15 OTTOBRE - OCTOBER EQUUS



LA CORSA DELLE BIGHE

Marte era un Dio importantissimo per i romani che veniva ripetutamente festeggiato per ingraziarselo nelle guerre attuali e future. Il Dio veniva anzitutto venerato con grande sfarzo in marzo, il primo mese dell'antico calendario romano, che segnava la ripresa delle attività militari dopo l'inverno e che portava il suo nome, con le Feriae Martis, Equirria, Agonium martiale, Quinquatrus e Tubilustrum.

Le feste di Marte si svolgevano in febbraio, Februarius,  ma principalmente in marzo, ovvero Martius, il mese che porta il nome del Dio della guerra, e nel mese di ottobre, October, per iniziare e terminare la stagione di campagne militari.



LE CERIMONIE

- Le Equirria si tenevano il 27 febbraio con riti di purificazione dell'esercito e corse di cavalli nel Campo Marzio.
- Le Feriae Martis si tenevano il 1 marzo, celebrate inseme alle Matronalia. e proseguivano fino al 24 marzo con le processioni dei sacerdoti salii Palatini.
- Le Equirria venivano ripetute il 14 marzo con riti di purificazione dell'esercito e corse di cavalli nel Campo Marzio.
- Le QuinquatrusIl si tenevano il 19 marzo con la ripulitura degli scudi.
- la Martiale Agonium si teneva il 17 marzo
- Il Tubilustrium, si teneva l 23 marzo dedicato alla purificazione delle trombe.
- Il 24 marzo gli ancilia venivano riposti nel sacrario della Regia.
- L'October Equus si teneva 15 Ottobre (idi di ottobre) si teneva alle idi di ottobre, con la corsa di bighe e il sacrificio a Marte del cavallo di destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine marziale. 
- Il 19 ottobre si teneva l'Armilustrium, dedicato alla purificazione delle armi e alla loro conservazione per l'inverno.

MOSAICO ROMANO DELLA PRIMA META' DEL III SECOLO


CESARE E L' OCTOBER EQUUS

Nell'antica religione romana, il cavallo di ottobre (October Equus) era una vasta cerimonia basata sul sacrificio equino in onore di Marte, che si celebrava il 15 ottobre, in coincidenza con la fine delle attività militari.

Tale cerimonia era così importante che nel 242 a.c. il flamine Marziale Aulo Postumio Albino, nominato console, avrebbe voluto partire per l'Africa per guidare la guerra, ma il pontefice massimo Lucio Cecilio Metello gli impedì di partire per non dover trascurare i suoi impegni religiosi.

Alla cerimonia presenziava dunque il Flamine Marziale, infatti Cassio Dione narra di un'esecuzione voluta da Giulio Cesare per i due capi di un ammutinamento, eseguita dai pontefici e dal "sacerdote di Marte" sul modello di una cerimonia religiosa, in Campo Marzio, e le loro teste furono appese vicino alla Regia. 

Sostituendo il cavallo con i due condannati, si ha un rito simile all'Equus October, in cui è la testa del cavallo vincitore della corsa ad essere appesa vicino alla Regia, il che dimostra che il flamine Marziale dovesse officiare i riti dell'Equus October.

Pensare però che Cesare avesse voluto farne un sacrificio umano, come alcuni autori hanno insinuato, è assurdo e insensato. Consideriamo che Cesare, appena preso servizio di generale in Gallia, aveva fatto raddoppiare lo stipendio ai soldati, tanto che fino a Diocleziano tale stipendio non fu più innalzato.

Ora i soldati si erano ammutinati proprio perchè volevano un aumento di stipendio, per cui la risposta di Cesare fu terribile ma contemporaneamente mite. Avrebbe potuto ucciderne molti o licenziarne molti (l'ammutinamento comportava la morte), invece si limitò ai due più facinorosi, ma per rendere più minacciosa la sua repressione fece esporre i loro capi al palo dell'October Equus, che tutti vedessero e capissero che lui non scherzava.

Questo perchè i romani adoravano le corse e accorrevano da ogni parte, ma soprattutto tutti i militari senza eccezioni partecipavano a questa festa, che era la loro festa, e avrebbero avuto negli occhi, volenti o nolenti, per tutta la durata delle corse, le teste dei due decapitati appesi al palo. Di sicuro non l'avrebbero mai dimenticato.


OCTOBER EQUUS


LA CORSA DELLE BIGHE

I romani impazzivano per le corse dei cavalli. Gli aurighi delle bighe erano equipaggiati con un elmo che faceva da casco, una protezione per il torace, una frusta e un coltello. Le loro vetture erano agili e leggere, in legno dolce decorato e tinteggiato, trainate da velocissimi cavalli, che si sfidavano in una gara senza esclusione di colpi, sia per il cavallo che per l'auriga avversari. 

Si tentava di spaventare l'altro cavallo o di colpire l'altro auriga, o di mandare la biga avversaria contro i parapetti del circo o addosso ad un altro carro. Gli incidenti non erano affatto inusuali, per cui agli auriga era richiesta grande abilità, e pertanto erano pagatissimi e idolatrati.

Gareggiavano quattro squadre, contraddistinte da altrettanti colori, verde, azzurro, bianco e rosso, e ognuna era gestita da un ricco dominus, che assicurava, pagandolo di tasca sua, un tim perfetto di organizzazione dello spettacolo. Lo faceva per farsi eleggere alle elezioni se aveva ambizioni politiche, oppure per guadagnarci come allibratore, o per mettersi in luce con l'imperatore e ottenerne benefici in cambio.

L'organizzazione doveva pertanto essere, ed era, perfetta. Oltre che dagli aurighi e dai cavalli, ognuna delle factiones era infatti composta da un team di allenatori, veterinari, medici, massaggiatori, sarti e palafrenieri. La corsa era preceduta da uno spettacolo e ne costituiva solo la parte finale, la più eccitante. Infatti la gara durava poco ma la cerimonia era invece lunga ed era preceduta da cortei, la cosiddetta pompa circensis, durante la quale sfilavano danzatori, suonatori, acrobati e animali esotici che intrattenevano il pubblico anche tra una gara e l'altra.

I giri da compiere intorno alla spina, la divisione centrale della pista, erano sette, conteggiati da altrettante statue di delfini che ruotavano verso il basso a ogni giro, oppure da sette uova dorate che una dopo l'altra cadevano in una vasca. 

Il segnale della partenza dei cavalli dai carceres avveniva al segno di una bandiera bianca lasciata cadere dall'organizzatore delle corse. A quel segnale, si scatenava l'inferno nella pista e sugli spalti: la tifoseria era accanita, attaccatissima alla propria fazione della quale indossavano i colori con nastri e bandiere del medesimo colore, non solo perché i Romani nutrivano una passione viscerale per le corse, ma anche perché si scommettevano somme ingenti. I bookmaker già esistevano e la gente che si rovinava per le scommesse pure. I romani amavano il gioco d'azzardo, soprattutto nel gioco dei dadi e nei cavalli.




IL CAVALLO DA GUERRA

Il cavallo era un animale molto importante nelle guerre, dove la cavalleria aveva un ruolo notevole nell'ingranaggio perfetto degli assetti da combattimento. Il cavallo da guerra venne portato dagli indoeuropei che invasero in tempi molto arcaici la Grecia e poi tutto il Mediterraneo.

Famosa fu la competizione fra Atena, l'antica Grande Madre Greca e Poseidone, il nuovo Dio dei navigatori indoeuropei. Atena per essere dedicata nel Partenone offrì ai cittadini l'ulivo e Poseidone il cavallo da guerra. Ciò conferma l'origine indoeuropea del cavallo da guerra.

Il cavallo di ottobre è l'unico esempio di sacrificio del cavallo in tutta la religione romana. Tipicamente, i Romani scarificavano animali che erano una componente normale della loro dieta. Vale a dire che come si uccide un'animale per nutrirsene in una festa, così agivano i romani, precedendo però l'uccisione con una cerimonia.

L'animale ucciso veniva mangiato e solo in casi rarissimi e di grande pericoli venivano interamente bruciati. Di solito si bruciavano alla divinità solo le interiora, parti di cui i romani non amavano nutrirsi. Ora il cavallo non era apprezzato come cibo, anzi era giudicato disgustoso, ma il significato del sacrificio era di dedicare al Dio non il cibo migliore ma l'animale più prezioso, il cavallo più prestante e veloce. In quanto immangiabile e in quanto costituisse un'offerta importante, il cavallo sacrificato veniva offerto in olocausto, cioè bruciato interamente.

Le corse delle bighe (carri a due cavalli) si svolgevano in Campo Marzio, l'area di Roma dedicata a Marte, tra le urla e le scommesse pecuniarie. I romani erano patiti per le scommesse, e avevano secondo la tradizione il Campo Marzio era stato consacrato dai loro antenati a Marte come pascolo per cavalli e terreno di allenamento equestre per i giovani, pertanto luogo di militari e di cavalli. Al termine delle corse, il cavallo di destra della biga della squadra vincente era trafitto mediante una lancia dal flamine marziale, e quindi sacrificato.

La coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della Regia. per alimentare il fuoco sacro di Roma. Seguiva una battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che volevano la testa equina per portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che la volevano per la Regia.




IL SACRIFICIO

La prima citazione del''October Equus si ha in Timeo (storico del III sec. a.c.), che collegava il sacrificio al Cavallo di Troia e alla rivendicazione dei Romani di discendere dai Troiani. mentre l'ultima si trova nel Calendario di Filocalo (354 d.c.), dove la festività era ancora celebrata, anche quando il Cristianesimo aveva già proibito ogni spettacolo circense e teatrale.

Festo (II sec.) descrive così la festa: "Il cavallo di ottobre è chiamato così dal sacrificio in onore di Marte che annualmente si effettua in Campo Marzio nel mese di ottobre. Esso è il cavallo di destra della squadra vincitrice nelle corse delle bighe. La consueta competizione per la sua testa tra i residenti della Suburra e quelli della Via Sacra non era un affare banale; la seconda l'avrebbe appesa alle pareti della Regia, o la prima alla Torre Mamilia. La sua coda era trasportata alla Regia in maniera sufficientemente rapida che il sangue che ne usciva poteva essere sgocciolato sul fuoco per farlo diventare parte del rito sacro"

Si trattava della Res Divina, cioè leggi al servizio degli Dei, riferite ai doveri religiosi dello stato e dei suoi magistrati per mantenere la benevolenza delle divinità verso l'Urbe. Ma il sacrificio del cavallo di ottobre risale sicuramente ad un'antica cerimonia indoeuropea.

Verrio Flacco (55 a.c. - 20 d.c.) informa che la testa del cavallo è adornata con del pane. Il Calendario di Filocalo annota che il 15 ottobre "il cavallo ha luogo presso le Nixae", un altare per le divinità della nascita (di nixi), secondo altri presso un non ben identificato cippo chiamato "Ciconiae Nixae". Comunque, sempre secondo Flacco, il rituale del cavallo era compiuto "ob frugum eventum", cioè come " ringraziamento per il buon raccolto" o "per un buon prossimo raccolto", visto che il frumento veniva seminato in autunno.




BONUS EVENTUS

L'Ob frugum eventum" era inoltra collegato al Bonus Eventus, cui fu dedicato un tempio nel Campo Marzio e che Varrone elenca come una delle dodici divinità rurali che presiedevano l'agricoltura, abbinato con Lympha, la Dea delle acque sorgive.

La funzione originaria del Bonus Eventus potrebbe essere stata solo agricola, ma
durante l'epoca imperiale, rappresentò un concetto più generale di successo e fortuna.

Bonus Eventus oltre al tempio nel Campo Marzio aveva una sua statua eretta sul Campidoglio, vicino al tempio di Giove Ottimo Massimo.
Epigrafi devozionali verso il Dio sono state reperite in diverse località, e pure nelle province. Infatti degli alti funzionari di Sirmio, in Pannonia, dedicarono un santuario di Bonus Eventus per il benessere degli altolocati membri del consiglio comunale.

Tuttavia con le continue battaglie in cui era ingaggiato l'esercito romano, la buona fortuna o il buon evento finì per essere, per i legionari, ma pure per tutti i romani, la vittoria romana.

BONUS EVENTUS INTAGLIATO NELLA PIETRA
Infatti il sacrificio del cavallo avveniva al tempo del ritorno dell'esercito e del suo reintegro nella società, motivo per il quale Verrio spiegava anche che un cavallo è indicato per la guerra, un bue per il lavoro.. I Romani non utilizzarono i cavalli come animali da tiro nell'attività agricola né in guerra per i carri (che erano trainati da muli), ma Polibio specifica che la vittima era un cavallo da guerra.

Properzio (47 - 15 a.c.) e Ovidio (I sec. a.c.) menzionano entrambi il cavallo come un ingrediente nella preparazione rituale chiamata suffimen o suffimentum, che le Vestali preparavano in occasione della lustratio dei pastori e delle loro pecore dei Parilia.

Properzio: "i riti di purificazione (lustratio) sono ora rinnovati per mezzo del cavallo smembrato" Ovidio specifica che il sangue del cavallo era utilizzato per il suffimen. Così come il sangue della coda era sgocciolato o sparso sul fuoco sacro di Roma in ottobre, anche il sangue o le ceneri del resto dell'animale potevano essere trattati e conservati per il suffimen, una preparazione utilizzata per la guarigione, la purificazione o l'allontanamento di influenze maligne.

I Romani non utilizzarono mai le bighe in guerra, anche se affrontarono nemici che li impiegavano, Il carro era parte della cultura militare romana principalmente come veicolo del generale trionfante, che si muoveva su un carro a quattro cavalli decorato, assolutamente non pratico e quindi inutilizzabile in guerra. 

Timeo, che interpretava il cavallo di ottobre alle origini troiane di Roma, è l'unica fonte che specifica che si utilizzava una lancia per il sacrificio. La lancia era un attributo di Marte ed era custodita nella Regia, la destinazione della coda del cavallo di ottobre.  Comunque diversi autori supposero che Il cavallo di ottobre commemorasse la data della caduta di Troia che, secondo alcuni calcoli, sarebbe avvenuta il 19 ottobre 1181 a..c.



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