VITA QUOTIDIANA





LA GIORNATA DI UN ROMANO


Al mattino presto, in genere all'alba, si animava la casa dei Romani, gli schiavi iniziavano a pulire i pavimenti di mosaico e pure per i pavimenti in cotto, che i Romani possedevano nelle case del tardo impero, in genere con piastrelle quadrate, con acqua, scope e segatura. Per i pavimenti di marmo c'era la stessa pulitura seguita da un passaggio di cera d'api con stracci di tela. Per i mosaici invece c'era la pietra pomice.

Anche i padroni, a meno che non avessero fatto molto tardi la sera, si alzavano presto, quando i servitori avevano portato l'occorrente per l'abluzione mattutina, realizzata con un bacile e un catino di bronzo, poi si asciugavano con panni di lino e si lavavano i denti usando spazzolino e dentifricio. Nel bagno abbondavano i piccoli recipienti in bronzo o ceramica aretina o pasta vitrea per profumi e unguenti. Però questa abluzione avveniva senza sapone, perchè i Romani non lo conoscevano.

Però erano puliti e si lavavano, almeno nei bagni privati o nelle terme pubbliche, usando cenere di faggio, liscivia, e poi una speciale creta tritata, e pietra pomice. Di questo trattamento d' urto la pelle non godeva, e perciò andava lenita, ammorbidita, idratata con balsami oleosi, che ungevano e profumavano e di cui si faceva largo uso e commercio.

Usavano pure il Lomentum, un preparato di farina di fave, usato come sostituto del sapone per lavare e curare la pelle; se ne faceva uso anche come maschera per la cosmesi del viso, per coprire le rughe del ventre (ad esempio in seguito al parto) oppure per eliminare i cattivi odori.

Per radersi, cosa che gli uomini facevano quotidianamente, si usavano acqua e rasoio, di ferro temprato o bronzo, continuamente affilato, poi passava lo schiavo a togliere con le pinzette i peli superflui.

Gli uomini non disdegnano di tingersi i capelli quando cominciano a imbiancare, e per la calvizie esistevano anche i parrucchini, ma se era solo incipiente si mascherava tingendo la cute con tinte più scure, come il nerofumo.

FORFEX
I Romani, sia uomini che donne, che dormissero nella stessa stanza o in camere distinte, mantenevano la biancheria intima, non si dormiva nudi.

Comunque dormivano più spesso in camere separate, con letti singoli in legno tornito e intarsiato o decorato a smalti, o tinteggiato a colori vivaci. Gli asciugamani erano di lino.

Realizzata l'abluzione sommaria del mattino, perchè quella più seria si faceva di pomeriggio, venivano gli schiavi per le acconciature delle donne e barba e capelli per gli uomini.

All’inizio del II secolo d.c., la maggior parte dei romani non prestavano particolare cura ai capelli, che venivano tagliati con una forbice di ferro, forfex, le cui lame avevano un perno nel mezzo e due anelli alla base per la presa.

Ma durante l'impero si usò maggior cura ai capelli, con l'uso di cosmetici per mantenerli morbidi e brillanti. Comunque spesso tagliavano capelli, barba e baffi, la trascuratezza non era vista di buon occhio, perchè l'igiene raccomandava il taglio e perfino in guerra i soldati si rasavano ogni giorno.

Per gli uomini c'erano il tonsor, per radere la barba e accorciare i capelli. I più ricchi avevano dei tonsores fra gli schiavi. I meno abbienti si recavano presso le botteghe di tonsor, talmente frequentate da diventare dei salotti. Il primo taglio della barba era la cerimonia della depositio barbae (deposizione della barba), segno del passaggio dalla adolescenza alla maturità.

Le donne avevano le ornatrices "ornatrici" che arricciavano i capelli con il pettine o il calamistrum, una stilo di ferro scaldato in una guaina di metallo sotto la cenere ardente, intorno a cui il tonsor attorcigliava i capelli. Seguiva la colorazione e la profumazione, poi la depilazione e infine il belletto. A volte la matrona avvolgeva la chioma in una delicata rete d'argento o d'oro.

TONSOR ROMANO PER RADERSI
C'era poi la vestizione della tunica, una veste con la parte posteriore un po’ sopra il ginocchio, e più lunga sul davanti. Di diversa stoffa e diverso colore, in lino, lana, cotone, seta, velo o damasco, con colori pastello o di un rosso acceso i più frequenti. La tunica dei militari era più corta di quella civile. Quella dei cittadini era poi più corta di quella dei senatori, che era bordata di una striscia di porpora. Se l'uomo era di alto lignaggio indossava la toga sopra la tunica.

Per la matrona veniva prima la vestizione dei gioielli, dal diadema sui capelli, agli orecchini, le collane, i ciondoli e gli anelli, quelli per le dita, per le braccia e per le caviglie. Poi indossava la tunica, che per le donne si allungò fino ai talloni, poi la stola, in fondo a cui era cucito un gallone ricamato in oro, e la cintura. Infine, l’avvolgevano in uno scialle che le copriva le spalle e le scendeva fino ai piedi.

Elemento basilare dei gioielli era l'anello, ornato con una pasta vitrea o da una pietra preziosa con inciso un motivo (divinita', animali, simboli). Le collane andavano da quelle in perline di vetro o ceramica invetriata (la cosiddetta faience, di colore verde-azzurro a cui venivano anche attribuiti poteri magici, a quelle in argento o oro o di ambra. Questa resina fossile, importata dal mar Baltico, era considerato un amuleto protettivo per donne e bambini, infatti se ne trova nelle piu' ricche tombe femminili e infantili.


Ma prima di uscire si faceva una prima colazione molto sbrigativa. Gli uomini che andavano al lavoro a volte mangiavano invece qualcosa per strada, dalle numerose bancarelle che affollavano il foro, con pasti e spuntini caldi e freddi.

I Romani al mattino consumavano una frugale colazione, spesso con gli avanzi della sera, a base di pane e formaggio, olive e miele, preceduta da un bicchiere d'acqua. Oppure pane intinto nel vino dolcificato, o pane olio aceto e sale. Tipica era la colazione a pane e fichi. Per i bambini latte e pane o focaccette.

Gli uomini si recavano poi al lavoro e le donne badavano a dirigere i lavori di casa o uscivano per visitare amici o parenti. Le donne che lavoravano erano un numero esiguo, e quasi sempre di basso ceto, nei negozi, come artigiane o come levatrici.

A volte però sia donne che uomini andavano a fare shopping, nelle numerose botteghe dove potevano acquistare di tutto, manufatti locali o importati, o entrare nelle botteghe di scultori o pittori, cui potevano acquistare o commissionare un lavoro, oppure acquistare stoffe per farsi confezionare vestiti dai propri schiavi, ma non mancavano i sarti locali. C'erano anche i venditori occasionali di fiori e quelli di semi tostati. Numerose le botteghe di spezie usatissime in cucina, o incensi vari per profumare oli o biancheria, o ambienti.

Le botteghe vendevano mobili, cofani, scrigni, vasi decorati in terracotta, in bronzo, in bucchero o ceramica aretina, oltre a calici, tazze, ciotole, nonchè arnesi per il trucco: dagli specchi in bronzo, rame o argento, alle ciste in bronzo, alle spatole, ai profumi, ai vasetti in pasta vitrea per riporre gli unguenti, alle ciotoline minuscole dove raccogliere il trucco voluto, ai ventagli.

C'erano anche le botteghe da farmacia, spesso col medico presente, e le botteghe del cuoio per cinte, borse e sandali ornati, nonchè i gioiellieri, con oggetti in rame, bronzo, argento, oro, pasta vitrea e pietre preziose.
I Romani non facevano grande differenze tra pietre preziose e pasta vitrea, perchè quando ad esempio c'era da creare una collana con smeraldi se non si trovava la pietra della dovuta dimensione o forma se ne poneva una in pasta vitrea. Sovente sono state trovate collane o bracciali con pietre preziose miste a pasta vitrea



I FORI

Poi si poteva scappare al foro per ascoltare qualche processo con oratori famosi, o passeggiare sotto ai portici, tra le colonne, i templi sontuosi ed elaboratissimi, fra una moltitudine di statue dipinte.

In effetti noi ammiriamo le statue marmoree dell'epoca, ma ignoriamo che i Romani usavano dipingere le loro statue si da farle sembrare vive.

A noi sembrerebbe oggi di cattivo gusto, ma occorre immaginare che anche la pittorica era molto evoluta fra i romani, per cui una statua diventava una scultura e un dipinto insieme, con tinte armoniose e sfumate, che sottolineavano la bellezza delle opere d'arte.

Nei fori c'era il mercato, il tribunale, le assemblee dove si discuteva di politica o di costumi, dove si poteva mangiare qualcosa sulle bancarelle che cucinavano di tutto.

Alcuni tornavano a casa per fare un pranzo rapido, oppure si intrattenevano nelle taberne dove si serviva vino e cibo.

Le donne altolocate non facevano la spesa che era compito degli schiavi.



LE TERME

Già 200 anni prima che l'imperatore Caracalla facesse edificare le splendide terme romane, Agrippa edificò le sue nel 25 a.C. I bagni pubblici esistevano ed erano molto frequentati dai romani; ma dopo Agrippa gli imperatori romani fecero a gara per superare i predecessori con Terme sempre più grandiose, alcune delle quali arrivavano a contenere anche 6000 persone.

Così Roma si abbellì delle Terme di Agrippa, delle Terme Neroniane o Alessandrine, le Terme di Tito, le Terme di Traiano, le Terme Surane, le Terme Eleniane, le Terme Commodiane, le Terme di Caracalla, le Terme Deciane, le Terme Aureliane, le Terme di Diocleziano e le Terme di Costantino.

Le terme piacevano al popolo romano forse più del circo, dando grande prestigio e benevolenza all'imperatore di turno, per cui le tariffe di ingresso erano molto basse, all'inizio un quarto di asse, e gli adolescenti non pagavano, poi divennero da Agrippa in poi gratuite.

Si racconta infatti che Adriano scorse un suo ex veterano in pensione che si strofinava la schiena contro la parete della piscina. Interrogato sul motivo il veterano confessò di non potersi permettere uno schiavo che lo massaggiasse, al che Adriano gli dette una cospicua somma di denaro per le necessità.
Il che dimostra che  nelle terme non c'era distinzione tra poveri e ricchi, visto che un imperatore poteva accadere che usufruisse delle stesse terme di tutti.

Dunque nel primo pomeriggio si andava alle terme, dove c'era di tutto: danzatori, mimi, suonatori, venditrici di fiori, venditori di amuleti, barbieri, bancarelle di cibo, ma anche giochi con i dadi, o astragali, o scommettitori per gladiatori o cavalli. Non mancavano le prostitute e i procacciatori d'affari, nonchè procuratrici di matrimoni, insieme a indovini e fattucchieri di ogni nazionalità.
La maggior parte delle terme includeva centri sportivi, piscine, parchi, librerie, piccoli teatri per ascoltare poesia e musica e una grande sala per le feste. Si trovavano anche ristoranti e locande per dormire o avere incontri galanti, ma pure prezzolati.

Di solito si iniziava con la ginnastica in palestra, o attività sportiva in un campo esterno, dove di svolgevano giochi alla palla, o gare di lotta, lancio del giavellotto, del disco, o semplicemente correre. Le donne giocavano a palla, o col volano, o correvano gareggiando tra loro.

La palestra era solitamente circondata da portici, aveva stanze adibite a bagni, spogliatoi, esedre con sedili. In seguito divenne anche sede di conversazioni e di scuola. Comunque il gioco più usato, per donne e uomini, era la palla, in locali appositi (sphaeristeria) per favorire la benefica sudorazione prima del bagno.

Successivamente ci si recava ai bagni iniziando dal tepidarium, la stanza più grande e lussuosa delle terme, una grande piscina coperta con acqua tiepida dove si rimaneva almeno un'ora e ci si ungeva con oli.
Poi si andava nel calidarium. Si trattava di stanze più piccole, generalmente costruite sui lati della sala da bagno principale. Qui le piscine coperte avevano l'acqua calda.
Infine ci si recava nel laconicum, la stanza finale più calda, riscaldata con aria secca ad altissima temperatura, una specie di sauna.
Per ultimo si passava al frigidarium, una piscina con acqua fredda per tonificare il corpo.

Qui c'erano i massaggiatori che oltre al massaggio vendevano i balsamari per cospargere il corpo lavato con oli profumati. Per prima cosa toglievano gli olii di prima con gli strigili, strumenti di metallo ricurvi che usavano anche i gladiatori, poi si passavano asciugamani bagnati e nuovi balsami e oli profumati.

Le terme erano un salotto più vasto, dove si poteva incontrare molta gente o sedersi sulle panchine a prendere il fresco se faceva caldo, o scaldarsi se faceva freddo. Lì avvenivano scambi di idee, si trattavano affari, o si spettegolava o si facevano scommesse, anche se proibite dalla legge.

I bambini intanto erano andati a scuola o stavano cogli insegnanti privati, o a fare palestra. Quando raggiungevano l'adolescenza potevano anche loro usufruire delle terme, che erano aperte dal mezzodì al tramonto.



I GIARDINI IMPERIALI

Un altro svago dei Romani, quando non erano attivi i giochi circensi, era la passeggiata nei giardini imperiali, che gli imperatori concedevano al pubblico, cosa che non accade più oggi, sia che si tratti di regnante o presidente di repubblica.

I giardini imperiali erano forniti di portici, archi, fontane e statue, permettendo ai romani di passeggiare all'ombra, di sedere nei ninfei umidi e freschi, ammirando le opere scultoree e le piante nostrane ed esotiche.

Verso sera si tornava a casa e la giornata finiva con la cena insieme ai familiari. Ma se c'era una cena a inviti la serata proseguiva, e tanto i padroni di casa quanto gli invitati si fermavano fino a notte inoltrata. Al banchetto partecipavano anche le donne, sedute in epoca repubblicana e sdraiate sui triclini in età imperiale, come del resto facevano le loro antenate etrusche.
Partecipavano anche gli schiavi personali degli ospiti, seduti sugli sgabelli o su cuscini in terra.
A fine serata gli ospiti venivano riaccompagnati dagli schiavi che recavano fiaccole se l'abitazione era vicina, o guidavano carrozze se era più lontana, visto che di giorno era proibito ma di notte era consentito andare in carrozza.

Finalmente i signori andavano in camera da letto dove cambiavano le vesti per indossare la tunica notturna e finalmente, dopo aver rivolto un pensiero a Morfeo, il Dio che concedeva il buon sonno, si addormentavano.



Il PRINCIPIO DEL PIACERE

Nell'Impero Romano come poi nella religione cristiana dominò il principio del sacrificio.
“Le terme, il vino, le donne: questa è la vita.” è il testo di una iscrizione funeraria romana di epoca imperiale. E' il concetto dell’esistenza di una civiltà che vedeva nella dea Venere — la divinità del piacere — la propria progenitrice. La società romana aveva enormi squilibri sociali: una classe che ammassava e spendeva enormi ricchezze, e una plebe miserabile spesso mantenuta quasi esclusivamente dai donativi pubblici e dal lavoro degli schiavi.

Ricchi e poveri perseguivano un’uguale ansia di godimento. Nella metropoli immensa e frenetica, i cittadini passavano la maggior parte della giornata nelle strade, nel foro, in quei “palazzi per il popolo” che sono le basiliche e soprattutto le terme. Ogni romano, uomo o donna, vi passava in media due ore al giorno: a lavarsi, a giocare, a bere, ad amoreggiare, forse soprattutto a chiacchierare, anche questo uno dei piaceri dell’esistenza, a cui i Romani si dedicavano a vari livelli. Vi erano, solo a Roma, 950 edifici termali, dai più piccoli ai giganteschi: un servizio pubblico completamente gratuito, ma pure 28 biblioteche anch’esse pubbliche, con una media di 10000 volumi ciascuna.

Un numero incredibile di giornate è dedicato alle feste, sempre accompagnate da elargizioni e da spettacoli, naturalmente offerti dallo stato, o da qualche ricco cittadino. Essi sono di una grandiosità senza pari, tali da ricordare i più fastosi colossal della storia del cinema: solo che a Roma non si trattava di finzioni, e le ricostruzioni di battaglie comportavano centinaia di morti, come le cacce nel circo (magari trasformato in una foresta) vedevano l’uccisione di migliaia di animali esotici. Il fascino atroce del combattimento di gladiatori attirava plebei e patrizi e grandi dame.

Questo gusto per lo spettacolo si rifletteva anche nell’altra grande occasione di piacere: il banchetto. Gli eccessi stravaganti dei ricchi Romani a tavola, oggetto della satira divertita e feroce di Orazio, Giovenale e Petronio, appaiono come sorprendenti finzioni teatrali con complessi e inattesi riferimenti culturali: mitologici, astrologici, letterari.

Se la vita del cittadino comune tendeva a svolgersi nei grandi spazi pubblici, quella delle classi superiori tendeva a chiudersi nelle grandi dimore, in cui il ricco romano profondeva tesori. Preziose opere d’arte, razziate o acquistate a peso d’oro in Grecia e in Oriente, arredavano gli ambienti resi confortevoli da impianti di riscaldamento e attrezzature igieniche in tutto paragonabili a quelli moderni, o popolavano i giardini destinati a creare l’illusione della natura.

La contemplazione della natura era un altro grande piacere dei Romani, negato ai plebei: ne testimoniano le grandi ville, situate in posizioni stupende, messe in luce dagli archeologi o descritte dagli scrittori antichi. “Quando sono nella mia villa di Laurento - scrive Plinio - non ascolto nulla che mi dispiaccia di avere ascoltato, non dico nulla che mi penta di aver detto: nessun desiderio, nessun timore mi turba.”
Il Carpe Diem dice tutto.




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2 comment:

Infonotizia on 23 agosto 2016 16:07 ha detto...

I romani avevano molte abitudini interessanti; particolarmente mi ha colpito sapere che si lavassero utilizzando la cenere al posto del sapone, allora non conosciuto. In effetti i primi saponi derivavano proprio dalla cenere.

CÁLIX BOUTIQUE - do 38 ao 54 on 23 agosto 2016 16:32 ha detto...

meraviglioso---

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