'ANTICA FORMA URBIS
Furono rinvenuti a più riprese, a partire dal primo ritrovamento del 1562, talvolta anche in luoghi non corrispondenti all'originaria collocazione.

Alcuni dei frammenti ritrovati nel XVI secolo andarono perduti prima del loro trasferimento ai Musei Capitolini: di alcuni di essi tuttavia possediamo disegni rinascimentali.

Ecco un esempio tratto dal Lanciani dove si vede nella Forma Urbis, il Mausoleo di Augusto, con l'Ustrinum dove si bruciavano i morti comuni, i Lupanares cioè la via dei bordelli, e gli schiavonia dove sicuramente alloggiavano gli schiavi di stato.

Un progetto della Stanford University (San Francisco, California) sta mirando alla creazione di un data-base on-line dei frammenti esistenti con un tentativo di ricostruzione della pianta con l'ausilio di tecnologie informatiche.

L'idea è splendida, purtroppo l'antica Roma è spesso più seguita e studiata all'estero che non in Italia.

Qui invece c'è il Mausoleo di Adriano, l'odierno Castel S. Angelo che sorgeva sugli Horti di Domizia, con la zona aldilà del Tevere detta posterula Domitia e i porti sul fiume della posterula domitia.



I  PROGETTI

Ex Pastificio Pantanella

In via dei Cerchi, nell' ex pastificio Pantanella (all' epoca la zona del Circo Massimo era sede di numerose attività industriali) sorgerà dunque un museo tutto nuovo dedicato alla storia di Roma antica. Un museo da decenni invocato dagli archeologi e che in 30 mila metri quadrati ospiterà non solo i reperti provenienti dal museo della civiltà romana dell' Eur (compreso il celebre plastico della città antica realizzato da Italo Gismondi, che ha ispirato decine di film) ma anche una gran parte dei 60 mila pezzi che compongono l'Antiquarium comunale, oggi quasi tutti non visibili per mancanza di spazi (e si sta anche studiando la possibilità di riunirlo, in un unica collezione e sede, all' altro Antiquarium, di proprietà statale e non capitolina, anch' esso in gran parte custodito in depositi).

Il nuovo museo, nelle intenzione dei promotori, sarà inoltre dotato di nuovi strumenti tecnologici, di realtà virtuali e di tutto quanto possa contribuire a raccontare l'evoluzione dell' Urbe dalle origini all' epoca Tardo antica. 

Curiosità, per il museo della Civiltà romana si tratta in realtà di un ritorno in via dei Cerchi: prima di essere trasferiti, negli anni successivi al secondo dopoguerra, nella sede dell' Eur, i materiali antichi erano infatti conservati proprio nei locali che ora li ospiteranno di nuovo. Nel futuro museo, secondo quanto auspicato ieri dal sovrintendente Eugenio La Rocca, dovrebbero trovare finalmente degna collocazione i frammenti della Forma Urbis Severiana e preziosi capolavori poco conosciuti dal grande pubblico come il corredo proveniente dalla tomba di Crepereia Trifena, fanciulla sepolta con un ricco corredo e preziosi giocattoli in una necropoli scoperta più di un secolo fa sotto il Palazzo di Giustizia.


Il Foro della pace

Grazie agli scavi del metro C a pochi metri dal Colosseo potrebbe tornare alla luce il più grande museo della Roma imperiale: il Foro della Pace.

Il Foro fu inaugurato nel 75 dopo Cristo per celebrare la pacificazione dell’impero all’indomani della guerra civile e della repressione della rivolta giudaica portata a termine nel 70 da Tito con la distruzione di Gerusalemme e del celebre Tempio di re Salomone.

Da questo furono trasferiti a Roma i preziosi arredi sacri che sfilarono nel trionfo del principe, come mostrano i rilievi dell’arco dedicato a Tito sulla Via Sacra: tra le prede era il grande candelabro d’oro a sette braccia (Menorah), esposto per secoli nel Tempio della Pace.

Gli scavi realizzati dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e dalla Sovraintendenza ai Beni culturali del Comune di Roma tra il 1998 e il 2006 nel Foro hanno ridato la luce a un monumento finora sconosciuto, celato sotto via dei Fori Imperiali. Prima degli scavi, il suo aspetto era noto solo grazie a 4 frammenti di una lastra della Forma Urbis Severiana, la grande pianta marmorea di Roma che l’imperatore Settimio Severo fece collocare all’interno di uno degli ambienti del Foro tra la fine del II e l’inizio del III secolo dopo Cristo, dopo la ricostruzione seguita all’incendio del 192.


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