MEDICINA ROMANA





Anche i Romani avevano medici e medicine, e perfino chirurghi, anche se non si conoscevano nè batteri nè virus, scoperti solo nel 1800, per cui erano sconosciuti il contagio e le cause di molte malattie.

Anticamente la medicina proveniva dalle erbe, e la loro ricerca era affidata alle donne. Erano le romane a prendersi cura con impacchi, decotti, impiastri e tisane dei malati in famiglia, ed erano sempre le donne a fare le levatrici.

Per ciò che riguardava invece le malattie più gravi o la chirurgia gli uomini che ne avevano possibilità andavano a studiarla nei paesi più progrediti in materia, in Grecia e in Egitto, ma esisteva anche una progredita medicina etrusca.

Infatti già all'epoca in Egitto la chirurgia era molto progredita, tanto che ancor oggi non si comprende come potessero operare anche al cervello, come si vede in alcuni dipinti, pur non disponendo di mezzi atti ad addormentare completamente il paziente.

Eschilo e Teofrasto narrano che i figli della Maga Circe, esperta in farmaci, divennero Principi etruschi specializzati nell'arte della madre; Esiodo parla della grande rinomanza dei medici etruschi ambientalisti e attenti all'igiene, attraverso le opere di canalizzazione ritenute importanti per l'agricoltura ma anche per l'eliminazione delle acque putride fonti d'infezioni.

Si sa che l'esercito romano si portava sempre medici appresso per curare le ferite di guerra e steccare le ossa ma fu Giulio Cesare che ordinò le prime scuole di medicina.
Qui, oltre a studiare sui libri, si imparava anche a livello pratico. Il maestro portava gli alunni nelle visite dei pazienti, come avviene nei moderni ospedali: ci si esercitava a tastare il polso, a toccare la fronte per la temperatura, ad esplorare occhi e bocca, a sentire il battito del cuore appoggiando l'orecchio sul petto, a osservare il colorito del paziente, e ad ascoltare la descrizione dei suoi sintomi per la diagnosi.

Il primo termometro venne inventato da Galileo, per cui non esisteva una misura precisa della febbre (il "calor præter naturam" di Galeno) però il medico osservava la frequenza e le caratteristiche del battito cardiaco, il colore delle urine e la temperatura cutanea. Sui tipi di battito ne sapevano molto più dei nostri medici attuali infatti per Galeno le indicazioni del polso costituivano sintomi febbrili molto più attendibili del calore cutaneo ("venis enim maxime credimus, altera res est, cui credimus, calor").

Ippocrate valutava la temperatura del malato ponendogli la mano sulla fronte  e distingueva la febbre lieve (calor dulcis) dalla febbre elevata (calor mordax). Il medico greco Erofilo (325 ca. - 270 a.c.) aveva ideato una speciale di clessidra per riconoscere il polso febbrile, ma non sappiamo se i romani ne facessero uso. Sembra però che usassero contare i battiti per capire se c'era febbre.
Agli studenti non veniva rilasciato nessun attestato, per cui abbondavano i ciarlatani, anche perchè i libri erano scritti in greco, costavano molto e non era facile procurarseli.
All'inizio i medici erano generici e curavano tutti i tipi di malattie, poi divennero specilistici, curando una certa malattia o un organo preciso. I medici usavano pure gli assistenti, soprattutto negli interventi chirurgici, istruendoli quindi un po' nel campo. Così gli assitenti diventavano medici.

Anche nelle palestre, c'erano medici per traumi e ferite: dalle lussazioni alle distorsioni muscolari, ai traumi ossei, intervenedo con medicine, esercizi e diete.



IPPOCRATE

Molto importante per lo sciluppo dell'arte medica fu Ippocrate di Kos - 460 - 377 a.C. un medico greco considerato il padre della medicina.
Viaggiò moltissimo, per studiare e imparare, visitò tutta la Grecia arrivando in Egitto e in Libia. Comprese che la malattia e la salute di una persona dipendessero da circostanze umane e non dal volere divino, considerò la persona come un corpo non disgiunto dall'anima, per cui valutava le circostanze di vita e lo stato d'animo del paziente, e ottenne grande fama debellando la grande peste di Atene del 429 a.C.

Ippocrate inventò la cartella clinica e l'osservazione comparata dei sintomi, introducendo per la prima volta la diagnosi e la prognosi.
Inoltre fondò una scuola medica regolando le norme di comportamento del medico, raccolte nel suo famoso giuramento obbligatorio per i medici a tutt'oggi, in cui, tra l'altro, era contemplato il segreto professionale.
Pensava che il corpo umano era governato da quattro umori diversi: sangue, bile gialla, bile nera, flegma, che combinandosi in differenti maniere condurrebbero a salute o malattia. Comprese l'importanza della dieta e il collegamento tra medicina e chirurgia.

Ippocrate influenzò molto la medicina romana, infatti in alcuni libri romani si descrive il comportamento che il medico deve tenere durante la visita: deve esser discreto, parlare a bassa voce, essere sorridente, esprimere fiducia e ottimismo per la guarigione, e se il paziente è agitato, deve calmarlo con persuasione e dolcezza.

Secondo i suoi dettami la visita medica si estese alla palpazione dell'addome, l'esame della gola, delle urine, delle feci, l'auscultazione del torace, riconoscendo i suoni normali da quelli anomali degli organi interni.

Quando il malato non poteva recarsi dal medico, mandava uno schiavo a chiamarlo. I medici che andavano a visitare i pazienti erano chiamati "clinici". Nel caso di malattie particolarmente gravi era previsto il consulto medico.

A Roma non esistevano ospedali ma botteghe-ambulatorio sulla strada, con scaffali, cassapanca e cassetta per le attrezzature, talvolta appese con ganci alle pareti o poggiate sulle mensole.
Fungevano pure da posti di soccorso e cliniche private dove i pazienti, dopo l'intervento chirurgico, potevano essere seguiti e curati. Il medico preparava personalmente le pomate, gli infusi, gli impiastri sulle ferite ecc., a volte con segreti del mestiere riservati solo a lui.

C'erano poi tenute agricole che servivano a curare gli schiavi e veri e propri ospedali militari dove venivano praticate la chirurgia e la medicina per la cura delle ferite in guerra.



LE MATERIE PRIME

Le sostanze usate da medici e farmacisti erano di natura vegetale, animale o minerale. Delle piante officinali venivano adoperate varie parti, dalla radice, alla foglia, al pistillo e al fiore, in base alla malattia. Esistevano pure erbe rare, e inoltre le erbe dovevano essere colte in una determinata stagione e anche in un periodo del giorno o della notte.

Silfio: da spezia a farmaco (pianta estinta)

Del Silfio come medicamento piuttosto che come spezia ne scrive Ippocrate, che ne consiglia l’utilizzo come purgante, per le febbri, come rimedio per il prolasso dell’ano, in caso di dolori addominali e per disturbi ginecologici (De diaeta in morbis acutis).
Il silfio era considerato dai classici un rimedio che:

  • produceva calore (calefaciens et ardorem producit - Dioscoride),
  • disseccante (siccandum madorem toto corpore ciet; vim habet molliendi, attrahendi, calefaciendi - Dioscoride)
  • risolutivo (vim habet calefaciantem, urentem, attrahentem, discutiendem; aperiunt ora in corporibus quod stoma Graece dicitur; crustas vero resolvit - Celso; incipientem suffusionem dissipat - Dioscoride; laevat quod exasperatum est - Celso).
  • Usato nei colliri, mescolato a resina di lentisco o gomma ammoniaca (Dorema ammoniacum D. Don - Apiaceae).


Dorema ammoniacum: (pianta estinta)

antiastenica; antipiretica e sudorifica. Toglie il dolore (ad omnem dolorem veterem - Scribonio Largo). Per Plinio cura asma, dispnee, pleuriti e polmoniti (Naturalis Historia). Per Celso la tosse acuta e cronica; dolori articolari in paticolare la “podagra” (Scribonio Largo). Per Teofrasto, Plinio il Vecchio, Sorano di Efeso era pure una pianta abortiva.



GALENO

Galeno, medico greco di Pergamo, studiò medicina per dodici anni. Quando tornò a Pergamo, nel 157, lavorò come medico alla scuola dei gladiatori facendo esperienza sui traumi e le ferite che lui, descriverà come le finestre nel corpo.

Dal 162 visse a Roma, dove scrisse e operò, dimostrando pubblicamente la sua conoscenza dell'anatomia. Per la sua fama divenne medico dell'imperatore Marco Aurelio, poi di Nerone, Commodo e Settimio Severo.
Effettuò vivisezioni di numerosi animali per studiare la funzione dei reni e del midollo spinale, impiegando ben 20 scrivani per annotare le sue parole. Molte delle sue opere e manoscritti furono distrutti da un incendio del Tempio della Pace a cui li aveva donati.

Il principio fondamentale della vita era per lui il pneuma (aria, alito, spirito), che scrittori seguenti interpretarono come anima.
Lo spirito animale nel cervello controllava movimenti, percezione e sensi, lo spirito vitale nel cuore controllava il sangue e la temperatura corporea mentre lo spirito naturale nel fegato regolava alimentazione e metabolismo.

Dimostrò che le arterie trasportano sangue, non aria; effettuò i primi studi sulle funzioni dei nervi, del cervello e del cuore; sostenne inoltre che la mente era situata nel cervello, non nel cuore, a differenza della tradizione aristotelica.

Ebbe numerosi meriti, soprattutto per lo studio dell'anatomia anche se fu brutale e spietato nel trattamento degli animali. Ma nche per aver diffuso la medicina di Ippocrate. Tuttavia fece anche errori, e il più grave fu che non adottò il bendaggio per bloccare le emorragie perorando la pratica del salasso, in ossequio alla sua teoria umorale, trasformandolo in un rimedio universale. Cosa che perdurerà per tutto il medioevo e oltre.



I LUOGHI E GLI STRUMENTI

I primi farmaci realizzati a Roma venivano prodotti dai medici con l'aiuto dei loro discepoli. Solo a partire dal II secolo a.C. si iniziò la prima farmacia romana, che non solo vendeva le medicine ma era un laboratorio in cui si fabbricavano dalle materie prime.
I farmacisti si servivano di cucchiaini in bronzo per polveri e paste, ampolle per i liquidi, vasi in bronzo e talvolta persino in argento o in oro, pestelli in pietra per sminuzzare, e bilance a uno o due piatti. I farmaci erano complessi, dovuti a una mescolanza di sostanze semplici per cui i medici facevano ricette o ne inventavano di nuove, a volte valendosi anche di pratiche magiche.

Le sostanze semplici erano collocate in scatole di legno con l'indicazione del contenuto, ma c'erano pure cofanetti, in metallo, osso o avorio, con diversi scomparti, che i Romani conservavano in casa. Una piccola farmacia col necessario per un pronto soccorso.



LA CHIRURGIA

I Romani disponevano di attrezzi chirurgici molto simili a quelli moderni. Tra i reperti di ferro e di bronzo si contano:
  • astuccio aperto pieghevole con ferri chirurgici cioe' bisturi, e, una leva per le ossa.
  • astuccio con cardini per strumenti chirurgici.
  • bisturi, a spatolae e a lancetta.
  • un attrezzo lenticolare che veniva introdotto nel cranio del paziente dopo che questo era stato perforato con un altro strumento.
  • piccole forbici.
  • cauterio bronzeo a piastrina.
  • cauterio a lancetta.
  • forceps (forcipe) a semicucchiaio.
  • attrezzo di ferro usato per estrarre le punte delle frecce dalle ferite.
  • pinze.
  • scalpelli.
  • sonde.
  • bottiglietta di ceramica a forma di piede che di solito conteneva olio o acqua calda per il chirurgo callista.

Pur non conoscendo virus e batteri i medici detergevano le ferite con una spugna o un batuffolo di lana imbevuti nell'acqua fredda o nell'aceto o nel vino, poi decideva se intervenire con strumenti chirurgici o dare punti di sutura.

Una specie di disinfettante erano gli "empiastri" che si mettevano sulle ferita con una spatola, nonchè sostanze cicatrizzanti delle quali la più usata l'argilla rossa.
Per calmare il dolore esistevano preparazioni applicate attorno alla ferita o pozioni da ingerire. Talvolta le ferite venivano ricoperte da una fasciatura. Dopo due giorni si toglievano le bende e si disinfettava nuovamente.

Probabilmente il medico prima dell'operazione preparava un anestetico con diverse piante e erbe come la madragola bianca (la cui radice, in passato, si riteneva fosse dotata di virtù magiche e poteri afrodisiaci), il giusquiamo e il papavero.

La stanza delle operazioni era molto simile ai moderni ambulatori, con il tavolo e una sedia dallo schienale alto dove si sedeva il dottore, e un lettino per il paziente.

Gli strumenti chirurgici di ferro venivano avvolti in bende imbevute di olio per impedirne la ruggine, quelli di bronzo venivano lavati con aceto per il verderame.



VELENI E ANTIDOTI

I Romani temevano molto gli avvelenamenti, provocati da animali o da cibi. Il grande timore verso il veleno iniettato da animali era esagerato, ritenendo pericolose anche punture di piccoli e innocui insetti. I medici romani sapevano perfettamente che cosa fare in caso di avvelenamento da cibo: per prima cosa dovevano provocare il vomito e successivamente si passava agli antidoti, anch'essi preparati nelle farmacie.



LA FARMACIA COSMETICA

I medici conoscevano piuttosto bene varie malattie della pelle, le quali venivano curate con rimedi naturali. Anche alle malattie più lievi veniva attribuita considerevole importanza. I Romani avevano molta cura del loro corpo, soprattutto le donne, che usavano prodotti profumati per il corpo, colori e unguenti per il viso, maschere di bellezza (nate proprio nell'antica Roma) e speciali polveri per i denti. Per gli uomini c'erano gli oli profumati da applicare dopo il bagno, togliendone poi il supergluo con lo strigile.


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