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AUGUSTALIA ( 2-12 Ottobre )


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Le Feste Augustalia andavano dal 2 al 12 di ottobre di ogni anno, in onore di Augusto. Il 2 era il I giorno di festa dell'imperatore. Vennero stabilite a ricordo del ritorno trionfale dell'imperatore Augusto dall'Oriente il 12 ottobre del 19 a.c. Ebbero anche il nome di Ludi Divi Augusti et Fortunae Reducis. Li organizzava il praetor peregrinus. I Ludi, detti anche Augustales (Giochi di Boville) erano l'insieme delle celebrazioni volute da Tiberio per onorare la memoria del padre adottivo Augusto e celebrare la Gens Iulia.

Il luogo simbolico, in cui si officiavano le celebrazioni, era infatti la città di Bovillae, identificata con la frazione di Frattocchie del comune di Marino nei Castelli Romani, località alla quale era ascritta l'origine della Gens Iulia.

- 2 ottobre - Augustalia -
Era il I giorno di festa dell'imperatore. Ebbero anche il nome di "Ludi Divi Augusti et Fortunae Reducis" giochi pubblici di corse di carri, di cavalli, di gare di atleti, di danze e canti. Il I giorno comunque era la festa inaugurale aperta soprattutto dai sacerdoti che immolavano la vittima sacrificale per onorare gli Dei a cui venivano rivolte diverse preghiere a salvaguardia del popolo romano e del suo imperatore.

- 3 ottobre - Augustalia -
I giorni andavano dal 2 al 12 di ottobre in onore di Augusto. Era il II giorno di festa dell'imperatore. i politici e soprattutto gli oratori si mostravano alla folla e tenevano discorsi, i politici per venire eletti dal popolo a qualche carica e gli oratori per venire assunti in qualità di avvocati per difendere o accusare qualcuno, in questo caso mostravano le loro capacità oratorie per farsi pubblicità.

- 4 ottobre - Ieiunium Cereris - 
- ( o Mundus Cereris) in onore di Cerere.  Venne istituita nel 191 a.c. (566 a.u.c.) su indicazione dei Libri Sibillini. " Anno a.c. CXCI libri Sibylini iusserunt quinto quoque anno in honorem Cereris ieiunium fieri. Nemini eo die aliquid edere licebat. " In questo giorno s'interrompeva la festa dell'imperatore perchè non si poteva confondere il mondo dei vivi col mondo dei morti, quindi non si festeggiavano insieme i vivi e i morti, perchè si rischiava di creare passaggi proibiti con conseguenti sconfinamenti tra i due mondi creando una insanabile rottura degli equilibri.

- 4 ottobre - Augustalia -
- dal 2 al 12. in onore di Augusto, era il III giorno di festa dell'imperatore. Iniziavano le gare e le scommesse dei romani, Nei circhi passavano i venditori di focacce, di carne secca, di olive, di lupini (di cui i romani erano ghiotti), di datteri, di biscotti, e di bottiglie di birra.

I LUDI

- 5 ottobre - Mundus  Patens  -
- Uno dei tre giorni in cui era aperto il Mundus Cereris. Era la  seconda festa degli Dei inferi. Le feste delle Augustalia venivano sospese, come qualsiasi altra festa, ma i templi e la città rimanevano addobbati per la festa di Augusto, inoltre la città pullulava di stranieri e di bancarelle che vendevano di tutto, dal cibo agli scialli, alle borse e ai cappelli per il sole.

- 5 ottobre - Augustalia -
Era il IV giorno di festa dell'imperatore, in genere prima delle corse dei cavalli si esibivano danzatori e soprattutto danzatrici vestiti di veli e poco più tra i fischi e le ardite parole gridate ai giovani di entrambi i sessi. I romani non si vergognavano dei loro istinti omosessuali. 

- 6 ottobre - Dies Ater, Manibus Sacer -
Ancora un giorno triste, ma sacro, perchè sacro Ai Mani. Venivano offerti cibi ai morti che potevano mettesi in comunicazione coi vivi, magari mandando presagi. Le feste delle Augustalia venivano sospese, come qualsiasi altra festa, ma i templi e la città rimanevano addobbati per la festa di Augusto. I parenti si invitavano reciprocamente ai banchetti e nelle domus venivano lasciati aperti i cancelli perchè i vicini o altri potessero ammirare il sontuoso banchetto e le ricche portate, tanto che poi fu proibita tale ostentazione

- 7 - 8 - ottobre - Augustalia -
Era il V e il VI giorno di festa dell'imperatore; le gare, o Ludi, continuavano e la gente vi si recava anche per incontrare altra gente, tutti si riversavano nelle strade e nei circhi, chiacchierando e scambiandosi inviti, i romani lavoravano poco e metà dell'anno era vacanza, per cui si socializzava molto, nelle terme, per le strade ma soprattutto durante queste feste dedicate solo al divertimento.

- 9 ottobre -Templum Apollinis Palatini - 
- Era il VII giorno di festa dell'Imperatore, ma pure la Festa in onore di Apollo, ricorrenza della dedicatio del tempio di Apollo sul Palatinus avvenuta nel 28 a.c.. La costruzione del tempio era stata promessa dall'imperatore Augustus nel 36 a.c. durante la campagna contro Sextus Pompeius. 
Festeggiandosi la dedicatio si festeggiava pertanto anche il dedicante, cioè Augusto, nonchè il Dio Apollo che era la divinità prediletta di Augusto, la festa ben si accordava con gli Augustalia che si festeggiava in contemporanea. VIII giorno di festa dell'imperatore.


- 9 ottobre - Felicitas - 
Contemporaneamente alla Festa Templum Apollinis Palatini ricorreva anche la Festa in onore della Dea Felicità. Essendo la "Felicitas Augusta" la giusta conseguenza dei tempi di pace e prosperità portati dall'Imperatore Ottaviano, la sua festa si univa a quella della Felicitas che ne aumentava il gaudio. 

- 9 ottobre - Veneris Dies -
- Si celebrava la festa di Venere come apportatrice di fertilità e gioia. Ma non solo la Dea portava prosperità ma era anche la protettrice della Gen Iulia, la gens di Cesare e pertanto di Augusto e pertanto di Tiberio suo figlio adottivo e successore. Non a caso veniva anche aperto il Tempio di Venere e Roma con la statua del divo Cesare. 

- 10 ottobre - Augustalia -
Ancora gare di atleti e di cavalli in onore di Augusto, da cui il nome Augustalia. Era il IX giorno di festa per L'Imperatore, si stringevano nuove amicizie e nascevano nuovi amori, ma pure  incontri utilitaristici con persone influenti o con nuovi clienti da cui farsi votare. 
La gente sfoggia abiti e gioielli. Orazio non vede di buon occhio gli uomini che si fanno bordare d'oro la clamide o che indossino anelli d'oro, e Plinio, andando poi di moda le stoffe leggere, non poco si scandalizza perchè le donne appaiono nude tanto le stoffe sono trasparenti. Insomma la festa è una passerella per farsi ammirare e fare nuovi incontri.

- 11 ottobre - Meditrinalia - 
Festa in onore di Giove. E' una festa dedicata alla lavorazione del vino, non è mai citata una Dea che si chiami Meditrina. Tuttavia si tratta di una festa già in disuso ai tempi di Varrone e nominata poi di nuovo solo ai tempi della riforma di Augusto.
L'antica Dea era infatti Trina, tre Dee in una: la Dea che dà la vita, quella che nutre e quella che dà la morte. Il vino era legato al nutrimento per cui alla Dea centrale della divinità. Pertanto la Festa della Dea Tellus era stata trasformata in festa di Giove, ma sempre al nutrimento alludeva, anche se il vino più che un nutrimento è la consolazione dei mortali ai loro affanni. Era il X giorno di festa dell'imperatore.


-  11 ottobre - Vinalia - 
- Festa con degustazione del mosto. XI giorno di festa dell'imperatore, tutti assaggiano i nuovi vini e degustano i cibi. Le strade si riempiono di gente con non pochi avvinazzati ma gli schiavi fanno attenzione a che nessuno disturbi i propri padroni, ma siccome non tutti hanno gli schiavi scoppiano subbugli e ogni tanto compaiono i vigiles che rimettono a posto rudemente i disturbatori.

- 12 ottobre - Augustalia -
- dal 2 al 12. in onore di Augusto. Giorno di chiusura della festa dell'imperatore. Compaiono gli organizzatori della festa con canti e musica, si eseguono le premiazioni dei vincitori con denaro e ricchi doni. L'imperatore è comparso sul palco del circo per ricevere il plauso della folla che in questo caso non manca perchè la festa con spettacoli e gare è del tutto gratuita e dipende dal volere dell'imperatore. L'ultima invocazione la fanno i sacerdoti agli Dei perchè proteggano Roma e ne amplino il potere nel mondo. 
Al tramonto è tutto finito.


BIBLIO

- H.H. Scullard - Festivals and Ceremonies of the Roman Republic - London - Thames and Hudson - 1981 -
- Adriano La Regina - Circhi e ippodromi. Le corse dei cavalli nel mondo antico - Roma - Cosmopoli - 2007 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - II -
- W. Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans - London - Macmillan and Co. - 1899 -
- Columella - De re rustica -
- Plinio il Vecchio - De Naturalis Historia - XII-XIX libro -
- Storia naturale del vino - Ian Tattersall, Rob Desalle -



FONTINALIA (13 ottobre)


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FONTE ROMANA IN PORTOGALLO
Secondo Festo è il giorno sacro "alle fonti", mentre per Varrone è la festa del Dio Fons.  (Varr. Lat. 6, 22; Cic. Leg. 2, 22 . festa in onore di Fons, o festa delle sorgenti). La festa, detta Fontinalia, veniva celebrata in onore di Fons, chiamato anche Fontus, Dio delle sorgenti e delle fonti, figlio di Giano e della ninfa Giuturna, che aveva la podestà di far sgorgare l’acqua dalla roccia.


IL SANTUARIO

I luoghi di culto di Fons erano un altare posto presso la Tomba di Numa sul Gianicolo e un santuario, fuori dalla Porta Fontinale, eretto dal console Caio Papirio Masone nel 231 a.c. che sconfisse, nel nord della Corsica, i ribelli Corsi, con cui trattò raggiungendo un accordo di protettorato (una specie di colonia).

La Sardegna e Corsica diventarono così la seconda provincia romana (provincia = pro vinta, vinta per, terra vinta a vantaggio dei romani). Il generale era grato alla divinità perché il suo esercito, assetato, era stato salvato in Corsica dal miracoloso ritrovamento di una sorgente dopo aver invocato l'assistenza delle ninfe e del Dio Fons. Divenne pontifex e morì nel 213 a.c.


L'ALTARE

Il Dio Fons aveva un altare consacrato ai piedi del Gianicolo, non lontano dalla presunta tomba di Numa. E' evidente che alle origini si trattasse del culto di una Dea-ninfa, deputata allo sgorgare e al mantenimento delle fonti, che il culto romano ha in parte mantenuto e accresciuto, però mascolinizzandolo. del resto Roma, in via delle Botteghe oscure, si conservano ancora i resti del Tempio delle Ninfe.

Durante le Fontinalia, si adornavano le fonti, le sorgenti e le vere dei pozzi con fiori e ghirlande, di cui si cingeva lo stesso offerente, inoltre si offrivano al Dio vino, olio, erbe e focacce, insomma dei riti incruenti, il che conferma l'origine femminile del rito. 

FONTE ROMANA DI PONTELANDOLFO

LA FESTA

La festa prendeva inizio presso la porta Fontinalis delle Mura Serviane, probabilmente posta davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando la scalinata dell'Altare della Patria. In effetti le notizie storiche sulla Porta Fontinalis si limitano a due citazioni letterarie e tre iscrizioni e in nessun caso si hanno indicazioni che possano suggerire la sua reale posizione. 

L’unica traccia topografica la segnala nei pressi del Campidoglio, nelle mura serviane, verso il Campo Marzio, ad "Martis aram", ma l’esatta ubicazione di questo altare di Marte è piuttosto controversa.

In effetti sulla sinistra del Vittoriano (sul lato quindi di via del Teatro di Marcello), all’incirca in corrispondenza dell’odierno Museo del Risorgimento, si distinguono, inseriti nel selciato moderno, alcuni resti, in opera quadrata di tufo, di una struttura che alcuni identificano come uno stipite della porta.

Secondo molti la porta era ubicata sul lato esattamente opposto dell’Altare della Patria, quindi in corrispondenza dell’inizio di via dei Fori Imperiali, in un punto incerto tra l’inizio dell’antico clivo Argentario (la strada ancora esistente che scendeva dal Campidoglio), e i resti della tomba di Gaio Publicio Bibulo, tuttora visibili vicino alla fontana sulla sinistra di chi guarda l’Altare della Patria.

FONTE DI GIUTURNA (FONS IUTURNAE)
Gota Säflund, brillante studioso di archeologia, pensa possa trattarsi della stessa porta già chiamata Ratumena, un accesso alle fortificazioni precedenti all’invasione dei Galli del 390 a.c. e quindi preesistente alle mura serviane. Poiché in effetti le mura repubblicane in quel tratto coincidevano in parte con l’antica fortificazione innalzata intorno all’arce capitolina, l’ipotesi che la Fontinalis possa aver sostituito o magari addirittura possa identificarsi con la Ratumena, sembra probabile.

Christian Huelsen, altro studioso di archeologia, pone la Fontinalis all’inizio della via Flaminia, il cui antico tracciato partiva dall’angolo nord-est del Campidoglio (la zona, appunto, della tomba di C. Publicio Bibulo), per seguire l’intero rettilineo che oggi è via del Corso e riunirsi, oltre l’attuale Piazza del Popolo e il piazzale Flaminio, al tratto urbano della moderna via Flaminia.

Nel mito Fons era il dio delle fonti, figlio di Giano e della ninfa Giuturna nonché fratello di Tiberino, il Dio del fiume Tevere. Fons aveva un altare consacrato ai piedi del Gianicolo, non lontano dalla presunta tomba di Numa Pompilio. Ma la mentore e consigliera di Numa era la ninfa Egeria, anch'essa divinità delle fonti. 
Durante questa festività morì nel 54 l'imperatore Claudio.
La festa prevedeva una processione che procedeva dal Santuario presso la Porta Fontinalis dove venivano appesi rami e ghirlande e si snodava per le vie della città recando la statua lignea del Dio e adornando le varie fontane che incontrava, con suoni e danze. La gente si recava alla fonte del Dio Fons attingendone l'acqua che per l'occasione era stata benedetta e pertanto salutare e curativa.


BIBLIO

- U. Lugli - Miti velati. La mitologia romana come problema storiografico - ECIG - Genova - 1996 -
- D. Sabbatucci - La religione di Roma antica - Il Saggiatore - Milano - 1989 -
- Jorg Rupke - La religione dei Romani - Torino - Einaudi - 2004 -
- Carlo Prandi - Mito in Dizionario delle religioni - a cura di Giovanni Filoramo - Torino - Einaudi - 1993 -



MEDITRINALIA (11 ottobre)


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DA MEDITRINA A GIOVE

Abbiamo poche informazioni sulla Meditrinalia della prima religione romana, in quella più tarda era collegata a Giove come cerimonia importante nella Roma agricola. La Meditrinalia celebrava la fine della vendemmia ed era la festa dedicata alla lavorazione del vino.

Non è mai citata una Dea che si chiami Meditrina. Tuttavia si tratta di una festa già in disuso ai tempi di Varrone e nominata poi di nuovo solo ai tempi della riforma di Augusto.

Un tempo all'antica Dea si sacrificava la focaccia e il vino, ma per "sacrificare" s'intendeva all'epoca rendere sacro attraverso un rito o una preghiera, non significava bruciare la focaccia o versare il vino sull'altare, perchè sprecare il cibo non era ben visto dalla Dea. 

Tanto è vero che i fedeli si riunivano accanto a un fuoco, o a un altare e il sacerdote, in genere una sacerdotessa, distribuiva le focacce e diceva:
"Mangiate le focacce, esse sono il corpo della madre Terra."
Poi versava il vino e diceva:
"Bevete il vino, esso è il sangue della Madre Terra". 

Così tutti mangiavano, bevevano e ringraziavano la Dea Meditrina, cioè la Madre Terra che li nutriva. In effetti la farina era il prodotto della spiga impastato con l'acqua delle sorgenti e il vino era il prodotto dell'uva che era a sua volta il prodotto della terra.

Grazie a questo rito tutti si sentivano figli della Grande Madre che li nutriva, e pertanto fratelli. Poi venne il cattolicesimo che a sua volta impastò la farina con l'acqua facendone ostie, e poi offrì il vino, anzi dopo lo bevve solo il prete perchè costava meno.

Comunque offrirono le ostie dicendo che si trattava del corpo di Cristo e il vino era il sangue di Cristo, ma non ci si capì più niente, per cui dissero che si trattava di un mistero, il "Mistero della Transustanziazione", che significa il Mistero di un cambiamento di sostanze, e rimase ancora più oscuro.




IL SIGNIFICATO DEL NOME

Varrone riporta una formula antica, recitata durante la degustazione del vino nuovo: "Novus-vetus vinum libo; novo-veteri vino morbo medeor"
("Bevo vino nuovo-vecchio, curo con tale vino nuovo-vecchio la malattia").

- Da questa formula e dall'antico concetto del vino come medicina deriverebbe secondo alcuni il nome di Meditrinalia, dal latino mederi , "guarire".  Ma non è così, perchè andrebbe escluso il "trina", parola inequivocabile.
- La festa secondo altri potrebbe essere stata così chiamato dal termine medendum (mischiato), perché i romani iniziavano a bere vino nuovo, che mischiavano con il vecchio e che a loro avviso ritemprava il loro fisico. Ma anche qui si escluderebbe il "trina".
- Secondo altri ancora Meditrina non sarebbe stata una Dea romana ma solo un'invenzione tardo romana per spiegare l'origine di Meditrinalia. Il primo ad associare le Meditrinalia a una Dea fu il grammatico del II secolo Sesto Pompeo Festo, sulla base del quale è ritenuta da fonti moderne Dea romana della salute, della longevità e del vino, con significato di "guaritrice".

Varro [De Lingua Latina, 6.21] dice quanto segue in questo giorno:
"Dies Octobri Meditrinalia dictus est a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt: 'Novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor'."
"Il giorno dei Meditrinalia nel mese di ottobre è stato chiamato da 'mederi' (da guarire), come Flamen Martialis Flaccus soleva dire che in quel giorno era usanza fare una libagione di vino vecchio e nuovo e assaggiarlo in per essere guarito. Molti sono abituati a farlo anche adesso quando dicono: "Vino nuovo e vecchio bevo, di malattia nuovo e vecchio sono guarito" ".

Il vino novello veniva mescolato con il mosto bollito dell'anno precedente (il vin cotto), ed era un modo per preservarlo (Columella 12; Pall. Agric. 11, 14 e 17-19; [1. 916-919]). La miscelazione del vino comunque non solo doveva preservare le sue qualità, ma la libagione di una miscela di vino nuovo con quella dell'anno precedente era vista come un presagio per il futuro.




LA DEA TRINA

    In realtà Meditrina era un aspetto dell'antica Dea e significava colei che sta nel mezzo della divinità Trina. L'antica Dea era infatti Trina, tre Dee in una: la Dea che dà la vita, quella che nutre e quella che dà la morte. Il vino era legato al nutrimento per cui alla Dea centrale della divinità. Pertanto la Festa della antica Dea Tellus era stata trasformata in festa di Giove.

    Qual'era la malattia che veniva curata col vino? Le sofferenze della vita, la sofferenza del vivere. Bevendo il vino si dimenticano gli affanni, questo era il regalo della Dea agli uomini. Bere il vino nuovo insieme al vecchio era unire affanni passati e affanni presenti, curandosi di entrambi.

    La divinità onorata oggi è invece Iuppiter (basata sui Fasti Amiternini), onorata anche nella Vinalia del 23 aprile. La festa prevedeva la degustazione e la libagione del mosto fresco.

    E che c'entrava Giove col cibo e col vino per lenire gli affanni? Nulla ma avendo perduto il ricordo dell'antica Dea preferirono dedicare la festa al nuovo Padre, che sembrava più potente dell'antica Madre.



    LA CERIMONIA

    Mentre l'antica Dea non richiedeva sacrifici di animali, il culto di Giove richiedeva il sacrificio di un toro o di un bue, in genere bianco. All'uccisione rituale seguiva lo smembramento dell'animale, con le interiora che venivano bruciate sull'ara ai piedi del tempio e con il resto della carne fatto a pezzi e diviso tra i presenti, sacerdoti e personalità, ma la parte maggiore veniva distribuita al popolo. Seguiva poi la distribuzione del vino, popolo compreso, a cui seguivano danze e balli per le strade.

    Ma la cerimonia più suggestiva era nelle campagne, dove si ornavano le erme dei campi con ghirlande di fiori e grappoli d'uva, poi veniva fatta una preghiera e si apparecchiava all'aperto con focacce, vino olive e formaggio, e tutti bevevano e facevano brindisi augurali, prima a Giove e agli altri Dei, poi ai padroni e agli invitati.

    La festa, per lo più campagnola, si protraeva fino al tramonto, quando la gente, piuttosto alticcia per il bere e stanca di ballare e cantare. se ne andava a letto tranquilla.


    BIBLIO

    - George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -
    - W. Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans - London - Macmillan and Co. -1899 -
    - H.H. Scullard - Festivals and Ceremonies of the Roman Republic - London - Thames and Hudson - 1981 -
     - Plutarco - Vita di Romolo - 29, 2-11 -



    FORTUNA REDUCE (3 - 12 Ottobre)


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    FORTUNA REDUX II SEC
    Fortuna Reduce era la Dea Fortuna che fa tornare i soldati in patria sani e salvi. Festa celebrata dal 3 al 12 Ottobre ed il 15 Dicembre in onore appunto della Fortuna Redux, la divinità che proteggeva i combattenti e li faceva tornare a casa salvi ma soprattutto vittoriosi, perchè compito di un milite romano era vincere o morire, mai farsi catturare, perchè costituiva un'onta imperdonabile.

    Fortuna Redux era una delle varie forme della Dea Fortuna che proteggeva un ritorno, come ad esempio da un viaggio lungo o pericoloso, o da una lunga assenza, o da un'avventura inquietante o da una battaglia. Pertanto particolarmente cara ai militari e ai loro familiari.

    I suoi attributi erano la tipica cornucopia della Fortuna e, per la sua funzione specifica, un timone o un remo di virata, talvolta in congiunzione con un globo, con allusione ai viaggi del mare, rischiosi per l'epoca.

    AUGUSTO E L'ARA DELLA FORTUNA REDUX

    AUGUSTO

    Nel 19 a.c. Augusto aveva concluso un trattato con i Parti che gli consentì di portare i regni che si trovavano ad ovest dell’Eufrate sotto il controllo di Roma come la Giudea, oltre a rafforzare i rapporti con altri stati già clienti come la Cilicia, la Commagene, la Nabatea, l’Itturea ed Emesa.

    Ora il senato amava molto Augusto che, al contrario di Cesare, che odiava cordialmente i senatori, aveva un grande rispetto per l'istituzione. Cesare, che seppur nobile odiava gli aristocratici per la loro arroganza, aveva subissato il senato di plebei fino a raggiungere il numero di ben 900 senatori. Forse Cesare si sentiva soprattutto Gaio Mario, lo zio eroe e plebeo e quindi più propenso ai populares.

    Augusto invece si sentiva aristocratico, pur ammirando intensamente il suo zio adottante, cioè Cesare, ma ridusse il numero dei senatori togliendo molti plebei, il che riuscì molto gradito agli optimates.

    Ma non era solo questo, Ottaviano non era un grande combattente ma era un grande diplomatico e sapeva farsi amare. Ora il trattato con i Parti era una vittoria della pax augusta, una vittoria diplomatica e politica, che aveva aumentato l'impero senza il costo di vite romane, insomma una vittoria conseguita senza spargimento di sangue e senza costi per lo stato, un vero successo.

    Quando il Senato venne a sapere del trattato, decise di tributargli gli onori e fece costruire un altare fuori Porta Capena che fu denominato Ara Fortunae Reducis. Fu lo stesso Augusto ad inaugurare il 12 ottobre, quando arrivò a Roma, l’altare sacro; la dedicatio fu poi fatta il 15 dicembre e da allora il tempio è comparso in molte monete. Inoltre Il senato fece costruire nel 19 a.c. un tempio dedicato alla Fortuna Redux per commemorare il ritorno dell'imperatore Augustus dall'Oriente.

    Dunque il culto della Fortuna Redux fu introdotto nel panteon romano nel 19 a.c., istituendo per esso una nuova festività (feriae) il 12 ottobre, giorno che in origine celebrava appunto il rientro di Augusto incolume dall'Asia Minore appunto nel 19 a.c.. Da allora, la Fortuna Redux ricevette sacrifici annuali da parte del collegio dei pontefici e delle Vestali su un altare dedicato a lei (come già scritto), l'Ara Fortunae Reducis.

    Con la sola eccezione del tempio di Giove Ottimo Massimo, il tempio di Fortuna Redux è forse
    l'edificio sacro più rappresentato nei rilievi storici di età imperiale. Insieme alla Porta Triumphalis, il tempio contribuisce a localizzare la scena di cui illustra lo sfondo: il principio della pompa trionfale o la cerimonia, che a partire dal I sec. d.c. spesso sostituisce il trionfo con l' "adventus", ovvero l'ingresso solenne del Principe in città.

    Augusto era molto geloso dei trionfi dei suoi generali, sospettava che mettendosi in vista al popolo potessero essere troppo acclamati, montarsi la testa e attentare al suo trono, per cui prima dedicò ogni trionfo a se stesso col generale vittorioso in posizione subalterna, poi trasformò addirittura il trionfo in adventus.



    ARA FORTUNA REDUX

    Dunque slla Dea Fortuna Redux non solo fu dedicato un tempio ma anche un altare, nei pressi di Porta Capena, nella Regio I di Roma.

    FORTUNA REDUX II SEC.
    Ciò avvenne per volontà del Senato nel 19 a.c. in onore del ritorno di Augusto dall'oriente. Augusto entrò in città il 12 ottobre, nello stesso giorno l'altare fu inaugurato e il 15 dicembre del 19 a.c. venne dedicato e raffigurato poi su parecchie monete.

    Presso questo altare pontefici e Vestali celebravano gli Augustalia. L'altare, che non è giunto fino a noi grazie alle devastazioni vandaliche prima e cristiane poi, sorgeva probabilmente a fianco del Tempio di Onore e Virtù, vicino alla Porta Capena. 

    Dell’onore che il Senato gli tributò e dell’Ara racconta lo stesso Augusto nelle Res Gestae: "In onore del mio ritorno il senato consacrò l'Ara della Fortuna Reduce davanti ai templi di Onore e Virtù a Porta Capena; dispose che in essa i pontefici e le vestali ogni anno celebrassero un sacrificio nel giorno in cui ero ritornato in città dalla Siria, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e di Marco Vinicio, e denominò Augustalia quel giorno, dal mio cognome”.

    Dopo la morte di Augusto, la festività divenne nota con il nome di 'Augustalia' e fu uno sviluppo maggiore nel complesso delle prescrizioni religiose che coinvolgevano il culto imperiale.



    DOMIZIANO

    Un altro tempio venne consacrato dall'imperatore Domitianus nel 93 d.c. dopo la campagna contro i Germani. L'imperatore edificò un tempio alla Dea Fortuna Reduce a seguito della celebrazione di un trionfo al suo ritorno dalla Germania nel 93 d.c., probabilmente posta sulle pendici del Campidoglio, in posizione dominante sulla Porta Triumphalis, nel Foro Boario, tra i templi della Fortuna e della Mater Matuta.

    Il tempio è stato identificato con quello che compare in un pannello raffigurante una cerimonia di ritorno sull'arco di Marco Aurelio, dove è raffigurato con simboli della Fortuna sul podio e una struttura tetrastila e prostila di ordine corinzio. Esso potrebbe corrispondere al tempio tetrastilo che compare su un frammento della Forma Urbis, la pianta marmorea di Roma in età severiana. Le raffigurazioni su monete indicano che la statua di culto raffigurava la Dea in piedi e reggente il timone e la cornucopia, che erano i suoi attributi usuali.

    Il culto della Fortuna Redux era molto diffuso come divinità tutelare del ritorno sicuro dell'imperatore a Roma, quando egli se ne allontanava e, nel 211 d.c., una moneta raffigurante la Fortuna Redux commemorava il ritorno di Caracalla e Geta dalla Britannia, ma la Dea compare anche su monete coniate da Settimio Severo e Gallieno.

    Comunque la Dea era soprattutto pregata e onorata da ogni zona dell'Impero, come indicato dalle iscrizioni per il completamento di un voto (votum), in cui si esprime la gratitudine per un ritorno sicuro. Un'iscrizione da Glanum registra di un altare votivo dedicato da un militare veterano della Legio XXI Rapax alla Fortuna Redux unitamente alle divinità celtiche.

    FORTUNA REDUX

    LA FESTA

    Il nome Augustalia, dopo la morte di Augusto, indicò non sole le cerimonie religiose ma anche i "ludi divo Augusto et Fortunae Reducis", giochi in onore dell'imperatore divinizzato e della Dea che si svolgevano in un primo momento a partire dal 5 ottobre, quando divennero ufficiali nel 14 d.c., e, dopo la morte di Augusto, furono iscritte nei fasti e celebrate ogni anno dal 3 al 12 ottobre. Secondo qualcuno iniziarono il 2 ottobre.

    La parte iniziale della festa riguardava però la celebrazione solenne di un sacrificio nel tempio di Augusto sul Palatino, operato dai pontefici insieme alle vestali, quindi in una cerimonia molto articolata e importante. (Mommsen, RGDA 46‑47; CIL I p331‑332).

    Tuttavia i Ludi, per volere di Tiberio, si svolsero poi a Boville, tanto che sono conosciuti anche come Ludi di Boville, perché divennero anche celebrativi della gens Julia che era indicata come originaria appunto da Boville. La cittadina si trovava nell’ager romanus nella località conosciuta oggi come Frattocchie vicino a Marino, che già dal VI sec. a.c. era il primo centro abitato che si trovava dopo essere usciti da Roma. 

    Per le celebrazioni era stato anche istituito un collegio di sodales augustales, composto di 21 membri tutti appartenenti alla classe senatoria che erano incaricati di provvedere al culto della gens Julia, offrendo sacrifici nel Tempio dedicato ad Augusto alle pendici del Palatino, mentre il popolo romano partiva la mattina presto per giungere a Bouville onde partecipare ai Ludi che gli venivano offerti gratuitamente dai cittadini più importanti dell'Urbe.

    Qualcuno pensò che in effetti Tiberio volesse allontanare da sè la folla, con la speranza che i romani non avrebbero affrontato il viaggio, ma se così fosse, e non è improbabile che lo fosse, perchè il popolo non amava Tiberio e Tiberio non amava il popolo, il suo piano non riuscì, perchè mezza Roma si riversò a Bouville dove non ci circolava più.

    A Boville si svolgevano le corse dei carri per le quali fu costruito un circo molto grande, ben 337,50 metri in lunghezza per una larghezza di 68,60, e conteneva fino a 10.000 spettatori. Fortunatamente lo spettacolo durava 9 giorni per cui i romani potettero alternarsi sugli spalti. Al circo era affiancato il teatro e il sacrario dedicato alla Gens Iulia.

    Anche nelle provincie si celebravano gli Augustalia e ben presto partecipare agli Augustales, organizzando giochi e spettacoli per il popolo, consentiva di mettersi in vista andando a far parte di una sorta di aristocrazia delle provincie. Da lì alla carriera politica il passo era breve. In alcune città dell’Asia Minore ed a Napoli venivano celebrate secondo l’usanza greca come 'Sebastai', ovvero gare ginniche e musicali. 

    A Roma invece si correva con i cavalli e con le bighe e i romani urlavano e scommettevano. Nulla di più divertente. Infatti i Ludi Augustales furono celebrati almeno durante tutta la dinastia Giulio-Claudia, poiché un'iscrizione del 53 d.c. ricorda un tale Fuscus auriga della 'factio prasina' vincitore dei giochi bovillensi. .


    BIBLIO

    - Opere di Claudio Claudiano - a cura di Niccola Beregani - Venezia - 1716 -
    - D. Sabbatucci - La religione di Roma antica - Il Saggiatore - Milano - 1989 -
    - Jorg Rupke - La religione dei Romani - Torino - Einaudi - 2004 -
    - R. Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
    - Robert Maxwell Ogilvie - The Romans and their gods in the age of Augustus - 1970 -



    ISIA (28 ottobre - 3 novembre)


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    - Dea dalle molte facoltà,
    - onore del sesso femminile.
    - Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee,
    - nemica dell'odio,
    - Tu regni nel Sublime e nell'Infinito.
    - Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali.
    - Sei tu che, da sola, hai ritrovato tuo fratello, 

    - che hai ben governato la barca, 
    - e gli hai dato una sepoltura degna di lui.
    - Tu vuoi che le donne si uniscano agli uomini.
    - Sei tu la Signora della Terra
    - Tu hai reso il potere delle donne 
    - uguale a quello degli uomini.

    (Papiro di Ossirinco n.1380, 1. 214-216, del II secolo a.c.)

    Il culto isiaco aveva luogo nei templi, costruiti sul modello di quelli egiziani, e si divideva in:

    - giornaliero, che consisteva nella contemplazione del simulacro della Dea,
    - festivo, che aveva luogo il 5 marzo (navigium Isidis) quando si riapriva la navigazione;
    - il 12-14 novembre (Inventio Osiridis) specie di rappresentazione sacra in cui si ricordava:
    • l'uccisione del Dio ad opera di Set, 
    • la ricerca del suo corpo da parte di Iside (con i pianti per Osiride morto), 
    • sepoltura del cadavere e resurrezione di Osiride 
    • che va poi nel regno dei morti per risalire poi nel tempio. (ricorda qualcosa? Morì e fu sepolto, resuscitò da morte. scese all'inferno ecc.)
    Occorre però distinguere il culto pubblico di Iside da quello dei Sacri Misteri Isiaci, del tutto privato e riservato a pochi. pochi ma non pochissimi se a Firenze degli scavi hanno messo in luce un'epigrafe in cui si dichiara una specie di associazione segreta misterica isiaca, del resto il culto della Dea fu spesso bandito sul suolo italico, e l'associazione contava circa 500 membri, tra cui liberi, liberti e schiavi.

    L'iniziazione isiaca, narrata Apuleio nelle Metamorfosi (libro XI), consisteva in una cerimonia preceduta da un bagno di purificazione, digiuni, preghiere con la continua assistenza del sacerdote isiaco, ad imitazione della morte e risurrezione di Osiride, alla quale il candidato, identificato nel Dio, subiva come lui i riti della morte e della sepoltura, a cui seguiva una rinascita come Osiride risorto.

    Anche qui rimanda parecchio al Cristo risorto, ma nel mito della morte e resurrezione ricorreva spesso nei miti della Grande Madre, il cui figlio-vegetazione moriva in inverno (appunto al solstizio d'inverno) per rinascere in primavera (appunto nell'equinozio di primavera).

    Apuleio non può svelare i sacri misteri, se non che alla fine della sua iniziazione veniva vestito e adornato sopra un trono, come un nuovo Osiride-sole.

    Il culto isiaco ufficiale, che però nulla aveva a che fare con i Sacri Misteri, ebbe larghissima diffusione in tutto il bacino mediterraneo, portato dai commercianti e navigatori filosofi e studiosi alessandrini, dotati indubbiamente di una supremazia culturale che interessò tutto il mondo greco-romano.

    ISEO CAMPENSE A ROMA
    La Chiesa l'osteggiò non poco mettendo a fuoco la meravigliosa biblioteca alessandrina, la maggiore nel mondo, e facendo a pezzi il corpo della grande studiosa e filosofa Ipazia, rea di essere donna e di porsi con la sua cultura al disopra dei maschi. Secondo Luciano Canfora però la biblioteca di Alessandria era già andata distrutta durante la guerra che oppose Aureliano a Zenobia, regina di Palmira.

    I sacerdoti portavano una veste di lino bianca senza maniche annodata sotto le ascelle, dotati di sistro e secchiello per l'acqua lustrale. I Diaconi vi indossavano sopra una sopravveste bianca incrociata sul petto con il nodo sacro di Ankh; per le Diaconesse la sopravveste era rossastra. I Pastofori, sacerdoti di Serapide, oltre alla sopravveste indossavano un mantello nero.

    La suprema sacerdotessa di ogni tempio era una donna e portava un fiore di loto in fronte ed un ureo, vivo o di bronzo, attorno al braccio. I sacerdoti maschi avevano l'obbligo della testa rasata e anch'essi avevano un serpente di metallo avvolto attorno al braccio, caratteristica, questa, che distingueva tanto un sacerdote d'Iside che d'Esculapio.

    Le sacerdotesse della Dea vestivano solitamente in bianco. portavano lunghi capelli e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente imitando un po' le vestali, dedicavano talvolta la loro castità alla Dea Iside. Sull'Appia antica c'è un sarcofago con 4 effigi: sopra quella dei genitori, sotto quella della prima sacerdotessa di Iside, ma al suo fianco non ha una figura maschile, bensì l'umbone solare, il simbolo del maschile interiore ritrovato, dunque casta e senza marito, ma completa del suo maschile in sè stessa.

    RICOSTRUZIONE IDEALE TEMPIO DI ISIDE A ROMA
    Il regime alimentare impediva ai ministri del culto il vino, la carne di maiale e alcuni pesci; i sacerdoti dovevano condurre una vita casta e morigerata tanto che Tertulliano giunse a proporli come esempio ai Cristiani.

    La giornata di un sacerdote era piena. Il culto giornaliero era simile a quello praticato in Egitto, diviso in due uffici: il primo iniziava con l'apertura solenne del tempio (apertio templi) prima del levarsi del sole, il secondo cadeva sul far della sera. Seguiva poi il culto settimanale e quelli annuali:
    • Navigium Isidis - festa celebrata il 5 marzo in onore di Isis, Dea egiziana della vita e della resurrezione. Si celebrava il ritorno della primavera e la ripresa della navigazione.
    • Pelusia - Festa celebrata il 20 marzo in onore di Isis. Pelusium era una città alla foce orientale del Nilo.
    • Lychnapsia - Festa celebrata il 12 agosto in onore della Dea egiziana Isis, ossia Iside.
    • Isia - Festa che andava dal 28 ottobre al 3 novembre in onore di Isis, legata senz'altro al lato oscuro della Dea.
    ISIDE  - TEMPIO DI POMPEI

    LE ISIA (O ISIACHE)

    Erano le ultime feste dell'anno consacrate a Iside, che collegavano gli aspetti di vita e salvifici della Dea con i suoi aspetti inferi collegati alla morte. La Dea era collegata alla natura e ricordava agli uomini che anche loro erano parte di lei, come gli animali e le piante che lei governava.


    Iside-Hator

    La festa di Iside si protraeva al mese di novembre, ripercorrendo la festa più antica della Dea Hathor, la Dea precedente, anch'essa Grande madre e Dea Vacca, a cui il mese di novembre era dedicato, e sicuramente si collegava al rito delle divinità infere. In qualità di madre degli Dei e Grande Madre, Iside aveva infatti i tre aspetti della vita: nascita, crescita e morte.

    La crescita era sempre sotto la sua egida perchè era la Dea Iside-Natura che nutriva le sue creature con i prodotti della terra, pertanto con il suo corpo, come fa una madre attraverso il latte che dona al suo piccolo. Non a caso Iside veniva a volte raffigurata con le orecchie di mucca, simbolo dell'animale mansueto e donativo del suo latte.

    Durante le feste isiache, specie quelle dal 28 ottobre al 3 novembre, si svolgevano le processioni rituali, con le statue delle divinità portate nelle vie e nelle piazze e sacerdotesse e sacerdoti che cantavano le "aretologie" accompagnati da suonatori di flauti e strumenti a corde. Dietro si snodava il corteo del popolo che recava fiori e corone nei templi.

    Le "aretologie" erano una tipica espressione poetica letteraria greca nelle quali la divinità celebrava l'affermazione del proprio sé divino. Vennero in uso dal I sec. a.c. fino al III sec. d.c. (quando il cattolicesimo divenne obbligatoria e unica religione di stato) e venivano sia cantate che recitate nelle feste isiache.

    Gli inni più antichi (I sec. a.c.) sono stati ritrovati a Kymé in Asia Minore (attuale Turchia), copia di una stele più antica del tempio di Efesto (Ptah) a Menfi (III sec. a.c.) e nell'isola di Andros. Nell'inno di Kymé, la Dea parla in prima persona e si dichiara signora assoluta dell'universo:



    "Io sono Iside, regina di tutta la terra,
    lo sono stata allevata da Hermes
    e ho inventato assieme a Hermes la scrittura,
    la sacra e la profana.
    Io sono l'antica figlia di Kronos;
    Io sono la sposa e la sorella di Osiride; 
    Io sono quella che si manifesta nella stella del Cane; 
    Io ho separato la terra dal cielo; 
    lo ho indicato il cammino alle stelle; 
    lo ho segnato la via del sole e della luna."

    Negli ultimi tre giorni di novembre sembra che sia i sacerdoti che il popolo si togliessero le ghirlande e i festoni per adornarne i templi. La statua della Dea non solo veniva coperta di fiori ma pure di offerte votive, per il suo aspetto guaritore e soccorrevole, per cui spesso le si donavano gioielli in oro, argento e altri metalli. Insomma un po' come si faceva per la Madonna di Loreto o altre Madonne guaritrici o miracolistiche.

    Seguivano i banchetti augurali che si protraevano con le torce fino a notte fonda, con vini e cibi in quantità, per l'accettazione dell'eterno ciclo della vota e della morte di cui la grande Dea triforme era portatrice universale. .


    BIBLIO

    - Ermanno Arslan (a cura di) - Iside: il mito, il mistero, la magia - Milano - Electa - 1997 -
    - Laurent Bricault e Miguel John Versluys (a cura di) - Isis on the Nile: Egyptian Gods in Hellenistic and Roman Egypt - IV International Conference of Isis Studies - Liège - 2008 - Brill - 2010 -
    - Laurent Bricault e Miguel John Versluys (a cura di) - Power, Politics and the Cults of Isis - V International Conference of Isis Studies - Boulogne-sur-Mer - 2011 - Brill - 2014 -- Laurent Bricault - Atlas de la diffusion des cultes isiaques - Diffusion de Boccard - 2001 -
    - David Kennedy - L'Oriente - in Il mondo di Roma imperiale: la formazione - Bari - 1989 -



    ARMILUSTRIUM (19 Ottobre)


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    LA PURIFICAZIONE DELLE ARMI

    L'Armilustrium era un festività dell'antica Roma in onore di Marte, Dio della guerra, che veniva celebrata il 19 ottobre di ogni anno. Marte era un Dio molto venerato dai romani perchè considerato il padre di Romolo e Remo e un po' di tutti i soldati, non a caso i Romani, loro diretti discendenti, per sangue e culturalmente, vivevano di guerra ed in guerra.In questo giorno le armi dei soldati venivano recate per sottoporle a una purificazione rituale onde poi essere riposte per l'inverno, visto che di solito di inverno non si combatteva. La cerimonia della lustratio delle armi e armature si svolgeva sul colle Aventino, dove la tradizione dice sia stato sepolto il re Tito Tazio, correggente con Romolo.

    I cittadini-soldati svolgevano poi il rituale di ripresa delle armi in primavera, ma l'oggetto principale della festività erano le trombe, di qui anche il nome Tubilustrium da tubae, suonate magistralmente dai sacerdoti.

    L'ordine sacerdotale danzante dei Salii, dedicato a Marte, aveva parte rilevante nel cerimoniale. I Salii erano un antichissimo collegio sacerdotale romano (simile a quello dei Fratres Arvales o Arvali), che la tradizione vuole istituito dal re Numa Pompilio (esistevano già sacerdoti con funzioni simili in altre città, p.es. a Veio). Il nome dei Salii deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre.

    MONETA CON ANTONINO PIO SU UN LATO E GLI ANCILIA SULL'ALTRO


    I SALII

    L'ordine sacerdotale danzante dei Salii, dedicato a Marte, aveva parte rilevante nel cerimoniale della festa. I Salii erano un antichissimo collegio sacerdotale romano (simile a quello dei Fratres Arvales o Arvali), che la tradizione vuole istituito dal re Numa Pompilio (esistevano già sacerdoti con funzioni simili in altre città, p.es. a Veio). Il nome dei Salii deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre.

    I Salii risiedevano nella Curia Saliorum, ed erano distinti in due collegi di dodici sacerdoti ciascuno: i Salii Palatini, istituiti da Numa Pompilio e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Ramnes) ed i Salii Quirinales, o Collini, o Agonali, istituiti da Tullo Ostilio dopo la vittoria sui Sabini, e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Tities), indice di un'origine risalente agli inizi della monarchia, quando il Palatino era ancora separato dagli altri colli, ed erano consacrati al Dio Quirino.

    I Salii erano uno dei collegi sacerdotali più ragguardevoli nell'antica Roma e avevano il compito di aprire e chiudere ogni anno il tempo che poteva essere dedicato alla guerra (per gli antichi romani il periodo per le guerre andava da marzo ad ottobre per ovvie ragioni di approvvigionamento delle truppe).

    I Salii vestivano un elegante costume che ricordava quello di antichi guerrieri composto da una tunica bordata di rosso ed affibbiata alla spalla (la trabea), cinta da una cintura di bronzo a cui era agganciata una spada. Sopra la tunica indossavano una pettorina corazzata in bronzo ed un mantello, indossavano inoltre lo stesso copricapo dei sacerdoti Flamini, l'Apex (un caschetto dotato di una punta di legno d'ulivo all'apice e fissato sotto il mento con delle stringhe, le apicule). Nell’Ara Pacis, fregio lato ovest, si notano sacerdoti Flamini che indossano l'Apex, copricapo con punta lignea, indossato anche dai Salii.


    DANZA DEI SALII

    I SALII PALATINI

    I Salii Palatini erano dodici sacerdoti consacrati a Marte ed erano uomini prestanti, di bell'aspetto e relativamente giovani, cooptati tra i membri delle più nobili famiglie (anche in epoca più tardiva), che custodivano i dodici scudi sacri tra i quali si nascondeva l'Ancile (scudo ovale tagliato sui due lati), lo scudo consegnato da Marte Gradivo a Numa Pompilio (nell'ottavo anno del regno del re, durante un'epidemia di peste) come pegno dell'eterna salvezza ed invincibilità di Roma.

    Come suggerito al re dalla ninfa Egeria, Numa incaricò il fabbro Mamurio Veturio (della gens Veturia) di forgiare altri 11 scudi identici all'Ancile, così che fosse impossibile ai nemici di Roma sottrarre quello autentico, ed ordinò che fossero riposti nella Reggia e conservati dal sacerdote Flamine Diale ed affidati, per i riti sacri, al nuovo collegio sacerdotale dei Salii Palatini.

    I Salii erano presieduti da un Magister, al quale si affiancavano il Praesul, che dirigeva le danze mostrando i passi e le figure della danza amptrurare agli altri sacerdoti che dovevano poi ripeterle (reamptrurare), ed il Vates, il direttore del coro.

    Nell'edificio si conservavano inoltre la statua di Marte, gli strumenti del culto per i sacerdoti salii, preposti appunto alla cerimonia, cioè le armi per uccidere le vittime, nonchè le vesti dei sacerdoti, i contenitori, il necessario per il fuoco, i bracieri e i simboli della cerimonia.

    Ma più importante ancora vi si conservavano le armi nelle sale apposite, vigilate e mantenute sempre dai sacerdoti addetti. (Varro, LL V.153; VI.22; Liv. XXVII.37.4; Fest. 19; Not. Reg. XIII; CIL I2 p333; HJ 161‑2; Merlin, 313‑315).

    LA PROCESSIONE DEGLI ANCILIA


    I TEMPI DELLA GUERRA

    Questo tempo di passaggio tra marzo e ottobre aveva un'importanza fondamentale per il cittadino romano, ad un tempo civis (cittadino) e miles (soldato). Il periodo bellico veniva inaugurato nel mese di Marzo, con una serie di festività. Con il mese di Marzo infatti, il cittadino romano diveniva miles e passava sotto la giurisdizione militare e la tutela del Dio Marte e le manifestazioni dei Salii Palatini segnavano questo passaggio.

    Nel mese di Ottobre il cittadino romano tornava, come civis, ad occuparsi delle attività produttive sotto la tutela del Dio Quirino e i riti guidati dai Salii Quirinales segnavano questo momento purificando uomini, armi ed animali che avevano partecipato ad attività belliche.

    DANZA DEI SALII


    LA CERIMONIA

    Nella festa i Salii Palatini sfilavano iniziando dal palazzo dell'Armilustrium nel cui piazzale si svolgeva poi la danza dei sacerdoti Salii, e qui avveniva il sacrificio all'invocazione: "Mars nos protegat" e poi si snodava la processione nel vicus Armilustri (CIL VI.802, 975, 31069; Bull. d. Inst. 1870, 88) che evidentemente passava qui, seguendo la linea della moderna Via di S. Sabina.

    Danzando e cantando i sacerdoti portavano in processione i dodici scudi sacri (gli ancilia, che rappresentavano l'autorità giuridica) e le dodici lance di Marte (le hastae Martiae, che rappresentavano l'autorità militare) intonando, (senza accompagnamento musicale, ma battendo il ritmo con dei bastoncelli sugli scudi) canti particolari in latino arcaico (in epoca tardiva gli stessi sacerdoti non comprendevano più completamente il significato delle canzoni!), nel quale si invocava su Roma la protezione degli Dei, i Carmina Saliaria. Tali canti venivano chiamati assamenta o axamenta forse perché cantati solo con la voce (assa voce).

    I Salii percorrevano la città cantando e ballando e toccando con le lance e gli scudi alcuni luoghi particolari allo scopo di risvegliare lo spirito guerriero di Roma e dovevano davvero fare un gran rumore cantando e saltando con l'armatura addosso e percuotendo gli scudi. Essendo una danza in tre tempi aveva anche il nome di tripudium.

    Alla sera, al termine della festa, gli scudi e le lance venivano riposti nella Regia e riaffidati al sacerdote Flamine e nel tempio di Marte i sacerdoti Salii consumavano un abbondante e raffinato banchetto, divenuto proverbiale.

    Ma questa festa prevedeva anche un banchetto pubblico infatti si operava l'uccisione di molti animali che venivano poi cucinati all'interno dell'armilustrium per essere poi portati di nuovo all'esterno onde essere consumati nel pubblico banchetto a cui partecipava tutto il popolo. Si diceva dei militari che "sanguinem gustare antea frequenter solebant" cioè che avessero procurato sangue ai nemici prima, per gustare il sapore del sangue (dei sacrifici) dopo.

    Questo banchetto si svolgeva nel vasto piazzale ponendo tavole sugli appositi cavalletti dove venivano poggiati i grandi piatti da portata da cui tutti potevano attingere, naturalmente accompagnato da vino abbondante. La gente all'impiedi poteva prelevare il cibo con le mani ma senza piatti, con delle ciotole d'acqua dove però si potevano lavare le dita, che venivano spesso vuotate e riempite di nuovo con acqua fresca. La cerimonia si protraeva fino al tramonto tra l'andirivieni della gente e quello degli schiavi per portare dentro e fuori i piatti, per pulire le mense e per cucinare.

    Al banchetto partecipavano all'interno i sacerdoti e i notabili di Roma, vista l'importanza della festa, e all'esterno soprattutto i legionari dell'esercito romano, senza il quale Roma non poteva mantenere e accrescere il suo potere come aveva sempre fatto. Ma infine vi poteva partecipare il popolo del quartiere con grande chiasso e allegria.


    BIBLIO

    - Sesto Pompeo Festo - De verborum significatu -
    - Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
    - William Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic  - Londra - 1908 -
    - John Scheid - La religione a Roma - Roma-Bari - 1983 -
    - George Dumezil - La religione romana arcaica (La religion romaine archaïque, avec un'appendice sur la religion des Étrusques - Parigi - Payot - 1964) - Milano - Rizzoli - 1977 -



    FIDES ET HONOR (1 Ottobre)


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    DEA FIDES

    Iam Fides et Pax et Honor Pudorque
    priscus et neglecta redire Virtus
    audet apparetque beata pleno
    cornu.

    (Orazio - Carme secolare)

    Il primo di ottobre si festeggiava Fides, Dea della lealtà e fedeltà, che aveva un tempio sul Campidoglio e il Dio Honor, dell'Onore in battaglia.

    Nell'immagine: Denario dell'imperatore romano Eliogabalo (218-222), raffigurante al rovescio la Dea Fides tra due stendardi dell'esercito romano e la legenda FIDES EXERCITVS, "lealtà dell'esercito."

    Conosciuta come Fides Publica e Fides Publica Populi Romani è la più antica virtù in veste di Dea onorata a Roma. Fides era la Dea romana della lealtà e della fedeltà, soprattutto del cittadino, civile o militare, verso Roma come suolo patrio e al suo ordinamento, sia gerarchico che legislativo. I giuramenti presi nel nome di questa Dea erano considerati i più inviolabili tra tutti.

    Della Dea si hanno le prime notizie nel III secolo a.c. quando le viene dedicato un tempio sul Campidoglio dal console Aulo Atilio Calatino, un politico e generale romano che dopo il disastro della battaglia di Trapani venne eletto dittatore e guidò un esercito in Sicilia. Forse in questa occasione votò, e fece erigere un tempio alla Speranza nel Foro Olitorio e uno alla Fede sul Campidoglio.

    Si suppone però che il tempio fosse ricostruito su un più antico santuario dedicato alla Dea medesima, e il fatto che fronteggiasse il tempio di Giove fa ritenere che il suo culto fosse più arcaico oltre che importantissimo.

    Tra gli antichi la fedeltà veniva di solito rappresentata da due mani congiunte o da due figure umane che si tenevano l’un l’altra per la mano destra. Orazio dice che la Fedeltà incorruttibile è sorella di Giustizia, mentre per Cicerone i due concetti sono identici.

    Secondo la tradizione il suo culto fu stabilito dal re Numa Pompilio, il secondo re di Roma.
    Nel suo tempio sul Campidoglio venivano custoditi i trattati stipulati dal Senato romano con i regni stranieri in modo che la Dea potesse proteggerli, ma soprattutto dava un senso di sacralità ai contratti stipulati da Roma, nel rispettarli e nel farli rispettare.
    Nel tempio, eretto in area Capitolina, sulla sommità del colle,  c'era la statua di culto della Dea, in piedi, un colosso di sei metri circa di altezza, Fides era la Dea della mano destra, e di tutto ciò che era connesso alla gestualità e le azioni di questa mano.

    ELIOGABALO E SUL RETRO LA DEA FIDES
    Honos era un Dio particolarmente adorato dai soldati, considerato il Dio dell'onore militare e della moralità. Spesso era accompagnato alla Dea Virtus, identificata con lealtà e coraggio e in genere era raffigurato come un giovane guerriero, nudo o togato, che porta una lancia o un ramo d'ulivo ed una cornucopia. Il culto fiorì particolarmente nella Roma repubblicana, dove erano presenti almeno due tempi dedicati ad Honos; il primo sulla via Appia, subito dopo porta Capena, il secondo accanto a quello di Fides.

    Per la Dea Fides non venivano compiuti sacrifici di animali, e nessun sangue era versato. I sacerdoti celebranti erano vestiti in bianco, e venivano condotti in pompa magna, su carri, al luogo del sacrificio, con l’intero corpo e le mani avvolte negli ampi mantelli.

    I sacerdoti addetti al suo culto, erano due flamini, vi si recavano su di un carro coperto, tirato da due cavalli, con le mani coperte da un panno bianco che copriva anche le dita, come simbolo della custodia della fede. Era un momento di straordinaria unità del popolo romano e di esso con i suoi Dei: tutti erano assolutamente certi che ognuno stesse svolgendo la sua funzione nel miglior modo possibile.

    DIO HONOS NEL NUMMO
    DI MARCO AURELIO
    "COLLEZIONE SANTACROCE.  Girolamo Santacroce, marito di Ortensia Mattei, aveva in casa, secondo il racconto del Knibbio Berlin. A. 61, e. f. 20 « un centauro di mezzo rilievo, e questo simulacro della Fede col suo medius fidius (in fede mia)». Vi era pure l' iscriz. Kircheriana dell'Amor, Honor, Veritas, e un frammento di Cariatide di mezzo rilievo."

    (R. LANCIANI - Storia degli scavi di Roma)

    Il Dio Honos rappresentava soprattutto l'onore in battaglia, e per i romani era tutto. Il giovane romano quando andava in guerra per la prima volta sognava di battersi con onore per il prestigio della sua famiglia e della sua gens, cosicchè i suoi genitori e i suoi parenti tutti fossero fieri di lui.

    Il nome della gens era tutto per il nobile romano, ma anche per gli audaci plebei, che potevano anch'essi distinguersi e fare carriera fino a diventare generali. Anche il nome della legione era importante, una legione che aveva acquisito benemerenze in battaglia era onorata da tutti.

    Insomma chi si era distinto nell'onore a Roma veniva ringraziato e onorato da tutti. I negozianti gli facevano omaggi, la gente lo fermava per strada, lo favoriva negli inviti e nei regali. I suoi familiari venivano più rispettati grazie a lui. A Roma l'onore era tutto.

    Pertanto la Fede era il buon comportamento nel mondo civile e l'Onore era il buon comportamento in battaglia. Pertanto questa festa raccoglieva in sè i principali doveri e virtù dei romani. La festa iniziava dai due templi dedicati a Fides e ad Honos, ambedue sul Campidoglio coi sacerdoti di ambedue le divinità che compivano sacrifici animali per Honos ed incruenti per Fides.

    Il popolo partecipava ma soprattutto i legionari che pregavano per le onorificenze da mostrare alla famiglia e al pubblico, infatti insieme ai sacerdoti, in file successive, sfilavano i militi con le falere e le onorificenze ottenute sul campo di battaglia. Dietro le famiglie di cotanti eroi che agitavano rami di alloro per i vivi e di mirto per i soldati caduti.

    La festa terminava con un lauto banchetto intorno ai due templi dove si cucinavano le carni arrostite degli animali sacrificati, innaffiati come al solito di abbondante vino annacquato.


    BIBLIO

    - Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -
    - William Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic  - Londra - 1908 -
    - John F. Donahue - "Towards a Typology of Roman Public Feasting" in Roman Dining: A Special Issue of American Journal of Philology  - University Press - 2005 -
    - Jacqueline Champeaux - La religione dei romani - A cura di N. Salomon - Editore Il Mulino - Traduzione G. Zattoni Nesi - 2002 -
    - Eric Orlin - Temples, Religion, and Politics in the Roman Republic - Brill - Dea Store -
    - Quinto Fabio Pittore - Annales -
    - Georg Wissowa - Religion und Kults der Römer - 2 - Aufl. - 1912 -


    OCTOBER EQUUS (15 Ottobre)


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    LA CORSA DELLE BIGHE

    Marte era un Dio importantissimo per i romani che veniva ripetutamente festeggiato per ingraziarselo nelle guerre attuali e future.


    LE FESTE DI MARTE

    Era una festa importantissima e famosa ovunque, un po' come il nostro Palio di Siena. La festa era dedicata al cavallo di ottobre, l' October Equus, in cui l'animale vincitore veniva sacrificato in onore di Marte, e si celebrava il 15 ottobre, in coincidenza con la fine della stagione agricola e delle attività militari, in modo che potessero partecipare sia i contadini che i soldati.

    Il 27 febbraio e il 14 marzo erano le altre festività che organizzavano le corse di cavalli in onore di Marte; le Equirria, dove però i cavalli non erano sacrificati. Gli Equirria erano parte di una serie di festività che scandivano alcuni momenti di passaggio dell'anno che si dice che segnassero il passaggio da o alla stagione militare, in realtà davano modo al popolo e ai militari di festeggiare eventuali vittorie conseguite in battaglia.

    Le imprese vincenti esaltavano il popolo dandogli da un lato la sicurezza dalle invasioni barbariche, e dall'altro l'orgoglio di sentirsi superiori agli altri popoli, e sotto un profilo giuridico e civile di certo lo erano.



    OCTOBER EQUUS

    Si svolgeva a Roma e accorreva alla festa anche la gente del suolo italico e pure oltre, perchè anche i giorni precedenti la festa c'era un rimestio di bancarelle, mercati, esibizioni, spettacoli e cibo cucinato per strada. 

    Il cavallo di ottobre è l'unico esempio di sacrificio del cavallo in tutta la religione romana, che di solito li tenevano in grande considerazione. I generali e gli alti gradi avevano in genere cavalli a cui erano molto affezionati, per non parlare degli equites, che diventavano tutt'uno con i loro animali, e si facevano riprodurre con questi nelle tombe, tanto che i romani avevano anche accolto divinità stranere come Epona, Dea dei cavalli, dove potevano onorare degnamente le loro cavalcature.

    Le gare dell'October Equus si svolgevano con dei carri a due cavalli (bigae), nell'area del Campo Marzio, una zona di circa 2 kmq, consacrato dai loro antenati a Marte come pascolo per cavalli e terreno di allenamento equestre per i giovani onde prepararsi alla guerra, ma dove spesso si esercitavano i legionari al combattimento, perchè i romani erano l'unico popolo che anche in tempo di pace si esercitava tutto l'anno alla guerra.



    LE CERIMONIE

    - Le Equirria si tenevano il 27 febbraio con riti di purificazione dell'esercito e corse di cavalli nel Campo Marzio.
    - Le Feriae Martis si tenevano il 1 marzo, celebrate inseme alle Matronalia. e proseguivano fino al 24 marzo con le processioni dei sacerdoti salii Palatini.
    - Le Equirria venivano ripetute il 14 marzo con riti di purificazione dell'esercito e corse di cavalli nel Campo Marzio.
    - Le QuinquatrusIl si tenevano il 19 marzo con la ripulitura degli scudi.
    - la Martiale Agonium si teneva il 17 marzo
    - Il Tubilustrium, si teneva l 23 marzo dedicato alla purificazione delle trombe.
    - Il 24 marzo gli ancilia venivano riposti nel sacrario della Regia.
    - L'October Equus si teneva 15 Ottobre (idi di ottobre) si teneva alle idi di ottobre, con la corsa di bighe e il sacrificio a Marte del cavallo di destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine marziale. 
    - Il 19 ottobre si teneva l'Armilustrium, dedicato alla purificazione delle armi e alla loro conservazione per l'inverno.

    MOSAICO ROMANO DELLA PRIMA META' DEL III SECOLO


    CESARE E L' OCTOBER EQUUS

    Nell'antica religione romana, il cavallo di ottobre (October Equus) era una vasta cerimonia basata sul sacrificio equino in onore di Marte, che si celebrava il 15 ottobre, in coincidenza con la fine delle attività militari.

    Tale cerimonia era così importante che nel 242 a.c. il flamine Marziale Aulo Postumio Albino, nominato console, avrebbe voluto partire per l'Africa per guidare la guerra, ma il pontefice massimo Lucio Cecilio Metello gli impedì di partire per non dover trascurare i suoi impegni religiosi.

    Alla cerimonia presenziava dunque il Flamine Marziale, infatti Cassio Dione narra di un'esecuzione voluta da Giulio Cesare per i due capi di un ammutinamento, eseguita dai pontefici e dal "sacerdote di Marte" sul modello di una cerimonia religiosa, in Campo Marzio, e le loro teste furono appese vicino alla Regia. 

    Sostituendo il cavallo con i due condannati, si ha un rito simile all'Equus October, in cui è la testa del cavallo vincitore della corsa ad essere appesa vicino alla Regia, il che dimostra che il flamine Marziale dovesse officiare i riti dell'Equus October.

    Pensare però che Cesare avesse voluto farne un sacrificio umano, come alcuni autori hanno insinuato, è assurdo e insensato. Consideriamo che Cesare, appena preso servizio di generale in Gallia, aveva fatto raddoppiare lo stipendio ai soldati, tanto che fino a Diocleziano tale stipendio non fu più innalzato.

    Ora i soldati si erano ammutinati proprio perchè volevano un aumento di stipendio, per cui la risposta di Cesare fu terribile ma contemporaneamente mite. Avrebbe potuto ucciderne molti o licenziarne molti (l'ammutinamento comportava la morte), invece si limitò ai due più facinorosi, ma per rendere più minacciosa la sua repressione fece esporre i loro capi al palo dell'October Equus, che tutti vedessero e capissero che lui non scherzava.

    Questo perchè i romani adoravano le corse e accorrevano da ogni parte, ma soprattutto tutti i militari senza eccezioni partecipavano a questa festa, che era la loro festa, e avrebbero avuto negli occhi, volenti o nolenti, per tutta la durata delle corse, le teste dei due decapitati appesi al palo. Di sicuro non l'avrebbero mai dimenticato.


    OCTOBER EQUUS


    LA CORSA DELLE BIGHE

    I romani impazzivano per le corse dei cavalli. Gli aurighi delle bighe erano equipaggiati con un elmo che faceva da casco, una protezione per il torace, una frusta e un coltello. Le loro vetture erano agili e leggere, in legno dolce decorato e tinteggiato, trainate da velocissimi cavalli, che si sfidavano in una gara senza esclusione di colpi, sia per il cavallo che per l'auriga avversari. 

    Si tentava di spaventare l'altro cavallo o di colpire l'altro auriga, o di mandare la biga avversaria contro i parapetti del circo o addosso ad un altro carro. Gli incidenti non erano affatto inusuali, per cui agli auriga era richiesta grande abilità, e pertanto erano pagatissimi e idolatrati.

    Gareggiavano quattro squadre, contraddistinte da altrettanti colori, verde, azzurro, bianco e rosso, e ognuna era gestita da un ricco dominus, che assicurava, pagandolo di tasca sua, un tim perfetto di organizzazione dello spettacolo. Lo faceva per farsi eleggere alle elezioni se aveva ambizioni politiche, oppure per guadagnarci come allibratore, o per mettersi in luce con l'imperatore e ottenerne benefici in cambio.

    L'organizzazione doveva pertanto essere, ed era, perfetta. Oltre che dagli aurighi e dai cavalli, ognuna delle factiones era infatti composta da un team di allenatori, veterinari, medici, massaggiatori, sarti e palafrenieri. La corsa era preceduta da uno spettacolo e ne costituiva solo la parte finale, la più eccitante. Infatti la gara durava poco ma la cerimonia era invece lunga ed era preceduta da cortei, la cosiddetta pompa circensis, durante la quale sfilavano danzatori, suonatori, acrobati e animali esotici che intrattenevano il pubblico anche tra una gara e l'altra.

    I giri da compiere intorno alla spina, la divisione centrale della pista, erano sette, conteggiati da altrettante statue di delfini che ruotavano verso il basso a ogni giro, oppure da sette uova dorate che una dopo l'altra cadevano in una vasca. 

    Il segnale della partenza dei cavalli dai carceres avveniva al segno di una bandiera bianca lasciata cadere dall'organizzatore delle corse. A quel segnale, si scatenava l'inferno nella pista e sugli spalti: la tifoseria era accanita, attaccatissima alla propria fazione della quale indossavano i colori con nastri e bandiere del medesimo colore, non solo perché i Romani nutrivano una passione viscerale per le corse, ma anche perché si scommettevano somme ingenti. I bookmaker già esistevano e la gente che si rovinava per le scommesse pure. I romani amavano il gioco d'azzardo, soprattutto nel gioco dei dadi e nei cavalli.




    IL CAVALLO DA GUERRA

    Il cavallo era un animale molto importante nelle guerre, dove la cavalleria aveva un ruolo notevole nell'ingranaggio perfetto degli assetti da combattimento. Il cavallo da guerra venne portato dagli indoeuropei che invasero in tempi molto arcaici la Grecia e poi tutto il Mediterraneo.

    Famosa fu la competizione fra Atena, l'antica Grande Madre Greca e Poseidone, il nuovo Dio dei navigatori indoeuropei. Atena per essere dedicata nel Partenone offrì ai cittadini l'ulivo e Poseidone il cavallo da guerra. Ciò conferma l'origine indoeuropea del cavallo da guerra.

    Il cavallo di ottobre è l'unico esempio di sacrificio del cavallo in tutta la religione romana. Tipicamente, i Romani scarificavano animali che erano una componente normale della loro dieta. Vale a dire che come si uccide un'animale per nutrirsene in una festa, così agivano i romani, precedendo però l'uccisione con una cerimonia.

    L'animale ucciso veniva mangiato e solo in casi rarissimi e di grande pericoli venivano interamente bruciati. Di solito si bruciavano alla divinità solo le interiora, parti di cui i romani non amavano nutrirsi. Ora il cavallo non era apprezzato come cibo, anzi era giudicato disgustoso, ma il significato del sacrificio era di dedicare al Dio non il cibo migliore ma l'animale più prezioso, il cavallo più prestante e veloce. In quanto immangiabile e in quanto costituisse un'offerta importante, il cavallo sacrificato veniva offerto in olocausto, cioè bruciato interamente.

    Le corse delle bighe (carri a due cavalli) si svolgevano in Campo Marzio, l'area di Roma dedicata a Marte, tra le urla e le scommesse pecuniarie. I romani erano patiti per le scommesse, e avevano secondo la tradizione il Campo Marzio era stato consacrato dai loro antenati a Marte come pascolo per cavalli e terreno di allenamento equestre per i giovani, pertanto luogo di militari e di cavalli. Al termine delle corse, il cavallo di destra della biga della squadra vincente era trafitto mediante una lancia dal flamine marziale, e quindi sacrificato.

    La coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della Regia. per alimentare il fuoco sacro di Roma. Seguiva una battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che volevano la testa equina per portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che la volevano per la Regia.




    IL SACRIFICIO

    La prima citazione del''October Equus si ha in Timeo (storico del III sec. a.c.), che collegava il sacrificio al Cavallo di Troia e alla rivendicazione dei Romani di discendere dai Troiani. mentre l'ultima si trova nel Calendario di Filocalo (354 d.c.), dove la festività era ancora celebrata, anche quando il Cristianesimo aveva già proibito ogni spettacolo circense e teatrale.

    Festo (II sec.) descrive così la festa: "Il cavallo di ottobre è chiamato così dal sacrificio in onore di Marte che annualmente si effettua in Campo Marzio nel mese di ottobre. Esso è il cavallo di destra della squadra vincitrice nelle corse delle bighe. La consueta competizione per la sua testa tra i residenti della Suburra e quelli della Via Sacra non era un affare banale; la seconda l'avrebbe appesa alle pareti della Regia, o la prima alla Torre Mamilia. La sua coda era trasportata alla Regia in maniera sufficientemente rapida che il sangue che ne usciva poteva essere sgocciolato sul fuoco per farlo diventare parte del rito sacro"

    Si trattava della Res Divina, cioè leggi al servizio degli Dei, riferite ai doveri religiosi dello stato e dei suoi magistrati per mantenere la benevolenza delle divinità verso l'Urbe. Ma il sacrificio del cavallo di ottobre risale sicuramente ad un'antica cerimonia indoeuropea.

    Verrio Flacco (55 a.c. - 20 d.c.) informa che la testa del cavallo è adornata con del pane. Il Calendario di Filocalo annota che il 15 ottobre "il cavallo ha luogo presso le Nixae", un altare per le divinità della nascita (di nixi), secondo altri presso un non ben identificato cippo chiamato "Ciconiae Nixae". Comunque, sempre secondo Flacco, il rituale del cavallo era compiuto "ob frugum eventum", cioè come " ringraziamento per il buon raccolto" o "per un buon prossimo raccolto", visto che il frumento veniva seminato in autunno.




    BONUS EVENTUS

    L'Ob frugum eventum" era inoltra collegato al Bonus Eventus, cui fu dedicato un tempio nel Campo Marzio e che Varrone elenca come una delle dodici divinità rurali che presiedevano l'agricoltura, abbinato con Lympha, la Dea delle acque sorgive.

    La funzione originaria del Bonus Eventus potrebbe essere stata solo agricola, ma
    durante l'epoca imperiale, rappresentò un concetto più generale di successo e fortuna.

    Bonus Eventus oltre al tempio nel Campo Marzio aveva una sua statua eretta sul Campidoglio, vicino al tempio di Giove Ottimo Massimo.
    Epigrafi devozionali verso il Dio sono state reperite in diverse località, e pure nelle province. Infatti degli alti funzionari di Sirmio, in Pannonia, dedicarono un santuario di Bonus Eventus per il benessere degli altolocati membri del consiglio comunale.

    Tuttavia con le continue battaglie in cui era ingaggiato l'esercito romano, la buona fortuna o il buon evento finì per essere, per i legionari, ma pure per tutti i romani, la vittoria romana.

    BONUS EVENTUS INTAGLIATO NELLA PIETRA
    Infatti il sacrificio del cavallo avveniva al tempo del ritorno dell'esercito e del suo reintegro nella società, motivo per il quale Verrio spiegava anche che un cavallo è indicato per la guerra, un bue per il lavoro.. I Romani non utilizzarono i cavalli come animali da tiro nell'attività agricola né in guerra per i carri (che erano trainati da muli), ma Polibio specifica che la vittima era un cavallo da guerra.

    Properzio (47 - 15 a.c.) e Ovidio (I sec. a.c.) menzionano entrambi il cavallo come un ingrediente nella preparazione rituale chiamata suffimen o suffimentum, che le Vestali preparavano in occasione della lustratio dei pastori e delle loro pecore dei Parilia.

    Properzio: "i riti di purificazione (lustratio) sono ora rinnovati per mezzo del cavallo smembrato" Ovidio specifica che il sangue del cavallo era utilizzato per il suffimen. Così come il sangue della coda era sgocciolato o sparso sul fuoco sacro di Roma in ottobre, anche il sangue o le ceneri del resto dell'animale potevano essere trattati e conservati per il suffimen, una preparazione utilizzata per la guarigione, la purificazione o l'allontanamento di influenze maligne.

    I Romani non utilizzarono mai le bighe in guerra, anche se affrontarono nemici che li impiegavano, Il carro era parte della cultura militare romana principalmente come veicolo del generale trionfante, che si muoveva su un carro a quattro cavalli decorato, assolutamente non pratico e quindi inutilizzabile in guerra. 

    Timeo, che interpretava il cavallo di ottobre alle origini troiane di Roma, è l'unica fonte che specifica che si utilizzava una lancia per il sacrificio. La lancia era un attributo di Marte ed era custodita nella Regia, la destinazione della coda del cavallo di ottobre.  Comunque diversi autori supposero che Il cavallo di ottobre commemorasse la data della caduta di Troia che, secondo alcuni calcoli, sarebbe avvenuta il 19 ottobre 1181 a..c.


    BIBLIO

    - P. Ovidio Nasone - Fasti e frammenti - a cura di Fabio Stock - Unione Tipografico-Editrice Torinese - Torino - 1999 -
    - John H. Humphrey - Roman Circuses: Arenas for Chariot Racing - University of California Press - 1986 -
    - Alison Futrell - The Roman Games: A Sourcebook - Blackwell - 2006 -
    - Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
    - Frank Bernstein - Complex Rituals: Games and Processions in Republican Rome - A Companion to Roman Religion -
    - Adriano La Regina - Circhi e ippodromi. Le corse dei cavalli nel mondo antico - Roma - Cosmopoli - 2007 -


     

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